terrorismo

Genocidio, terrorismo, Nobel per la pace e altri merletti

Download PDF

Il sempre verde Raniero La Valle sostiene sul Fatto Quotidiano del 9 ottobre 2025 che Netanyahu è stato sconfitto perché il genocidio del popolo palestinese non è avvenuto, fermato in corso d’opera dalla mobilitazione mondiale e dal piano di pace imposto da Trump. Non so se l’esperta Francesca Albanese consente che un non esperto come il sottoscritto possa prendere la parola sull’argomento, ma quanto sostiene trionfalmente La Valle mostra quanto sia mal posta la discussione sul genocidio che sarebbe stato perpetrato a Gaza e, sol che si abbia a cuore la realtà per quella che è, impone di rivedere la controversa definizione di questo crimine politico.

La Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio adottata dalle Nazioni Unite il 9 dicembre 1948 definisce il genocidio in base a cinque caratteristiche:

1) uccisione di membri del gruppo;

2) lesioni gravi all’integrità fisica o mentale di membri del gruppo;

3) il fatto di sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di vita intese a provocare la sua distruzione fisica, totale o parziale;

4) misure miranti a impedire nascite all’interno del gruppo;

5) trasferimento forzato di fanciulli da un gruppo a un altro.

Stando a questa definizione, lo Stato israeliano stava sicuramente perpetrando un genocidio. Se si guarda però ai genocidi sui quali esiste un ampio consenso internazionale, si vede che sono i seguenti:

– l’Olocausto

– il genocidio cambogiano

– i massacri etnici avvenuti durante le guerre jugoslave, in particolare quello di Srebrenica

– il genocidio del Ruanda.

A questi si può aggiungere il genocidio armeno perpetrato tra il 1915 e il 1916 dai Giovani Turchi di Atatürk.

Ora, se si fa attenzione a questo secondo elenco, in particolare all’Olocausto, si vede che la loro caratteristica è di essere certamente un’aggressione armata contro una popolazione inerme, condotta però in maniera segreta o comunque mascherata nelle proprie finalità annientatrici, in modo da rendere impossibile o comunque estremamente difficile non solo una simmetrica difesa armata ma anche una mobilitazione esterna a sostegno della popolazione aggredita. L’Olocausto in questo senso è paradigmatico, e tutti gli altri gli si avvicinano ma non lo equivalgono.

Se torniamo alla Palestina, l’esercito israeliano ha orribilmente aggredito i palestinesi di Gaza, e Israele nel suo complesso esercita su tutta la Palestina un dominio sterminatore, ma i palestinesi, a loro gloria e con immenso eroismo, rispondono attivamente come possono, missili, armi proprie e improprie, ma soprattutto con le loro vite, e non solo di pochi eletti ma dell’intera popolazione. In Palestina dunque c’è in atto un conflitto tra due forze diseguali, in cui quella preponderante attua degli stermini che a lungo andare ridurranno i palestinesi allo stato degli Indiani d’America, e quella più debole oppone una resistenza accanita che si serve non solo delle poche armi a disposizione ma anche della politica, dalle trattative diplomatiche al sostegno internazionale.

Tutta la discussione sul genocidio a Gaza è dunque mal posta e, a ben guardare, sminuisce la straordinaria abilità politica dei palestinesi, sia dei dirigenti che dell’intero popolo. I palestinesi di Gaza e in generale i palestinesi non sono vittime ma combattenti. Se poi l’Occidente ha bisogno delle vittime per mobilitarsi, ciò attiene al suo pietoso stato mentale regredito a un bolso sentimentalismo e a un giuridicismo isterico.

Naturalmente, dire che Israele non commette un genocidio ma che cerca di piegare una forza che le resiste strenuamente, significa che il 7 ottobre, per quanto cruento e feroce nelle sue forme, è stato un atto non di terrorismo ma di resistenza. E che un bambino palestinese di quattordici anni già spari, ammesso che sia vero, non assolve gli israeliani dalla loro politica criminale. Se essi non esercitassero il loro illegittimo dominio sterminatore sulla popolazione palestinese, i bambini palestinesi sarebbero ben contenti di giocare alla playstation.

Ha ragione dunque l’ottimo, sempiterno La Valle a dire che è qualunquistico rifiutarsi di dare un nome alle cose, ma è evidente da quanto sin qui detto che genocidio e terrorismo non sono nomi che servono a indicare cose ma solo etichette adatte a rinfocolare le spente passioni di un Occidente senza bussola.

Un’ennesima prova di questo scombussolamento è questa del Nobel per la pace 2025 assegnato a María Corina Machado, venezuelana nota per le sue iniziative in combutta con potenze straniere volte a rovesciare il legittimo governo del suo paese. I soloni svedesi hanno così voluto dirci che essi apprezzano gli attacchi di Trump al Venezuela mascherati da guerra al narcotraffico con cui il Venezuela non ha nulla a che fare, ma non gli assegnano il Nobel pancipacifico perché, con i suoi volgari dazi e con la sua nerboruta politica interna, non lo ritengono all’altezza delle loro forbite maniere “democratico-globaliste”.

E dunque possiamo concludere che il Nobel per la pace 2025 è in realtà un Nobel per la guerra. Complimenti.

Dhaka, arancia meccanica in salsa bengalese

Download PDF

Nell’Arancia meccanica andata in scena a Dhaka, Dacca, per i semplici di spirito, la trama del racconto è stata rovesciata. Mentre, nel film di Kubrick, Alex prima uccide e stupra, e dopo viene sottoposto ad un lavaggio del cervello per renderlo inoffensivo, nella realtà odierna del Bangladesh, i suoi emuli prima vengono sottoposti al lavaggio del cervello per renderli altamente offensivi, poi torturano e uccidono. Si dirà che il cervello di Alex era esso stesso un prodotto sociale, e il lavaggio lo riporta ad una realtà sociale che è quella stessa che ha prodotto il suo cervello omicida. Ma questa regressio ad infinitum, ottima per la critica cinematografica, rischia di non farci andare oltre il livello meccanico dell’analogia, quando invece bisogna cercare di andare al succo dell’arancia. Che è aspro e amaro. Aspro perché ci ricorda che terrorismo è un termine che non significa niente se non guardiamo in faccia la realtà. Non ci si può illudere che il denaro, avvolto nella carta stagnola del multiculturalismo, possa lubrificare tutti gli scambi mondiali. Ci sono degli inevitabii ritorni di fiamma che inceneriscono ogni volenterosa razionalità strumentale. L’emblema di ciò è l’Arabia Saudita, abilissima tesaurizzatrice del suo petrolio, e principale finanziatrice della fazione più estrema del credo islamico. A quanto pare, sin da subito si seppe che dietro gli aerei stragisti dell’11 settembre 2001 c’era la sua mano, ma gli americani, anziché portarla davanti ad un consesso di giustizia internazionale, che pure, da Norimberga alle false prove contro Saddam, quando vogliono, sanno come allestire, andarono a sfogare la loro furia contro gli afghani e poi gli irakeni. Bisognerà ricostruire tutti i dettagli di questo calcolo, che forse è una sindrome, continuare a fare affari con chi ti vuole morto – non è così che vanno le cose nelle cosche mafiose? Il multiculturalismo ci porta all’amaro della storia. Il multiculturalismo presuppone un interesse reciproco per le reciproche differenze, altrimenti è solo il vecchio esotismo senza più le truppe coloniali. Per fortuna, quel tempo è passato, ma bisogna prendere atto che quest’interesse reciproco, salvo per una ristretta minoranza cosmopolita, si manifesta come un’alienazione che scatena la rabbia omicida. Il terrorismo, e l’immigrazione, sono dunque il secondo tempo del rapporto coloniale, e il multiculturalismo è la risposta di chi non ha più la forza di imporre la propria curiosità sfruttatrice. È un meccanismo incagliato, che rischia di incanaglirsi, se non sopravviene una corrente unificatrice, che dissolva le differenze in un movimento che ha bisogno delle differenze, perchè è dal loro dissolversi che trae energia, ma che per ciò stesso non ristagna nelle differenze. Ciò non ha niente a che fare con la miracolosa autoregolazione del mercato, ma richiede una consapevolezza del divenire che, con una mostruosa alleanza, moralisti e immoralisti dell’ordine sociale esistente hanno deciso di mettere al bando.