Il mondo avvenire di America First

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Tutti ci stiamo affannando a leggere il pomposo documento sulla Strategia di sicurezza nazionale elaborato dall’amministrazione Trump ma, terminata la lettura, l’impressione è che, a parte la convinzione mal fondata di chi l’ha scritto di stare facendo la storia, non sia cambiato granché rispetto al più recente e meno recente passato nel rapporto degli Stati Uniti con il resto del mondo. Infatti, sino a Biden globalisti e neoconservatori, pur discordando sui mezzi, convergevano nell’affermare che, essendo l’America per destino storico il perno del mondo liberaldemocratico, i suoi confini sopravanzavano quelli puramente geografici e comprendevano ogni contrada in cui fiorisse l’economia di mercato corazzata dalle “regole”, da difendere con guerre e sanzioni. Con Trump, invece, l’America si ritrae nella sua geografia ma si dice pronta a balzare con ogni mezzo, dalla diplomazia non convenzionale alla guerra dei dazi alla guerra guerreggiata, in ogni parte del mondo in cui si profili una minaccia ai suoi interessi e alla sua supremazia economica, politica, militare e spirituale. Insomma, se prima la missione dell’America era di esportare la “democrazia”, adesso diventa quella di trasformare il mondo in un’azienda, con i suoi costi e i suoi ricavi, le sue scalate e i suoi accorpamenti, il tutto ricorrendo alla forza bruta dello Stato. Sicché, per l’umanità del XXI secolo il compito non cambia ma semmai si precisa, restando quello di doversi affrancare dall’asfissiante involucro capitalistico entro il quale la nazione americana, tiranneggiata dalla storica dittatura yankee, persegue il suo sviluppo, imponendolo in quella forma alienata a tutto il mondo. In questo quadro, un’importanza speciale assume l’offerta alla Russia, per sottrarla all’abbraccio con la Cina, di grandi affari e dell’appoggio per uscire dallo stallo in cui si trova la guerra in Ucraina. Qui si apre il capitolo Europa. Negli scorsi decenni, all’Europa non sono mancate le occasioni per diventare la riconosciuta potenza egemone che aspirava a essere nel mondo capitalistico-borghese venuto fuori vittorioso dalla fine della guerra fredda. Dalla casa comune europea di Gorbaciov alla domanda di ammissione alla Nato da parte di Putin, si trattava di scambiare con la Russia sicurezza con risorse. Ne sarebbe nato un blocco economico e politico imbattibile, in cui la componente militare si sarebbe via via diluita in uno sviluppo culturale con una solida base strutturale. Ma, a questo sbocco “universale”, l’Europa, ben supportata dall’America, ha preferito quello “particolare” di spezzare le reni alla Russia. Se il gioco era riuscito con la malmessa Jugoslavia, perché non ripeterlo con la disastrata Russia degli anni Novanta e di inizio millennio? Si è chiarito così che la lotta di classe conclusasi con lo schianto dell’URSS, non era il trionfo del bene sul male, della libertà sulla tirannia, del progresso sulla stagnazione, ma il ritorno del ciarpame nazionalistico-borghese che proprio l’URSS, pur con tutte le sue inadeguatezze, aveva cercato con la sua epica socialista di relegare definitivamente tra le anticaglie della storia. Come si evince dal documento sulla Strategia di sicurezza nazionale dell’amministrazione Trump, la guerra in Ucraina diventa così l’occasione d’oro per America First di apparentemente ritirarsi, ma in realtà di installarsi definitivamente nel continente – questa volta senza sparare neanche un colpo e senza dover mettere mano alla borsa con mirabolanti piani Marshall – quali arbitri interessati di un conflitto alimentato dalle vecchie, insuperabili divisioni in cui vengono di nuovo issati gli antichi vessilli ideologici e religiosi, vedi il ritorno dei tanti nazifascismi e sanfedismi. E l’Italia, in tutto questo? Il documento americano sulla Strategia di sicurezza nazionale sembra alludere anche a essa quando scrive che, nel nuovo ordine che America First si propone di instaurare, «le nazioni esportatrici di Europa e Asia possono anche guardare ai paesi a reddito medio come un mercato limitato ma in crescita per le loro esportazioni». Il nostro destino sembra segnato: continueremo ad alienarci nella desertificante economia esportatrice, solo però nel «mercato limitato ma in crescita» dei paesi a reddito medio che, se saremo bravi a fornire i contingenti di difesa, il grande feudatario ci concede. Una prospettiva di eterni vassalli che non sembra impensierire né il governo né l’opposizione. Il governo, sfruttando al massimo la sola risorsa in cui eccelle, l’opportunismo, si tiene stretto al nuovo principe, lucrando così molti dividendi. Lava senza pagare il conto il torbido passato dei suoi antenati, che all’epoca della guerra fredda combatterono la “buona battaglia” atlantista, quella in cui venivano uccisi non solo i comunisti, non solo il popolo indistinto nelle stragi indiscriminate, ma anche i democristiani non allineati. Si tiene a distanza di sicurezza dagli attuali circoli governativi europei che stanno perdendo la scommessa di disintegrare la Russia. Comanda, infine, senza incontrare molta resistenza nel cortile di casa, dove conta sul rinnovo del mandato alle prossime elezioni. Quanto all’opposizione, tolta qualche velleità rinnovatrice che si esprime con battute e ammiccamenti che lasciano il tempo che trovano, la parte più consistente raccolta attorno al PD si illude che America First sia solo una fase passeggera e ristagna nel vecchio pensiero “europeista” con cui è stata al governo per una lunga stagione e con cui pensa fra non molto di ritornarci. Un governo furbo e un’opposizione pigra, questo è tutto ciò di cui attualmente dispone la nostra amata “nazione”, come enfaticamente la appella l’attuale, ambiziosissima “capo del governo”, che già si vede a “capo” della nuova Europa “donna, madre, cristiana”, allineata per convenienza e per vocazione ad America First.