Archive for Francesco Aqueci

Socialismo o barbarie, oggi

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La falsa alternativa tra democrazia e autoritarismo che Nancy Pelosi, la Signora Confetto della politica americana, è andata a testimoniare recentemente a Taiwan nasconde a mala pena la realtà del confronto di forza tra i tre titani, gli Usa, la Russia e la Cina, che caratterizza questo scorcio iniziale di secolo. Ognuno di essi scaglia sull’altro la propria debolezza, sperando che collassi. Russia e Cina sperano che le profonde crepe apertesi con l’assalto al Campidoglio di due anni fa portino al crollo dell’intero edificio degli Stati Uniti. Riemergerebbero così gli antichi contrafforti del Nord “industriale” e del Sud “agrario” e il venir meno della secolare dittatura del Nord sull’intera nazione nordamericana in un sol colpo polverizzerebbe la federazione, il capitalismo e il ruolo imperiale degli Stati Uniti. Il pensiero strategico americano non se ne dà per inteso, anzi è convinto di avere molto filo da tessere e così, ora con le guerre delegate ora con le visite leziose, preme su Russia e Cina sperando che a loro volta collassino frantumandosi in molte Russie e in molte Cine. La fine dunque di questi Stati imperiali, paragonabile a quella degli Imperi Centrali che in Europa crollarono un secolo fa con la Grande Guerra. Se è una prospettiva realistica o un’allucinazione che scambia il caos che ne deriverebbe con il trionfo finale della democrazia, purtroppo lo si vedrà solo a cose fatte. La storia insegna che una simile allucinazione, l’internazionalismo democratico alla Woodrow Wilson, accompagnò la fine dell’Europa. Non è da escludere che questa dei costruttori di Stati di diritto che avanzano sotto le bandiere della Nato possa segnare la fine tante volte paventata dell’Occidente. La fine dell’Europa sette-ottocentesca mise di fronte all’alternativa tra l’irrazionalismo di tutti i demoni che nella sua lunga storia il capitalismo aveva ingabbiato nella razionalità strumentale della merce e la “ragione universale” che il socialismo prometteva con l’autodeterminazione dei popoli, la pace senza condizioni e l’instaurazione di una base economica sganciata dal plusvalore. Un’alternativa simile si ripropone oggi con la differenza che il socialismo non è in ascesa ma vive una profonda crisi come si può vedere dallo stato in cui versa nei vari settori dello scacchiere internazionale. In Occidente, il socialismo è un socialismo frantumato, dissimulato, rinnegato che non riesce più a prevalere in una sinistra schiacciata dalla sua subalternità “riformistica” al sistema capitalistico giudicato come l’unico possibile. Il superamento di questa subalternità non può certo avvenire con le sortite elettoralistiche o con il potere morbido della “cultura” ma tornando anche con una certa semplicità scolastica ai fondamenti teorici rivoluzionari il cui cardine è la lotta per l’instaurazione della “dittatura proletaria”. Di questa locuzione, se è difficile oggi definire il significato dell’aggettivo, più semplice è fissare quello del sostantivo, cioè la volontà di contrastare e ribaltare il dominio arbitrario che il capitale esercita nella struttura economica e che difende nella sovrastruttura politica non più e non solo con i tradizionali meccanismi parlamentari ma soprattutto con il pretesto della “difesa della democrazia” da un perenne “pericolo di destra” in nome del quale si santifica il “centro moderato”. Il risultato paradossale di questo inganno ideologico è che lo sbandierato “pericolo di destra” si fa sempre più concreto, anzitutto perché le sue istanze fatte proprie dal cosiddetto “centro moderato” nel miope tentativo di depotenziarle hanno minato nel corso del tempo la democrazia, e poi perché la destra con la sua attitudine autoritaria ereditata dalle dittature novecentesche appare più adatta della democrazia in crisi tanto a preservare il dominio del capitalismo nella struttura economica quanto a restaurare la sua aura “irrazionale” da cui promanano i suoi spiriti animali. Di qui la “democrazia illiberale”, come vengono pudicamente chiamati i nuovi fascismi contro cui si invoca l’ormai frustro “fronte antifascista”, in anni recenti ripudiato dallo stesso capitalismo, vedi il famoso documento della Morgan Stanley del 2011 in cui le Costituzioni antifasciste adottate nel dopoguerra da paesi come la Grecia o l’Italia venivano additate come un ostacolo alla “crescita economica”. Insomma, l’ammucchiata antifascista non ha più alcuna credibilità e il socialismo, proprio per salvare la democrazia come regime in cui meglio si può costruire la “ragione universale”, deve battersi per instaurare la sua dittatura nella struttura economica come condizione essenziale per bloccare il ritorno di quell’“irrazionalismo” che costituisce lo strato profondo della “forma di vita” capitalistica. Riuscirà esso su questa linea di intransigenza a superare l’attuale dispersione? Lasciamo con un certo pessimismo aperto questo interrogativo e dal socialismo frantumato occidentale passiamo al socialismo negato di tutte le Russie., Nel loro purismo rivoluzionario, Trotsky e Bordiga ciascuno alla sua maniera si rifiutavano di ammettere che il pugno di ferro dei piani quinquennali era l’unico modo di contenere le prorompenti forze produttive che in Russia, già prima della Rivoluzione d’Ottobre, avevano cominciato a rullare. Il “capitalismo di Stato”, ampiamente previsto dagli ideologi liberali, da Pareto a Weber, era l’inevitabile equilibrio “provvisorio” della dittatura proletaria, a patto che il partito unico fosse in grado di tenere vivo il nesso di politica, organizzazione e rivoluzione. Purtroppo la “volontà rivoluzionaria” dell’élite sovietica si degradò presto in generica “volontà di potenza” e l’organizzazione di conseguenza si trasformò in “burocrazia” per cristallizzarsi infine in quel “capitalismo oligarchico” con cui Putin intende unificare la “nazione slava”, riportando in vita a tal fine tutto il ciarpame oscurantista, dall’Ortodossia all’eurasismo, che il potere sovietico aveva combattuto solo “illuministicamente”. Per non soccombere nei rapporti di forza con l’americanismo atlantista Putin ha bisogno però di connettersi con altri quadranti in cui sopravvivono spezzoni imponenti di socialismo, in primo luogo con il socialismo ibernato della Cina. La Cina ha potuto mantenere la “forma” politica della dittatura proletaria perché ha salvaguardato il partito unico, la cui esistenza è però legittimata non dalla “volontà rivoluzionaria”, anche qui evaporata con le riforme di Deng, bensì dallo sviluppo nazionale delle forze produttive. Da strumento, il partito è diventato così feticcio che presiede alla creazione e redistribuzione della ricchezza. A pensarci bene, la Cina è il campione più riuscito del policentrismo auspicato da Togliatti nel suo Memoriale di Yalta, ma per assicurare la connessione tra l’idea generale e le “particolarità” storiche le vie nazionali al socialismo avrebbero avuto bisogno di un “ambiente esterno” rivoluzionario, in assenza del quale sono sfociate o nell’ibernazione dell’idea come in Cina o nella sua liquidazione come nell’URSS e nei grandi partiti comunisti dell’Europa occidentale. È vero che l’attuale dirigenza cinese, ribaltando in nome di Mao l’ultima scelta politica di Mao, ovvero l’avvicinamento cinquant’anni fa agli Stati Uniti per opporsi all’incipiente deriva “russa” dell’allora Unione Sovietica, cerca di creare un tale “ambiente esterno”. Si tratta però di una prospettiva socialista esile e ambigua, affidata com’è ai meccanismi economici e alle iniziative politico-diplomatiche volte a neutralizzare l’antagonismo degli Stati liberal-capitalistici ma per nulla interessata a suscitare o a collegarsi a movimenti anche solo lontanamente paragonabili a quelli cui Mao ricorreva nelle sue sortite anti-burocratiche. Come il socialismo negato, anche il socialismo ibernato sopravvive così come “autocrazia”, uno stigma con cui l’Occidente liquida il fantasma inquietante del “capitalismo autoritario” che abbiamo già incontrato nella veste di “democrazia illiberale”. Ma se democrazia e capitalismo non sono consustanziali e se tanto all’Est quanto all’Ovest il capitalismo si rinserra nella corazza dell’autoritarismo, l’Occidente che tanto tiene alla democrazia perché non prova a costruirne una che non sia capitalistica? Sarebbe questa la vera risposta tanto all’autocrazia quanto alla democrazia illiberale che evidentemente non può essere data perché implicherebbe la ripresa del socialismo che l’Occidente, sotto il tallone di ferro della dittatura capitalistica nella struttura, non può perseguire. Il socialismo disperso, negato, ibernato che abbiamo rinvenuto in Occidente, in Russia e in Cina è dunque il sintomo di qualcosa che urge ma a cui, a causa dell’arbitrio che il capitalismo esercita nella struttura e difende “irrazionalmente” nella sovrastruttura, è impedito di nascere. Non tutto però soggiace a questo “blocco ontologico” in cui a rischio delle sorti del mondo si dibattono i tre titani alle prese con le loro rispettive contraddizioni. A tale blocco, per esempio, si sottrae almeno in parte il socialismo intermittente dell’America latina. Dal Cile al Brasile, dalla Bolivia all’Uruguay, sino all’Argentina peronista, il socialismo latino-americano che arrivi o meno al governo si affida per affermarsi al sistema rappresentativo, esponendosi così a inevitabili rovesci in un continente in cui forze capitalistiche brutali, spalleggiate quando non al soldo degli Stati Uniti, non esitano a buttare la maschera ogni qual volta il gioco parlamentare rischia di sfuggire loro di mano. Fascismi più o meno feroci fioriscono così periodicamente. A parte il caso controverso del Nicaragua, a questo andirivieni si sottraggono Cuba e Venezuela, e se a Cuba domina la tradizionale forma del partito unico, in Venezuela dall’intreccio di “missioni sociali” e di “costituzionalismo egemonico” è sorta una sovrastruttura politica flessibile al punto da poter assorbire le scosse eversive di un aggressivo pluripartitismo. Dunque, benché intermittente il socialismo latino-americano appare tenace e innovativo, anche se sempre esposto alle mattane del “pazzo” nordamericano, ora pronto a colpire in nome di principi che esso per primo viola, ora in cerca di scambi imposti da sue impellenti necessità, come si è visto con il Venezuela prima additato come novello regno del male, poi blandito per il suo prezioso petrolio. Di questa spudorata arroganza, sicuramente colonialista e velatamente razzista, ancora di più paga lo scotto il socialismo sanguinante dell’Africa, del Medio e dell’Estremo Oriente. Qui i movimenti, i gruppi dirigenti e i capi sono stati di volta in volta dati in pasto a élite locali compiacenti, poi travolti e annientati. Il caso dell’Indonesia di Sukarno, accuratamente ricostruito da Vincent Bevins nel suo Il metodo Giakarta, è emblematico: se il leader è sopravvissuto mummificato, i movimenti sono stati spietatamente repressi e il capitalismo in questo come in tanti altri casi analoghi ha potuto guadagnare ciò a cui maggiormente tiene, ovvero il tempo. Siamo così giunti al punto dirimente. Al capitalismo nessuno ha promesso l’immortalità, perciò un palliativo che promette di durare cento, cinquanta, anche solo trent’anni equivale all’eternità. Esso vive immerso nel divenire di cui per accrescersi succhia ogni istante. Ma istante per istante esso emerge dal divenire sempre identico a sé stesso. Tutti i modi di produzione sono confluiti in esso ed esso li ha aboliti assorbendoli nel suo eterno presente. La storia che ne deriva è la non-storia di un divenire particolare che pretende a una eternità universale. È qui che interviene lo scarto del socialismo. Opponendosi alla dittatura del capitalismo nella struttura esso ripristina il tempo storico e le tendenze a esso immanenti. Il capitalismo che con la sua cornucopia di tecnologia, democrazia politica, pluralismo sociale e disponibilità di beni si proponeva come il compimento di tutte le ere, viene smascherato come un usurpatore e un falso profeta. La prospettiva aperta da tale smascheramento può essere colta facendo ricorso alla formulazione meta-politica della profezia trinitaria, in cui il Padre onnipotente della Bibbia rappresenta l’era del potere assoluto. Il Figlio misericordioso del Vangelo rappresenta l’era dell’amore per il prossimo ma anche della sua negazione. Lo Spirito Santo, la terza era che verrà, riscatta e amplia questa dimensione nella pienezza della grazia. Spogliata della sua veste teologica, l’era della pienezza della grazia può essere vista come quella della fusione dello spazio e del tempo in un’unica totalità. La relatività del reale che ne deriva intensifica il processo produttivo che non si alimenta più del lavoro come quantità sociale astratta ma diviene la base per la realizzazione onnilaterale dell’essenza umana. Di questa terza era in cui il soggetto è l’insieme di tutti i possibili punti di vista il socialismo è l’operatore perché esso non la riceve passivamente dal piano divino ma la trae attivamente dalla sua lotta per l’abolizione del dominio in tutte le sue forme, della natura sull’uomo, di Dio sull’uomo, dell’uomo sull’uomo. E lo scopo che il socialismo raggiunge con tale lotta è di infondere la totalità dello spazio-tempo nella vita quotidiana della specie elevandola così a genere umano. Il socialismo disperso, negato, ibernato, intermittente, sanguinante che abbiamo rinvenuto nei differenti quadranti internazionali, unificandosi in questa missione universale è oggi ancora una volta l’alternativa alla barbarie cui il “blocco ontologico” del capitalismo condanna l’umanità.

Abortire

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L’abolizione del diritto costituzionale all’aborto da parte della Corte Suprema degli Stati Uniti ha fra i suoi effetti immediati l’allineamento tra cristiani conservatori occidentali e cristiani ortodossi orientali di rito russo in guerra contro la “democrazia” ucraina dell’utero in affitto. Una convergenza imbarazzante che, per i conflitti religiosi del passato e soprattutto per le attuali divisioni politiche, non può trasformarsi in alleanza organica di cui pure il cristianesimo potrebbe valersi nel confronto con le tendenze morali in atto. D’altra parte, se la morale libertina dell’aborto, dell’eutanasia, della procreazione mercificata, dell’omosessualità rivendicata e della fluidità di genere viene rintuzzata nella sua pretesa di elevarsi a morale di Stato, lo sfondo morale dello Stato torna a essere non già la morale laica della “decenza borghese” bensì quella repressiva del tradizionalismo retrivo. Ne consegue che le questioni morali dei singoli individui non verranno trattate nella loro unicità e concretezza, cui pure la morale borghese tendeva con le sue leggi prudenti o ipocrite che fossero, come la 194 italiana sull’interruzione di gravidanza, ma secondo la figura astratta del Dovere in contrapposizione a quella altrettanto astratta dei Diritti negli ultimi decenni giuridicamente prevalente. Questo conflitto tra proibizionismo e permissivismo è destinato a durare sino a quando non sarà possibile basare la morale sulla “particolarità universale”, intesa come giusto mezzo relativo a situazioni e soggetti la cui unicità arricchisce di volta in volta la norma generale collettiva. Questa etica mai conclusa e sempre in itinere, non casuistica ma concretamente universale, potrà affermarsi nella quotidianità se finalmente i bisogni della riproduzione saranno in equilibrio con le esigenze produttive. Sinora lo sviluppo delle forze produttive ha sbilanciato i fattori della riproduzione, trasformando le popolazioni in aggregati in cui, raggiunta la soglia emergente dell’autovalorizzazione infinita, il nascere e il morire, il piacere e il dolore, la mascolinità e la femminilità, sotto la scorza di una falsa socialità diventano pulsioni in conflitto tra di loro. Si può invocare il diritto all’aborto come rimedio per la minaccia di stupro che nei rapporti quotidiani incombe sulle donne? O l’aborto, nonostante il perfezionamento delle tecniche contraccettive, è comunque l’effetto distorto dello stravolgimento del piacere negato da tutto l’assetto dell’esistenza sociale? Si potrebbe continuare a lungo con domande del genere cui la morale corrente risponde oscillando periodicamente tra proibizionismo e permissivismo. Certamente, proibizionismo e permissivismo, momento apollineo e momento dionisiaco, razionalismo e irrazionalismo, sono ognuna nel suo ambito opposizioni che, a paragone di quelle espresse da altre civiltà, hanno consentito nel loro storico alternarsi il più elevato grado di sviluppo delle forze produttive. Ma il costo di tale “disforia sociale” che nessuna “formazione di compromesso”, com’è stato il cristianesimo delle origini, riesce più a compensare, pone all’ordine del giorno l’affrancamento della struttura da tali opposizioni. La trasvalutazione dei valori annunciata a gran voce da equivoci profeti non può che essere la trasvalutazione collettiva del valore di scambio: all’automatismo dell’autovalorizzazione infinita (merge) deve subentrare il controllo sovrastrutturale dei suoi prodotti (Bildung). Il delitto di aborto è quello commesso contro la specie da chi impedisce di portare a termine la nascita della nuova socialità che da tale sostituzione deve derivare.

Putin il barbaro. Tra Stalin e Gorbaciov

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Nel suo discorso di Pietroburgo di venerdì 17 giugno 2022, Putin ha detto che la Russia non sarà mai autarchica. Essa al contrario vuole affermare il suo capitalismo nazionale in un mondo policentrico. A tal fine, ha bisogno di uno Stato forte e di un’economia sviluppata. Non a caso ha invitato gli oligarchi a investire all’interno. Non vedete, ha detto loro sarcasticamente alludendo alle sanzioni, con quanta facilità potete perdere tutto ciò che avete accumulato all’estero? La prima cosa da evidenziare in questa visione è che Putin, rifiutando l’autarchia dei “mondi a parte”, non ha nessuna intenzione di aderire al canone centrale dell’eurasismo, anzi, vuole essere il promotore di un globalismo in cui però il potere sia contendibile. Questo è il secondo elemento da evidenziare. A lungo il potere mondiale è stato monopolizzato dall’Occidente, cioè dagli Stati Uniti. Guardando al sorgere di nuovi centri economici e politici, ma dando voce anche a un rinnovato sentimento di riscatto delle periferie del mondo, a un rinnovato movimento anti-coloniale, Putin contesta alla radice questo assetto. Il potere mondiale è una risorsa non più in regime di monopolio e la Russia vuole la sua parte. Quando si dice, dunque, Russia oligarchica, si sbaglia obiettivo. Putin semmai è interessato a un mondo oligarchico, un mondo di centri di potere che si affrontano e si contrastano. Questo accento sul potere e sui rapporti di forza richiama lo spietato realismo di Stalin. Così come richiama Stalin la straordinaria conoscenza della macchina dello Stato che consente a Putin di affrontare aspetti grandi e piccoli del suo funzionamento, dagli strumenti finanziari per promuovere il business al modo di amministrare la giustizia che non lo ostacoli (e qui lo si immagina in perfetta sintonia con l’amico Berlusconi) alla produzione dei trattori in regime di sanzioni. Per capire Putin, i media occidentali ricorrono a personaggi russi del passato più o meno remoto, Ivan il Terribile, Pietro il Grande, in generale propongono il paragone generico con la figura dello Zar. In realtà, Putin è un incrocio tra Stalin e Gorbaciov. Di Stalin, come abbiamo detto, ha il culto del potere e dei rapporti di forza, unito alla padronanza del funzionamento dell’apparato statale. Di Gorbaciov ha la capacità di mettersi nei panni dell’occidentale, di più, come Gorbaciov ha un sentire occidentale, e inoltre ha la sua visionarietà. Ma mentre Gorbaciov avanzava con il ramoscello d’ulivo del dialogo e la coda di paglia di un apparato ideologico morente, Putin avanza con la spada sguainata della forza e con le tavole della legge di una rinnovata tradizione. Gorbaciov non aveva più tempo e i suoi richiami a Lenin suonavano vuoti e senza vita. Putin ha tempo e la sua alleanza con l’Ortodossia ha un’eco che va al di là di quel mondo. Tacitamente, quanti cristiani occidentali non necessariamente fondamentalisti non si riconoscono nella guerra santa di Kirill al nichilismo della modernità capitalistica? Così, se Gorbaciov finì per apparire un debole ispirato dai circoli occidentali, Putin si propone come colui che, essendo egli stesso in parte occidentale, è in grado di colpire l’Occidente nei suoi punti critici e di trascenderlo. La prova della sintesi tra Stalin e Gorbaciov che Putin rappresenta, sta nel modo in cui egli ha trasformato l’arma atomica da minaccia assoluta a elemento tattico. Stalin ne fu paralizzato e nei pochi anni che gli restarono si divise tra l’inseguimento strumentale della pace e l’accettazione della corsa agli armamenti. Gorbaciov scelse l’opzione pacifista, in parte per cercare di convertire il proprio apparato economico verso le produzioni civili, in parte per sfidare l’Occidente al disarmo. Ma l’Occidente irrise alla sua visione “dialogica” e non ebbe pietà della sua contingente debolezza. La guerra fredda fu persa e per la Russia fu la catastrofe. Non solo per la Russia, a dire il vero. Qui si aprirebbe tutto il capitolo del movimento proletario internazionale che nell’URSS aveva il suo perno e che man mano che si sgretolava faceva riemergere le rocce barbariche dei centri di potere in lotta tra loro. Ed è un capitolo tutt’altro che secondario, anzi, è il venir meno di quell’elemento di razionalità mondiale che, alla fine, fa di Putin, incrocio tra Stalin e Gorbaciov ma privo dell’elemento comunista, un personaggio barbarico che si confronta con altrettanti barbari in uno spazio mondiale tornato a essere pienamente stato di natura in cui homo homini lupus.

L’Europa prossima ventura

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Non si può non notare l’acquiescenza con cui la Germania accoglie i continui rimbrotti del sedicente ambasciatore ucraino a Berlino, in realtà ministro della guerra all’estero di un governo nazionalista che ancora qualche giorno prima dell’inizio dell’invasione russa ha rifiutato la proposta neutralista di Scholz che avrebbe risparmiato lutti e distruzioni al suo popolo e il marasma in Europa e nel mondo. Ma non c’è da meravigliarsi né dell’oltranzismo di questo governo che, sotto la fronda frusta della libertà, sobilla lo “spirto guerriero” del mondo intero né dell’acquiescenza tedesca. La Germania è stata chiamata troppo repentinamente a uscire dallo stato vegetativo in cui si era adagiata per decenni, compensando con una iper-dose di capitalismo la vergogna di una sconfitta in guerra che comprendeva al suo interno l’ignominia dei lager, e ha dovuto prendere atto del crollo sia della sublimazione nella BCE del terrore dell’inflazione, sia della delega alla Nato dell’uso della forza in campo internazionale. Si è presa così l’applauso per avere stanziato cento miliardi di euro di armamenti chiedendosi smarrita se quel riconoscimento la riguardasse in prima persona, e spaventata ha poi cominciato a calcolare i danni nell’economia reale, vedi i disoccupati che deriverebbero dalla chiusura di certe raffinerie di petrolio russo nella ex-DDR. Non solo il finto ambasciatore ucraino, ma anche l’ineffabile Draghi ha potuto così maramaldeggiare chiedendo ostentatamente a Scholz che problemi avesse con il petrolio russo. Nessun problema, Signor Primo Ministro, ovvero lo stesso problema che Vostra Eccellenza ha con la raffineria Lukoil di Priolo, dove cinquemila lavoratori del già disgraziatissimo Mezzogiorno d’Italia, di cui Lei evidentemente s’infischia, rischiano a breve di restare senza salario (do you understand, salario?) se non cesseranno i sacrifici umani richiesti dalla Nazione, scriviamola maiuscola come piace ai Fratelli d’Italia, che si sta forgiando nelle fertili pianure ucraine. Ma si sa, la classe operaia italiana è da tempo una pura espressione sociologica, e ciò che conta è che nella Nato, custode delle antiche e levatrice delle nuove creature nazional-patriottiche, chiedono di entrare non solo l’Ucraina, ma anche la Finlandia e la Svezia. Non è la prima volta che l’Europa perde la testa e non sarà l’ultima. E all’origine c’è sempre un nazionalismo che si riaccende e appicca l’incendio. Questa volta è l’Ucraina che, come ha detto appassionatamente una sua patriota, la graziosa giovane di non più di venticinque anni che partecipa regolarmente alla trasmissione televisiva “Cartabianca”, reclama «il diritto di affermare la nostra identità, la nostra cultura, la nostra lingua, perché il russo è una lingua straniera». Gentile Signorina, perché non prende in considerazione la soluzione del bilinguismo? In Svizzera, dove pure non sono tutte rose e fiori, le persone mediamente parlano tre lingue, senza contare i dialetti, e se a Zurigo cucinano le salsicce a Ginevra non è proibito gustare la fonduta. Ma, certo, lo sappiamo, come dicono i realisti più realisti del re, gli Ucraini non vogliono più tornare sotto i Russi, così vuole la volontà popolare. Di grazia, la volontà popolare o l’ideologia nazionalista con cui negli anni è stata forgiata questa volontà popolare che ora sorregge la resistenza eroica degli attuali nazionalisti al comando? Ma, certo, lo sappiamo, la Svizzera ormai è l’immagine di un’Europa del passato che non ha fatto in tempo a diventare misura comune di tutto il continente, smarritosi nella diatriba se puntare alla Federazione o alla Confederazione. Il tempo è scaduto e alla vecchia Europa teatro delle ossessioni franco-germaniche, che ha messo su quell’elefantiasi burocratica dell’Unione Europea, sta per succedere una nuova Europa alla cui testa, rinsaldando antichi legami, intendono mettersi proprio la Polonia e l’Ucraina, ambiziose di soppiantare le ansimanti Francia e Germania così strumentalmente fissate con i formalismi dello Stato di diritto. In questa ennesima, incombente rivoluzione nazionalistica che l’Europa regala al mondo, l’aspetto da rilevare è che la spaccatura con la Russia e la saldatura con l’America che essa comporta, mette una pietra tombale su ogni progetto istituzionale di unità del continente, poiché per decenni esso sarà percorso dalla dissipazione materiale, di cui il caos delle fonti energetiche è già un eloquente segnale, e dalla discordia spirituale che ad essa prelude e si accompagna – una vera e propria fuga dal compito storico di enucleare un modello universale di ricomposizione degli squilibri che proprio in Europa con il capitalismo hanno avuto storicamente avvio diffondendosi poi in tutto il mondo. Quanto all’Italia, essa, con il suo solito opportunismo, è al riparo da questi tormenti. Nell’immediato, si è ben mimetizzata nel nazional-revanscismo di questa nuova Europa ribadendo la più assoluta fedeltà all’America e alla Nato, e poi, alla ricerca di gas e petrolio alternativi, con prontezza levantina si è volta all’altra sponda del Mediterraneo dove ne combina di così gravi che anche il Papa si rifiuta di prendere parte a eventi in cui qualcuno di questi campioni di commerci umani ha pure l’ardire di presentarsi per far rifulgere la propria rispettabilità. Ma, anche con il Papa venuto dalla fine del mondo, siamo sempre alle baruffe tra guelfi e ghibellini, poiché l’Italia, per quanto da centocinquant’anni e passa gonfi il petto della sua ritrovata unità, non ha mai più sollevato il capo dal fiero pasto economico-corporativo succeduto alla breve stagione creativa dei Comuni, anzi, con il fascismo ha inventato una formula che, ripulita dei suoi aspetti più crudi, torna sempre utile quando la democrazia si inceppa. Dunque, Draghi for ever. E così sia.

Il mosaico esploso

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La realtà in questo momento è un mosaico esploso. Inutile cercarci un filo logico, semmai nella realtà ci fosse una logica, direbbe il realscettico che lasciamo volentieri alla sua scontata saggezza. I valori che difende il giudice costituzionale americano Alito sono gli stessi per i quali il patriarca ortodosso russo Kirill sostiene la guerra di Putin. Entrambi sono anti-abortisti. Non è uno scontro ma un incontro di civiltà se non fosse che di mezzo c’è la varietà delle sovrastrutture. La nobiltà del diritto contro la barbarie della guerra. Ma la guerra, sotto forma di “guerra giusta”, diretta o per procura, è lo strumento con cui l’Occidente secolarizzato, che rivendica l’aborto e la gestazione per altri, alias utero in affitto, come propri tratti distintivi, si impone al mondo esigendo che si uniformi agli alti standard dello Stato di diritto. Ma non è una “guerra giusta” anche quella di Putin? Non è una “guerra giusta” quella che si prefigge di anticipare una possibile aggressione? Il terreno si fa malfido. Torniamo all’incontro di civiltà. Per molti è un convergere di inciviltà, un ritorno vertiginoso all’oppressione delle donne. Come negarlo? Ma quanti di costoro sono disposti ad ammettere che altrettanto barbaro e incivile è prendere in affitto un utero come se fosse un appartamento dove poter passare i nove mesi d’attesa della nascita di un bebè? Si dirà, perché stigmatizzare un commercio che fa felice chi così si procura la progenie e fa guadagnare la donna che vende la propria funzione riproduttiva? Non è forse utile e addirittura lecito tutto ciò che diminuisce la sofferenza umana? E in questo caso diminuisce la sofferenza di chi non può procreare altrimenti e di chi può trarsi fuori dall’indigenza e così magari poter pagare gli studi ai propri figli assicurandogli di poter ascendere socialmente. Ma la diminuzione di sofferenza, qualsiasi essa sia, fisica, mentale o sociale, la si deve calcolare solo per l’individuo o anche per la collettività? Ammettiamo che un certo numero di individui ottenga reciprocamente una diminuzione di sofferenza ordinando un figlio a pagamento e vendendo per tale prestazione la propria capacità riproduttiva. Salvo nel raro caso del dono, questo circuito non comincia e finisce in un valore d’uso, ma attivando un tempo di produzione che coincide con quello riproduttivo genera una massa di valori di scambio che, come recita la dottrina, si erge come cosa esterna ed estranea agli stessi individui che la producono. Questa ricchezza sociale alienata, come tutte le ricchezze di tal genere, comporta una divisione del lavoro e uno scambio ineguale che ha come effetto di sistema una massa di sfruttati e una minoranza di sfruttatori indipendentemente dalle intenzioni morali degli individui all’origine di tale alienazione. La loro ricerca di felicità non è dunque all’origine del bene comune, come sostiene dal Settecento a oggi il bravo borghese che magnifica i vizi privati generatori di pubbliche virtù, ma determina un’infelicità collettiva poiché crea un sistema di rapporti sociali basati sul dominio e lo sfruttamento insiti nella produzione e appropriazione di plusvalore. Senza accorgersene, tali individui sono passati dalla bioetica all’economia politica, dalla rivendicazione morale dei propri diritti individuali all’edificazione ontologica della propria servitù collettiva. Si dirà, ma qual è l’istanza che può stabilire l’infelicità di una collettività solo perché è determinata dalle leggi del plusvalore? Chi può dire che gli ucraini presi nel loro insieme sono infelici perché i ricchi dell’Occidente affittano l’utero delle loro donne così contribuendo in maniera consistente alla formazione del loro prodotto interno lordo? Può la critica dell’economia politica fondare un giudizio di valore? No, non può. E per fortuna della critica dell’economia politica Putin, ben consigliato da Dugin, non si basa su di essa per sottrarre l’Ucraina all’influenza dell’Occidente. Ma la critica dell’economia politica può chiarire la base oggettiva del nazionalismo che dilania l’Ucraina, svelare la manipolazione che si cela dietro l’eterna promessa borghese dell’ascesa sociale, portare alla luce il contrasto tra diritti dell’individuo ed esigenze della collettività. Sta poi alla saggezza del popolo apprezzare le verità della critica, sottrarsi alle trappole del plusvalore, attuare i diritti dell’individuo salvaguardando l’intero sociale. Ma chi è il popolo? La massa indistinta? La sua classe dirigente? I suoi sapienti? Gramsci sosteneva che “tutti gli uomini sono filosofi” e assegnava alla politica, cioè alla lotta di classe guidata dal partito della nuova egemonia non più capitalistica, il fine di determinare le condizioni affinché tale potenzialità potesse esplicarsi. Uno degli effetti del mosaico esploso è l’illusione che tali condizioni si realizzino nella partecipazione sic et simpliciter allo “spazio pubblico”. Una pre-condizione è diventata il fine ultimo. Tutti allora ad azzuffarsi per dire la propria. E c’è pure chi tenta la furbata. Si prenda il partito in ascesa dei Fratelli d’Italia che, dopo aver messo Gramsci nel proprio Pantheon, riformula il suo motto in “tutti gli uomini di valore sono fratelli”, dove il valore che doveva essere il risultato diventa invece il prerequisito. Ma si sa, i fratelli di Giorgia hanno ascendenze elitarie che all’epoca si inverarono nell’energia popolare dei fasci di combattimento. Eia! La Meloni fa le facce buffe se le si chiede dei suoi antenati del ventennio mussoliniano. E ha ragione. Loro non c’entrano niente con quel fascismo. Bisognerebbe chiederle del neofascismo e di tutte le sue collusioni con mafia, gladio e massoneria, al netto dell’immaginetta di Borsellino che certo non può bastare a rendere presentabile una storia. Ma, a proposito ancora di mosaico esploso, questo discorso fa parte dell’indicibile di un mondo che grazie a quelle collusioni ancora oggi è al potere e al cui comando Giorgia e i suoi valorosi fratelli, fedeli alleati ma indomiti patrioti, brigano per subentrare.