sovranismo

Sorte d’Europa

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Lo scontro che infuria per interposta persona tra Russia e Stati Uniti è l’esito di un difetto di egemonia nei rapporti tra Russia e il resto d’Europa. La Russia in questi decenni intercorsi dalla fine dell’URSS ha tentato di ricucire i rapporti con l’Europa occidentale in due modi, con la politica commerciale principalmente in campo energetico e con le alleanze politiche di tipo sovranistico che si intrecciavano con l’ideologia eurasista volta a reintegrare in un unico spazio Russia, Bielorussia e Ucraina. Il sovranismo era insomma il volto euro-occidentale dell’eurasismo, e sovranismo ed eurasismo dovevano essere i due bracci di un’unica ideologia con la quale la Russia si imponeva come potenza europea egemone in grado di fornire sicurezza, risorse alimentari ed energetiche e difesa dei valori della civiltà cristiana dei quali l’Ortodossia si presenta come l’autentico baluardo. Questo disegno è fallito perché non ha calcolato la forza corrosiva dell’americanismo che si è infiltrato stabilmente non solo nell’Europa del nucleo storico della Nato ma anche in aree come l’Ucraina ritenute da Mosca per diverse ragioni come parti integranti della propria sfera culturale. Un’egemonia debole, dunque, condotta con mezzi opachi e non sufficientemente attrattiva. Quando Mosca ha constatato ciò, soprattutto nell’ostinato rifiuto dell’Ucraina di integrarsi nel “patto della taiga” preferendo il “patto Nato”, non le è rimasto che passare all’uso della forza, con l’“operazione militare speciale” degenerata presto in guerra implicita tra Russia e il blocco euro-atlantico rimesso in riga dai ringalluzziti Stati Uniti. Non si può dire dunque che la Russia non abbia tentato i “patti” prima della guerra. Ma la forza è subentrata perché il consenso è stato costruito con materiali impropri e su calcoli sbagliati. Non che non ci fosse una crisi economica, politica e morale nell’Europa occidentale, ma il sovranismo era un movimento debole e troppo diviso al suo interno per poter dare voce a tale crisi e ricollegarla all’Europa dell’Est. E d’altra parte l’eurasismo era un’ideologia troppo “rurale” di fronte all’appeal del rutilante americanismo di cui si attossica l’Europa intera, ivi compresa la Russia che vi partecipa con il capitalismo pacchiano dei suoi oligarchi. I problemi dell’Europa intera, di quell’Europa che Gorbaciov, da Lisbona a Vladivostok, anche lui, ahimè, facendo male i suoi calcoli, avrebbe voluto come la “casa comune europea”, sono seri e gravi, la sua crisi spirituale profonda e conclamata, ma sono stati affrontati con mezzi impropri, al limite del dilettantesco (vero, Dugin?). Se il consenso è fallito, e se la forza ha di nuovo spaccato l’Europa e ributtato l’Europa occidentale nelle braccia degli Stati Uniti, da dove riprendere il filo? Non c’è solo la forza e il consenso, categorie legittime dell’immediato agire politico che però assolutizzate sfociano nell’asfissia della Realpolitik. Ci sono anche le tendenze storiche, senza le quali forza e consenso si arenano nel caos, com’è appena accaduto alla Russia. Nel suo Discorso sull’ineguaglianza Rousseau afferma che una delle più forti ragioni per cui l’Europa ha avuto una civiltà, se non più remota, almeno più costante e di più alto livello rispetto alle altre parti del mondo, sta nel fatto di essere al tempo stesso la più ricca di ferro e la più fertile di grano. Se al ferro sostituiamo il gas e il petrolio russo, l’affermazione di Rousseau mantiene ancora oggi la sua suggestione. Rousseau ci dà anche la chiave di cosa sia la “civiltà”, non certo il contrario dello “stato di natura” dove regna il “buon selvaggio”, caricatura con la quale si è voluto squalificare la forza critica del suo discorso, bensì lo stadio seguito alla rottura, per un qualche caso funesto, del giusto mezzo tra l’indolenza dello stato primitivo e l’impetuosa attività del nostro amor proprio. Precisamente, questo equilibrio, che dovette essere l’epoca più felice e più duratura del genere umano, si infranse quando ci si accorse che era utile a uno solo aver provviste per due, quando cioè il plusvalore prese il sopravvento sui valori d’uso. Rousseau non aveva il termine ma aveva intuito il riferimento: “civiltà” era l’avvento in germe di quel capitalismo che, abbandonando la giovinezza del mondo, si avviava a quel progresso in cui la perfezione dell’individuo si sarebbe scontrata sempre più con la decrepitezza della specie. L’Europa dunque è stata la culla di questo disequilibrio ecologico permanente in cui poi tutto il mondo è stato attratto, e i conflitti che l’hanno segnata si iscrivono in questo solco. Non è un caso che le guerre mondiali, compresa la terza di cui in questi giorni sinistramente si prospetta la probabilità, si inneschino in questo continente. Ed è questa la tendenza storica di cui i suoi governanti devono tenere conto, ovvero la discrepanza tra individuo e specie che, da quel funesto caso che infranse l’equilibrio del giusto mezzo, il modo di produzione capitalistico non fa che accrescere. La sorte d’Europa, dunque, che coincide con quella della specie, non può che essere nella fuoriuscita dal capitalismo verso una “nuova frontiera” che non sia più tecnica e produzione, come nell’americanismo, ma sviluppo della mente umana, come dovrà essere in un nuovo stadio in cui la potenza delle forze produttive sia al servizio del giusto mezzo. Il lessico politico non offre grandi risorse per indicare questo luogo verso cui tende la freccia dell’evoluzione per opporsi alla propria dissoluzione. E a chiamarlo liberalcomunismo si otterrebbe solo di sollevare lo sdegno delle rispettive tribù chiamate in causa. Più che sul nome conviene quindi concentrarsi sulla cosa. Non sappiamo quanto tempo abbiamo. Né sappiamo che la forza della tendenza vinca su quella contraria dell’autodistruzione. Ma non bisogna certo cullarsi su queste incertezze, continuando come sinora si è fatto a spingere alternativamente sui pedali della forza e del consenso solo per guadagnare anche un solo giorno in più per le proprie convenienze (vero, signora borghesia capitalistica?). Anzi, bisogna operare come se domani fosse l’ultimo giorno. Per questo le contrapposizioni che da tempo vengono alimentate sono i veri crimini da cui derivano tutti gli altri che giustamente, alla vista di certe efferatezze, agitano i nostri sentimenti umanitari. Da questo punto di vista, tutto il discorso sulla “resistenza” appare un diversivo, specie se i “resistenti” sono parte attiva delle contrapposizioni (vero, Arestovich e Zelensky?). Perciò, la prima condizione da ripristinare è l’unità dell’Europa attorno ai suoi fondamentali, il ferro e il grano di cui parlava Rousseau, ma con la consapevolezza che bisogna trascendere la pur magnifica civiltà che da essi è derivata se non si vuole che individuo e specie divarichino sino alla distruzione reciproca. Banchieri, finanzieri, magnati, tornino dunque ai loro tristi affari e, senza trucchi e senza inganni elettorali, si ridia la parola al popolo. Per cominciare.

La sinistra, l’Europa, lo Stato

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Nello scontro tra sovranismo ed europeismo, che dovrebbe toccare l’apice nelle elezioni del nuovo Parlamento europeo, la primavera prossima, cominciano ad emergere i suoi campioni, nelle persone del francese Macron e dell’italiano Salvini, e le tematiche, ovvero l’immigrazione e le connesse politiche fiscali e di bilancio, se è vero, come è stato chiarito, che «è la cecità fiscale e non la negazione della dignità umana che determina lo scontro intraeuropeo sull’immigrazione»1. Protagonisti e spettatori più o meno interessati convengono sul fatto che questo scontro archivia definitivamente la contrapposizione tra destra e sinistra. Il che è una constatazione sbilenca, poiché la destra non solo non è scomparsa, ma occupa tutto il campo, travestita come il lupo di Cappuccetto Rosso con la cuffietta tutta trine e merletti del sovranismo e con la gran bocca vorace dell’europeismo. In realtà, quel che è accaduto è che la sinistra, divorata dall’estremismo parolaio e dall’opportunismo riformista, è confluita sostanzialmente nell’europeismo, il che ha avuto come effetto che la lotta di classe, più viva e vegeta che mai, si è venuta svolgendo tutta nel campo della destra in forme grottesche e deformi. L’europeismo infatti è l’articolazione europea di quel capitalismo internazionale in cui, negli ultimi vent’anni, sono esponezialmente aumentate le concentrazioni monopolistiche e le transustaziazioni finanziarie, attraverso le quali la quota di ricchezza attribuita al lavoro è diminuita come forse non si vedeva dai tempi antecedenti la Prima guerra mondiale2. Le sperequazioni derivanti da questa ininterrotta e vittoriosa lotta di classe hanno trovato espressione in movimenti come, appunto, il sovranismo, ma anche il cosiddetto populismo, in cui, abbandonati a se stessi, si riconoscono operai, lavoratori, pensionati, ma anche il minuto capitale della piccola e media impresa, ancora legata ai processi industriali. Emblema di questa deforme lotta di classe è diventato il nuovo governo italiano, dove contro il grande capitale europeistico si sono alleati il sovranismo leghista e il populismo pentastelluto, i quali però, nel mentre che muovono contro il nemico comune, conducono una parallela lotta intestina, per decidere chi dovrà prendersi la maggior quota di ciò che sperano di lucrare nello scontro con il grande capitale finanziario e monopolistico. Bisognerà vedere infatti se passa l’accoppiata reddito di cittadinanza-pensioni d’oro, oppure flat tax-riforma Fornero, e decidere se dovrà vincere il corporativismo del Nord o l’assistenzialismo del Sud. Cosa deve fare allora la sinistra, una sinistra intenzionata a guarire dai cronici mali dell’opportunismo e dell’estremismo, per smascherare questa stucchevole commedia in cui al lavoro viene assegnato il ruolo del servo sciocco? In primo luogo, deve tornare a fissare il netto discrimine dell’anticapitalismo, sia esso grande o piccolo capitale. Ciò, ovviamente, non per alimentare la tendenza estremistica, ma al contrario per chiarire bene le basi su cui impostare discorsi ed alleanze. Così, la piccola e media impresa non deve diventare la divinità di un nuovo culto, come hanno fatto i pentastelluti, ma la forma momentanea di un rapporto di produzione con cui necessariamente allearsi, ma di cui vanno messi in luce liberamente ed ogni qual volta se ne presenti l’occasione, i limiti e la pericolosità in quanto nucleo riproduttivo di quel tessuto grande-capitalistico di cui poi essa stessa è vittima. Un po’ di dialettica, insomma, applicata alla propaganda. Una dialettica da applicare anche all’altro problema, che rischia altrimenti di trasformarsi in un vuoto dilemma, cioè se stare in Europa o no, se avere rapporti con l’europeismo o meno. Pensare di risolvere questo dilemma rispolverando la patria, equivale a fare concorrenza ad un prodotto di successo, il sovranismo, con un altro abborracciato alla meglio. E d’altra parte continuare a invocare una diversa Europa è solo una sterile scorciatoia verbale. L’Europa è questa che partecipa, recitando le belle formule della concorrenza e del libero mercato, al gran banchetto mondiale del capitalismo monopolistico-finanziario, come dimostra l’unico obiettivo che essa persegue, la stabilità monetaria che garantisce il mercantilismo dei paesi eurozona più performanti. Per fare ciò, essa ha però sviluppato delle istituzioni continentali, la BCE, la Commissione, ma anche il Parlamento. In Europa, allora, si deve stare, conducendo la lotta, come si sarebbe detto un tempo, con mezzi legali e illegali, dentro e fuori le sue istituzioni, contro e in alleanza con i movimenti che nel suo quadro si agitano, a seconda della migliore convenienza per far giungere con la maggiore nettezza possibile il proprio messaggio anticapitalistico. La finalità di questo rinnovato agire dialettico non può che essere quella che Spinelli e i suoi sodali fissarono nel loro Manifesto. A questo proposito, di recente, si è riconosciuto che «la peculiarità dell’architettura istituzionale europea è non essere retta da uno Stato, che poco si raccorda con il riferimento frequente alle idee federaliste del Gruppo di intellettuali che ha dato vita al Manifesto di Ventotene»3. Bisogna però intendersi sullo Stato. Se lo Stato è l’articolazione burocratica che garantisce nella lotta di classe l’esito vittorioso del capitale, ebbene l’UE così com’è attualmente possiede uno Stato del tutto rispondente allo scopo. Se invece per Stato si intende la macchina che spezza il dominio del capitale e favorisce l’esito vittorioso del lavoro, allora l’UE non ha evidentemente un tale Stato. Ora, i moralisti borghesi – non si saprebbe come meglio definirli, pensano ad uno Stato che riformi l’attuale Stato europeo restando sempre all’interno di una nebulosa “economia del benessere”. Un capitalismo filantropico che non si è mai visto all’opera nella storia, salvo in quei pochi decenni, tra il 1945 e il 1975, in cui l’alternativa sovietica era un pungolo ben vivo. Poiché oggi le condizioni storiche sono del tutto differenti, e il capitalismo si può addirittura permettere di deglobalizzarsi, come si vede con le rilocalizzazioni perseguite da Trump, bisogna allora ben fissare il significato del richiamo al federalismo del Manifesto di Ventotene. In quel testo, infatti, il futuro Stato federale europeo veniva concepito come una dittatura federale europea, laddove il termine decisivo è quello di dittatura, che ha un senso se collegato al contenuto anticapitalistico così evidente del Manifesto. Il termine dittatura in questo preciso significato anticapitalistico, omesso non solo nella retorica europeistica ma anche dagli odierni moralisti borghesi, gli uni e gli altri accontentandosi solo si mettere l’accento sul federalismo, come se una semplice formula istituzionale potesse da sola realizzare l’Europa unita, quel termine, dicevamo, indica quanto fosse forte in quegli anni Quaranta del secolo scorso la capacità egemonica della sinistra. Su quel termine poterono infatti convergere un leninista allievo di Gramsci come Spinelli e due borghesi antimonopolisti e progressisti come Colorni e Rossi. Quella egemonia derivava da tanti fattori, tra cui l’impressione del disastro della guerra e della distruzione europea, di cui le dinamiche del capitalismo monopolistico-finanziario erano responsabili in due riprese, nel ’14-’18 e nel ’39-’45. Oggi il capitalismo, quel sempiterno capitalismo monopolistico-finanziario che inestinguibile risorge sempre dalle sue ceneri, è responsabile di una guerra senza quartiere contro la società, di cui nega persino l’esistenza, mettendo tutto in capo ad un individuo che è tale, non come persona che si realizza nel rapporto di classe, ma se risponde ai canoni di uno sfrenato superomismo. E questa guerra continua anche quando il capitalismo deglobalizza, promettendo la rinascita dei legami sociali locali. Questa falsa promessa, infatti, serve solo a coprire il significato autentico dei dazi, che servono non a ricostruire i legami, ma ad ingrassare le oligarchie locali, pronte a sfrenarsi di nuovo nel proscenio mondiale, quando la guerra commerciale avrà decretato vincitori e vinti. C’è insomma di che alimentare un coerente discorso anticapitalistico, da condurre senza timidezza, denunciando i cortocircuiti per cui la classe operaia di Taranto, pur di salvare il salario, approva con un plebiscito un processo produttivo che continuerà a minare la salute delle proprie famiglie. E questo accade perché non bastano le opinioni personali del capocomico per sanare certe contraddizioni, anzi, la vicenda di Taranto mostra quanto sia mistificatoria la divisione del lavoro dentro il M5S, dove il guru sognatore propone soluzioni irrealizzabili, e il giovane politicante sigla accordi al ribasso. Dalla convinzione con cui la sinistra farà di nuovo propria la critica anticapitalistica, che una vicenda come quella di Taranto mostra essere l’unico discorso onesto che possa essere rivolto agli operai, discenderanno poi le nuove forme organizzative, su cui per troppo tempo, invece, si è concentrato il dibattito – le primarie, gli statuti, il partito liquido, e quant’altro, in cui hanno potuto trovare spazio azzeccagarbugli che in realtà erano solo gli agenti mascherati del peggior spirito del tempo.

  1. P. Savona, Una politeia per un’Europa diversa, più forte e più equa, PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI, DIPARTIMENTO PER LE POLITICHE COMUNITARIE, IL MINISTRO PER GLI AFFARI EUROPEI, http://www.politicheeuropee.gov.it/media/4295/per-uneuropa-piu-forte-e-piu-equa-2_versione-finale-impaginato.pdf, pp. 16-17. []
  2. D. Troilo, Un capitalismo che è negazione del libero mercato, «Corriere della sera», 30 agosto 2018, p. 29. []
  3. P. Savona, Una politeia per un’Europa diversa, più forte e più equa, cit, p. 8. []

Europa o rivoluzione?

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Secondo Alfredo D’Attorre, bisogna cogliere «il nucleo di verità che sta dietro il successo dei cosiddetti “populisti”», riconoscendo che «l’Europa reale costruita da Maastricht in poi si è rivelata distante dall’utopia di Ventotene non meno di quanto il socialismo reale lo sia stato da quello immaginato da Marx»1.

Anche i comunisti iraniani alla fine degli anni Settanta del secolo scorso volevano cogliere il «nucleo di verità» che stava dietro la rivoluzione khomeinista. Furono spazzati via, e nessuno si ricorda più di loro, mentre da quarant’anni il «nucleo di verità» degli ayatollah domina incontrastato l’Iran.

Bisogna stare attenti ai populisti, specie se sovranisti. Interloquire con loro, pensando di ammansirli con un «europeismo costituzionale», come pensa di fare ancora D’Attorre2, può rivelarsi una pericolosa illusione. Nel Manifesto di Chișinău, «Per la costruzione della Grande Europa», elaborato dai partecipanti alla Conferenza Internazionale «Dall’Atlantico al Pacifico: per un destino comune dei popoli eurasiatici», e reso pubblico nella cittadina moldava il 30 giugno 2017, si legge che la Grande Europa per la quale questi intellettuali d’ogni parte del Continente si battono, deve essere «un potere geopolitico sovrano, dotato di un’identità culturale affermata, che coltiva i propri modelli sociali e politici (basati sui principi dell’antica tradizione democratica europea e sui valori morali del cristianesimo), con proprie capacità di difesa (compreso il nucleare) e con propri accessi strategici alle energie fossili e alternative, così come alle risorse minerarie e organiche»3.

Spicca fra questi propositi il richiamo al nucleare militare, con cui corazzare la mite religione cristiana, su cui si basa l’antica tradizione democratica europea. Un bel nazionalismo grande-europeo, dunque, identitario e demotico, come spiega Aleksandr Dugin, ideologo massimo di questa impostazione, ovvero una democrazia in cui il leader trae la sua legittimità, non da procedure elettorali, ma dalla sua capacità di comprendere e interpretare la volontà del popolo, permettendogli di partecipare al suo destino. E se ancora non fosse chiaro, Dugin aggiunge che «le strutture economiche dipendono dalle particolarità storiche, culturali e climatiche». L’economia non deve avere dunque quella centralità che le assegna il materialismo storico4.

Un capo, dunque, e una comunità di destino, con tutte le classi al loro posto, così come le ha fatte la natura, e poi via al confronto multipolare con gli altri Stati-civiltà mondiali, brandendo pacifici missili nucleari a difesa degli accessi strategici alle energie fossili nonché alternative, così come alle risorse minerarie e ovviamente organiche. È con questi soavi monaci, discendenti dell’antica civiltà europea, che D’Attorre, e tutti gli odierni sostenitori del «nucleo di verità» populista e sovranista, intendono interloquire? Ad evitare brutte sorprese, forse sarebbe meglio riprendere la laica lezione di tutti coloro che, sulla scia di Marx, hanno teorizzato e praticato la scienza della lotta di classe, che risuona anche nella tutt’altro che utopica, bensì attualissima, proposta di una “dittatura federale” del Manifesto di Ventotene5. E questa ripresa sarebbe opportuna non certo per un pregiudizio ideologico, ma nella convinzione storicamente suffragata che solo il trascendimento rivoluzionario del nazionalismo grande-europeo, solo il trascendimento delle storiche divisioni di classe, solo il trascendimento del suo storico capitalismo proprietario, può rendere finalmente l’Europa quel continente di pace e di cooperazione che si vorrebbe invece edificare con i richiami a Costituzioni che restano lettera morta se non sono giorno per giorno vivificate da una lotta conseguente ed organizzata.

  1. A. D’Attorre, Sovranità non è una parola maledetta, «Italianieuropei», 3/2018. []
  2. Ibidem. []
  3. https://www.geopolitica.ru/it/article/manifesto-di-chisinau-la-costruzione-della-grande-europa []
  4. F. Aqueci, Tra Dugin e Huntington. Epistemologia dello scontro di civiltà, notizie di POLITEIA, XXXI, 119, 2015, pp. 10-23 []
  5. F. Aqueci, Semioetica, Roma, Carocci, 2017, cap. VIII. []