Sull’insegnamnto “scolastico” della filosofia

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Nell’anticipazione, pubblicata dal Domenicale del Sole 24 Ore del 7 settembre scorso, della sua conferenza al Festival della Filosofia di Carpi e Sassuolo in programma tra il 19 e il 21 settembre prossimi, Catherine König-Pralong si rifà a Pierre Bourdieu che, nei suoi scritti, attacca l’“illusione scolastica” che caratterizzerebbe l’insegnamento della filosofia nella scuola e all’Università, ancora succube della tradizione medioevale che addestrava gli studenti a praticare esercizi logici di argomentazione, in un distacco inconsapevole rispetto al significato sociale di questa pratica.

A parziale confutazione di questa tesi, la relatrice sostiene che a partire dagli anni Novanta, la filosofia, sempre più praticata fuori dalle Università europee e americane, come accade in Africa, ha iniziato a calarsi nella realtà sociale mettendo in contatto le diverse tradizioni linguistiche, al fine di produrre un effetto di spaesamento con cui far venire alla luce il suo modo di produzione e i suoi effetti politici.

Entrambe le tesi sono sghembe e distorcono le questioni in gioco. Anzitutto, come ricorda la stessa relatrice, Bourdieu non può fare a meno di osservare che il distacco che lui denuncia, risponde all’esigenza di sottrarsi ai vincoli e agli scopi pratici della necessità economica. La “scuola”, cioè etimologicamente il punto di vista disinteressato del tempo libero, è dunque la premessa indispensabile della riflessione filosofica. Ma il momento “scolastico” non necessariamente deve reificarsi nell’istituzione. Esso può essere parallelo e addirittura imbricato con l’azione. Marx non dice di non più interpretare il mondo, ma solo che è giunto il momento di trasformarlo. Non viene dunque abolita l’interpretazione ma non viene nemmeno esaltata l’azione per l’azione, cosa che invece ha sempre fatto un certo pensiero di destra che, da un lato, acceca la riflessione, dall’altro, usa la scuola e la filosofia ridotta a “scolastica” per fini autoritari.

Quanto alle disputationes medioevali, la loro artificiosità era in parte un effetto oggettivo della pervasività della realtà con cui la filosofia doveva confrontarsi. Se nel Medioevo la realtà pervasiva era la religione, oggi è il capitalismo contro cui però appare spuntata l’arma interculturale. Non basta tradurre le differenti tradizioni se non si contesta la loro base comune. Certo, la tradizione africana non è immediatamente capitalistica e fra di essa e la tradizione occidentale si frappone il colonialismo. Ma la tradizione africana non è di per sé nemmeno anticapitalistica. È solamente precapitalistica e bisognerebbe vedere quanto in essa, se lasciata libera di svilupparsi, avrebbe condotto verso esiti simili al capitalismo occidentale. La riflessione interculturale ben venga se serve ad arricchire di domande il pensiero storico-genetico. Altrimenti è solo un gioco elegante, buono per i trasferimenti dei professori dalle Università dei paesi colonizzati a quelle dei paesi colonizzatori.

Tornando alla tradizione medioevale delle disputationes, se la si riprende non per praticare esercizi formali di argomentazione  ma per indurre a riflettere sulle contraddizioni in cui si è implicati, non si realizza una integrazione logica di individui socialmente programmati, come sosteneva Bourdieu scagliandosi contro l’insegnamento filosofico scolastico, ma al contrario si offrono gli strumenti interpretativi per contestare una tale integrazione. Nel confronto con una realtà che in un certo momento storico si presenta massicciamente “totale”, è più efficace agire all’interno dell’istituzione che attaccarla frontalmente dall’esterno. Quest’azione certamente da sola non basta, ma ciò esula dal problema dell’insegnamento della filosofia e può semmai servire a porre la questione di una strategia rivoluzionaria complessiva che combini l’azione dentro e fuori le diverse istituzioni. Insomma, nient’altro che una ripresa delle buone pratiche leniniste, che però comportano un centro unico organizzatore purtroppo attualmente non alle viste.