In riferimento a quanto accaduto il 3 gennaio in Venezuela, se non si vuole restare prigionieri del moralismo dei marxisti puri e dell’ipocrisia dei liberaldemocratici pelosi, la domanda che ci si deve porre è quale errore e che tipo di errore c’è stato nel cocente e umiliante rapimento del presidente Maduro. Partendo dal principio che la responsabilità è comunque politica, si è trattato di un errore politico o di un errore strategico? Con la flotta yankee a qualche centinaio di kilometri dalle coste venezuelane, con droni o piccole imbarcazioni motosiluranti si sarebbe potuto infliggere un colpo a quelle mastodontiche macchine da guerra. È vero che così ci si sarebbe esposti alla loro temibile rappresaglia, ma l’umiliazione per la grande potenza sarebbe stata non da poco e avrebbe potuto incidere sul fronte interno, dove i MAGA ma anche il corrotto Partito democratico si sarebbero sollevati contro l’avventurismo di Trump e della sua cerchia. Se questo attacco non c’è stato e si è scelto di attendere che fosse l’aggressore a fare la prima mossa sul piano militare, evidentemente l’obiettivo politico prefissato dall’intera dirigenza politica venezuelana era quello della trattativa politico-diplomatica, calcolando che fosse anche questo il vero scopo del vistoso schieramento di forze disposto da Trump e che la via pacifica avrebbe suscitato un più largo consenso internazionale intorno al Venezuela, rispetto a un eventuale sortita di guerra asimmetrica. Alla luce dei fatti, fra cui bisogna comprendere un’inattesa contro-sortita di guerra asimmetrica da parte dell’aggressore yankee affidata a una superiore tecnologia bellica benedetta da una totale mancanza di scrupoli liberaldemocratici, l’obiettivo politico si è rivelato illusorio e di conseguenza la strategia militare è risultata inadeguata. Gli aggressori, infatti, ma anche tutto il contesto internazionale, purtroppo compresi con altri intenti gli ottusi marxisti puri, volevano principalmente togliere di mezzo Maduro e la forza che esso rappresenta, ovvero la componente popolare del socialismo venezuelano, le cui due altre componenti sono l’esercito e la borghesia nazional-rivoluzionaria, calcolando che così l’intero quadro politico venezuelano sarebbe stato assorbito nel vassallaggio imperialistico. Il fatto però è che il chavismo, cioè la forma peculiare del socialismo venezuelano, pervade nella stessa misura tutte e tre le componenti sopra richiamate. Infatti, se esso viene meno, l’esercito ricade nel tipico caudillismo sudamericano, la componente popolare dà vita a un altrettanto tipico dispotismo “giacobino”, e la componente borghese nazional-rivoluzionaria scade nel tradimento nazionale, di cui è emblema la figura moralmente repugnante della Machado ridicolizzata dallo stesso Trump. In tutti e tre i casi la società venezuelana esplode e imbocca la via della guerra civile. Ciò significa che il socialismo, nella sua peculiarità venezuelana del chavismo, anche nella attuale, inattesa e disagevole situazione data, è l’unica formula con cui le tre componenti possono sopravvivere e far fronte all’aggressione del bandito yankee, anche se naturalmente dopo il rapimento di Maduro il peso dei suoi fattori interni si è necessariamente redistribuito a favore della borghesia nazional-rivoluzionaria, di cui è divenuta emblema la sagace Delcy Rodriguez. In altri termini, il socialismo venezuelano, ben più degli esperimenti cileni o brasiliani, affidati al gioco della democrazia puramente rappresentativa, non solo si rivela in grado di resistere agli attacchi esterni e alle mene interne della residuale borghesia filo-yankee, ma costituisce l’unica formula con cui si può affermare il tipico valore borghese dell’indipendenza nazionale. Ciò significa che, oggi, il grosso della borghesia venezuelana, se non vuole scadere nell’ignominia della Machado, è costretta a essere socialista nella sua forma chavista. Il che per la componente popolare è un ottimo viatico per riaprire, in una situazione di rapporti di forza internazionali più favorevoli, la partita della democrazia sostanziale già avviata con i consigli municipali, le missioni, ecc., che al momento rimangono intatti sebbene verosimilmente depotenziati. Anche il valore della democrazia ricade dunque nell’ambito del socialismo, ma senza l’unilaterale bigottismo della democrazia rappresentativa di tipo parlamentare, che non si trova affatto abolita ma inserita in un quadro di più ampio potere popolare. Per tutto questo è il caso di dire che oggi in Venezuela il socialismo incarna la figura gramsciana del nuovo Principe, nel senso che tutto ciò che si fa contro di esso nuoce alle forze fondamentali in campo, e tutto ciò che si fa a favore di esso favorisce lo sviluppo di tali forze rigettando ai margini coloro che, mirando a sopprimerlo, mettono a repentaglio la loro sopravvivenza.
Maria Corina Machado
Genocidio, terrorismo, Nobel per la pace e altri merletti
Il sempre verde Raniero La Valle sostiene sul Fatto Quotidiano del 9 ottobre 2025 che Netanyahu è stato sconfitto perché il genocidio del popolo palestinese non è avvenuto, fermato in corso d’opera dalla mobilitazione mondiale e dal piano di pace imposto da Trump. Non so se l’esperta Francesca Albanese consente che un non esperto come il sottoscritto possa prendere la parola sull’argomento, ma quanto sostiene trionfalmente La Valle mostra quanto sia mal posta la discussione sul genocidio che sarebbe stato perpetrato a Gaza e, sol che si abbia a cuore la realtà per quella che è, impone di rivedere la controversa definizione di questo crimine politico.
La Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio adottata dalle Nazioni Unite il 9 dicembre 1948 definisce il genocidio in base a cinque caratteristiche:
1) uccisione di membri del gruppo;
2) lesioni gravi all’integrità fisica o mentale di membri del gruppo;
3) il fatto di sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di vita intese a provocare la sua distruzione fisica, totale o parziale;
4) misure miranti a impedire nascite all’interno del gruppo;
5) trasferimento forzato di fanciulli da un gruppo a un altro.
Stando a questa definizione, lo Stato israeliano stava sicuramente perpetrando un genocidio. Se si guarda però ai genocidi sui quali esiste un ampio consenso internazionale, si vede che sono i seguenti:
– l’Olocausto
– il genocidio cambogiano
– i massacri etnici avvenuti durante le guerre jugoslave, in particolare quello di Srebrenica
– il genocidio del Ruanda.
A questi si può aggiungere il genocidio armeno perpetrato tra il 1915 e il 1916 dai Giovani Turchi di Atatürk.
Ora, se si fa attenzione a questo secondo elenco, in particolare all’Olocausto, si vede che la loro caratteristica è di essere certamente un’aggressione armata contro una popolazione inerme, condotta però in maniera segreta o comunque mascherata nelle proprie finalità annientatrici, in modo da rendere impossibile o comunque estremamente difficile non solo una simmetrica difesa armata ma anche una mobilitazione esterna a sostegno della popolazione aggredita. L’Olocausto in questo senso è paradigmatico, e tutti gli altri gli si avvicinano ma non lo equivalgono.
Se torniamo alla Palestina, l’esercito israeliano ha orribilmente aggredito i palestinesi di Gaza, e Israele nel suo complesso esercita su tutta la Palestina un dominio sterminatore, ma i palestinesi, a loro gloria e con immenso eroismo, rispondono attivamente come possono, missili, armi proprie e improprie, ma soprattutto con le loro vite, e non solo di pochi eletti ma dell’intera popolazione. In Palestina dunque c’è in atto un conflitto tra due forze diseguali, in cui quella preponderante attua degli stermini che a lungo andare ridurranno i palestinesi allo stato degli Indiani d’America, e quella più debole oppone una resistenza accanita che si serve non solo delle poche armi a disposizione ma anche della politica, dalle trattative diplomatiche al sostegno internazionale.
Tutta la discussione sul genocidio a Gaza è dunque mal posta e, a ben guardare, sminuisce la straordinaria abilità politica dei palestinesi, sia dei dirigenti che dell’intero popolo. I palestinesi di Gaza e in generale i palestinesi non sono vittime ma combattenti. Se poi l’Occidente ha bisogno delle vittime per mobilitarsi, ciò attiene al suo pietoso stato mentale regredito a un bolso sentimentalismo e a un giuridicismo isterico.
Naturalmente, dire che Israele non commette un genocidio ma che cerca di piegare una forza che le resiste strenuamente, significa che il 7 ottobre, per quanto cruento e feroce nelle sue forme, è stato un atto non di terrorismo ma di resistenza. E che un bambino palestinese di quattordici anni già spari, ammesso che sia vero, non assolve gli israeliani dalla loro politica criminale. Se essi non esercitassero il loro illegittimo dominio sterminatore sulla popolazione palestinese, i bambini palestinesi sarebbero ben contenti di giocare alla playstation.
Ha ragione dunque l’ottimo, sempiterno La Valle a dire che è qualunquistico rifiutarsi di dare un nome alle cose, ma è evidente da quanto sin qui detto che genocidio e terrorismo non sono nomi che servono a indicare cose ma solo etichette adatte a rinfocolare le spente passioni di un Occidente senza bussola.
Un’ennesima prova di questo scombussolamento è questa del Nobel per la pace 2025 assegnato a María Corina Machado, venezuelana nota per le sue iniziative in combutta con potenze straniere volte a rovesciare il legittimo governo del suo paese. I soloni svedesi hanno così voluto dirci che essi apprezzano gli attacchi di Trump al Venezuela mascherati da guerra al narcotraffico con cui il Venezuela non ha nulla a che fare, ma non gli assegnano il Nobel pancipacifico perché, con i suoi volgari dazi e con la sua nerboruta politica interna, non lo ritengono all’altezza delle loro forbite maniere “democratico-globaliste”.
E dunque possiamo concludere che il Nobel per la pace 2025 è in realtà un Nobel per la guerra. Complimenti.
