Politica

Sorte d’Europa

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Lo scontro che infuria per interposta persona tra Russia e Stati Uniti è l’esito di un difetto di egemonia nei rapporti tra Russia e il resto d’Europa. La Russia in questi decenni intercorsi dalla fine dell’URSS ha tentato di ricucire i rapporti con l’Europa occidentale in due modi, con la politica commerciale principalmente in campo energetico e con le alleanze politiche di tipo sovranistico che si intrecciavano con l’ideologia eurasista volta a reintegrare in un unico spazio Russia, Bielorussia e Ucraina. Il sovranismo era insomma il volto euro-occidentale dell’eurasismo, e sovranismo ed eurasismo dovevano essere i due bracci di un’unica ideologia con la quale la Russia si imponeva come potenza europea egemone in grado di fornire sicurezza, risorse alimentari ed energetiche e difesa dei valori della civiltà cristiana dei quali l’Ortodossia si presenta come l’autentico baluardo. Questo disegno è fallito perché non ha calcolato la forza corrosiva dell’americanismo che si è infiltrato stabilmente non solo nell’Europa del nucleo storico della Nato ma anche in aree come l’Ucraina ritenute da Mosca per diverse ragioni come parti integranti della propria sfera culturale. Un’egemonia debole, dunque, condotta con mezzi opachi e non sufficientemente attrattiva. Quando Mosca ha constatato ciò, soprattutto nell’ostinato rifiuto dell’Ucraina di integrarsi nel “patto della taiga” preferendo il “patto Nato”, non le è rimasto che passare all’uso della forza, con l’“operazione militare speciale” degenerata presto in guerra implicita tra Russia e il blocco euro-atlantico rimesso in riga dai ringalluzziti Stati Uniti. Non si può dire dunque che la Russia non abbia tentato i “patti” prima della guerra. Ma la forza è subentrata perché il consenso è stato costruito con materiali impropri e su calcoli sbagliati. Non che non ci fosse una crisi economica, politica e morale nell’Europa occidentale, ma il sovranismo era un movimento debole e troppo diviso al suo interno per poter dare voce a tale crisi e ricollegarla all’Europa dell’Est. E d’altra parte l’eurasismo era un’ideologia troppo “rurale” di fronte all’appeal del rutilante americanismo di cui si attossica l’Europa intera, ivi compresa la Russia che vi partecipa con il capitalismo pacchiano dei suoi oligarchi. I problemi dell’Europa intera, di quell’Europa che Gorbaciov, da Lisbona a Vladivostok, anche lui, ahimè, facendo male i suoi calcoli, avrebbe voluto come la “casa comune europea”, sono seri e gravi, la sua crisi spirituale profonda e conclamata, ma sono stati affrontati con mezzi impropri, al limite del dilettantesco (vero, Dugin?). Se il consenso è fallito, e se la forza ha di nuovo spaccato l’Europa e ributtato l’Europa occidentale nelle braccia degli Stati Uniti, da dove riprendere il filo? Non c’è solo la forza e il consenso, categorie legittime dell’immediato agire politico che però assolutizzate sfociano nell’asfissia della Realpolitik. Ci sono anche le tendenze storiche, senza le quali forza e consenso si arenano nel caos, com’è appena accaduto alla Russia. Nel suo Discorso sull’ineguaglianza Rousseau afferma che una delle più forti ragioni per cui l’Europa ha avuto una civiltà, se non più remota, almeno più costante e di più alto livello rispetto alle altre parti del mondo, sta nel fatto di essere al tempo stesso la più ricca di ferro e la più fertile di grano. Se al ferro sostituiamo il gas e il petrolio russo, l’affermazione di Rousseau mantiene ancora oggi la sua suggestione. Rousseau ci dà anche la chiave di cosa sia la “civiltà”, non certo il contrario dello “stato di natura” dove regna il “buon selvaggio”, caricatura con la quale si è voluto squalificare la forza critica del suo discorso, bensì lo stadio seguito alla rottura, per un qualche caso funesto, del giusto mezzo tra l’indolenza dello stato primitivo e l’impetuosa attività del nostro amor proprio. Precisamente, questo equilibrio, che dovette essere l’epoca più felice e più duratura del genere umano, si infranse quando ci si accorse che era utile a uno solo aver provviste per due, quando cioè il plusvalore prese il sopravvento sui valori d’uso. Rousseau non aveva il termine ma aveva intuito il riferimento: “civiltà” era l’avvento in germe di quel capitalismo che, abbandonando la giovinezza del mondo, si avviava a quel progresso in cui la perfezione dell’individuo si sarebbe scontrata sempre più con la decrepitezza della specie. L’Europa dunque è stata la culla di questo disequilibrio ecologico permanente in cui poi tutto il mondo è stato attratto, e i conflitti che l’hanno segnata si iscrivono in questo solco. Non è un caso che le guerre mondiali, compresa la terza di cui in questi giorni sinistramente si prospetta la probabilità, si inneschino in questo continente. Ed è questa la tendenza storica di cui i suoi governanti devono tenere conto, ovvero la discrepanza tra individuo e specie che, da quel funesto caso che infranse l’equilibrio del giusto mezzo, il modo di produzione capitalistico non fa che accrescere. La sorte d’Europa, dunque, che coincide con quella della specie, non può che essere nella fuoriuscita dal capitalismo verso una “nuova frontiera” che non sia più tecnica e produzione, come nell’americanismo, ma sviluppo della mente umana, come dovrà essere in un nuovo stadio in cui la potenza delle forze produttive sia al servizio del giusto mezzo. Il lessico politico non offre grandi risorse per indicare questo luogo verso cui tende la freccia dell’evoluzione per opporsi alla propria dissoluzione. E a chiamarlo liberalcomunismo si otterrebbe solo di sollevare lo sdegno delle rispettive tribù chiamate in causa. Più che sul nome conviene quindi concentrarsi sulla cosa. Non sappiamo quanto tempo abbiamo. Né sappiamo che la forza della tendenza vinca su quella contraria dell’autodistruzione. Ma non bisogna certo cullarsi su queste incertezze, continuando come sinora si è fatto a spingere alternativamente sui pedali della forza e del consenso solo per guadagnare anche un solo giorno in più per le proprie convenienze (vero, signora borghesia capitalistica?). Anzi, bisogna operare come se domani fosse l’ultimo giorno. Per questo le contrapposizioni che da tempo vengono alimentate sono i veri crimini da cui derivano tutti gli altri che giustamente, alla vista di certe efferatezze, agitano i nostri sentimenti umanitari. Da questo punto di vista, tutto il discorso sulla “resistenza” appare un diversivo, specie se i “resistenti” sono parte attiva delle contrapposizioni (vero, Arestovich e Zelensky?). Perciò, la prima condizione da ripristinare è l’unità dell’Europa attorno ai suoi fondamentali, il ferro e il grano di cui parlava Rousseau, ma con la consapevolezza che bisogna trascendere la pur magnifica civiltà che da essi è derivata se non si vuole che individuo e specie divarichino sino alla distruzione reciproca. Banchieri, finanzieri, magnati, tornino dunque ai loro tristi affari e, senza trucchi e senza inganni elettorali, si ridia la parola al popolo. Per cominciare.

Il cammino interrotto

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Se sul finire degli anni Ottanta del secolo scorso Gorbaciov avesse sostenuto con la spada il suo “ritorno a Lenin” le cose sarebbero state più chiare, da un lato il comunismo internazionalista che aveva nello Stato sovietico il suo provvisorio strumento di lotta, dall’altro il risorgente nazionalismo europeo che, come sarebbe divenuto evidente negli anni, trovava alimento nel mitico modo di vita occidentale. Abbagliato dal miraggio di una astratta democrazia, timoroso di poter causare l’olocausto nucleare, sfiduciato circa le proprie stesse forze, egli preferì invece affidarsi agli equivoci e ai sottintesi del “dialogo”, lasciando di fatto alle generazioni avvenire l’onere di risolvere i nodi che ora fronti accanitamente contrapposti cercano di sciogliere in condizioni di oscurità ideologica. Questo errore storico non è parso vero all’America la quale, giocando sul doppio registro dell’UE e della NATO, ha potuto mettere un cuneo nella già malferma costruzione europea allo scopo ben conosciuto di dividere e imperare. E qui si impongono due riflessioni. La prima concerne appunto l’America il cui laico sistema politico puntato sulla felicità dell’individuo fluttua sul magma dei periodici “grandi risvegli” religiosi, a conferma della sua genesi settaria. Essa infatti sorge dallo spurgo delle sette che, non potendosi affermare integralisticamente in un’Europa proiettata verso la tolleranza illuministica, migrarono nel Nuovo Mondo inventando la “democrazia dei signori” come fede da imporre a tutto il mondo. L’altra riflessione riguarda l’Europa, il cui illuminismo certamente resta incompiuto almeno sino a quando la verità intellettuale non diventerà pienamente giudizio etico-politico. Ed è a questa incompiutezza, e non all’Illuminismo, che bisogna imputare l’eclissi che periodicamente oscura la ragione europea. Alla fine della Seconda guerra mondiale, i liberali laici, cattolici o protestanti che fossero, saggiamente avviarono un’opera di superamento dei nazionalismi e dei pregiudizi storici, anzitutto quello antisemita, puntando sui mattoni dell’economia. Ma la loro prudente costruzione è stata colpita al cuore da due strali scagliati da quel Nuovo Mondo settario che liberandoli venne ad asservirli. Il primo strale è stato il liberismo privatizzatore recepito dal Trattato di Maastricht in uno stato di sonnambulismo degli epigoni di quei liberali illuminati. Il secondo strale è stato il rinfocolamento con ogni mezzo di quel nazionalismo che è la lebbra dell’Europa da quando nel secolo XIX essa è divenuta compiutamente capitalistico-borghese. L’Ucraina, con la sua voglia matta di NATO, con le sue “libere” Università propalatrici del verbo delle “società aperte”, con le sue trentatré cliniche per l’utero in affitto, è il prodotto meglio riuscito di tale nuovo nazionalismo, nell’attesa che crolli l’intera impalcatura, giudicata “pre-moderna”, dello Stato russo purtroppo ora presidiato da una casta che cerca di riscattare le sue dubbie origini con il mito eurasiatico. Ecco, allora, lo “scontro di civiltà” tra il settarismo americano, gonfiatosi a imperialismo atlantico, e il revanchismo russo che si propone quale indesiderato difensore di tutti i “mondi a parte” minacciati dal corrosivo Occidente. Ma gli europei sempre così pronti a infervorarsi per le cause perse farebbero bene a ricordarsi che se l’Ucraina entra nell’UE non nascono gli Stati Uniti d’Europa, un copiato che la storia non consente, ma prende forma piuttosto quell’Europa dei popoli cui anelano i “conservatori” sotto le cui insegne si mimetizzano gli eredi del nazifascismo vogliosi di rivincita. Adesso che con le sue atrocità la guerra infuria tra Russia e Ucraina le divisioni sembrano incomponibili, ma quando lo scontro si attenuerà non si potrà fare a meno di riprendere il disegno di un accordo tra Europa e Russia imposto anzitutto dalla contiguità territoriale e in secondo luogo dalle convenienze reciproche, dalle fonti energetiche alle forniture alimentari al nucleare militare in cambio del ben di dio della migliore industria europeo-occidentale. Ma come dimostra l’esito infelice del minimalismo della Merkel, questo pragmatismo non potrà bastare. Bisognerà sollevare il capo dal fiero pasto e riprendere il cammino interrotto di un continente non più borghese, non più nazionalista, non più antisemita che solo il comunismo con il suo contenuto anti-capitalistico potrà assicurare. E ciò non per partito preso ideologico ma perché solo il superamento del capitalismo può portare all’abolizione della forza quale unico principio con cui regolare le questioni. Il comunismo così si rivelerà non un modulo utopistico astratto applicabile in qualsiasi latitudine ma come il completo svolgimento storico dell’intero continente europeo che, portando a compimento la propria particolarità, farà avanzare il mondo intero che oggi ristagna nella cieca caverna dell’economia di scambio.

Ucraina, la “profetica” intervista di Alexey Arestovich

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Pubblico qui di seguito la trascrizione dei sottotitoli in inglese di un’intervista televisiva reperibile su YouTube rilasciata il 18 febbraio 2019 da Alexey Arestovich, attuale consigliere militare di Volodymir Zelensky, presidente dell’Ucraina.

Dio ci scampi dai “combattenti della libertà”.

 

***

 

Interview for Апостроф TV with military expert, currently military advisor of president of Ukraine, Alexey Arestovich

 

***

 

– Of course, the question that is interesting, how is it possible to stop the war and return the occupied territories? (here it means the war in the Donbass region, ATO zone)

 

– We cannot stop it…

 

– Can something still push Putin to this decision now?

 

-To end the war?

 

– Yes

 

– Nothing. His main goal is to restore the Soviet Union and win

the Cold War. Replay the Cold War. Destroy the collective

security system in Europe, collapse the NATO and European

Union, if not de jure then de facto.

– And then play one-on-one with the countries of the European

Union, each one of them separately, of course, is weaker than Russia.

That’s how it is, united European Union is stronger, otherwise

it’s weaker. Therefore … A man has 150 billion wealth as

they say, he has a nuclear umbrella, he is 70 years old …

 

– If the goal is to gather the USSR under one country, then why he stopped at Ukraine, why didn’t he go further, the same Belarus?

 

– Why should he be in a hurry?

These are strategic goals, as I once said,

the operation is planned until 2032-2035.

They are not done quickly, such things.

 

– And what should be the result in the 32nd year?

 

– Well, I think that a new form of empire.

They will find some way to reconfigure foreign policy,

domestic policy. Russia, Belarus, Ukraine (or part of Ukraine)

possibly Armenia, Moldova, Kazakhstan…

– Well, it doesn’t matter, these are regional agreements… Ukraine and Belarus for sure, 3 Slavic nations should definitely be gathered. And Russia, as a new major player, in a word that is not unipolar but multipolar,

– where it takes its role, very significant role, an important one,

top of the five or even four states or state unions, and pursues

its policy as it sees fit. In any case, the CIS, and no one should

interfere in this territory.

– Dominating Europe, of course.

And this should be the result of such policy.

 

– Why by 2030?

 

– These are normai planning. If the situation,

before Putin carne to power … the collapse of state …

from 91 to 99 – lasted for 8 years.

Then to restore it, you would need double the time.

– They decided to do it in 2007, finally. After Maidan (Ukraine Revolution in 2004) they began to plan. It took one and a half to two years to plan. In 2007, they delivered the Munich speech and withdraw from the arms control treaty in Europe.

– They planned to complete it by 2023, well, given the sanctions,

and the opposition, then it is necessary to multiply the time by

at least 1.5 more. The 32nd – 35th year comes out.

 

– What situation in Ukraine can prevent this?

 

– Only accession to NATO. If we do not join NATO, then

we are finished. We do not have the strength to be neutral.

We will not remain neutral.

– For some reason, naïve people think that neutrality is when you can spend little on defense because we are not going to fight with anyone. Neutrality costs 10 times more than a war with someone else.

– Switzerland being a neutral country where all the girls, and boys serve military, crazy military taxes, and so on. Despite the fact that is not surrounded by Russia. It is surrounded by France, Italy, Germany and Austria. (democratic states)

– They are top 4th level in the world the intensity of combat training,

continuous combat training. Despite the fact that they have

6 or 8 mountain passes there, blow them up and sit for yourself,

no one will touch you, as it were.

– And we have 2,700 km of land border with Russia,

which are bare steppes. Do you have any idea how much neutrality will cost us? And count the rest of the countries that have territorial claims against us.

– Therefore, we will not maintain neutrality, we will not have

enough resources. Geographically, no country would be able to

maintain neutrality in this position.

– If we cannot maintain neutrality, we will drift either to

the “Taiga Union” (the Eurasian Union with Russia) or to

the NATO, there are no other options.

 

– How can NATO accept us if we have ATO

(Anti Terrorist’s Operation in the east) – war.

 

– This is one of the main myths about NATO, that they do not

accept countries with territorial disputes, with war.

– They accept it with ease. Moreover, they accept states

that have territoriaI disputes among themselves.

Greece and Turkey for example.

 

– Yes, but there were military operations on the territory of Cyprus. But we have on the territory of Ukraine.

 

– Yes, but, Turkey created what? His DPR (People’s Republic) in Cyprus.

– They are condemned in every possible way far this,

but nevertheless they are a member of NATO. Do you understand?

There are 36 conflicts within NATO. Well-known:

Spain believes that Gibraltar is occupied by Britain,

both are members of NATO.

– Britain “fought”, without shooting, but with the use of

military means with Iceland (Cod Wars). Well, there are

a lot of claims of countries to each other in other places,

– but the most striking are the Spanish-British conflict and

the Greek-Turkish one. Nevertheless, all is well in NATO.

And all territorial claims there can be listed for a long time.

 

– Well, is it then a matter of political will?

 

– Definitely. If we compare us with Bulgaria, which joined

in 2004, then we were ready to join in 1999.

 

– Why then is NATO in no hurry to accept Ukraine?

 

– Because they did not have a consensus on whether they

need Ukraine at all and whether we will finally drift towards

Russia with these our Yanukovychs. (president 2009-2014,

meaning pro-russian politicians)

– And now everything is simple. Now that British citizens have

been poisoned with military chemical weapons on their territory

and after the downed Boeing, an attempted coup in Montenegro.

– after the wave of refugees in Europe, after Syria.

Finally they realized in the West that Russia is

waging war not against Ukraine or Georgia,

but against the West.

– And when they figured it out, very late, somewhere by the

beginning of 2018, the most advanced ones figured it out by

  1. Now they consider it very simple, if they don’t take us

to NATO, then Russia gets +40 million people and a million of

military

– and if they take us to NATO, they get +40 million

and a million military who already have experience

of war with Russia.

 

– What shouId the president do? What are the first ten steps?

 

– He must win the parliamentary elections, this is his main step.

Because if the parliament in disagreement with the president,

then reform packages will be blocked, primarily the

direction of joining the EU and NATO.

– It will be necessary to dissolve parliament and hold new

elections. And when this is done, then he will need to

get a MAP (membership action plan) in NATO,

– this is the main task now for the cadence, everything else does

not matter. War shadows everything. AII this economy, social

sphere, all this is always sacrificed to the war. A lost in war –

all other issues become irrelevant.

– AII policies will be decided by Putin’s junta, as if the war is lost,

that’s all.

 

– That is, when Ukraine receives the MAP (membership action plan)

in N A T O, then it will be possibIe to taIk about some Iines of

ending the war (meaning the war in the DPR and LPR)?

 

– No, we can not talk about any lines of ending the war here,

on the contrary, this will most likely push Russia to a major

military operation against Ukraine.

– Because they will have to squander us in terms of infrastructure,

and turn everything here into a ruined territory, so that NATO

would be reluctant to accept us.

 

– That is, Russia will be able to go into direct confrontation

with NATO?

 

– No, not NATO, they will have to do this before we join NATO

so that NATO are not interested in us as a ruined territory.

– With a probability of 99.9%, our price for joining NATO is a

full-scale war with Russia. And if we do not join NATO,

then the absorption by Russia within 10-12 years.

That’s the whole fork in which we are.

 

– Wait, and now if you put the bowl on the scales, what is

better in this case?

 

– Of course, a major war with Russia and the transition

to NATO as a result of the victory over Russia.

 

– And what is a “major” war with Russia?

 

– Well, it could be an air invasion operation, an offensive by

the Russian armies that they created on our border,

a siege of Kyiv, an attempt to encircle troops in the ATO zone.

– A breakthrough through the Crimean Isthmus, an offensive

from the territory of Belarus, the creation of new “people’s

republics”, sabotage, attacks on criticaI infrastructure, and so on.

That’s what a major war is, and the probability of it is 99%.

 

– When?

 

– After 2020, 21 and 22 are the most critical, then 2024-2026

and the following 2028-2030 will be critical.

Maybe even three wars with Russia.

 

– If such a full scale war starts, will new “people’s republics”

be procIaimed?

 

– Well, of course, before the Russian tanks enter, saboteurs

will enter and proclaim the Kharkov, Sumy, Chernigov, Odessa

and Kherson People’s Republics.

 

– And how can Ukraine get a MAP in NATO and not get stuck

in a full scale war with Russia?

 

– No way. Well, except that they will hit Russia with means,

that will make it clear that they are not welcomed here.

 

– Sanctions, embargo? What will they hit with?

 

– Well, sanctions, embargoes, they can simply publicly and

tacitly warn that it will be very bad for them when trying

to wage a war.

:- For example, to throw an American aviation group here,

and state that Russia should do nothing, not even bother.

NATO contingents can come in, stand around Kyiv, and so on.

They can make it so that power in Russia will change.

– Liberals can come and Russia will again become a good country.

Anything can happen.

 

– And, under what conditions can the power in Russia be replaced?

 

– Well, if there is an intra-elite conflict and that part of the elite

that believes what is the continuation of Russia’s policy of

winning the Cold War and the collapse of the EU and NATO there,

– and in general, being an outcast in the West and fighting with

the West is not profitable, and it will gain enough strength to

eliminate the group that is set up for the USSR-2 project.

Then yes.

 

– Is the option of a peaceful settlement being considered?

 

– No, won’t happen.

 

– Why? It seems to me that the West is considering such options.

 

– The West is considering such options offering Russia to change

its mind. And why would they change their mind, for what reason?

At least one reason.

 

– If they threaten…

– If they threaten … how you can seriously threaten a country

that has a nuclear shield? Has nuclear weapons?

 

– Well, it seems to me, to bring Russia to a situation where the

question will already be whether to press t e nuclear button,

this should be a very, some, serious decision.

 

– That’s not the point. The fact is that it is impossible to exert

serious pressure on people with nuclear weapons, on such a

scale as Russia has.

– Because serious pressure is a threat by force, and you

can’t immerse a person with nuclear weapons by force.

And all these economic sanctions … shh … for a country like Russia.

– For example, Iran – 40 years under economic sanctions much

more severe than those of Russia. Well, and they are screwing with

the whole world, Saudi Arabia, Israel, Syria, the USA, half of Africa

and half of America.

– Iran is intriguing in half the globe, and no one do anything with it. Nuclear weapons are being developed, missiles are being launched. But Russia is larger than Iran and more influential.

 

– That is, to sum up – do you consider the sole or one of the important decisions of the pursuing president of Ukraine to be important, is this the MAP in NATO?

 

– Definitely.

 

– Perhaps two more points?

 

– There are two ways to look at these elections – historical and

socio-economic. We must remember that the socio-economic

method is possible only because someone is fighting very well.

– In general, providing us with allies, support, military assistance

from the United States. That is the only reason we can have

these democratic conversations at all. There is no chance of

neutrality in Ukraine.

– One way or another, we will drift into one or another supranational

military alliance. Only it will be either “Taiga Union ” or NATO.

We were in “Taiga” and I personally don’t want to. We haven’t been

to NATO, let’s try.

– We will definitely not maintain neutrality. This means that the

main task is to join NATO, and no social and economic sacrifices

are such in the face of this task. Even if the dollar will cost 250,

– and since there is no such thing, but there is economic growth,

in principle, in general, everything looks not so bad. But the price

of joining NATO is likely to be a larger war with Russia, or

a sequence of such conflicts.

– But in this conflict, we will be very actively supported by the

West – with weapons, equipment, assistance, new sanctions

against Russia and the quite possible introduction of a NATO

contingent, a no-fly zone, etc. We won’t lose, and that’s good.

La filosofia e lo Stato

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Lo Stato è il luogo in cui la filosofia si lega alla politica in senso non metafisico bensì concretamente storico, ma per le sue divisioni interne e per le forme di sapere alternative con cui è in concorrenza ha dovuto sempre lottare per affermare in esso la propria voce1. Per limitarci all’epoca moderna, nel suo Progetto filosofico per la pace perpetua Kant prevede un articolo segreto che prescrive l’obbligo per gli Stati di prendere in considerazione le massime dei filosofi circa le condizioni che rendono possibile la pace pubblica2. La clausola era diretta contro i giuristi visti da Kant come i principali rivali dei filosofi nell’influenza esercitata sullo Stato. Compito del giurista infatti è di applicare le leggi vigenti e non di ricercare il loro miglioramento, su cui invece verte la competenza dei filosofi che indagano la natura intrinseca della politica. In questo modo però il filosofo, constatava Kant sconsolatamente, si viene a trovare su un gradino inferiore. D’altra parte, lo stesso Kant prevedeva che a imporre la pace tramite un diritto cosmopolitico sarebbe stata la forza del denaro in quanto la più efficace tra tutte quelle in potere dello Stato. Essa infatti, aggiungeva Kant, ben si accorda allo spirito commerciale che prima o poi si impadronisce di ogni popolo. Enunciata come una sorta di legge di natura, questa constatazione era in effetti il riconoscimento implicito dell’avvento del capitalismo che avrebbe fatto emergere dei nuovi concorrenti dei filosofi, gli economisti. Così come i giuristi fornivano giustificazioni per lo Stato armato per la guerra, così pure gli economisti avrebbero fornito giustificazioni per lo Stato garante dello spirito economico capitalistico che aveva soggiogato l’intera società. Il nesso statuale tra politica e filosofia diventa dunque storicamente concreto nel succedersi di differenti egemonie intellettuali corrispondenti a differenti stadi di sviluppo della società. Da ultimo, agli economisti, screditati dall’incalzare di crisi economiche di cui non sono stati in grado di spiegare né l’origine né le cause, è subentrata l’estesa classe degli operatori dei mass media, dello spettacolo e dello sport che assicurano allo Stato l’armamentario discorsivo adatto alla società dominata dalla volatilità del capitale finanziario. Forse è per superare questa agguerrita concorrenza che i filosofi hanno sempre incontrato nel loro rapporto con lo Stato che Marx, nelle condizioni date dell’epoca capitalistica, affermò l’esigenza che la filosofia finalmente passasse dall’interpretazione del mondo alla sua trasformazione.

  1. Il partito-Stato

I tentativi di trasformazione della realtà intrapresi sulla spinta di questa esigenza sono andati incontro a gravi insuccessi, ma non tutto quello che è stato tentato merita di essere liquidato. In questo senso, è utile riprendere alcuni spunti della critica che Lukàcs sviluppò nell’ultima fase della sua riflessione filosofica contro i metodi staliniani di governo dello Stato. Nel suo opuscolo L’uomo e la democrazia3, allo scopo di mostrare come Stalin manipolasse il marxismo per giustificare la sua tirannia, Lukács contesta la sua concezione della legge del valore avanzata nell’opera I problemi economici del socialismo nell’Unione sovietica (1952), in un modo però che sbocca alla fine in un paradossale ribaltamento di posizioni teoriche. Nel suo scritto, Stalin sostiene che la legge del valore, ovvero il tempo di lavoro che i fattori produttivi variano incessantemente così determinando il valore di scambio dei prodotti del lavoro, è legata all’esistenza della produzione mercantile, la cui soppressione a opera del socialismo determinerà la sparizione sia del valore che della legge del valore. È una veduta che traduce in maniera rozza e tranchant ciò che Marx in maniera più indiretta e sfumata sostiene nel Capitale. Lukács invece è del parere che Stalin incorra qui in una “papera” e, riferendosi a un brano finale del primo capitolo del Capitale dedicato al feticismo della merce, spiega che in realtà secondo Marx la legge del valore rimane valida anche nel socialismo4. In realtà, Marx in quel brano semplicemente suppone di far funzionare il socialismo come un modo di produzione retto ancora dal tempo di lavoro, allo scopo di chiarire a chi è culturalmente prigioniero delle categorie dell’economia politica borghese come in effetti funzionano produzione e distribuzione in un modo di produzione retto non più dalla spontaneità del mercato ma da un piano sociale fissato consapevolmente dai produttori5. La supposizione non è di poco conto. Se la legge del valore continuasse a essere in vigore anche nel socialismo e ancor più nel comunismo, non si avrebbe quella trasparenza dei rapporti tra gli uomini, tanto nella produzione quanto nella distribuzione, che invece manca nel capitalismo, dove invece la merce è quel feticcio misterioso che Marx descrive lungo tutto il capitolo in questione. È davvero sorprendente che proprio Lukács, che del feticismo e dell’alienazione di merce fu nel 1923 il riscopritore con la sua opera Storia e coscienza di classe, oscuri questo punto sostenendo che nel socialismo e nel comunismo la legge del valore, o tempo di lavoro, si estende e approfondisce perché in tali nuovi assetti sociali sempre più il lavoro diventa il primo bisogno della vita. È evidente che qui vengono fusi due significati distinti di lavoro, ovvero lavoro come realizzazione onnilaterale dell’essenza umana e lavoro come quantità sociale astratta, il primo significato attinente al comunismo, il secondo al capitalismo. Se si ripristina la distinzione, si vede che la posizione di Stalin, benché meno raffinata teoricamente rispetto a quella di Marx, è paradossalmente più libertaria di quella di Lukács, poiché non pretende che la costrizione collettiva ancora vigente nel socialismo, volta ad accumulare lavoro come quantità sociale astratta, sia considerata un’auto-costrizione liberante per l’individuo. Lukács, invece, con un moralismo implicito che privilegia la società rispetto all’individuo, rinvia a un nebuloso domani la fase in cui il pluslavoro prodotto dal lavoro socialmente necessario potrà servire allo scopo sociale generale dello sviluppo della personalità, finendo per eternizzare uno sviluppo delle forze produttive dominato dalla reificazione di merce qualunque sia il regime di proprietà dei mezzi di produzione. Lukács è pensatore troppo sagace per essere incorso lui stesso in una “papera”. È probabile invece che nel momento in cui con il suo opuscolo si batteva affinché l’opinione pubblica e il dibattito democratico avessero più spazio nel governo dello Stato rispetto ai metodi costrittivi staliniani, egli intendesse consolidare la base economica entro cui il processo di democratizzazione avrebbe dovuto svolgersi, di modo che il passaggio dal lavoro come quantità sociale astratta al lavoro come realizzazione onnilaterale dell’essenza umana rimanesse sempre sotto la guida dello Stato guidato dal Partito. Se si tiene conto di ciò, si vede che la paradossale confutazione di Stalin da parte di Lukács non è un capitolo dell’esegesi marxista di un’epoca ormai tramontata ma illumina ancora oggi il presente. Non è forse questo infatti il dilemma della Cina odierna, dove la crescita impetuosa delle forze produttive promossa dal partito-Stato determina un socialismo dove il pluslavoro è più quantità sociale astratta che strumento di sviluppo onnilaterale dell’essenza umana? E non è un problema della Cina odierna quello di un partito-Stato che si legittima perseguendo la crescita costante del pluslavoro, rinviando però sempre a un indeterminato domani il giorno in cui tale pluslavoro potrà servire allo scopo sociale generale dello sviluppo individuale?

  1. Dialettica dell’abitudine

Nel suo opuscolo, e qui veniamo ai problemi dell’Occidente, Lukács, richiamando l’interesse di Lenin per l’abitudine quale categoria sociologica generale, ricorda che egli concepiva il comunismo come il momento in cui la morale predicata da millenni viene finalmente a poco a poco per abitudine praticata da tutti. Con il suo tipico modo di argomentare Lukács rende omaggio a questa dialettica dell’abitudine in cui è la società che per auto-regolazione passa da un costume all’altro, ma in realtà poi esige che sia lo Stato a promuoverla partendo dalla considerazione di come funziona l’abitudine nella società capitalistica dove, attraverso istituzioni quale il diritto, rafforza l’egoismo dell’uomo quotidiano, abituandolo a considerare il prossimo solo come limite negativo della propria esistenza e del proprio agire6. Per il superamento di tale stato di fatto Lukács individua due forze, la prima costituita dall’entusiasmo rivoluzionario delle masse che fa sì che in determinate epoche storiche le questioni della vita quotidiana si colleghino organicamente con le grandi prospettive politiche, la seconda data appunto dall’azione sistematica dello Stato. Lukács constata l’apatia delle masse rispetto alla fase rivoluzionaria del primo ventennio del XX secolo di cui egli fu testimone e partecipe, e si affida quindi al ruolo dello Stato il cui nerbo però, come sappiamo, è costituito dal Partito quale garante della nuova base economica. Nel tempo intercorso dal suo scritto a oggi più che l’apatia delle masse, in realtà prostrate dal dissolversi del Partito che organizzava il loro entusiasmo rivoluzionario, si è approfondito il connubio dello Stato con il mercato che all’apparenza sembra operare in virtù del libero spirito commerciale, ma in realtà si serve dello Stato per rinforzare con i suoi apparati vecchi e nuovi, magistratura e polizia ma anche televisione e social media7, quell’egoismo economico che sempre più pesa sulle masse come una dittatura senza volto. Lo sfondo della democrazia liberale, allora, sempre meno è il senso civico con cui i teorici del liberalismo spiegano il suo radicamento storico, e sempre più invece è il bruto comando statale mascherato però da una ingannevole spontaneità volta a ribadire l’egoismo economico.

  1. Coronavirus

Dunque, il demiurgo etico-politico che nella prospettiva di Lukács doveva essere lo Stato supportato dal Partito, nella superstite realtà sociale capitalistica è lo Stato fattosi mercato. Ma inaspettatamente una forza che non è lo Stato-Partito né lo Stato-mercato è piombata sulla realtà quotidiana provocando un cambiamento di abitudini che nessuno prima avrebbe mai potuto immaginare. È il coronavirus, all’apparenza un’irruzione della natura nell’organismo sociale, in realtà una porzione di natura incorporata nello Stato-mercato che con forza incontrollata si rivolta contro di esso sconvolgendo le abitudini acquisite. Prima della pandemia era considerato normale intraprendere lunghi spostamenti in auto o con i mezzi pubblici per raggiungere ogni giorno il proprio posto di lavoro. Oggi si registrano forti resistenze a tornare a quelle abitudini di cui si è potuto constatare repentinamente l’alienante artificiosità. E così si potrebbe continuare con esempi simili restando sempre nella cornice quotidiana dell’uomo economico. In generale il coronavirus ha realizzato bruscamente quella “decrescita” materiale per cui tanti si battevano invano. Cosa sono infatti quelle cifre che segnalano l’arretramento catastrofico del Prodotto interno lordo rispetto all’ultimo anno prima della pandemia? È vero, la pubblicità come in un incantesimo ha continuato a somministrare i suoi stimoli consumistici, ma interi settori produttivi si sono contratti per milioni di ore di lavoro la cui inutilità è apparsa all’improvviso lampante. Purtroppo il coronavirus è pura negazione che in assenza di una adeguata dialettica dell’abitudine ha prodotto solo rabbia e frustrazione. Ispirato questa volta non dai giuristi e nemmeno dagli economisti bensì dagli scienziati, lo Stato si è limitato alla stretta sanitaria e i filosofi si sono divisi tra chi denunciava i pericoli della “biopolitica” e chi dava manforte alle proteste dell’uomo economico contro ogni pretesa di “pedagogia sociale”. Così le vecchie abitudini hanno potuto riconquistare facilmente il terreno perduto e come in un immenso esperimento sociale è stata solo ribadita la lezione sociologica generale che le abitudini inveterate possono essere cambiate da uno Stato capace di incutere lo stesso terrore assoluto destato dal coronavirus.

  1. Governi

Il cambiamento di cui si avverte sempre più l’esigenza non può però basarsi sul ritorno del Leviatano ma ha bisogno di quelle conoscenze critiche che in passato hanno cercato di sottrarre lo Stato all’automatismo dei suoi meccanismi di potere. “Spezzare lo Stato” è stata la metafora per indicare la presa di coscienza delle sue basi economiche e delle sue strutture ideologiche su cui fondare il passaggio a una “società civile” di tipo nuovo. La grave battuta d’arresto subita da questa impresa difficile ma necessaria ha di fatto consegnato la politica a un surrogato dello Stato, i “governi”, il cui scopo è la compensazione degli interessi fra i differenti comparti di quell’immenso agglomerato produttivo che è il capitalismo. Lo si vede bene nel pseudo-cambiamento della transizione verde per la quale ci si aspetta che i governi svolgano al meglio la loro opera di comitati d’affari: pareggiare per tutti i settori produttivi tramite la stabilizzazione del prezzo del carbonio il plusvalore da sottrarre a profitti e salari da girare alla rendita, favorire la nuova rendita verde a discapito di quella marrone dei carburanti fossili, foraggiare l’industria digitale legata alla nuova rendita verde. Il tutto naturalmente al fine magnificato dalla scienza ambientale del raggiungimento del punto di equilibrio tra le emissioni di gas serra e la capacità della Terra di assorbirle. Ma per conseguire questa mitologica neutralità climatica, quanti parchi eolici, fotovoltaici, marini e geotermici potrà assorbire la Grande Madre Terra senza entrare in conflitto con le attività e le forme di vita esistenti negli spazi richiesti da tali nuove installazioni? E quante nuove rendite si costituiranno? La risposta sembra essere che per i prossimi cinquant’anni di terra ce n’è abbastanza e per il resto l’importante è rompere gli oligopoli esistenti perché le nuove rendite saranno solo innocue integrazioni di reddito. Così, per restare all’UE, governo di tutti i governi, si programma il “Fit for 55” per il 2030 e ci si propone la “carbon neutrality” per il 2050 cui potranno concorrere virtuosi coltivatori di grano che riscuoteranno la rendita delle apparecchiature energetiche installate nelle loro piccole proprietà dove il palo eolico sostituirà il vecchio mulino. E che c’è di male se usando meno energia si può ottenere la stessa quantità di beni e servizi? Un idillio bucolico che solo i “governi” dediti a una gestione economica rivolta al “benessere” del consumatore possono alimentare in cambio del suo consenso.

  1. Dialettica del finito

L’instaurazione di una democrazia non più scissa tra la sfera astratta dei diritti politici e quella materiale degli interessi economici richiederebbe uno Stato non più asservito al desiderio che rincorre all’infinito se stesso, e ciò non per rinverdire il vecchio sogno sconfitto di dominare la produzione, che basterebbe liberare dalla servitù di miliardi di ore di lavoro inutili, ma piuttosto per capovolgere la prassi consumatrice erede dello stadio arcaico in cui l’individuo si realizza nel possesso di ricchezza. Ma per l’uomo economico che rifugge da ogni “pedagogia sociale” un tale Stato è una inammissibile dittatura che contrasta con la “presa diretta” libidica sulla realtà esterna con cui egli riduce al minimo l’Io collettivo portatore di una decrepita morale. È dall’epoca della Rivoluzione francese che De Sade incita i borghesi ad abolire la morale corrente e a emanare poche, miti leggi che si confacciano alle pulsioni fondamentali dell’essere umano. Ma non c’è società più inconseguente di quella capitalistica. Essa apre le porte dell’Inferno ma si arresta sulla soglia lasciando che chi vi si precipita dentro venga istantaneamente giudicato secondo i dettami della vecchia morale. Né è in grado di proporre una morale nuova che non sia quella ipocrita di chi per censo o per status può sottrarsi a tale condanna. Trionfa così la fluidità infinita del comando assoluto sul lavoro cui ambisce il capitale. Così come infatti si aspira all’infinitezza del desiderio andando oltre incessantemente la finitezza delle cose possedute, così pure si polverizza la merce lavoro in un flusso immateriale e infinito in cui il capitale nel riprodursi non possa bagnarsi più di una volta.

  1. Programma costituzionale

L’arresto di questo vizioso divenire richiederebbe uno Stato basato su una morale finalmente capace di colmare gli abissi scavati dall’economia capitalistica nelle fondamenta della società. Ma così come la morale è costretta all’ipocrisia, così pure lo Stato è sdoppiato nella sua eticità. Nei manuali lo Stato liberal-democratico si auto-celebra come una democrazia costituzionale ma nella realtà al suo interno alberga uno Stato occulto anti-popolare. Il capitolo più recente di tale doppiezza è la teoria socio-economica della modernizzazione che tale Stato anti-popolare ha perseguito lungo tutta la seconda metà del Novecento e che aveva come corollario politico la “strategia della tensione” come strumento di stabilizzazione repressiva rispetto a domande di emancipazione dal basso. Tale strategia non ha riguardato solo i punti caldi del confronto Est-Ovest durante la guerra fredda, ma ogni parte del pianeta in cui l’autonomia popolare potesse implicare la messa in discussione degli interessi occidentali8. Un momento di svolta di tale assetto è stato la caduta del Muro di Berlino, quando la teoria della modernizzazione è stata sostituita dalle privatizzazioni. Mentre nella modernizzazione, che pure implicava il mantenimento dei divari sociali, era consentito un certo trasferimento di risorse dall’alto al basso sociale, con le privatizzazioni le classi disagiate sono destinate a essere abbandonate a se stesse e le classi privilegiate si integrano sempre più in una ristretta area mondiale cosmopolitica. Un esempio paradigmatico di ciò si ha nell’area europea, dove si passa dai vari capitalismi di Stato più o meno declinati in chiave clientelare al liberismo dei parametri di Maastricht verso cui i governi convergono dando vita all’Unione Europea. Naturalmente tale passaggio non avviene meccanicamente ma comporta anzi un violento scontro fra le diverse fazioni riunite nello Stato anti-popolare occulto. Restando all’area europea e in particolare all’Italia, si scontrano da un lato l’élite che fonda il suo nuovo potere anticipando i diktat che provengono dal nuovo potere sovra-statuale eurocratico, dall’altro una frazione più numerosa, chiassosa e “provinciale” che intende continuare a praticare il capitalismo clientelare ma non sino al punto da essere emarginata dal nuovo gioco euro-atlantico globale. La “trattativa” che in Italia i giudici indagano da anni con i loro scarni strumenti giudiziari non è il rapporto illecito tra lo Stato e l’Anti-Stato ma la lotta tra le diverse fazioni dello Stato anti-popolare occulto da cui emerge il precario ma, a livello planetario, emblematico regime di una videocrazia che, ammantata di “bipolarismo”, aspira a sottrarsi a controlli giudiziari e politici che possano ostacolarne il peculiare “vitalismo”. Di fronte a tale deriva, i virtuosi della Costituzione vigente da un lato rivendicano formalmente il “programma costituzionale” di uno Stato che si fa carico dei divari sociali, dall’altro o per scelta o per debolezza soggiacciono al “vincolo esterno” del comando eurocratico inserendo in Costituzione obblighi come il pareggio di bilancio che eternizza non più il capitalismo bensì la contingenza storica della gestione liberistica del capitalismo.

  1. Conoscenza a posteriori

Populismo e sovranismo sono i tizzoni ardenti dell’esplosione avvenuta nello scontro tra l’élite cosmopolita al comando nelle varie diramazioni nazionali di tale Stato anti-popolare e i sogni popolari accesi dai programmi full time dell’egemonia videocratica rinforzata dai tablet e dagli smart phone. Questi movimenti abborracciati, incapaci di imporre l’esigenza confusamente avvertita di un “benessere” non più affidato alle false promesse dell’ascesa economica, in poco tempo sono stati riassorbiti nelle categorie del vecchio ordine e quando, dopo la pandemia, con i piani di spesa e resilienza, le transizioni energetiche e qualche accenno di “spesa pubblica” stava per ripartire il meccanismo di compensazione dei “governi”, improvvisamente è riemersa la frattura profonda che, coinvolgendo il mondo intero, passa in Europa tra lo Stato amorfo del vizioso divenire e lo Stato assoluto della statualità sacralizzata. L’epicentro della scossa è avvenuto in Ucraina dove negli anni scorsi l’inserimento in Costituzione del progetto di aderire alla Nato ha esplicitato la natura di apparato internazionale di Stato di tale organizzazione volta ad assicurare lo “sfondo”, in termini di “sicurezza” e di “valori” militarmente presidiati, dell’attuale gestione liberistica del capitalismo9. Nel discorso del 22 febbraio 2022, base ideologica dell’intervento della Russia in Ucraina, tra le molte cose che Putin imputa a Lenin vi è quella di avere inoculato nella macchina statale sovietica il germe della sua catastrofica dissoluzione riconoscendo il diritto di secessione delle repubbliche che all’inizio degli anni Venti si riunirono nell’URSS10. In realtà, questa rabbiosa accusa è il miglior riconoscimento della giustezza della posizione della dirigenza dell’epoca che con l’autodeterminazione dei popoli, la pace senza condizioni e l’instaurazione di una base economica sganciata dal plusvalore stava delineando il “nuovo mondo” sottratto all’alternativa tra lo Stato del cattivo divenire e quello della statualità assoluta, entrambi saldamente anche se diversamente ancorati nell’alienazione di merce. Alla fine della Seconda guerra mondiale, soprattutto a livello di “entusiasmo delle masse” tale prospettiva era ancora aperta, ma le atomiche sganciate dagli Stati Uniti su Hiroshima e Nagasaki quando ormai la guerra con il Giappone era vinta furono l’avvertimento che il terreno di sfida non era più quello della risoluzione sociale delle contraddizioni sociali, bensì quello della loro gestione tecnica e di potere su un fondamento inscalfibile di economia capitalistica comunque gestita. Il vero errore storico fu dunque l’accettazione di questo terreno di scontro da parte di una dirigenza che, anche dopo la scomparsa di Stalin, non disdegnò i suoi metodi dispotici di gestione dello Stato. Budapest 1956, Praga 1968, Belgrado 1999, Kiev 2022 si chiariscono allora come gli attacchi e i contrattacchi in cui, venendo meno progressivamente sino a dissolversi la contrapposizione tra comunismo e capitalismo, emerge chiaramente lo scontro tra le due rocce barbariche dell’euro-atlantismo e dell’eurasismo che costituiscono i focolai di un’alienazione totale che solo una “organizzazione estranea”, non più Stato, non più partito, non più governo, può farne risaltare  la contingenza altrimenti non più percepibile. Come questo “salvatore” senza più la vaghezza del mito religioso si concretizzerà storicamente, dipende dalla creatività della specie che la filosofia conoscerà se la scommessa sarà vinta. Allora, essa potrà dileguare.

 

 

  1. Questo testo è la Premessa di un libro di prossima pubblicazione intitolato Tra filosofia e politica. Saggi, recensioni, interventi. []
  2. I. Kant, Per la pace perpetua. Progetto filosofico (1795), trad. it. a cura di N. Merker in Id., Lo Stato di diritto, Roma, Editori Riuniti 1973, p. 102. []
  3. G. Lukács, L’uomo e la democrazia (1968), trad. it. Roma, Lucarini 1987. []
  4. G. Lukács, L’uomo e la democrazia, cit., p. 92. []
  5. Il Capitale, (1867), trad. it. a cura di A. Macchioro e B. Maffi, Torino, UTET 1974, libro I, sezione I, cap. I, p. 157. []
  6. G. Lukács, L’uomo e la democrazia, cit., p. 68. []
  7. F. Aqueci, Capitalismo e cognizione sociale, Roma, Tab Edizioni 2021, cap. IV. []
  8. Per una ricostruzione degli effetti di tale missione modernizzatrice su paesi “periferici” dell’Asia, dell’Africa e dell’America latina, cfr. V. Bevins, Il metodo Giacarta (2020), Torino, Einaudi 2021. []
  9. A che punto è il cammino dell’Ucraina verso la NATO? – discussione pubblica, 8 marzo 2021, https://uacrisis.org/it/punto-del-cammino-ucraina-verso-nato. []
  10. V. Putin, Donbass sovrano, il discorso di Putin alla nazione: cosa vuole davvero lo Zar, 22 Febbraio 2022, https://it.insideover.com/politica/donbass-sovrano-la-traduzione-integrale.html. []

Ucraina, prima che i cannoni tuonino

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Prima che in Ucraina i cannoni tuonino, come sembra desiderare ardentemente il gregge belante del massmediume occidentale, conviene tornare a riflettere su eurasismo e scontro di civiltà, i due poli ideologici attorno a cui si sta giocando questo ulteriore capitolo del mondo venuto fuori malamente dal dopo guerra fredda. Nel primo ventennio del XXI secolo la regola dell’astensione enunciata da Samuel Huntington secondo la quale gli Stati guida delle civiltà devono astenersi dall’intervenire nei conflitti interni ad altre civiltà è stata violata numerose volte1. Basti pensare ai casi dell’Afghanistan, dell’Iraq e della Libia dove l’intervento occidentale, degli Stati Uniti in particolare, ha causato altrettante guerre e decenni di instabilità. Huntington suggeriva anche ai governanti occidentali di accettare la Russia come stato guida dell’Ortodossia e come grande potenza regionale con interessi legittimi alla sicurezza dei propri confini meridionali2. Quanto accaduto in Ucraina dal 2004 in poi, con una grave accelerazione dal 2014 a oggi, contraddice in pieno a questo consiglio e, come si vede dall’attrito di questi giorni, crea una faglia di “scontro di civiltà” particolarmente pericolosa. L’Ucraina è certamente una pietra di inciampo per l’eurasismo. Da Trubetskoj a Dugin, l’eurasismo si è sempre presentato come un concetto reale che riscuote l’adesione spontanea, se non di tutti i popoli che vanno da Lisbona a Vladivostok, certamente dei popoli slavi. Ma il conflitto ucraino tra le regioni occidentali e quelle orientali evidenzia un limite di tale pretesa adesione spontanea che in parte era emerso nei Balcani negli anni Novanta del secolo scorso quando al momento della dissoluzione della Jugoslavia la Serbia guardava alla Russia mentre croati e soprattutto sloveni si volsero subito verso il prestigioso marco tedesco. Altrettanto certamente, però, in Ucraina tale limite di influenza è stato in parte compensato dalla spontanea adesione della Crimea alla Russia con il referendum di approvazione dell’annessione che l’Occidente ha invece bollato come un’invasione e con l’aspirazione delle regioni orientali della stessa Ucraina a mantenere gli storici legami con la Russia. Gli eurasisti possono ben dire, perciò, che la ribellione del centro governativo ucraino è dovuta alla sobillazione dell’americanismo e di organi politici e militari quali la Nato e, al traino degli Stati Uniti, l’ambigua e neghittosa Unione Europea. Questo offre il destro agli eurasisti per non rinunciare all’idea della Grande Europa che deve essere «un potere geopolitico sovrano, dotato di un’identità culturale affermata, che coltiva i propri modelli sociali e politici (basati sui principi dell’antica tradizione democratica europea e sui valori morali del cristianesimo), con proprie capacità di difesa (compreso il nucleare) e con propri accessi strategici alle energie fossili e alternative, così come alle risorse minerarie e organiche»3. Ecco dunque l’idea di una democrazia “particolare”, le cui strutture economiche dipendono dalle particolarità storiche, culturali e climatiche, e il cui leader trae legittimità, più che da procedure elettorali, dalla capacità di comprendere e interpretare la volontà del popolo, permettendogli di realizzare il suo destino. A questo proposito, sorgono tre questioni, la prima di natura ideologica, la seconda riguardante i rapporti internazionali, la terza le prospettive di uno sviluppo sottratto a contrapposizioni di civiltà da difendere o affermare. Riguardo alla questione di natura ideologica, sostenere come fa Francis Fukuyama4 che l’Ucraina oggi è lo Stato in prima linea nella battaglia geopolitica globale fra democrazia e autoritarismo impone di chiarire il significato di questi termini alla luce non di astratte definizioni ma delle concrete realizzazioni storiche. Non è la prima volta che viene evocata la battaglia fra democrazia e autoritarismo, essa anzi è un motivo ricorrente da quando il capitalismo ha preso coscienza della sua dimensione mondiale. Un momento importante di tale presa di coscienza è l’enunciazione alla fine della Prima guerra mondiale dell’ideologia democratica della Società delle Nazioni a opera del presidente americano Woodrow Wilson, a proposito della quale Gramsci rilevava che la democrazia non persegue una liberazione ideale da un generico autoritarismo, ma opera concretamente per sottrarre l’individuo dalle costrizioni autoritarie collettive dipendenti da strutture economiche precapitalistiche allo scopo di instaurare la cosmopoli capitalistica per una più sfrenata gara all’arricchimento individuale5. Nel corso dei decenni questo rilievo critico ha trovato la sua verifica nel fatto che la democrazia si è sempre più strettamente associata all’americanismo, che pretende di imporsi come ideologia universale sia economicamente con il condizionamento del consumo, sia militarmente occupando e intervenendo in nome dello Stato di diritto, della guerra giusta, della difesa dei diritti umani, della lotta al terrorismo che, sia detto per inciso, esso pratica machiavellicamente tutte le volte che gli serve. Dugin e gli eurasisti hanno dunque buon gioco nel denunciare l’ideologia della “società aperta”, dei diritti dell’uomo, dell’economia di mercato e del sistema democratico liberale, come l’ideologia propria del cosmopolitismo occidentale, che con la globalizzazione gli Stati Uniti pretendono di imporre come una verità universale obbligatoria6. La questione è se volgersi senza indugio alla Tradizione con la t maiuscola, come gli eurasisti la indicano, sia la via giusta per respingere l’americanismo. L’americanismo è, al tempo stesso, un appello agli spiriti animali dell’individuo e il loro disciplinamento al fine di un’incessante intensificazione della riproduzione capitalistica. Su questa base naturalistica in cui la norma serve per potenziare gli istinti subordinandoli alla produzione del plusvalore si fonda la sua spinta modernizzatrice.  Cosa oppone il tradizionalismo propugnato dagli eurasisti a questo naturalismo tecnicamente “rivoluzionario”? Il richiamo alla Tradizione farebbe pensare a una barriera di usi, costumi, istituzioni, valori culturali creati spontaneamente dall’energia popolare e accumulatisi nel corso del tempo, ma nella sua sofisticata costruzione Dugin fa appello a nozioni quali la «passionarietà» come sovra-determinazione energetica degli scopi d’azione, il «luogo-sviluppo» come dipendenza dell’organismo sociale dal contesto in cui nasce, il «capo» come interprete dell’aggregato popolare raffigurato come «comunità di destino» in cui si risolve ogni «civiltà»7. Emozioni, legame naturale, massa demografica sono dunque gli elementi di un naturalismo speculare e opposto al naturalismo dell’americanismo. Tanto l’uno è cognitivo, artificiale e individualistico, tanto l’altro è emotivo, istintuale e collettivo. Dugin dichiara di condividere «la critica della società borghese e il rifiuto del sistema capitalista liberale», precisando al tempo stesso che gli sono «completamente estranei la dogmatica delle classi, il progressismo, il materialismo storico e dialettico»8. Ma rifiutare il sistema capitalista liberale senza mettere in discussione il suo fondamento naturalistico, opponendogli anzi un naturalismo “irrazionale” travestito di Tradizione, significa esporsi senza difese all’intrinseca forza eversiva dell’americanismo, il cui controllo al fine di preservare la Tradizione reificata costringerà a una permanente e arbitraria stretta autoritaria. Per questo, il rifiuto sprezzante del materialismo storico appare solo come un vacuo sfoggio di bricolage ideologico che impedisce di affrontare i problemi veri della società capitalistica, in primo luogo il problema dell’alienazione di cui nell’eurasismo c’è solo un riflesso distorto nel richiamo al legame comunitario. Come si è visto nel Novecento nella parabola storica dei partiti comunisti in Occidente, tale legame non può scaturire dall’auto-imposizione della norma produttiva dell’americanismo poiché il suo rovesciamento dialettico, che avrebbe dovuto assicurare l’egemonia ai subalterni, è facilmente neutralizzato dal permissivismo del consumo9. Ma esso non può neanche sorgere da una comunità particolaristica che, non avendo rielaborato il retaggio naturale dei comportamenti istintuali ed emotivi, si condanna all’autoritarismo di una tradizione tanto più reificata, quanto più incapace di reggere all’erosione della spinta americanistica. Qui veniamo alla questione dei rapporti internazionali in gioco nel conflitto ucraino poiché il rifiuto dell’Occidente contro l’avviso di Huntington di riconoscere il ruolo della Russia quale stato guida dell’Ortodossia con interessi legittimi alla sicurezza dei propri confini meridionali non solo fomenta la latente pulsione autoritaria derivante dalle contraddizioni dell’eurasismo sopra evidenziate, ma tale autoritarismo, in parte per la rilevante disponibilità economica dei governanti russi, in parte per attrazione ideologica, soprattutto in Europa fa da modello per tutti gli autoritarismi che, senza dover ricordare le vicende storiche novecentesche del fascismo e del nazismo, albergano nelle sue profondità capitalistico-borghesi, manifestandosi oggi nelle vesti di un sovranismo che rende ancora più fragili le basi della democrazia minate dal suo troppo stretto connubio con il permissivismo del consumo e le tendenze imperialistiche americane. Al contrario, la collaborazione dell’Occidente e in particolare dell’Europa con la Russia depotenzierebbe l’eurasismo quale cornice ideologica di un certo revanscismo che l’ostilità occidentale alimenta negli attuali governanti russi, e l’Ortodossia che Huntington raccomandava di riconoscere quale retroterra culturale della Russia, anziché dividersi com’è nefastamente accaduto tra una Chiesa ortodossa russa e un’altra ucraina, potrebbe in alleanza con la confessione cattolico-romana ma anche con quella islamica giocare un ruolo nella coesione culturale, morale, economica e sociale di un’area vasta comprendente gli Stati Uniti, l’Europa e la Russia, entità altrimenti destinate a rinchiudersi, come preconizzato da Huntington e Dugin sulla base delle loro opposte fosche prospettive, nella particolarità artificiosa e conflittuale dei loro “mondi a parte”. Il ruolo pubblico delle religioni su cui si arrovellano laici onesti come Jürgen Habermas, al di là di un laicismo astratto che chiede alla religione di ridursi a dimensione privata individuale, potrebbe così trovare una sua concreta realizzazione storica come sfondo di quello sviluppo integrale della cognizione sociale che la contrapposizione in nome di civiltà da difendere o affermare rischia di affossare. E veniamo così a qualche notazione finale circa la terza questione riguardante le prospettive di uno sviluppo sottratto alle ipoteche di schieramenti pregiudizialmente conflittuali. Secondo Francis Fukuyama, la ragione fondamentale per cui gli Stati Uniti e il resto del mondo democratico dovrebbero sostenere l’Ucraina è che, anche se in difficoltà, si tratta di una vera democrazia liberale alla quale il popolo russo si potrebbe ispirare come un modello ideologico alternativo all’attuale regime di Putin. Fukuyama aggiunge che la crisi ucraina trascende i confini europei perché anche la Cina sta osservando la risposta occidentale e valuta i rischi che correrebbe se si avventurasse a reincorporare Taiwan10. In questa posizione, a parte la superficialità con cui si sorvola sul nazionalismo ucraino venato da evidenti pulsioni nazifasciste che fa da bastione a quella che viene etichettata come vera democrazia liberale, si può notare la distorsione che provoca la geopolitica nel trattare le singole questioni non in riferimento ai loro contesti, ma come modelli di scontro che possono valere anche per quadranti differenti e lontani. Essere aggressivi sull’Ucraina non dipende allora dalle effettive ragioni del contesto europeo ma da quanto la Cina può inferire riguardo a Taiwan circa la propensione dell’Occidente all’uso della forza. Il risultato è che tutte le questioni si uniformano a un livello di tensione che intensifica la tensione di ciascuna questione con il risultato del diffondersi di un’ostilità generalizzata. La democrazia liberale che si erge al centro di questo universo di inimicizie come la guardiana dei veri “valori”, il mercato, la concorrenza, il cosmopolitismo, la razionalità, finisce così per esacerbare il problema che vuole risolvere, ovvero la contrapposizione tra modernità e tradizione, tra urbanesimo e ruralismo, tra città e campagna, tra individuo e collettività, tra presente e storia. In tutto questo la Russia, benché vi siano al suo interno forze rilevanti che si sentono legate all’Europa e all’Occidente e pensano alla Russia come terza gamba dell’Occidente insieme all’Europa e agli Stati Uniti, con la voce dei suoi ideologi più reazionari che trovano rispondenza nei reazionari europei, vedi la consonanza con i sovranisti, finisce per proporsi altrettanto strumentalmente come la paladina della tradizione, della ruralità, della campagna. del legame comunitario, della storia. E se questa ideologia non passa in Polonia e nelle regioni occidentali dell’Ucraina, dove domina il secolare nazionalismo anti-russo, più facilmente passa in Ungheria o in Serbia, ma anche nell’Europa meridionale dove, come si è visto plasticamente nella recente riunione in teleconferenza tra Putin e i rappresentanti delle maggiori industrie di Stato italiane che hanno soavemente ignorato il flebile niet dell’attuale Presidente del Consiglio, fa da lubrificante per gli accordi commerciali. La minaccia anti-moderna russa è dunque in buona parte creata dall’Occidente e in particolare dagli Stati Uniti che, rifiutandosi di riconoscere l’aspirazione della Russia a far parte con la sua peculiarità dell’Occidente e alienandosi nei suoi strumentali “valori” capitalistici, offre alle forze più retrive della Russia il pretesto per mantenere il paese in una stasi ideologica dove può prosperare la sfacciata oligarchia sorta con la dissoluzione dell’URSS. La cura che Dugin a nome dell’eurasismo propone è di tornare al concetto di Impero in opposizione a quello di Stato nazionale e di affermare la demotia contro la democrazia rappresentativa. La demotia comporta un movimento sovranista che rigetti l’influenza di centri di governo esterno. Quanto all’Impero, coincidendo con la “civiltà”, esso ha la missione di far ritornare il popolo alla comunità originaria, dove il leader, interpretando la sua volontà, gli permette di realizzare il suo destino. Ma qual è il destino del popolo? Il popolo oggi sa che deve trovarsi un territorio, che deve riprodursi, che deve mangiare e bere, che deve soddisfare le sue fantasie e i suoi desideri, sa tutte queste cose concupiscibili e irascibili a eccezione di quale sia il suo destino. Di conseguenza, coloro che si offrono di interpretarne la volontà, i capi, non sanno loro stessi dove andare, perché il popolo ignora il suo destino. Come si può interpretare qualcosa che si ignora? Per brama di comando, allora, i capi adulano il popolo facendogli credere di poterlo salvare, ma il popolo subodora l’inganno e li odia a morte pur essendo costretto ad amarli, perché come vuole l’ingannevole dottrina imperante sono loro gli interpreti del suo destino. In questo inferno populistico, la vera rivoluzione allora non può che essere quella del popolo contro se stesso. Il popolo oggi è il parassita di se stesso. Deve abbattere se stesso per scuotersi dall’ignoranza del proprio destino. Nessuno può dire al popolo qual è il suo destino, se non il popolo stesso abbattendo la propria ignoranza e per far questo il popolo deve tornare a “fare politica” anche se, dovendo soddisfare le fantasie e i desideri che gli impone l’imperativo consumistico e dovendo provvedere alla sua miseria e ai suoi bisogni che sono tornati a crescere, ha altro per la testa. Il popolo, nella pancia e nella testa, è sfruttato come non mai ma, come fecero le generazioni che con idee chiare e distinte costruirono le cooperative, i sindacati, i partiti, è solo il popolo che con rinnovate idee scientifiche sulla permanente natura alienata e classista della società capitalistica può spezzare il suo sfruttamento e sottrarsi all’ingiustizia che ormai da tempo l’affligge. Ecco perché gli eserciti che si addensano nelle regioni meridionali tra Russia e Ucraina non hanno niente a che fare con gli interessi del popolo e servono solo a ritardare l’ora che pure urge della sua resurrezione.

  1. S. Huntington,  Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale (1996), trad. it. Milano, Rizzoli 2004, p. 465. []
  2. Ibidem. []
  3. https://www.geopolitica.ru/it/article/manifesto-di-chisinau-la-costruzione-della-grande-europa []
  4. F. Fukuyama, Why Ukraine Matters, «American Purpose», 24.1.2022, https://www.americanpurpose.com/blog/fukuyama/why-ukraine-matters/ []
  5. A. Gramsci, I cattolici italiani, “Avanti!” ed. piemontese, 22.12.1918, in A. Gramsci, Scritti Politici, a cura di Paolo Spriano, vol. 1, Roma, Editori Riuniti 1978 pp. 224-228, http://www.nuovopci.it/classic/gramsci/catit.htm. []
  6. A. De Benoist, A. Dugin, Eurasia. Valdimir Putin e la grande politica, Napoli, Controcorrente 2014, p. 75; A. Dugin, Continente Russia, in C. Mutti, Recensione a G. Zjuganov, Stato e potenza, http://www.claudiomutti.com/printable.php?id_news=84. []
  7. A. De Benoist, A. Dugin, Eurasia. Valdimir Putin e la grande politica, cit., p. 110. []
  8. Ibidem []
  9. A. Del Noce, Il suicidio della rivoluzione, Torino, Aragno 2004. []
  10. F. Fukuyama, Why Ukraine Matters, cit. []