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Il coro greco della tecnologia onnipotente

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Davide Casaleggio ci informa che «la velocità con cui si sta evolvendo la tecnologia è impressionante: il problema per la società è proprio questo. Non abbiamo mai dovuto affrontare uno stravolgimento cosi repentino e massiccio. Lo shock più forte sarà nel mondo del lavoro. Avremo milioni di disoccupati in tutto il mondo perché ci saranno software e robot intelligenti molto più efficienti. Certo: ci saranno nuove esigenze, nuove competenze saranno richieste, ma un’intera generazione di lavoratori rischia di essere esclusa da un giorno all’altro perché non saranno più necessari e non potranno riadattarsi, nel giro di così poco tempo, per le nuove mansioni di cui ci sarà bisogno»1.

Purtroppo, questa visione della tecnica come potenza inarrestabile non è solo di questo imprenditore del consenso che, desideroso com’è di espugnare un Palazzo Chigi sempre peggio presidiato, non esita a promettere il miraggio del reddito di cittadinanza. Se si escludono i balbettii della destra, a sinistra si odono accenti simili, quando si constata che la nuova economia delle macchine intelligenti, se vive di poco lavoro, crea però una nuova classe di imprenditori e investitori super ricchi. E, allora, se «le nuove tecnologie portano con sé un aumento della disoccupazione e della disuguaglianza, e se la tendenza è che i giganti digitali decuplichino i profitti con un decimo dei dipendenti, solo la tassazione di questi profitti e la loro redistribuzione col reddito minimo può salvare il meccanismo produzione-consumo su cui si regge l’economia»2.

Come si vede, fine del lavoro, avanzata travolgente della tecnica, società robotizzata, disuguaglianze crescenti, reddito minimo o di cittadinanza, sono tutti temi che trapassano l’uno nell’altro e dissolvono confini politici e distinzioni culturali. Di più, la sinistra si fa forte di vedere nel M5S il sintomo del cambiamento epocale, ma finisce per parlare il linguaggio del sintomo.

In questa discussione su un futuro che la dura condizione presente rende ancora più nevrotica, prendono corpo allora vaticinii circa un mondo prossimo venturo in cui le decisioni verranno prese da intelligenze esterne alla specie umana, che non sarà più in grado di comprendere i motivi o le catene di ragionamenti che le hanno determinate3. Ma è davvero pensabile che il mondo decisionale diventerà per noi opaco, e che ci fideremo di quello che faranno le macchine per noi fino a che non avremo la più pallida idea di ciò che hanno in serbo per la specie umana? È realistica la prospettiva che il padrone, delegando sempre più lavoro al servo tecnologico, in realtà diventi sempre più dipendente da lui e incapace di svolgere il lavoro da sé, producendo così un ribaltamento del rapporto tale che il padrone si subordina e il vero padrone diventa il servo?

Già il fatto stesso che si evochi la dialettica hegeliana di servo e padrone, mostra che la questione non è la tecnica, ma la sfida politica posta da una società neo-signorile, in cui il lavoro morto delle macchine artificialmente intelligenti alimenta una rinata classe schiavistica che, per mantenere il proprio dominio, concede volentieri alla massa esclusa dalla produzione viva il panem del reddito di cittadinanza o minimo che dir si voglia, e i circenses di una società del consumo degradata però a merci vendute a un costo marginale spesso vicino a zero.

Il rimedio, allora, non può consistere nella spoliazione dei giganti digitali per ricavarne una illusoria redistribuzione di ricchezza, un po’ l’equivalente della parcellizzazione dei grandi feudi, per la quale si batté nella prima metà del secolo scorso l’agonizzante mondo contadino, ma nel lottare contro un dominio politico riformulato in chiave neo-schiavistica, da cui, se non contrastato, non potrà che derivare una nuova glaciazione sociale, analoga a quella che colpì il colosso imperiale romano.

E nella scelta di questa lotta politica, che rientra pienamente nell’ispirazione culturale della sinistra, cui il M5S è estraneo, prigioniero com’è di una corta cultura che si esprime in un infantile fantapolitichese, la tecnica non diventa affatto un nemico da cui guardarsi, ma un alleato di cui giovarsi. È un nemico se si parte dal presupposto che la battaglia contro la nuova società signorile alle viste è persa in partenza. Allora, avanzerà inarrestabile l’automazione, ovvero l’eliminazione della presenza umana dai processi produttivi, che confermerà la profezia dell’inevitabilità dell’avvento della nuova società signorile, cui non resterà che acconciarsi. Se, al contrario, si giudica che quella lotta è aperta, e ci si attrezza politicamente per combatterla, allora avanzerà non l’automazione, ma l’interazione tra gli uomini e le macchine4, al cui centro non starà il profitto, ma la soddisfazione di bisogni la cui quantità e qualità dipenderà dal processo interattivo stesso. E qui ci si potrà approssimare a quella onniproduttività che Marx ed Engels espressero con l’ideale dell’individuo che la mattina va a caccia, il pomeriggio pesca, la sera alleva il bestiame, e dopo pranzo critica, cosí come gli vien voglia; senza diventare né cacciatore, né pescatore, né pastore, né critico5.

A Mark Zuckerberg, cui piace tanto atteggiarsi, perfino nella pettinatura, a novello Cesare Augusto, e che rivendica orgogliosamente il proprio status di capitalista, ivi compreso il diritto di eludere le tasse, bisogna dunque strappare non i profitti, ma il comando sociale impugnato, assieme ai Bezos, Page, Gates, Jobs, e tutto il corteggio di questi nuovi dei, reificando la tecnica, della cui oggettiva e inarrestabile potenza il coro greco di filosofi, sociologi e futurologi, vuole convincerci.

  1. D. Casaleggio, “Noi M5S come Netflix. Il candidato premier? In autunno il nome”, Corriere della sera, 3 aprile 2017, p. 6. []
  2. N. Rosa, “Il lavoro nell’era dei robot”, 3 aprile 2017, http://www.rifondazione.it/primapagina/?p=28517 []
  3. A. Moroni, “Facebook, Intelligenza artificiale e punto di singolarità”, http://www.angelomoroni.com/2016/01/18/facebook-intelligenza-artificiale-vicina/ []
  4. J. Lojkine, J.-L. Maletras, “Faut-il avoir peur du numérique?”, l’Humanité, 17 maggio 2016, p. 12. []
  5. K. Marx, F. Engles, L’ideologia tedesca, trad. it. di F. Codino, Roma, Editori Riuniti, 1972, p. 24. []