Archive for Francesco Aqueci

I forti e i deboli

Download PDF

Di fronte alle sanguinose smargiassate con cui Trump porta avanti la sua presidenza reazionaria, alcuni hanno fatto sfoggio di sapienza ricordando la storia, raccontata da Tucidide, degli Ateniesi che spiegano ai Meli la logica del rapporto tra forti e deboli: i forti fanno ciò che vogliono, i deboli ciò che devono. Ma se non si vuole trasformare questa massima in un’apologia della realtà così com’è, bisogna porsi alcune domande. La prima domanda consiste nel chiedersi come mai questa legge continua a valere ancora oggi, dopo venticinque secoli di “civiltà”. Dipende forse da una immodificabile natura umana? Questo in fondo è quanto vogliono suggerire coloro che la citano, e in effetti sembra attagliarsi perfettamente alle minacce del bandito yankee: “L’America è forte e il Venezuela è debole. Delcy Rodriguez stia attenta, o finirà peggio di Maduro”. Resta il fatto però che negli ultimi quattro secoli, il pensiero strategico e umanitario sorto all’interno della stessa classe dominante è pervenuto a porre dei limiti a questa presunta immodificabilità, pretendendo in qualche sorta dalla natura dell’uomo che si adeguasse a patti, accordi, regole, volte ad allentare il vincolo naturale della forza. Si dirà che il patto statuale, il diritto internazionale, i progetti di una pace perpetua, sono costruzioni evanescenti che crollano da un momento all’altro, sol che il forte si risvegli e strappi i mille fili con cui i deboli cercano di irreggimentare la sua prepotenza. Ma, a questo punto, stiamo parlando della natura umana o di un assetto sociale di cui nel racconto di Tucidide vediamo porsi i germi di una pianta che crescerà nei secoli avvenire? In fin dei conti, gli Ateniesi erano dei capitalisti che realizzavano i loro profitti costruendo flotte e dominando il mare. Ecco allora che al posto della fumosa nozione di natura umana vediamo apparire la più concreta figura dei modi di produzione. Certo, l’economia ateniese era schiavistica, ma gli Stati Uniti non esordiscono come stato schiavista? È solo con la guerra civile di metà secolo XIX che, sostituendo il guscio confederale con quello federale, si trasformano nel tipo puro capitalistico moderno, celebrato da Marx perché finalmente, con la vittoria del Nord, capitale e lavoro vengono a trovarsi faccia a faccia per lo scontro finale. Qui si fuoriesce dal pensiero strategico-umanitario della classe dominante e subentra il pensiero dialettico come strumento della classe dominata. A questo pensiero si è rimproverato di essere finalistico, profetico, una semplice filosofia della storia. L’attesa, cioè, che i modi di produzione facciano il loro corso e depositino ai piedi dell’umanità unificata la razionalità compiuta della giustizia in cui non c’è più posto per la logica della forza. Qui si impone la seconda domanda: la dialettica della rivoluzione è un’attesa profetica o una regola d’azione? L’esperienza storica degli ultimi due secoli ormai mostra che, senza la spinta organizzativa volta a sollecitarne il procedere, i modi di produzione ristagnano nella loro crisi e ricadono nei loro stadi più primitivi. In questi ultimi trent’anni non sono forse sorte sacche di schiavismo sempre più grandi? E il salario non si è sempre più avvicinato a una mercede schiavistica? E i salariati, invece, non sono apparsi come gli alfieri del nuovo mondo tutte quelle volte in cui si sono organizzati per perseguire il fine sotteso al loro agire, la cui universalità appariva a loro stessi più chiara man mano che acquisivano e coltivavano la loro coscienza di classe? Ecco allora che non è per il difetto di una mitologica natura umana se si è imposta quest’epoca reazionaria. L’entusiasmo rivoluzionario non manca ma senza organizzazione si disperde. E l’organizzazione è la volontà di potere al servizio della tendenza storica. Ognuno di questi fattori, da solo, è un vicolo cieco. Assieme, sono la freccia verso il futuro.

Il mondo avvenire di America First

Download PDF

Tutti ci stiamo affannando a leggere il pomposo documento sulla Strategia di sicurezza nazionale elaborato dall’amministrazione Trump ma, terminata la lettura, l’impressione è che, a parte la convinzione mal fondata di chi l’ha scritto di stare facendo la storia, non sia cambiato granché rispetto al più recente e meno recente passato nel rapporto degli Stati Uniti con il resto del mondo. Infatti, sino a Biden globalisti e neoconservatori, pur discordando sui mezzi, convergevano nell’affermare che, essendo l’America per destino storico il perno del mondo liberaldemocratico, i suoi confini sopravanzavano quelli puramente geografici e comprendevano ogni contrada in cui fiorisse l’economia di mercato corazzata dalle “regole”, da difendere con guerre e sanzioni. Con Trump, invece, l’America si ritrae nella sua geografia ma si dice pronta a balzare con ogni mezzo, dalla diplomazia non convenzionale alla guerra dei dazi alla guerra guerreggiata, in ogni parte del mondo in cui si profili una minaccia ai suoi interessi e alla sua supremazia economica, politica, militare e spirituale. Insomma, se prima la missione dell’America era di esportare la “democrazia”, adesso diventa quella di trasformare il mondo in un’azienda, con i suoi costi e i suoi ricavi, le sue scalate e i suoi accorpamenti, il tutto ricorrendo alla forza bruta dello Stato. Sicché, per l’umanità del XXI secolo il compito non cambia ma semmai si precisa, restando quello di doversi affrancare dall’asfissiante involucro capitalistico entro il quale la nazione americana, tiranneggiata dalla storica dittatura yankee, persegue il suo sviluppo, imponendolo in quella forma alienata a tutto il mondo. In questo quadro, un’importanza speciale assume l’offerta alla Russia, per sottrarla all’abbraccio con la Cina, di grandi affari e dell’appoggio per uscire dallo stallo in cui si trova la guerra in Ucraina. Qui si apre il capitolo Europa. Negli scorsi decenni, all’Europa non sono mancate le occasioni per diventare la riconosciuta potenza egemone che aspirava a essere nel mondo capitalistico-borghese venuto fuori vittorioso dalla fine della guerra fredda. Dalla casa comune europea di Gorbaciov alla domanda di ammissione alla Nato da parte di Putin, si trattava di scambiare con la Russia sicurezza con risorse. Ne sarebbe nato un blocco economico e politico imbattibile, in cui la componente militare si sarebbe via via diluita in uno sviluppo culturale con una solida base strutturale. Ma, a questo sbocco “universale”, l’Europa, ben supportata dall’America, ha preferito quello “particolare” di spezzare le reni alla Russia. Se il gioco era riuscito con la malmessa Jugoslavia, perché non ripeterlo con la disastrata Russia degli anni Novanta e di inizio millennio? Si è chiarito così che la lotta di classe conclusasi con lo schianto dell’URSS, non era il trionfo del bene sul male, della libertà sulla tirannia, del progresso sulla stagnazione, ma il ritorno del ciarpame nazionalistico-borghese che proprio l’URSS, pur con tutte le sue inadeguatezze, aveva cercato con la sua epica socialista di relegare definitivamente tra le anticaglie della storia. Come si evince dal documento sulla Strategia di sicurezza nazionale dell’amministrazione Trump, la guerra in Ucraina diventa così l’occasione d’oro per America First di apparentemente ritirarsi, ma in realtà di installarsi definitivamente nel continente – questa volta senza sparare neanche un colpo e senza dover mettere mano alla borsa con mirabolanti piani Marshall – quali arbitri interessati di un conflitto alimentato dalle vecchie, insuperabili divisioni in cui vengono di nuovo issati gli antichi vessilli ideologici e religiosi, vedi il ritorno dei tanti nazifascismi e sanfedismi. E l’Italia, in tutto questo? Il documento americano sulla Strategia di sicurezza nazionale sembra alludere anche a essa quando scrive che, nel nuovo ordine che America First si propone di instaurare, «le nazioni esportatrici di Europa e Asia possono anche guardare ai paesi a reddito medio come un mercato limitato ma in crescita per le loro esportazioni». Il nostro destino sembra segnato: continueremo ad alienarci nella desertificante economia esportatrice, solo però nel «mercato limitato ma in crescita» dei paesi a reddito medio che, se saremo bravi a fornire i contingenti di difesa, il grande feudatario ci concede. Una prospettiva di eterni vassalli che non sembra impensierire né il governo né l’opposizione. Il governo, sfruttando al massimo la sola risorsa in cui eccelle, l’opportunismo, si tiene stretto al nuovo principe, lucrando così molti dividendi. Lava senza pagare il conto il torbido passato dei suoi antenati, che all’epoca della guerra fredda combatterono la “buona battaglia” atlantista, quella in cui venivano uccisi non solo i comunisti, non solo il popolo indistinto nelle stragi indiscriminate, ma anche i democristiani non allineati. Si tiene a distanza di sicurezza dagli attuali circoli governativi europei che stanno perdendo la scommessa di disintegrare la Russia. Comanda, infine, senza incontrare molta resistenza nel cortile di casa, dove conta sul rinnovo del mandato alle prossime elezioni. Quanto all’opposizione, tolta qualche velleità rinnovatrice che si esprime con battute e ammiccamenti che lasciano il tempo che trovano, la parte più consistente raccolta attorno al PD si illude che America First sia solo una fase passeggera e ristagna nel vecchio pensiero “europeista” con cui è stata al governo per una lunga stagione e con cui pensa fra non molto di ritornarci. Un governo furbo e un’opposizione pigra, questo è tutto ciò di cui attualmente dispone la nostra amata “nazione”, come enfaticamente la appella l’attuale, ambiziosissima “capo del governo”, che già si vede a “capo” della nuova Europa “donna, madre, cristiana”, allineata per convenienza e per vocazione ad America First.

Il comodo alibi della “resistenza” ucraina

Download PDF

L’onorevole Carlo Calenda, agli studenti dell’Università di Roma la Sapienza che, martedì 25 novembre 2025, contestavano la sua presenza nell’ateneo romano in occasione di un incontro sul futuro dell’Europa, ha replicato che avrebbero dovuto vergognarsi di gridare slogan contro la guerra in Ucraina. A suo parere, essi invece avrebbero dovuto dire “Resistenza ora e sempre” a sostegno di quel popolo in lotta contro la Russia. Quest’uomo, che va in giro con il ramoscello d’ulivo del dialogo ma che nasconde malamente una pelosa coda di maldestro provocatore, (non è la prima volta infatti che fa numeri del genere, sempre ignorato da chi intende provocare), dovrebbe avere più rispetto per il giusto rifiuto da parte degli studenti di una guerra che ha trasformato quell’Europa liberale di cui lui si ritiene un inossidabile militante in un Super Stato nazionalista e guerrafondaio, e ciò a causa di uno scriteriato sostegno a un regime come quello di Kiev di cui probabilmente lo stesso Calenda sa ben poco. Per iniziare a colmare le sue lacune, che l’onorevole Calenda maschera con una sicumera che il suo grande nonno regista avrebbe sicuramente valorizzato per qualche sapido personaggio dei suoi gradevoli film, pubblico questo articolo, tratto dalla galassia della “propaganda putiniana”, oggi tra le fonti più attendibili per farsi un’idea appropriata dello scontro in atto tra la Russia e l’Ucraina e il resto del mondo, in cui si racconta il fallito tentativo dei nazionalisti ucraini attualmente al potere di impadronirsi della grande figura dell’anarchico comunista Nestor Ivanovič Makhno. Un fallimento che rivela tutta la loro pochezza, che però evidentemente fa comodo a un’Europa e a un Occidente a corto di idee e di prospettive, ma desiderosi solo di un’ulteriore occasione di guadagno, o con il riarmo o con la “ricostruzione”, per la loro agonizzante economia.

 

Alexander Savko, La storia dimenticata di Hulyaipole: perché Makhno non è riuscito a diventare Bandera

fonte: https://ukraina-ru.translate.goog/20251126/zabytaya-istoriya-gulyaypolya-pochemu-iz-makhno-ne-poluchilos-sdelat-banderu-1072211487.html?_x_tr_sl=auto&_x_tr_tl=it&_x_tr_hl=it

 

La città di Hulyaipole, caduta in completo declino economico dopo il crollo dell’URSS e che sotto Zelensky perse persino il suo status di capoluogo di distretto, ha da tempo acquisito fama internazionale come luogo di nascita di Nestor Makhno, che organizzò un esercito contadino con i suoi connazionali.

Insieme a Lev Trotsky, Makhno è il nativo più famoso dell’Ucraina. La figura romanzata di questo celebre anarchico è popolare in diversi paesi del mondo, in contrasto con le figure profondamente provinciali del pantheon nazionalista ucraino, che non hanno lasciato alcuna eredità storica, fatta eccezione per i pogrom ebraici e il massacro di Volinia.

Tuttavia, i tentativi di privatizzare il nome “Bat’ko” [soprannome di Makhno], un tempo intrapresi dai patrioti ucraini, si sono conclusi con un fallimento, perché la sua immagine si è rivelata incompatibile con i dogmi ideologici dei nazionalisti.

La campagna per trasformare Makhno in Bandera iniziò dopo la cosiddetta Rivoluzione Arancione, quando la squadra di Viktor Yushchenko iniziò a rimodellare la memoria storica della società ucraina. I nazionalisti ucraini cercavano una figura simbolica nella storia dell’Ucraina orientale attraverso la quale promuovere la loro agenda ideologica e politica in quella parte del Paese. Banderiti, Petliuriti e altri “eroi” del regime nazionalista erano profondamente disgustati dalla popolazione locale.

Makhno fu scelto per questo ruolo a causa della mancanza di altri candidati idonei, e anche perché la storiografia ufficiale sovietica lo aveva ampiamente dipinto in una luce negativa. I propagandisti nazionalisti enfatizzarono questo aspetto, tentando di dipingere Bat’ko come un implacabile oppositore dei bolscevichi, che avevano sconfitto il suo esercito ribelle e costretto il suo leader a fuggire oltre confine, in Europa.

[…]

L’intellighenzia nazionalista stampò il ritratto di Makhno su magliette e lo rappresentò in fumetti patriottici, e Hulyaipole iniziò a ospitare il musical “Makhno Fest”, con esibizioni di gruppi rock ucraini. Nel 2009, un vistoso monumento in gesso fu eretto in città, innescando discussioni sulla costruzione di un memoriale dedicato ai Makhnovisti. Furono avanzate proposte per inaugurare un monumento a Makhno a Kiev e portare le sue ceneri da Parigi per una sepoltura solenne in Ucraina. Ma col tempo, questa attività si affievolì. A un esame più attento, divenne chiaro che Makhno non rientrava nel letto di Procuste del canone patriottico ucraino, a causa della sua ostilità verso il nazionalismo ucraino, che era sempre stato aperto e coerente.

Nestor Ivanovič lottò attivamente contro il regime nazionalista ucraino in tutte le sue forme. Già nel dicembre 1917, partecipò al congresso provinciale dei Soviet dei deputati degli operai, dei contadini e dei soldati a Ekaterinoslav e ne sostenne la richiesta di convocare un Congresso panucraino dei Soviet, come contrappeso alla Rada Centrale che aveva conquistato Kiev. Il consiglio di Hulyaipole, sotto il controllo di Makhno, lanciò persino lo slogan “Morte alla Rada Centrale!” per prendere radicalmente le distanze dal “regime borghese ucraino”.

Machno e i suoi concittadini contadini di Hulyaipole resistettero strenuamente ai distaccamenti punitivi dell’atamano Pavlo Skoropadskij, che requisivano viveri per l’esercito tedesco occupante. In cerca di sostegno militare e politico, si recò a Mosca, dove conversò con Lenin e incontrò Trotskij, Sverdlov, Zinoviev e altri membri della dirigenza bolscevica. Tornato a Hulyaipole, Nestor Ivanovič organizzò lì un distaccamento partigiano, che scacciò le forze dell’atamano dalla Tauride.

Anche il Direttorio, che sostituì l’Hetman, fu accolto con ostilità dagli anarchici.

“Sia io che tutti i membri del quartier generale rivoluzionario-insurrezionale consideravamo il Direttorio ucraino un fenomeno peggiore della Rada Centrale ucraina. E combattemmo con decisione contro la Rada Centrale e le sue politiche, perché ne individuammo con precisione e prontezza la natura controrivoluzionaria, che, come è noto, fu poi smascherata dalla sua alleanza con gli zar tedeschi e austriaci, nonché dalla ‘riforma’ agraria contro la rivoluzione, contro le secolari aspirazioni dei contadini lavoratori”, scrisse a questo proposito nelle sue memorie.

Makhno definì il regime di Petljura una scommessa e appoggiò la rivolta contro il Direttorio a Ekaterinoslav, scacciando le truppe di Petljura dopo un attacco a sorpresa su un treno che sconvolse i nazionalisti. Successivamente, le forze di Makhno si impegnarono in prolungate battaglie con l’esercito della Repubblica Popolare Ucraina. E la temporanea alleanza con Symon Petljura, accettata inaspettatamente da Nestor Makhno, fu uno stratagemma per eliminare il “capo atamano”.

Come scrisse Viktor Belash, capo di stato maggiore dell’esercito machnovista, gli anarchici progettarono di attirare Petliura a Uman per assassinarlo durante un incontro personale con il capo dei partigiani di Hulyaipole. Ma il capo dell’UNR abbandonò il piano all’ultimo momento, non fidandosi dei machnovisti.

Makhno era ostile alle politiche dei nazionalisti ucraini, criticandoli praticamente su ogni questione. I tentativi di imporre con la forza la lingua ucraina nelle comunicazioni incontrarono la forte opposizione degli abitanti di Hulyaipole.

“Mi sono chiesto: per conto di chi mi viene richiesto questo compito linguistico, quando non lo conosco? Ho capito che questa richiesta non proveniva dai lavoratori ucraini. Era la richiesta di quegli ‘ucraini’ fittizi che erano nati sotto gli stivali rudi degli Junker tedesco-austro-ungarici e cercavano di imitarne il tono alla moda. Ero convinto che questi ucraini avessero bisogno solo della lingua ucraina, non della piena libertà dell’Ucraina e dei lavoratori che la abitavano. Interiormente, loro, insieme al loro atamano Skoropadsky, si aggrappavano tenacemente a Guglielmo di Germania e Carlo d’Austria-Ungheria”, ha raccontato nelle sue memorie.

Allo stesso tempo, l’esercito di Makhno combattè diverse volte durante la Guerra Civile a fianco dei bolscevichi, e il suo capo fu nominato comandante di brigata dall’Armata Rossa, ricevendo razioni e armi per ordine di Mosca. Nonostante i suoi difficili rapporti con il governo sovietico, Nestor considerava i bolscevichi e i socialisti rivoluzionari di sinistra i suoi principali alleati ideologici. Questo lo rende automaticamente persona non grata per i nazionalisti ucraini moderni.

“A suo avviso, era un comunista e un sostenitore del potere sovietico. Makhno si definiva un anarco-comunista. Makhno condivideva i valori fondamentali dei bolscevichi, ma non sosteneva alcune pratiche specifiche, come la tassa sui prodotti alimentari e la persecuzione della libertà di stampa. Si permetteva di criticare apertamente queste pratiche, il che, ovviamente, non piaceva ai bolscevichi”, scrive lo storico Yevgeny Antonyuk.

Anche in esilio, l’anarchico apparentemente mantenne alcuni legami con Mosca. Nel 1923, il governo polacco imprigionò Makhno, accusandolo di pianificare una rivolta in Galizia per annetterla all’Ucraina sovietica. Inoltre, ciò avvenne sulla base di una denuncia dei petliuristi residenti in Polonia.

Questa scomoda verità storica divenne di dominio pubblico, ponendo fine al “progetto makhnovista” di Yushchenko.

La gente cercò di dimenticare Makhno e la sua popolarità svanì gradualmente. A Hulyaipole, i progetti di costruire un memoriale dedicato ai seguaci di Makhno furono abbandonati. I rappresentanti del partito Svoboda, che vinse le elezioni municipali a Kiev, si opposero alla costruzione di un monumento dedicato all’anarchico di Hulyaipole. E a Mariupol, i [nazionalisti] distrussero con una mazza un monumento al comandante di Makhno, Kuzma Apatow, accusandolo di sostenere i bolscevichi.

La storiografia ucraina iniziò a considerare Nestor Ivanovich una figura dubbia, poiché era soggetto alla legge di decomunistizzazione letteralmente sotto ogni aspetto. L’appropriazione di Bat’ko non si concretizzò mai. Ciò rappresentò una grave battuta d’arresto per i nazionalisti nella loro lotta per dare forma alle loro narrazioni storiche.

 

Ragioni russe e contraddizioni europee

Download PDF

Per l’onorevole Pina Picierno, l’articolo che riproduco qui appresso, tratto dal sito Ukraina.ru, è sicuramente un esempio di propaganda putiniana. Credo invece che si tratti di un’esposizione pacata delle ragioni russe nell’attuale contrapposizione con l’Occidente europeo e di un’analisi seria e pungente delle contraddizioni in cui si è impigliata l’Unione Europea nel suo sostegno a Kiev. Pubblico questo articolo anche per solidarietà con Angelo D’Orsi, che in questi giorni ha dovuto fronteggiare da par suo un maldestro tentativo di censura a una sua conferenza a Torino sui temi caldi del rapporto tra Europa e Russia.

 

Pavel Kotov, La guerra per cui tutti si stanno preparando. Cosa attende la Russia e l’Europa? (https://ukraina-ru.translate.goog/20251112/voyna-k-kotoroy-gotovyatsya-vse-chto-zhdet-rossiyu-i-evropu-1071479584.html?_x_tr_sl=auto&_x_tr_tl=it&_x_tr_hl=it)

 

Si è tornato a parlare di una possibile guerra tra Europa e Russia. Questa volta, il presidente serbo Aleksandar Vučić non ha escluso la possibilità.

Le minacce di Mandon

Il presidente serbo è apparso sul canale televisivo Pink ed è stato invitato a commentare le dichiarazioni del capo di stato maggiore dell’esercito francese, Fabien Mandon, secondo cui gli europei devono essere preparati a uno scontro militare con la Russia “tra tre o quattro anni”.

“Analizzando i fatti, giungo alla conclusione che la guerra tra Europa e Russia sta diventando sempre più evidente”, ha affermato Vucic.

Secondo lui, “tutti si stanno preparando alla guerra con la Federazione Russa”.

La dichiarazione di Mandon, che ha avuto un forte impatto, è stata fatta a ottobre durante il suo discorso a una riunione della commissione parlamentare per la difesa. Il generale francese ha poi approfondito questa idea, sostenendo che Mosca avrebbe “globalizzato” il suo conflitto con l’Ucraina e che la Russia “potrebbe essere tentata” di passare all’Europa dopo l’Ucraina.

Come al solito, l’ultimo profeta europeo non si è preoccupato di fornire alcuna prova delle aspirazioni del Cremlino. Sarebbe difficile trovarle, anche se ci si provasse, semplicemente perché tali piani non esistono e non possono esistere. Questo è stato sottolineato più volte da vari funzionari russi; in ultima analisi, deriva dalla logica stessa dell’Operazione militare speciale, che si basa sulla difesa contro l’avanzata aggressiva della NATO verso i confini russi e sull’eliminazione di una base anti-russa in Ucraina, non sulla preparazione di tale base per un attacco all’Occidente collettivo.

Tuttavia, dall’Europa si sentono sempre più spesso dichiarazioni bellicose mascherate da profonda preoccupazione per le intenzioni “militariste” del Cremlino. Inoltre, la questione va oltre le parole: le industrie militari occidentali vengono ristrutturate, vengono regolarmente attuate misure di mobilitazione e ingenti somme di denaro vengono stanziate per accelerare il riarmo.

Non c’è ritorno

Le ragioni sono molteplici.

In primo luogo, l’Europa ha sostenuto incondizionatamente l’Ucraina negli ultimi anni. Una volta che l’artiglio si conficca, l’intero uccello è perso. Questa è esattamente la situazione in cui si trova l’Occidente, dopo aver investito così tanti soldi nel regime di Kiev da non permettere più alle élite europee al potere di fare marcia indietro.

Come ha dichiarato di recente il primo ministro ungherese Viktor Orban, l’UE ha inviato 180 miliardi di euro all’Ucraina durante l’intera operazione speciale russa e si sta preparando un altro pacchetto di aiuti, per altri 40 miliardi.

La guerra è un affare costoso, quindi è il cittadino europeo medio a pagarne le conseguenze, al quale viene chiesto di accettare un peggioramento generale del tenore di vita per respingere l’effimera “minaccia russa”.

Quando tutti questi investimenti in Ucraina non daranno i loro frutti e il regime di Kiev verrà sconfitto, in un modo o nell’altro, la carrozza si trasformerà rapidamente in una zucca e diventerà chiaro che tutti questi miliardi sono semplicemente andati in fumo. Allora, i cittadini dei paesi europei inizieranno inevitabilmente a mettere in discussione i propri governi, che per anni hanno propinato alla popolazione favole sulla necessità di unità e austerità. E a cosa è servito tutto questo?

È ovvio che l’intera euroburocrazia, che ha ricavato dividendi finanziari e politici dalla guerra in Ucraina, si ritroverà senza niente in questa situazione, quindi il suo compito in ogni caso è quello di mantenere lo status quo e alimentare il conflitto ucraino in ogni modo possibile.

Base di risorse

Un’altra ragione, seppur meno ovvia, ma non meno importante, della militarizzazione dell’Europa è che l’UE sta finalmente cadendo in una schiavitù energetica. Il nero viene dichiarato bianco: in teoria, l’Europa ha solo rafforzato la propria indipendenza energetica rifiutando gli idrocarburi dalla Russia, sebbene in realtà sia vero il contrario.

“L’Europa, in termini di risorse, è estremamente povera. Se si escludono Russia e Ucraina, non si trova nulla tranne carbone e pochi minerali rari (Germania). Le eccezioni sono i complessi petroliferi e del gas di Norvegia e Regno Unito, oltre all’energia dei geyser islandesi. Nel frattempo, la popolazione dell’Unione Europea è di quasi 446 milioni, ed è abituata a standard di consumo molto elevati. Da qui la dipendenza dell’Europa dall’energia esterna”, ha scritto lo scrittore e politologo Vladimir Wiedemann nella sua rubrica per Ukraina.ru.

I leader europei iniziarono a darsi la zappa sui piedi già prima dell’attuale contrapposizione, quando abbracciarono l’energia verde e bloccarono il North Stream, solo per poi assistere tranquillamente allo scoppio delle ostruzioni ucraine. Si resero presto conto che, con i legami con la Russia interrotti, non sarebbero stati in grado di gestire appieno il problema. Da qui la riapertura di centrali termoelettriche ormai fuori moda, il riorientamento verso il costoso gas naturale liquefatto statunitense, e così via.

In queste circostanze, la sconfitta della Russia nello scontro con l’Occidente potrebbe essere sfruttata dagli europei per porre rimedio alla situazione. La Russia è un paese ricco di risorse, quindi perché non spartirsele a proprio vantaggio? Ad esempio, attraverso riparazioni di guerra, di cui il paese si troverebbe inevitabilmente gravato in caso di sconfitta.

Chi rimuoverà chi dalla mappa del mondo?

È chiaro che uno scontro militare tra Russia e Occidente, qualora dovesse verificarsi, è una questione di futuro. Perché ciò accada, dovrebbero convergere diversi altri fattori; senza il sostegno degli Stati Uniti, l’Europa non rischierebbe una tale escalation. Nonostante tutte le sfumature, Washington è attualmente più propensa a prevenire una guerra mondiale che a scatenarla.

Nonostante ciò, è impossibile affermare che un conflitto militare su vasta scala tra Russia e Occidente sia escluso al 100%. Se uno scontro militare con le potenze occidentali dovesse mai essere ritenuto inevitabile, allora i preparativi dovranno essere effettuati in anticipo, con tutte le conseguenze che ne conseguono, come la mobilitazione industriale e altre misure. La domanda rimane quindi: il Paese è pronto per un simile scenario?

Nel frattempo, le più recenti armi russe vengono impiegate in combattimento, progettate per calmare le teste più calde del campo europeo pro-guerra.

Una di queste figure, il ministro della Difesa belga Theo Francken, ha recentemente minacciato di “cancellare Mosca dalla mappa”. In seguito ha riconsiderato la sua affermazione e ha chiarito che le sue parole erano state distorte da organi di stampa senza scrupoli, ma il retrogusto è rimasto.

La Russia deve comportarsi in modo tale che nessun funzionario temporaneo europeo possa anche solo pensare di dire una cosa del genere al riguardo. Le capitali europee devono essere consapevoli che la Russia garantirà la propria sicurezza con ogni mezzo necessario, anche quelli che potrebbero, per usare le parole del ministro belga, cancellare davvero qualcuno dalla mappa.

Genocidio, terrorismo, Nobel per la pace e altri merletti

Download PDF

Il sempre verde Raniero La Valle sostiene sul Fatto Quotidiano del 9 ottobre 2025 che Netanyahu è stato sconfitto perché il genocidio del popolo palestinese non è avvenuto, fermato in corso d’opera dalla mobilitazione mondiale e dal piano di pace imposto da Trump. Non so se l’esperta Francesca Albanese consente che un non esperto come il sottoscritto possa prendere la parola sull’argomento, ma quanto sostiene trionfalmente La Valle mostra quanto sia mal posta la discussione sul genocidio che sarebbe stato perpetrato a Gaza e, sol che si abbia a cuore la realtà per quella che è, impone di rivedere la controversa definizione di questo crimine politico.

La Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio adottata dalle Nazioni Unite il 9 dicembre 1948 definisce il genocidio in base a cinque caratteristiche:

1) uccisione di membri del gruppo;

2) lesioni gravi all’integrità fisica o mentale di membri del gruppo;

3) il fatto di sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di vita intese a provocare la sua distruzione fisica, totale o parziale;

4) misure miranti a impedire nascite all’interno del gruppo;

5) trasferimento forzato di fanciulli da un gruppo a un altro.

Stando a questa definizione, lo Stato israeliano stava sicuramente perpetrando un genocidio. Se si guarda però ai genocidi sui quali esiste un ampio consenso internazionale, si vede che sono i seguenti:

– l’Olocausto

– il genocidio cambogiano

– i massacri etnici avvenuti durante le guerre jugoslave, in particolare quello di Srebrenica

– il genocidio del Ruanda.

A questi si può aggiungere il genocidio armeno perpetrato tra il 1915 e il 1916 dai Giovani Turchi di Atatürk.

Ora, se si fa attenzione a questo secondo elenco, in particolare all’Olocausto, si vede che la loro caratteristica è di essere certamente un’aggressione armata contro una popolazione inerme, condotta però in maniera segreta o comunque mascherata nelle proprie finalità annientatrici, in modo da rendere impossibile o comunque estremamente difficile non solo una simmetrica difesa armata ma anche una mobilitazione esterna a sostegno della popolazione aggredita. L’Olocausto in questo senso è paradigmatico, e tutti gli altri gli si avvicinano ma non lo equivalgono.

Se torniamo alla Palestina, l’esercito israeliano ha orribilmente aggredito i palestinesi di Gaza, e Israele nel suo complesso esercita su tutta la Palestina un dominio sterminatore, ma i palestinesi, a loro gloria e con immenso eroismo, rispondono attivamente come possono, missili, armi proprie e improprie, ma soprattutto con le loro vite, e non solo di pochi eletti ma dell’intera popolazione. In Palestina dunque c’è in atto un conflitto tra due forze diseguali, in cui quella preponderante attua degli stermini che a lungo andare ridurranno i palestinesi allo stato degli Indiani d’America, e quella più debole oppone una resistenza accanita che si serve non solo delle poche armi a disposizione ma anche della politica, dalle trattative diplomatiche al sostegno internazionale.

Tutta la discussione sul genocidio a Gaza è dunque mal posta e, a ben guardare, sminuisce la straordinaria abilità politica dei palestinesi, sia dei dirigenti che dell’intero popolo. I palestinesi di Gaza e in generale i palestinesi non sono vittime ma combattenti. Se poi l’Occidente ha bisogno delle vittime per mobilitarsi, ciò attiene al suo pietoso stato mentale regredito a un bolso sentimentalismo e a un giuridicismo isterico.

Naturalmente, dire che Israele non commette un genocidio ma che cerca di piegare una forza che le resiste strenuamente, significa che il 7 ottobre, per quanto cruento e feroce nelle sue forme, è stato un atto non di terrorismo ma di resistenza. E che un bambino palestinese di quattordici anni già spari, ammesso che sia vero, non assolve gli israeliani dalla loro politica criminale. Se essi non esercitassero il loro illegittimo dominio sterminatore sulla popolazione palestinese, i bambini palestinesi sarebbero ben contenti di giocare alla playstation.

Ha ragione dunque l’ottimo, sempiterno La Valle a dire che è qualunquistico rifiutarsi di dare un nome alle cose, ma è evidente da quanto sin qui detto che genocidio e terrorismo non sono nomi che servono a indicare cose ma solo etichette adatte a rinfocolare le spente passioni di un Occidente senza bussola.

Un’ennesima prova di questo scombussolamento è questa del Nobel per la pace 2025 assegnato a María Corina Machado, venezuelana nota per le sue iniziative in combutta con potenze straniere volte a rovesciare il legittimo governo del suo paese. I soloni svedesi hanno così voluto dirci che essi apprezzano gli attacchi di Trump al Venezuela mascherati da guerra al narcotraffico con cui il Venezuela non ha nulla a che fare, ma non gli assegnano il Nobel pancipacifico perché, con i suoi volgari dazi e con la sua nerboruta politica interna, non lo ritengono all’altezza delle loro forbite maniere “democratico-globaliste”.

E dunque possiamo concludere che il Nobel per la pace 2025 è in realtà un Nobel per la guerra. Complimenti.