Archive for Francesco Aqueci

La banana di Cattelan

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Dopo aver mangiato la banana di Cattelan, David Datuna ha dichiarato: «L’arte è intoccabile. Io ho potuto mangiare la banana, o meglio il concetto che quella banana esprimeva, solo perché sono un artista anche io e il mio atto ha lo stesso valore dell’opera che lo ha provocato»1. Sembra una smargiassata, ma è la realtà. L’artista che riesce a farsi riconoscere come tale ha un mandato sociale, e Datuna e Cattelan l’hanno esercitato al meglio, l’uno affiggendo la banana con lo scotch, l’altro mangiandola. Datuna ha però aggiunto: «D’altronde il frutto era destinato a essere sostituito in ogni caso. La mia domanda allora è: che senso ha acquistarlo per rimpiazzarlo continuamente?». Qui è come se Datuna fosse stato preso dalla vertigine della sua funzione di artista, perciò si giustifica (il frutto andava sostituito in ogni caso) e fa emergere la grettezza dell’arte mercificata (le banane da comprare necessarie per mantenere in vita quell’opera d’arte e la sua quotazione). Ma emerge anche un altro aspetto che, al di là del rutilante circo artistico, fa vedere in trasparenza l’opera d’arte contemporanea. Il frutto era destinato a essere sostituito in ogni caso, dice Datuna. Ecco la materialità dell’opera d’arte, la sua sintassi: un frutto deperibile, dello scotch, una parete bianca di una galleria d’arte. E se c’è una sintassi, ci deve essere una semantica e una pragmatica. La semantica della banana di Cattelan è piuttosto usurata da quando un cesso è stato tolto da sotto il culo del comune mortale e esposto come opera d’arte. Questo straniamento pizzica, ma ha stufato. Resta solo la pragmatica, che Datuna con il suo gesto fagico ha portato alle estreme conseguenze, forse ancor più del quadro di Bansky che, appena acquistato, si autodistrugge. Ma così facendo, Datuna senza volerlo ha mostrato che l’arte oggi è solo questo, pura pragmatica di una sintassi elementare priva di ogni semantica. C’è il mandato sociale, che si risolve però nella provocazione pura e semplice nella quale si specchia la società mandataria. È una tautologia che gira all’infinito su se stessa senza alcun acquisto di significato, che non sia il lievitare delle quotazioni. Dalla mela di Eva alla banana di Cattelan il percorso è compiuto: non c’è più niente da dire. Solo fare, disfare, comprare.

 

  1. N. Distefano, “La mia fame d’artista”, «Corriere della sera», 9.12.2019, p. 13. []

Proposte semiserie per la pace tra i sessi

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L’incalzare del Me Too sta producendo prese di posizione sino a poco tempo fa impensabili. Il disfattismo maschile prima era confinato in certi fogli di riferimento per i resti di nobili ma decaduti casati di sinistra. Ma quando un caso di violenza di genere, dalla dinamica per altro controversa, tocca una coppia star come il duo Piketty-Filippetti, anche il Corriere della sera si schiera, con un sermone che invita i maschi a pentirsi del loro potere millenario, a riconoscere le proprie colpe, a prendere atto che il potere femminile incombe, e che è inutile resistervi1. Bene, mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa. Ma la questione vera è il nuovo potere femminile o la crisi irreversibile della coppia monogamica? Non è che il nuovo potere femminile è solo un prodotto secondario di questa lunghissima e tragica crisi, che ci si ostina a non vedere, e che si cerca di curare con i pannicelli caldi del divorzio, dell’autonomia della donna, della parità dei sessi, delle nuove e bizzarre figure giuridiche dello stalking e del femminicidio? Usciamo fuori dai punti interrogativi e, a costo di romperci l’osso del collo, proviamo ad affermare qualcosa in positivo. La coppia monogamica consacrata in matrimonio può andar bene per una coppia di cardellini, ma non e non più per un maschio e una femmina che Homo sapiens sapiens nel succedersi dei modi di produzione ha elevato a ruoli che ora scoppiano, anche se gli omosessuali con la loro richiesta fuori tempo massimo di riconoscimento matrimoniale le stanno assicurando una sopravvivenza che ha tutta l’aria di un accanimento terapeutico. Non funziona più rinchiudere in un unico cubicolo la funzione riproduttiva, la funzione sessuale, quella economica e quella affettiva. Tutta la società è anacronisticamente organizzata per spezzettare ed ergere a strutture feticizzate le articolazioni e i momenti di queste funzioni, e gli individui, maschi, femmine, presto omosessuali e chiunque del variegato universo LGBT voglia infilarsi in questo ginepraio, semplicemente ne sono stravolti, sino a cadere in nevrosi e psicosi che sfociano nella rabbia e nell’aggressione. Si prenda la funzione riproduttiva. Non c’è bisogno di essere il triste Foucault per osservare che, appena nato, il pargolo, certo con le migliori intenzioni igienico-sanitarie, viene tolto alla madre ed eguagliato nella nursery (più recentemente a volte sostituita da un rooming-in sempre retto però da “oggettive” esigenze igienico-sanitarie). Tornata a casa, la madre è risucchiata dai suoi doveri produttivi, che la spingono a reclamare “democraticamente” di poterlo affidare all’asilo nido, alle baby sitter e ai baby parking. Quale migliore prova, dopo il censitario dare a balia, della servitù volontaria che ha stravolto in massa il rapporto materno? Se invece la madre ha la fortunata sfortuna di non lavorare, essa è abbandonata a se stessa nel chiuso della propria casa, pronta a sviluppare la “normale” depressione post partum che a volte, certo, non sempre, sfocia nell’uccisione del bebé. Con un pizzico di allegra follia, allora, perché non immaginare, in alternativa, una maternità in compagnia? Non asili nido per soli bimbi, ma maternai in cui le madri, se vogliono, crescono assieme alle altre madri il più a lungo possibile i loro rispettivi figli, senza che ci sia un padrone che le licenzi, uno Stato che si occupi intrusivamente dell’educazione collettiva dei loro nati, di un marito che reclama di nuovo l’accesso dopo tanta attesa alle loro parti erotiche. E qui si può dire qualcosa circa la funzione sessuale e quella affettiva. Certo, caro Ilič, il rapporto sessuale non può essere come bere un bicchier d’acqua, e l’amore libero è un mito libertino che funziona quando per tutti gli altri libero non è. Ma, anche qui rendendo il giusto omaggio al futurismo fourierista, che ne sarebbe di una prostituzione gratuita? Già si levano le alte strida del benpensantismo di tutto l’arco costituzionale. Ma immaginiamo che, all’epoca del passaggio dalla Repubblica all’Impero romano, che gli storici individuano come una svolta decisiva nelle trasformazioni profonde della mente greco-romana e quindi capitalistico-borghese-occidentale, immaginiamo, dicevamo, che anziché l’orientamento repressivo colto al volo per fini di potere dall’incombente Cristianesimo, avesse trionfato la già fiorente religione sessuale, con i suoi riti e culti. Anziché preti e suore che donano gratis il loro amore spirituale, non avremmo forse avuto baccanti e sacerdoti che avrebbero fatto dono spirituale del loro corpo materiale? Si tratterebbe dunque di riprendere questo filo interrotto, anzi sepolto sotto la coltre di una proscrizione corporale, la cui spiritualità isterica deborda ormai continuamente nel patologico. Che dire infatti della pedofilia, dell’omosessualità e del lesbismo che alligna in chi professa la donazione gratuita di amore spirituale? Ci sarebbe dunque da riflettere spregiudicatamente su una prostituzione maschile e femminile che, anziché essere abbandonata alla bassezza del mercimonio e della pornografia, ritornasse nuovamente nel recinto del sacro, liberando così il rapporto affettivo tra maschi e femmine, e in generale tra gli individui, dalla malafede del reciproco possesso sessuale mascherato da amor cortese. Un rapporto affettivo reso a se stesso, infine, in cui il sesso potrebbe esser compreso come una delle possibilità, non necessariamente da esperire, poiché l’affettività liberata finalmente da secondi fini potrebbe generare quell’amicizia perfetta cui ogni essere umano aspira, e che, nella sua perfezione, è già così difficile da esperire, poiché nella fusione reciproca continuamente risorge il sé che insidia l’integrità dell’altro2. E perciò, caricare questa già fragile navicella di compiti impropri è davvero cosa eccessiva che l’ipocrita società in atto richiede agli individui. E quando lo scollamento di tutte queste incongrue contiguità fosse stato messo in opera, la funzione economica, con tutti i suoi ingranaggi produttivi e i suoi feticci patrimoniali, non avrebbe più tutta quella nefasta voce in capitolo che adesso ha, anche perché abbiamo volutamente omesso di dire che essa dovrebbe per prima essere scollegata dal viluppo infernale in cui giace, spinta al massimo nella sua potenzialità produttiva, ma sotto l’egida di una rigorosa utilizzazione collettiva della propria indispensabile energia. Se è difficile pensarla tra le nazioni, la pace perpetua ancora più difficile è immaginarla tra i sessi, dove fra l’altro si tingerebbe di involontaria ironia, dal momento che il senso comune rifugge giustamente dalla pace dei sensi. Ma sembra di buon senso affermare che almeno una tregua tra i sessi non la si ottiene costringendo il maschio a pentirsi del suo lungo potere sulla femmina, bensì sottraendo gli individui all’anacronistica coppia monogamica e alla sua strutturale ingiustizia. In essa, infatti, per somma ingiuria, non c’è un terzo che ne dirima le controversie che quotidianamente sorgono, se non nella fase estrema e meccanica della dissoluzione giudiziaria. E gli individui che in essa sono presi, sono costretti dalle sue perverse dinamiche ad offendere e a farsi giudici di tali inevitabili offese, in un tormento interiore che li logora ed immiserisce. Come tutto ciò che riguarda la società in atto, tanto dunque appare lontano ed irrealistico tale rivoluzionamento, tanto invece è urgente e richiesto dalla gravità della crisi etica in cui gli individui tragicamente si dibattono.

 

  1. A. Polito, Come nasce la violenza degli uomini sulle donne, «Corriere della sera», 3 dicembre 2019, pp. 1 e 20. []
  2. Su questo punto, splendide pagine in C. Montaleone, Atomi, corpi, amori. Saggio su Montaigne, Milano, Mimesis, 2019. []

Prezzi, valore, egemonia. A proposito di una recente distinzione

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Con uno scavo nella struttura formale del concetto di egemonia, recentemente si è proposto di distinguere tra l’egemonia-consenso e l’egemonia-direzione1. L’egemonia-consenso consisterebbe nel potere democratico fondato sulla partecipazione e sulla trasparenza dei meccanismi decisionali; l’egemonia-direzione, nel saper offrire le soluzioni più efficienti e convincenti ai problemi sociali ed economici. Quest’ultima, si tradurrebbe in una “razionalità sostanziale” che starebbe alla base di una tecnocrazia in cui, dopo il declino dei partiti di massa e la crescente irrilevanza dei parlamenti, dominerebbe l’élite degli “esperti”, lontani dalle contraddizioni e dalle istanze della politica e delle “masse”, queste ultime troppo ignoranti per capire sia il proprio interesse che la direzione da far prendere alla società. Contro questa deriva elitaria, si propone allora di rafforzare il potere democratico a tutti i livelli, locale, nazionale e transnazionale, mettendo la rappresentanza al centro delle riforme istituzionali, e potenziando lo Stato di diritto rispetto alle nuove sfide.

La “razionalità sostanziale” che si ritiene alla base dell’odierna tecnocrazia, è già stata analizzata molti anni fa dai teorici della razionalità, che ne hanno trattato sotto la dizione di “razionalità adattiva”2. Al contrario di chi ne denuncia la potenza e la pervasività, i teorici della razionalità sono preoccupati dei suoi limiti, che si propongono di superare con misure ad hoc. Fra queste misure, ci sono l’utilizzazione della razionalità insita nei prezzi di mercato, l’adozione della ricerca operativa, della gestione aziendale e dell’intelligenza artificiale dei computers, l’estensione ad altri ambiti dei procedimenti per contraddittorio tipici dei sistemi giudiziari. Effettivamente, tutto ciò che può configurare un pernicioso “governo dei tecnici”. I teorici della razionalità adattiva ritengono però che mezzi altrettanto efficaci per superare i limiti di tale forma di razionalità siano una conoscenza adeguata dei procedimenti politici e istituzionali propri dello Stato di diritto, nonché l’affermarsi di mass media che non diano spazio alle novità quotidiane e all’effimero, ma agiscano adottando procedimenti come il contraddittorio dei sistemi giudiziari sopra richiamato.

Come si vede, è difficile tagliare l’anguria perfettamente a metà, perché i tecnocrati o, quanto meno, coloro che forniscono una filosofia di sfondo all’egemonia-efficienza, sono preoccupati anch’essi dell’egemonia-consenso, dello Stato di diritto e delle istituzioni democratiche. Come si spiega questa bizzarra confluenza? L’impressione è che la distinzione tra egemonia-consenso e egemonia-efficienza sia una barriera troppo fragile per scalzare il fondamento teorico della razionalità adattiva o sostanziale che dir si voglia. Essa infatti si basa sulla riduzione del fatto economico strutturale a un fattore fra gli altri, tramite l’enucleazione del solo aspetto della razionalità insita nei prezzi di mercato. La sfera produttiva, dove è in ballo la formazione del valore e la sua appropriazione privata, viene così occultata e fatta sparire in una conoscenza sociale che vede nel prezzo l’utile meccanismo per risparmiare informazione (se pago un tot, non ho bisogno di indagare ulteriormente sull’origine della merce acquistata, su chi l’ha prodotta, quando è stata prodotta, secondo quali modalità, ecc.). Il resto, viene da sé, compresa la riduzione della storia ad appendice culturale dell’evoluzione naturale, di cui un tetragono darwinismo possiede la chiave teorica. La distinzione tutta sovrastrutturale tra egemonia-consenso e egemonia-direzione non sembra cogliere il nocciolo di questa costruzione ideologica. Appuntandosi sul solo livello della politica e delle sue istituzioni, non si avvede che i teorici della razionalità adattiva arrivano in anticipo su questo terreno, occultando la struttura in un sovrastruttura dipinta come la prosecuzione di processi naturali, che possono essere saggiamente migliorati facendo affidamento sugli stessi strumenti cognitivi forniti dalla natura (livelli di attenzione, ecc.).

Questi esiti nulli di pur nobili battaglie ideologiche mostrano che nell’analisi egemonica è sempre indispensabile tenere fermo l’elemento della “riforma economica”. A rinforzo polemico della distinzione tra egemonia-consenso e egemonia-direzione, si sostiene che la “teoria critica” avrebbe sbagliato sia a confondere la burocrazia con la tecnocrazia, sia a seguire Weber sulla strada della separazione della razionalità strumentale da quella sostanziale. Qualsiasi cosa ciò voglia dire, non si può non osservare che la “teoria critica” ha affrontato le distinzioni weberiane da molti decenni, almeno dal Lukács di Storia e coscienza di classe3. Ritornando al pericolo della tecnocrazia imperante, esso non sembra consistere tanto nel deperimento dello Stato di diritto, di cui, come abbiamo visto, sono preoccupati da tempo anche i teorici della razionalità adattiva. E, en passant, tale pericolo non sta neppure nel Gestell aborrito dall’idealismo reazionario cripto-nazista di Heidegger4 né, con ben altra dignità, nel compimento della follia dell’Occidente nel quale vagheggia leopardianamente di annegare Severino5. Il pericolo della tecnocrazia è la pietrificazione dell’ideologia proprietaria, che avviene, come abbiamo accennato, naturalizzando la sfera della produzione, cioè sciogliendone la specificità storica, attestata dai modi di produzione, in una speciosa continuità con l’evoluzione naturale. Perciò, nella lunga e confusa transizione verso la nuova egemonia, oggi come non mai bisogna provocatoriamente affermare la necessità di portare dall’esterno la coscienza di tale pietrificazione alla classe, qualsiasi cosa essa sia oggi sociologicamente. Laddove tale esteriorità non è l’opera pedagogica e autoritaria di un qualche soggetto precostituito, ma è l’operazione di presa di coscienza che la classe opera su se stessa. Questo è ciò che si trae da una lettura sine ira et studio del Che fare? di Lenin. Che poi tale operazione non possa esaurirsi in interiore homine, ma debba avere un luogo dove organizzarsi, sia esso un movimento, un partito o un novello Principe, questa è una necessità cui sinora nessuno è riuscito a sottrarsi. E, comunque, fa parte della tattica e della strategia politica inventare eventualmente luoghi nuovi dove accogliere tale presa di coscienza, evitando magari di cadere nelle allucinazioni di partiti digitali et similia6.

 

  1. “Tecnocrazia e democrazia. L’egemonia al tempo della società digitale” di Francesco Antonelli, https://www.letture.org/tecnocrazia-e-democrazia-l-egemonia-al-tempo-della-societa-digitale-francesco-antonelli/ []
  2. H. Simon, La ragione nelle vicende umane, (1983), trad. it. Bologna, Il Mulino, 20192. []
  3. Su questo punto, cfr. F. Aqueci, Semioetica, Roma, Carocci, 2016, p. 85 sgg. []
  4. https://www.duemilaventi.net/heidegger-cabalista-gli-abissi-contemporanei/ []
  5. https://www.duemilaventi.net/la-metafisica-del-capitalismo-emanuele-severino/ []
  6. https://www.duemilaventi.net/le-false-promesse-del-partito-digitale/ []

Il capitalismo e i suoi nemici

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Se ci si applica con diligenza, è possibile far rientrare la “stagnazione secolare”, cioè la mancanza di “crescita” di cui si discetta nei vari talk show, negli schemi marxiani della caduta tendenziale del saggio di profitto, ossia quella tendenza insita nel capitalismo a erodere con i suoi stessi meccanismi le condizioni di riproduzione ed accrescimento del capitale. Vale la pena sottolineare che da tale tendenza Marx non pretese di trarre alcuna profezia circa un crollo inevitabile del capitalismo, tanto è vero che da onesto scienziato evidenziò i molteplici fattori che la contrastano. Ciò ricordato, e una volta tradotta la “stagnazione secolare” nei termini della caduta tendenziale del saggio di profitto, bisogna poi vedere come queste forze strutturali si riflettono, giorno per giorno, nel teatro sovrastrutturale della politica. E qui non c’è niente di lineare, anzi la sovrastruttura, come una camera oscura, si diverte a capovolgere la realtà. Prendiamo il fattore della sovrappopolazione relativa, cioè la presenza di un esercito di riserva di manodopera industriale attraverso il quale vengono calmierati i salari, permettendo al capitale di estrarre un maggior pluslavoro, e quindi un più elevato plusvalore. Ebbene, a limitarci alla sola Unione Europea, tale esercito si è manifestato in questi ultimi decenni attraverso la delocalizzazione, in maggior misura, e l’immigrazione, in misura minore. Ora, chi si è opposto all’azione di tale fattore in ambedue le sue forme, forse la sinistra, erede del movimento operaio del XX secolo? Manco per niente. Per restare all’Italia di questi ultimi anni, campione di tale opposizione è stato ed è Matteo Salvini e la sua Lega, con la loro xenofobia e con la loro, però appena accennata, predicazione anti-delocalizzatrice. E fuori dall’Italia, campioni anti-capitalistici sono stati, di volta in volta, la francese Marine Le Pen, l’inglese Farage, l’ungherese Orbàn, alcune marionette austriache e, da ultimo, ma con un forte tasso etilico, ancora l’inglese Johnson, con la sua Brexit scapigliata. È la destra, la nuova destra estrema che, almeno su questo punto, si oppone al capitalismo. Solo su questo punto? Prendiamo il commercio estero. Secondo Marx, il commercio estero per varie ragioni è un efficace fattore di contrasto della caduta tendenziale del saggio di profitto: si accrescono le economie di scala, primeggiano le merci tecnologicamente più avanzate, aumentano le opportunità di profitto con gli investimenti esteri di capitali. Insomma, il bengodi della globalizzazione. Anche qui, chi si è opposto a questo fattore di contrasto, forse la sinistra, erede del movimento operaio del XX secolo? Macché, essa non solo non si è opposta ma, teorizzando illusorie “terze vie”, è divenuta una delle sue maggiori sostenitrici. Chi invece si è opposto e si oppone, e lo si vede con la “scandalosa” riapparizione dei dazi, è Donald Trump, il plutocrate Donald Trump, il cui antagonista è il “comunista” Xi Jinping, messosi alla testa di una neo-globalizzazione di stampo cinese. Certo, la deglobalizzazione di Trump non mira certo alla ricostruzione dei legami comunitari di una quieta economia del borgo, come vorrebbero i fautori della “decrescita”, ma punta solo ad ingrassare le oligarchie di casa propria, pronte a sfrenarsi di nuovo nel proscenio mondiale, quando la guerra (per ora solo) commerciale avrà decretato vincitori e vinti. E lo stesso si può dire di Salvini, Orbàn, Le Pen, e compagnia, quando evocano il suolo, il sangue, la patria, e la grandezza perduta della nazione che, rotti i vincoli globalistici, saprà cavarsela da sola. Il loro anti-capitalismo è in effetti l’anti-capitalismo di chi, constatando che la globalizzazione non serve a trarre il capitalismo dalla sua “stagnazione secolare”, ma anzi penalizza gli insediamenti storici di questo modo di produzione, si oppone alla caduta del saggio di profitto azionando le leve opposte, senza accorgersi che di lì a poco la tendenza tornerà a ripresentarsi sotto forma di più alti prezzi, maggiori costi finanziari, maggiore conflittualità sociale. Il capitalismo copre così l’ampio spettro della pace e della guerra, della vita e della morte, dell’essere e del divenire, un ciclo che ha però sempre il suo punto di caduta psicotico nell’istinto suicida della caduta del saggio di profitto, cui sfugge con l’illusione di una ricorrente accumulazione originaria, perseguita ora sfrenandosi, ora ritraendosi. Non un divenire, dunque, ma una coazione a ripetere, in cui il lavoro, l’operaio, la sinistra, sono intrappolati, perché il loro fiorire, che sarebbe il fiorire di un nuovo genere umano, richiederebbe la soppressione di quel falso divenire. E l’immensità del compito, cui pure una precedente generazione con molti gravi errori si dedicò, è l’unica attenuante di un movimento politico, affollato oggi di boy scout e chierichetti, che rendono ancora più arduo quel compito che la storia gli ha assegnato.

Guerra e pace in Europa

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Le elezioni europee e la susseguente crisi del governo italiano hanno chiarito abbastanza che la “rivoluzione conservatrice”, con il suo corteggio di sovranismi e populismi, non ha la forza di svellere l’eurocapitalismo incarnato dall’UE. Respinto l’assalto, e assorbita ormai da tempo la sinistra, non sembrano perciò esserci ostacoli al suo dominio. Eppure, i suoi ideologi sono inquieti, e scorgono nemici dappertutto. Con i suoi dazi, con il suo paradossale statalismo antistatalista, Trump è in cima alla lista. Seguono le grandi multinazionali, «apolidi della tecnologia», contro cui vengono scagliati anatemi per i diritti violati e minacce di adeguate tassazioni. Si chiude, infine, con i cavalli di Troia tipo la Lega, che giocano a favore della Russia. Pericolo che, con il nuovo governo PD-M5S, per il momento è scampato. Il futuro, però, resta fosco. Si vaticina che la riduzione e la distruzione del ruolo dell’UE comporterebbe la guerra in Europa. Addirittura non si escludono aggressioni fisiche al territorio. Chi può portare una simile minaccia? La solita Russia? Addirittura l’America? Si resta nel vago. Assieme a tanti buoni propositi, che dovrebbero servire nei prossimi anni a rintuzzare le pressioni sovraniste nazionali e affermare la tendenza opposta della sovranità europea – condividere il debito (eurobond), porre fine alle politiche neoliberiste, ristabilire la giustizia fiscale, abbandonare la regola dell’unanimità, si batte e ribatte però su un punto: impostare con maggiore coerenza e fermezza una comune politica militare. Anche qui si resta nel vago, perché contemporaneamente si riafferma la fedeltà all’atlantismo. La comune politica militare si dovrebbe perciò concretizzare in che cosa, in un parallelo esercito europeo che dovrebbe poi coordinarsi con la Nato? L’UE vive di queste stratificazioni di istituzioni, ma in questo campo l’attitudine al bricolage sembra proprio un esercizio funambolico: Trump sarebbe un amico nelle sedute atlantiche, e un nemico nei briefing dello Stato maggiore dell’esercito europeo. Tra l’altro, Trump non ama molto la Nato, e la reiterata fedeltà atlantica dell’UE ha un senso solo se si spera che presto gli USA facciano fuori questo eccentrico presidente, mettendo al suo posto qualcuno che ricambi la fedeltà europea. Ma è realistica una simile attesa? Esiste in America una personalità, sia essa democratica o repubblicana, in grado di ripristinare la classica alleanza dei decenni passati? Oppure, anche dall’America bisognerà aspettarsi degli scossoni, tipo un presidente “socialista”? Quel che si capisce è che l’eurocapitalismo ha bisogno di tempo, perché tutti i punti di riferimento del passato sono in trasformazione. E, nell’attesa, fa la faccia dell’armi. Potenza commerciale, ma che si vuole dotare di un braccio armato. Globalista e antisovranista, ma che mira ad affermare una autoritaria sovranità europea. Multiculturale, ma preoccupato di preservare lo stile di vita europeo. L’eurocapitalismo è un enfant gaté, un ragazzo viziato che, a furia di pestare i piedi, rischia davvero di infilarsi in qualche brutto guaio, per sé e per gli altri. Perché, alla fine, ciò che si intravede dietro questi capricci, è una guerra, una guerra intercapitalistica, una guerra tanto temuta, ma al tempo stesso, con il virtuismo antimonopolistico, con il sovranismo europeo, con la comune politica militare, una guerra resa inevitabile dall’inconfessata e arrogante convinzione che certi nodi non si possono sciogliere se non con la forza.