Giorgia Meloni

Mambo italiano

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Uno dei personaggi più caratteristici interpretati da Sofia Loren è l’avvenente pescivendola di Pane Amore e…, film di Dino Risi del 1955, soprannominata dal popolo “la Smargiassa” per le molte arie e la prepotenza con cui porta avanti la sua modesta vita in cui si propone di poter continuare ad abitare con un belloccio senza arte né parte, di cui intanto si è innamorata, nella casa che occupa da tempo ma che il proprietario, un vecchio ma piacente maresciallo dei carabinieri in pensione, interpretato da Vittorio De Sica, venuto a dirigere il locale Comando dei Vigili Urbani e assai sensibile al suo fascino femminile, adesso reclama. La Smargiassa non esita a lusingarlo per strappargli la firma di un regolare contratto d’affitto, ballando addirittura sotto gli occhi di tutti un Mambo italiano che ha reso famoso il film in tutto il mondo, ma quando l’innamorato buono a nulla scoprendo che i compaesani se lo additano come cornuto decide di partire emigrato, il suo castello di carte si affloscia nel pianto e ci vuole tutta l’interessata indulgenza del vecchio carabiniere, intanto consolatosi con una zitella in cui arde un più rispondente fuoco nascosto, per rimettere a posto le cose consentendole così di coronare il suo piccolo sogno d’amore. 

A seguito delle elezioni politiche del 25 settembre, annunciata dai prodigiosi sondaggi dei mesi precedenti, nel fatuo firmamento della politica italiana è apparsa una Smargiassa della cui luce marescialli e maresciallesse in servizio e in pensione nei tanti Comandi della ristretta ancorché effervescente vita pubblica italiana si stanno beando. Le arie non le mancano e neanche l’irruenza. Con la mano chiama e ferma gli applausi, scandisce pause teatrali con cui atterra gli avversari, meglio se avversarie, pareggia i fogli degli appunti picchiettandoli minacciosi sul tavolo, protende il busto in avanti e sguardo basso carica le parole scagliandole su chi ascolta, insomma tutte le astuzie sceniche delle fumose assemblee di sezione di un partito catacombale come il fu Movimento Sociale Italiano, quando ci si riuniva per fissare la linea, imporre i chiarimenti, vincere gli scontri da cui sortire dialetticamente più forti che pria. Professionismo politico, rivendicato e seriosamente esibito a salvaguardia di contenuti che la maggioranza degli elettori superstiti ha evidentemente apprezzato – non disturbare chi fa, la pacchia è finita, non tradiremo e non indietreggeremo, ovvero vincere e vinceremo, e poco altro. Se nel film di Risi il vecchio ma piacente maresciallo dei carabinieri in pensione aveva dovuto imbastire un piccolo corteggiamento della Smargiassa pescivendola, qui non ce ne è stato bisogno. Nel suo contenuto capitalistico, la promessa di non disturbare chi fa, chi intraprende insomma e spilla plusvalore come che sia, era già chiara, e l’alleato americano è stato subito rassicurato sulla fedeltà ai patti sottoscritti. E, del resto, perché meravigliarsi di ciò? La fiamma che arde in fondo al logo del partito di maggioranza relativa si riferisce più alla fedeltà atlantica forgiata in decenni di multiformi e non sempre limpidi servizi resi all’anticomunismo militante cuore pulsante dell’atlantismo, che alla fede nel fascismo storico, ormai retaggio folkloristico buono per i musei privati di qualche esponente di quel mondo assurto recentemente ad una delle massime cariche dello Stato. È però al momento della presa di possesso dell’appartamento che qualcosa si è incagliata in questa perfetta messa in scena in cui la servitù viene ammessa alla tavola dei signori. È bastato infatti che l’ex-magistrato Scarpinato, ora senatore, richiamasse in Parlamento quei trascorsi opachi, per giunta evidenziando il loro contenuto capitalistico, il nesso cioè tra l’atlantismo anche nei suoi aspetti criminali e l’eversione politica del dettato economico della Costituzione che il governo appena insediatosi si propone di perpetuare, perché le molte arie, l’irruenza, la sicumera del professionismo politico smargiasso si sgonfiassero di colpo, tanto da dover incorrere con modi spicci (“questo è tutto ciò che ho da dire”) nell’inesattezza e addirittura nel falso. All’ex-magistrato Scarpinato infatti, pareggiando fogli e scagliando parole a sguardo basso, è stato velatamente rimproverato un “teorema giudiziario” circa la strage in cui perse la vita Paolo Borsellino, che egli invece quale Procuratore generale contribuì a smascherare. Come sappiamo, la pescivendola smargiassa finisce in lacrime vittima dei suoi stessi intrighi, e ci vuole l’indulgenza del vecchio carabiniere per rimettere assieme i cocci del suo rapporto con il moroso sul punto di lasciarla. L’alleato americano è vecchio ma francamente è difficile immaginarlo indulgente e ancor meno appagato da un semplice per quanto ammaliante Mambo italiano. Quel che gli si promette lo vuole senza sconti. Più facile, perciò, è che si arrivi a una resa dei conti alla Sergio Leone con gli smargiassi che da decenni gli si strusciano per scroccare uno straccio di contratto d’affitto che, dopo i disastri del Ventennio e il purgatorio dei bassi servizi, li riporti al comando assoluto benché “democratico” della… Nazione. E che Dio protegga il paese Italia.

Il mosaico esploso

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La realtà in questo momento è un mosaico esploso. Inutile cercarci un filo logico, semmai nella realtà ci fosse una logica, direbbe il realscettico che lasciamo volentieri alla sua scontata saggezza. I valori che difende il giudice costituzionale americano Alito sono gli stessi per i quali il patriarca ortodosso russo Kirill sostiene la guerra di Putin. Entrambi sono anti-abortisti. Non è uno scontro ma un incontro di civiltà se non fosse che di mezzo c’è la varietà delle sovrastrutture. La nobiltà del diritto contro la barbarie della guerra. Ma la guerra, sotto forma di “guerra giusta”, diretta o per procura, è lo strumento con cui l’Occidente secolarizzato, che rivendica l’aborto e la gestazione per altri, alias utero in affitto, come propri tratti distintivi, si impone al mondo esigendo che si uniformi agli alti standard dello Stato di diritto. Ma non è una “guerra giusta” anche quella di Putin? Non è una “guerra giusta” quella che si prefigge di anticipare una possibile aggressione? Il terreno si fa malfido. Torniamo all’incontro di civiltà. Per molti è un convergere di inciviltà, un ritorno vertiginoso all’oppressione delle donne. Come negarlo? Ma quanti di costoro sono disposti ad ammettere che altrettanto barbaro e incivile è prendere in affitto un utero come se fosse un appartamento dove poter passare i nove mesi d’attesa della nascita di un bebè? Si dirà, perché stigmatizzare un commercio che fa felice chi così si procura la progenie e fa guadagnare la donna che vende la propria funzione riproduttiva? Non è forse utile e addirittura lecito tutto ciò che diminuisce la sofferenza umana? E in questo caso diminuisce la sofferenza di chi non può procreare altrimenti e di chi può trarsi fuori dall’indigenza e così magari poter pagare gli studi ai propri figli assicurandogli di poter ascendere socialmente. Ma la diminuzione di sofferenza, qualsiasi essa sia, fisica, mentale o sociale, la si deve calcolare solo per l’individuo o anche per la collettività? Ammettiamo che un certo numero di individui ottenga reciprocamente una diminuzione di sofferenza ordinando un figlio a pagamento e vendendo per tale prestazione la propria capacità riproduttiva. Salvo nel raro caso del dono, questo circuito non comincia e finisce in un valore d’uso, ma attivando un tempo di produzione che coincide con quello riproduttivo genera una massa di valori di scambio che, come recita la dottrina, si erge come cosa esterna ed estranea agli stessi individui che la producono. Questa ricchezza sociale alienata, come tutte le ricchezze di tal genere, comporta una divisione del lavoro e uno scambio ineguale che ha come effetto di sistema una massa di sfruttati e una minoranza di sfruttatori indipendentemente dalle intenzioni morali degli individui all’origine di tale alienazione. La loro ricerca di felicità non è dunque all’origine del bene comune, come sostiene dal Settecento a oggi il bravo borghese che magnifica i vizi privati generatori di pubbliche virtù, ma determina un’infelicità collettiva poiché crea un sistema di rapporti sociali basati sul dominio e lo sfruttamento insiti nella produzione e appropriazione di plusvalore. Senza accorgersene, tali individui sono passati dalla bioetica all’economia politica, dalla rivendicazione morale dei propri diritti individuali all’edificazione ontologica della propria servitù collettiva. Si dirà, ma qual è l’istanza che può stabilire l’infelicità di una collettività solo perché è determinata dalle leggi del plusvalore? Chi può dire che gli ucraini presi nel loro insieme sono infelici perché i ricchi dell’Occidente affittano l’utero delle loro donne così contribuendo in maniera consistente alla formazione del loro prodotto interno lordo? Può la critica dell’economia politica fondare un giudizio di valore? No, non può. E per fortuna della critica dell’economia politica Putin, ben consigliato da Dugin, non si basa su di essa per sottrarre l’Ucraina all’influenza dell’Occidente. Ma la critica dell’economia politica può chiarire la base oggettiva del nazionalismo che dilania l’Ucraina, svelare la manipolazione che si cela dietro l’eterna promessa borghese dell’ascesa sociale, portare alla luce il contrasto tra diritti dell’individuo ed esigenze della collettività. Sta poi alla saggezza del popolo apprezzare le verità della critica, sottrarsi alle trappole del plusvalore, attuare i diritti dell’individuo salvaguardando l’intero sociale. Ma chi è il popolo? La massa indistinta? La sua classe dirigente? I suoi sapienti? Gramsci sosteneva che “tutti gli uomini sono filosofi” e assegnava alla politica, cioè alla lotta di classe guidata dal partito della nuova egemonia non più capitalistica, il fine di determinare le condizioni affinché tale potenzialità potesse esplicarsi. Uno degli effetti del mosaico esploso è l’illusione che tali condizioni si realizzino nella partecipazione sic et simpliciter allo “spazio pubblico”. Una pre-condizione è diventata il fine ultimo. Tutti allora ad azzuffarsi per dire la propria. E c’è pure chi tenta la furbata. Si prenda il partito in ascesa dei Fratelli d’Italia che, dopo aver messo Gramsci nel proprio Pantheon, riformula il suo motto in “tutti gli uomini di valore sono fratelli”, dove il valore che doveva essere il risultato diventa invece il prerequisito. Ma si sa, i fratelli di Giorgia hanno ascendenze elitarie che all’epoca si inverarono nell’energia popolare dei fasci di combattimento. Eia! La Meloni fa le facce buffe se le si chiede dei suoi antenati del ventennio mussoliniano. E ha ragione. Loro non c’entrano niente con quel fascismo. Bisognerebbe chiederle del neofascismo e di tutte le sue collusioni con mafia, gladio e massoneria, al netto dell’immaginetta di Borsellino che certo non può bastare a rendere presentabile una storia. Ma, a proposito ancora di mosaico esploso, questo discorso fa parte dell’indicibile di un mondo che grazie a quelle collusioni ancora oggi è al potere e al cui comando Giorgia e i suoi valorosi fratelli, fedeli alleati ma indomiti patrioti, brigano per subentrare.