nazionalismo

L’Europa prossima ventura

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Non si può non notare l’acquiescenza con cui la Germania accoglie i continui rimbrotti del sedicente ambasciatore ucraino a Berlino, in realtà ministro della guerra all’estero di un governo nazionalista che ancora qualche giorno prima dell’inizio dell’invasione russa ha rifiutato la proposta neutralista di Scholz che avrebbe risparmiato lutti e distruzioni al suo popolo e il marasma in Europa e nel mondo. Ma non c’è da meravigliarsi né dell’oltranzismo di questo governo che, sotto la fronda frusta della libertà, sobilla lo “spirto guerriero” del mondo intero né dell’acquiescenza tedesca. La Germania è stata chiamata troppo repentinamente a uscire dallo stato vegetativo in cui si era adagiata per decenni, compensando con una iper-dose di capitalismo la vergogna di una sconfitta in guerra che comprendeva al suo interno l’ignominia dei lager, e ha dovuto prendere atto del crollo sia della sublimazione nella BCE del terrore dell’inflazione, sia della delega alla Nato dell’uso della forza in campo internazionale. Si è presa così l’applauso per avere stanziato cento miliardi di euro di armamenti chiedendosi smarrita se quel riconoscimento la riguardasse in prima persona, e spaventata ha poi cominciato a calcolare i danni nell’economia reale, vedi i disoccupati che deriverebbero dalla chiusura di certe raffinerie di petrolio russo nella ex-DDR. Non solo il finto ambasciatore ucraino, ma anche l’ineffabile Draghi ha potuto così maramaldeggiare chiedendo ostentatamente a Scholz che problemi avesse con il petrolio russo. Nessun problema, Signor Primo Ministro, ovvero lo stesso problema che Vostra Eccellenza ha con la raffineria Lukoil di Priolo, dove cinquemila lavoratori del già disgraziatissimo Mezzogiorno d’Italia, di cui Lei evidentemente s’infischia, rischiano a breve di restare senza salario (do you understand, salario?) se non cesseranno i sacrifici umani richiesti dalla Nazione, scriviamola maiuscola come piace ai Fratelli d’Italia, che si sta forgiando nelle fertili pianure ucraine. Ma si sa, la classe operaia italiana è da tempo una pura espressione sociologica, e ciò che conta è che nella Nato, custode delle antiche e levatrice delle nuove creature nazional-patriottiche, chiedono di entrare non solo l’Ucraina, ma anche la Finlandia e la Svezia. Non è la prima volta che l’Europa perde la testa e non sarà l’ultima. E all’origine c’è sempre un nazionalismo che si riaccende e appicca l’incendio. Questa volta è l’Ucraina che, come ha detto appassionatamente una sua patriota, la graziosa giovane di non più di venticinque anni che partecipa regolarmente alla trasmissione televisiva “Cartabianca”, reclama «il diritto di affermare la nostra identità, la nostra cultura, la nostra lingua, perché il russo è una lingua straniera». Gentile Signorina, perché non prende in considerazione la soluzione del bilinguismo? In Svizzera, dove pure non sono tutte rose e fiori, le persone mediamente parlano tre lingue, senza contare i dialetti, e se a Zurigo cucinano le salsicce a Ginevra non è proibito gustare la fonduta. Ma, certo, lo sappiamo, come dicono i realisti più realisti del re, gli Ucraini non vogliono più tornare sotto i Russi, così vuole la volontà popolare. Di grazia, la volontà popolare o l’ideologia nazionalista con cui negli anni è stata forgiata questa volontà popolare che ora sorregge la resistenza eroica degli attuali nazionalisti al comando? Ma, certo, lo sappiamo, la Svizzera ormai è l’immagine di un’Europa del passato che non ha fatto in tempo a diventare misura comune di tutto il continente, smarritosi nella diatriba se puntare alla Federazione o alla Confederazione. Il tempo è scaduto e alla vecchia Europa teatro delle ossessioni franco-germaniche, che ha messo su quell’elefantiasi burocratica dell’Unione Europea, sta per succedere una nuova Europa alla cui testa, rinsaldando antichi legami, intendono mettersi proprio la Polonia e l’Ucraina, ambiziose di soppiantare le ansimanti Francia e Germania così strumentalmente fissate con i formalismi dello Stato di diritto. In questa ennesima, incombente rivoluzione nazionalistica che l’Europa regala al mondo, l’aspetto da rilevare è che la spaccatura con la Russia e la saldatura con l’America che essa comporta, mette una pietra tombale su ogni progetto istituzionale di unità del continente, poiché per decenni esso sarà percorso dalla dissipazione materiale, di cui il caos delle fonti energetiche è già un eloquente segnale, e dalla discordia spirituale che ad essa prelude e si accompagna – una vera e propria fuga dal compito storico di enucleare un modello universale di ricomposizione degli squilibri che proprio in Europa con il capitalismo hanno avuto storicamente avvio diffondendosi poi in tutto il mondo. Quanto all’Italia, essa, con il suo solito opportunismo, è al riparo da questi tormenti. Nell’immediato, si è ben mimetizzata nel nazional-revanscismo di questa nuova Europa ribadendo la più assoluta fedeltà all’America e alla Nato, e poi, alla ricerca di gas e petrolio alternativi, con prontezza levantina si è volta all’altra sponda del Mediterraneo dove ne combina di così gravi che anche il Papa si rifiuta di prendere parte a eventi in cui qualcuno di questi campioni di commerci umani ha pure l’ardire di presentarsi per far rifulgere la propria rispettabilità. Ma, anche con il Papa venuto dalla fine del mondo, siamo sempre alle baruffe tra guelfi e ghibellini, poiché l’Italia, per quanto da centocinquant’anni e passa gonfi il petto della sua ritrovata unità, non ha mai più sollevato il capo dal fiero pasto economico-corporativo succeduto alla breve stagione creativa dei Comuni, anzi, con il fascismo ha inventato una formula che, ripulita dei suoi aspetti più crudi, torna sempre utile quando la democrazia si inceppa. Dunque, Draghi for ever. E così sia.

Nazionalismo convergente

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In un accoratissimo editoriale, apparso qualche giorno fa sul Corriere1, Ernesto Galli Della Loggia ha descritto impietosamente il passato e il presente di un’Italia di cui preoccupano le sorti future. Per Galli della Loggia, in tutti questi anni, noi abbiamo dimenticato che la nostra democrazia nasce da una guerra perduta, e che la sconfitta ha annichilito il nostro rango internazionale e ha cancellato la nostra sovranità, lasciandoci subalterni a poteri stranieri. Inoltre, le modalità della sconfitta, l’8 settembre, sono valse a incrinare l’immagine già non molto solida dello Stato, della sua autorità e del suo comando. A ciò si è accompagnato un gigantesco fenomeno di camaleontismo di massa dall’antico al nuovo regime. Infine, la Resistenza ha promosso il fascino della fazione e dello scontro e la facilità del ricorso alla delegittimazione e all’inimicizia assolute in nome dell’antifascismo, ma anche la perdurante suggestione dell’«organizzazione» e delle «reti» più o meno occulte. Sia pure a dispetto della buona volontà di molti, ha continuato Galli della Loggia, è accaduto così che dopo il ‘45 la dimensione della nazione si sia rapidamente eclissata. E in assenza di essa, per forza di cose non ha potuto neppure esistere l’idea dell’autonomia e del valore superiore dei suoi interessi generali. Cioè degli unici fattori che rendono possibile l’esistenza di una vera classe dirigente. Sicché abbiamo dovuto contare solo sulla politica, ma una politica senza fondamento. Siamo diventati perciò un Paese che non sa cosa è né cosa vuole essere; senza idee, senza strategie, senz’anima, sempre più terra di diseguaglianze e di povertà. Un Paese senza Stato, perlopiù sporco e malandato, spesso invivibile, incustodito e inerme di fronte a chiunque voglia prenderselo. Di fronte a questo sfacelo, all’ordine del giorno va messa, allora, secondo Galli della Loggia, la rifondazione della Repubblica. Come? Ripensando senza inganni compiacenti la sua origine storica, per costruire una sua nuova memoria rispondente alla verità: ecco il primo compito di questa rifondazione.

Ci si potrà chiedere, e il secondo? Il terzo? Il quarto compito? Galli della Loggia non li delinea, e lo comprendiamo, dopo la fatica di quell’affresco storico, era giusto riposarsi. Ma facciamo un esperimento, che ci viene suggerito dalla pressoché contemporanea pubblicazione di un comunicato di Potere al Popolo, questo raggruppamento di sinistra che sta facendo grossi sforzi per uscire da una iniziale condizione goliardica. In questo comunicato, tra le tante cose giudiziose che vengono dette, si enuncia la seguente: «Vanno respinte al mittente le ingerenze della tecnocrazia e degli organi della UE e della NATO. Il popolo italiano deve riconquistare il diritto alla piena applicazione dei principi contenuti nella prima parte della Costituzione repubblicana, continuamente messi in discussione dalle politiche di austerità della UE e guerrafondaie della NATO»2. Il linguaggio è crudo, e non è certo fatto per chi bada alle sfumature, ma diamolo da leggere a Galli della Loggia. Lui lamenta, come abbiamo visto, che la sconfitta del ’45 ha annichilito il nostro rango internazionale e ha cancellato la nostra sovranità, lasciandoci subalterni a poteri stranieri. L’UE e la NATO sono l’espressione di tali poteri stranieri? Sicuramente Galli della Loggia prenderebbe a spiegare che l’UE è un destino che abbiamo scelto noi, e la NATO serve a garantire la nostra libertà. Ma allora chi sono questi poteri stranieri cui siamo subalterni? Il nazionalismo borghese, di cui l’editoriale di Galli della Loggia è una perfetta espressione, è fatto così, si fanno grandi analisi apocalittiche, ma appena ci si riferisce a qualcosa di concreto, c’è il fuggi fuggi. E il nazionalismo che generosamente definiremmo proletario, com’è fatto? Beh, l’abbiamo visto dal tono del comunicato di Potere al Popolo, gli piace abbaiare alla luna. Per l’uno e per l’altro nazionalismo, l’importante è delineare il primo compito. Poi subentra la stanchezza, e ci si riposa. Nel frattempo, il popolo italiano in carne ed ossa ha scelto, e i sondaggi che tutti i giorni gli massaggiano la mente, dicono che sei italiani su dieci sono favorevoli al governo Lega-M5S che si delinea. È il solito consenso di massa che, dal 1924, giusto per risalire indietro nel tempo, gli italiani non negano a nessuno.

  1. Un paese che va rifondato, «Corriere della sera», 18 maggio 2018, pp. 1 e 34 []
  2. Potere al popolo e il governo che verrà, http://www.rifondazione.it/primapagina/?p=34036 []