Trump

I forti e i deboli

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Di fronte alle sanguinose smargiassate con cui Trump porta avanti la sua presidenza reazionaria, alcuni hanno fatto sfoggio di sapienza ricordando la storia, raccontata da Tucidide, degli Ateniesi che spiegano ai Meli la logica del rapporto tra forti e deboli: i forti fanno ciò che vogliono, i deboli ciò che devono. Ma se non si vuole trasformare questa massima in un’apologia della realtà così com’è, bisogna porsi alcune domande. La prima domanda consiste nel chiedersi come mai questa legge continua a valere ancora oggi, dopo venticinque secoli di “civiltà”. Dipende forse da una immodificabile natura umana? Questo in fondo è quanto vogliono suggerire coloro che la citano, e in effetti sembra attagliarsi perfettamente alle minacce del bandito yankee: “L’America è forte e il Venezuela è debole. Delcy Rodriguez stia attenta, o finirà peggio di Maduro”. Resta il fatto però che negli ultimi quattro secoli, il pensiero strategico e umanitario sorto all’interno della stessa classe dominante è pervenuto a porre dei limiti a questa presunta immodificabilità, pretendendo in qualche sorta dalla natura dell’uomo che si adeguasse a patti, accordi, regole, volte ad allentare il vincolo naturale della forza. Si dirà che il patto statuale, il diritto internazionale, i progetti di una pace perpetua, sono costruzioni evanescenti che crollano da un momento all’altro, sol che il forte si risvegli e strappi i mille fili con cui i deboli cercano di irreggimentare la sua prepotenza. Ma, a questo punto, stiamo parlando della natura umana o di un assetto sociale di cui nel racconto di Tucidide vediamo porsi i germi di una pianta che crescerà nei secoli avvenire? In fin dei conti, gli Ateniesi erano dei capitalisti che realizzavano i loro profitti costruendo flotte e dominando il mare. Ecco allora che al posto della fumosa nozione di natura umana vediamo apparire la più concreta figura dei modi di produzione. Certo, l’economia ateniese era schiavistica, ma gli Stati Uniti non esordiscono come stato schiavista? È solo con la guerra civile di metà secolo XIX che, sostituendo il guscio confederale con quello federale, si trasformano nel tipo puro capitalistico moderno, celebrato da Marx perché finalmente, con la vittoria del Nord, capitale e lavoro vengono a trovarsi faccia a faccia per lo scontro finale. Qui si fuoriesce dal pensiero strategico-umanitario della classe dominante e subentra il pensiero dialettico come strumento della classe dominata. A questo pensiero si è rimproverato di essere finalistico, profetico, una semplice filosofia della storia. L’attesa, cioè, che i modi di produzione facciano il loro corso e depositino ai piedi dell’umanità unificata la razionalità compiuta della giustizia in cui non c’è più posto per la logica della forza. Qui si impone la seconda domanda: la dialettica della rivoluzione è un’attesa profetica o una regola d’azione? L’esperienza storica degli ultimi due secoli ormai mostra che, senza la spinta organizzativa volta a sollecitarne il procedere, i modi di produzione ristagnano nella loro crisi e ricadono nei loro stadi più primitivi. In questi ultimi trent’anni non sono forse sorte sacche di schiavismo sempre più grandi? E il salario non si è sempre più avvicinato a una mercede schiavistica? E i salariati, invece, non sono apparsi come gli alfieri del nuovo mondo tutte quelle volte in cui si sono organizzati per perseguire il fine sotteso al loro agire, la cui universalità appariva a loro stessi più chiara man mano che acquisivano e coltivavano la loro coscienza di classe? Ecco allora che non è per il difetto di una mitologica natura umana se si è imposta quest’epoca reazionaria. L’entusiasmo rivoluzionario non manca ma senza organizzazione si disperde. E l’organizzazione è la volontà di potere al servizio della tendenza storica. Ognuno di questi fattori, da solo, è un vicolo cieco. Assieme, sono la freccia verso il futuro.

Cile 1973, Venezuela 2026

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A differenza del Cile nel 1973, nel Venezuela del 2026 gli yankee hanno dovuto sporcarsi direttamente le mani, mostrando così al mondo di cosa sono capaci. Dopo un simile atto, ci vorrà un lavoro immenso, secolare per ricostruire le basi morali e giuridiche del mondo, ma è chiaro che sino a quando gli Stati Uniti saranno soggetti alla aberrante dittatura capitalistica che li governa, essi non potranno dare alcun contributo a questa ricostruzione. Gli Stati Uniti sono ormai i banditi del mondo e c’è solo da augurarsi che il popolo americano trovi la forza e la lucidità per liberarsi del mostro che da tanto, troppo tempo, sotto le spoglie di una rutilante “democrazia”, lo tiranneggia. Adesso non mancheranno gli sciocchi e i sepolcri imbiancati che paragoneranno l’attacco americano al Venezuela all’invasione russa dell’Ucraina e che magari vanteranno la più efficace azione americana in grado di catturare Maduro, a differenza di quanto non furono capaci di fare i russi con Zelensky. Ma questi sono solo sofismi che non servono a nascondere il fatto ormai incontrovertibile che la realtà chiamata “civiltà occidentale” non esiste più. Agonizzava, e il 3 gennaio 2026 è morta. De minimis, i vertici di Bruxelles hanno già assolto l’atto banditesco, quindi lo approvano, e in Italia la sinistra residua, “preoccupata”, si consulta con il Ministro degli Esteri. In effetti, c’è da essere preoccupati. Gli yankee non sono mica andati a liberare il cooperante Trentini, ma hanno rapito Maduro. E adesso con chi si tratta? Brutta roba accompagnarsi con dei banditi. Il nome Calipari dice qualcosa?

Il mondo avvenire di America First

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Tutti ci stiamo affannando a leggere il pomposo documento sulla Strategia di sicurezza nazionale elaborato dall’amministrazione Trump ma, terminata la lettura, l’impressione è che, a parte la convinzione mal fondata di chi l’ha scritto di stare facendo la storia, non sia cambiato granché rispetto al più recente e meno recente passato nel rapporto degli Stati Uniti con il resto del mondo. Infatti, sino a Biden globalisti e neoconservatori, pur discordando sui mezzi, convergevano nell’affermare che, essendo l’America per destino storico il perno del mondo liberaldemocratico, i suoi confini sopravanzavano quelli puramente geografici e comprendevano ogni contrada in cui fiorisse l’economia di mercato corazzata dalle “regole”, da difendere con guerre e sanzioni. Con Trump, invece, l’America si ritrae nella sua geografia ma si dice pronta a balzare con ogni mezzo, dalla diplomazia non convenzionale alla guerra dei dazi alla guerra guerreggiata, in ogni parte del mondo in cui si profili una minaccia ai suoi interessi e alla sua supremazia economica, politica, militare e spirituale. Insomma, se prima la missione dell’America era di esportare la “democrazia”, adesso diventa quella di trasformare il mondo in un’azienda, con i suoi costi e i suoi ricavi, le sue scalate e i suoi accorpamenti, il tutto ricorrendo alla forza bruta dello Stato. Sicché, per l’umanità del XXI secolo il compito non cambia ma semmai si precisa, restando quello di doversi affrancare dall’asfissiante involucro capitalistico entro il quale la nazione americana, tiranneggiata dalla storica dittatura yankee, persegue il suo sviluppo, imponendolo in quella forma alienata a tutto il mondo. In questo quadro, un’importanza speciale assume l’offerta alla Russia, per sottrarla all’abbraccio con la Cina, di grandi affari e dell’appoggio per uscire dallo stallo in cui si trova la guerra in Ucraina. Qui si apre il capitolo Europa. Negli scorsi decenni, all’Europa non sono mancate le occasioni per diventare la riconosciuta potenza egemone che aspirava a essere nel mondo capitalistico-borghese venuto fuori vittorioso dalla fine della guerra fredda. Dalla casa comune europea di Gorbaciov alla domanda di ammissione alla Nato da parte di Putin, si trattava di scambiare con la Russia sicurezza con risorse. Ne sarebbe nato un blocco economico e politico imbattibile, in cui la componente militare si sarebbe via via diluita in uno sviluppo culturale con una solida base strutturale. Ma, a questo sbocco “universale”, l’Europa, ben supportata dall’America, ha preferito quello “particolare” di spezzare le reni alla Russia. Se il gioco era riuscito con la malmessa Jugoslavia, perché non ripeterlo con la disastrata Russia degli anni Novanta e di inizio millennio? Si è chiarito così che la lotta di classe conclusasi con lo schianto dell’URSS, non era il trionfo del bene sul male, della libertà sulla tirannia, del progresso sulla stagnazione, ma il ritorno del ciarpame nazionalistico-borghese che proprio l’URSS, pur con tutte le sue inadeguatezze, aveva cercato con la sua epica socialista di relegare definitivamente tra le anticaglie della storia. Come si evince dal documento sulla Strategia di sicurezza nazionale dell’amministrazione Trump, la guerra in Ucraina diventa così l’occasione d’oro per America First di apparentemente ritirarsi, ma in realtà di installarsi definitivamente nel continente – questa volta senza sparare neanche un colpo e senza dover mettere mano alla borsa con mirabolanti piani Marshall – quali arbitri interessati di un conflitto alimentato dalle vecchie, insuperabili divisioni in cui vengono di nuovo issati gli antichi vessilli ideologici e religiosi, vedi il ritorno dei tanti nazifascismi e sanfedismi. E l’Italia, in tutto questo? Il documento americano sulla Strategia di sicurezza nazionale sembra alludere anche a essa quando scrive che, nel nuovo ordine che America First si propone di instaurare, «le nazioni esportatrici di Europa e Asia possono anche guardare ai paesi a reddito medio come un mercato limitato ma in crescita per le loro esportazioni». Il nostro destino sembra segnato: continueremo ad alienarci nella desertificante economia esportatrice, solo però nel «mercato limitato ma in crescita» dei paesi a reddito medio che, se saremo bravi a fornire i contingenti di difesa, il grande feudatario ci concede. Una prospettiva di eterni vassalli che non sembra impensierire né il governo né l’opposizione. Il governo, sfruttando al massimo la sola risorsa in cui eccelle, l’opportunismo, si tiene stretto al nuovo principe, lucrando così molti dividendi. Lava senza pagare il conto il torbido passato dei suoi antenati, che all’epoca della guerra fredda combatterono la “buona battaglia” atlantista, quella in cui venivano uccisi non solo i comunisti, non solo il popolo indistinto nelle stragi indiscriminate, ma anche i democristiani non allineati. Si tiene a distanza di sicurezza dagli attuali circoli governativi europei che stanno perdendo la scommessa di disintegrare la Russia. Comanda, infine, senza incontrare molta resistenza nel cortile di casa, dove conta sul rinnovo del mandato alle prossime elezioni. Quanto all’opposizione, tolta qualche velleità rinnovatrice che si esprime con battute e ammiccamenti che lasciano il tempo che trovano, la parte più consistente raccolta attorno al PD si illude che America First sia solo una fase passeggera e ristagna nel vecchio pensiero “europeista” con cui è stata al governo per una lunga stagione e con cui pensa fra non molto di ritornarci. Un governo furbo e un’opposizione pigra, questo è tutto ciò di cui attualmente dispone la nostra amata “nazione”, come enfaticamente la appella l’attuale, ambiziosissima “capo del governo”, che già si vede a “capo” della nuova Europa “donna, madre, cristiana”, allineata per convenienza e per vocazione ad America First.

Genocidio, terrorismo, Nobel per la pace e altri merletti

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Il sempre verde Raniero La Valle sostiene sul Fatto Quotidiano del 9 ottobre 2025 che Netanyahu è stato sconfitto perché il genocidio del popolo palestinese non è avvenuto, fermato in corso d’opera dalla mobilitazione mondiale e dal piano di pace imposto da Trump. Non so se l’esperta Francesca Albanese consente che un non esperto come il sottoscritto possa prendere la parola sull’argomento, ma quanto sostiene trionfalmente La Valle mostra quanto sia mal posta la discussione sul genocidio che sarebbe stato perpetrato a Gaza e, sol che si abbia a cuore la realtà per quella che è, impone di rivedere la controversa definizione di questo crimine politico.

La Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio adottata dalle Nazioni Unite il 9 dicembre 1948 definisce il genocidio in base a cinque caratteristiche:

1) uccisione di membri del gruppo;

2) lesioni gravi all’integrità fisica o mentale di membri del gruppo;

3) il fatto di sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di vita intese a provocare la sua distruzione fisica, totale o parziale;

4) misure miranti a impedire nascite all’interno del gruppo;

5) trasferimento forzato di fanciulli da un gruppo a un altro.

Stando a questa definizione, lo Stato israeliano stava sicuramente perpetrando un genocidio. Se si guarda però ai genocidi sui quali esiste un ampio consenso internazionale, si vede che sono i seguenti:

– l’Olocausto

– il genocidio cambogiano

– i massacri etnici avvenuti durante le guerre jugoslave, in particolare quello di Srebrenica

– il genocidio del Ruanda.

A questi si può aggiungere il genocidio armeno perpetrato tra il 1915 e il 1916 dai Giovani Turchi di Atatürk.

Ora, se si fa attenzione a questo secondo elenco, in particolare all’Olocausto, si vede che la loro caratteristica è di essere certamente un’aggressione armata contro una popolazione inerme, condotta però in maniera segreta o comunque mascherata nelle proprie finalità annientatrici, in modo da rendere impossibile o comunque estremamente difficile non solo una simmetrica difesa armata ma anche una mobilitazione esterna a sostegno della popolazione aggredita. L’Olocausto in questo senso è paradigmatico, e tutti gli altri gli si avvicinano ma non lo equivalgono.

Se torniamo alla Palestina, l’esercito israeliano ha orribilmente aggredito i palestinesi di Gaza, e Israele nel suo complesso esercita su tutta la Palestina un dominio sterminatore, ma i palestinesi, a loro gloria e con immenso eroismo, rispondono attivamente come possono, missili, armi proprie e improprie, ma soprattutto con le loro vite, e non solo di pochi eletti ma dell’intera popolazione. In Palestina dunque c’è in atto un conflitto tra due forze diseguali, in cui quella preponderante attua degli stermini che a lungo andare ridurranno i palestinesi allo stato degli Indiani d’America, e quella più debole oppone una resistenza accanita che si serve non solo delle poche armi a disposizione ma anche della politica, dalle trattative diplomatiche al sostegno internazionale.

Tutta la discussione sul genocidio a Gaza è dunque mal posta e, a ben guardare, sminuisce la straordinaria abilità politica dei palestinesi, sia dei dirigenti che dell’intero popolo. I palestinesi di Gaza e in generale i palestinesi non sono vittime ma combattenti. Se poi l’Occidente ha bisogno delle vittime per mobilitarsi, ciò attiene al suo pietoso stato mentale regredito a un bolso sentimentalismo e a un giuridicismo isterico.

Naturalmente, dire che Israele non commette un genocidio ma che cerca di piegare una forza che le resiste strenuamente, significa che il 7 ottobre, per quanto cruento e feroce nelle sue forme, è stato un atto non di terrorismo ma di resistenza. E che un bambino palestinese di quattordici anni già spari, ammesso che sia vero, non assolve gli israeliani dalla loro politica criminale. Se essi non esercitassero il loro illegittimo dominio sterminatore sulla popolazione palestinese, i bambini palestinesi sarebbero ben contenti di giocare alla playstation.

Ha ragione dunque l’ottimo, sempiterno La Valle a dire che è qualunquistico rifiutarsi di dare un nome alle cose, ma è evidente da quanto sin qui detto che genocidio e terrorismo non sono nomi che servono a indicare cose ma solo etichette adatte a rinfocolare le spente passioni di un Occidente senza bussola.

Un’ennesima prova di questo scombussolamento è questa del Nobel per la pace 2025 assegnato a María Corina Machado, venezuelana nota per le sue iniziative in combutta con potenze straniere volte a rovesciare il legittimo governo del suo paese. I soloni svedesi hanno così voluto dirci che essi apprezzano gli attacchi di Trump al Venezuela mascherati da guerra al narcotraffico con cui il Venezuela non ha nulla a che fare, ma non gli assegnano il Nobel pancipacifico perché, con i suoi volgari dazi e con la sua nerboruta politica interna, non lo ritengono all’altezza delle loro forbite maniere “democratico-globaliste”.

E dunque possiamo concludere che il Nobel per la pace 2025 è in realtà un Nobel per la guerra. Complimenti.

Dazi, austerità e fine dell’americanismo

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Spaventati dalle bordate di dazi sparate da Trump, molti si sono concentrati sui loro effetti sull’economia mondiale ma pochi hanno considerato le loro conseguenze interne agli Stati Uniti. Come nota Jeffrey Sachs in vari suoi interventi, se si prende il caso dell’industria automobilistica, le tariffe aumenteranno i prezzi delle automobili e i salari dei lavoratori del settore automobilistico, ma per effetto complessivo dei dazi questi aumenti salariali non serviranno a compensare l’abbassamento complessivo del tenore di vita degli americani. Sempre Sachs si sofferma sul nesso tra deficit commerciale e deficit di bilancio e mostra che il deficit totale risulta dalla differenza tra la spesa totale dell’America nel 2024 (30,1 trilioni di dollari) e il suo reddito nazionale (29,0 trilioni di dollari). Conclusione, l’America spende più di quanto guadagna e prende in prestito la differenza dal resto del mondo grazie alla forza del dollaro e al suo ruolo di valuta di riferimento. Qui Sachs si ferma, ma è chiaro che la forza del dollaro non deriva solo dalla sua funzione economica ma da fattori politici, altrettante voci del deficit di bilancio, quali le spese di guerra dirette e indirette, quelle per le agenzie di intelligence e da una fiscalità favorevole ai ricchi. E siccome il commercio globale erode la base produttiva dell’America, che così rischia di montare la guardia a un sistema produttivo mondiale che non la rafforza ma la indebolisce, si vede come i costi dell’impero sono dei circoli viziosi che non è folle ma saggio interrompere, proprio quello che sta cercando di fare Trump con il mix di dazi esterni per rinvigorire la base produttiva industriale interna e tagli interni per ridurre la spesa pubblica come quelli avviati da Musk con il suo DOGE. Il fatto però è che il DOGE ha licenziato migliaia di impiegati pubblici, stretto i controlli su chi è rimasto, tagliato fondi per istruzione, ricerca e sviluppo, ma si è guardato bene dal revocare i tagli fiscali per i ricchi e dall’avviare controlli sull’elusione e sull’evasione fiscale, anzi pare che il DOGE, con la scusa di tagliare la spesa pubblica, abbia svuotato la capacità di controllo dell’IRS, l’agenzia governativa per la riscossione dei tributi. Insomma, mentre i dazi sono una guerra inter-capitalistica, il risanamento del bilancio, cioè i costi interni dell’impero, sono tutti a carico delle classi lavoratrici. E siccome i miglioramenti salariali che dovrebbero derivare da un rinvigorimento della base produttiva industriale saranno annullati, come detto prima, dall’abbassamento complessivo del tenore di vita degli americani, cioè dalla riduzione dei loro consumi, tutta l’operazione di Trump si configura come una gigantesca manovra di austerità introdotta nel paese che, grazie al suo ruolo imperiale, non aveva sinora conosciuto questa lebbra del capitalismo. Ma c’è dell’altro. Abbiamo detto che il DOGE di Musk ha tagliato le spese della CIA e di agenzie di intelligence come l’USAID, che per decenni ha distribuito fondi a ogni sorta di amici dell’America, compresi i preti ortodossi ucraini scismatici per la stampa, a questo punto di necessità sospesa, dei loro nuovi calendari liturgici. Inoltre, è stata chiusa Voice of America, la stazione radio simbolo della Guerra fredda. Questi tagli, sommati alla svolta dal consumo all’austerità imposta surrettiziamente alle classi lavoratrici, segnalano sol che lo si voglia vedere che l’America sta iniziando a sganciarsi dall’americanismo, cioè da quel modo di vita libertino e appariscente promosso da ogni sorta di prodotto culturale per la cui suggestione tutto il mondo si identificava con l’America. Intendiamoci, al consumismo, all’edonismo, alla morale libertina dovranno rinunciare non i ricchi, invitati anzi ad arricchirsi di più, bensì i salariati, ma i ricchi, non si sa se per giustificare la svolta che i vincoli della struttura loro impone o perché effettivamente c’è stato un cambiamento nella loro grassa sovrastruttura ideologica, sono entrati in modalità cupa tipica di quando il rimosso si risveglia materializzandosi in inattese inversioni dialettiche. Prendi la lettura a controsenso nei circoli dei miliardari hi-tech, di cui Musk è la figura più in vista, del vecchio libro di James Burnham, The Managerial Revolution, con la quale lo scontro fra capitalisti e manager si trasforma in quello tra capitalisti tecnologi, tornati grazie alla tecnologia smart a mettere le mani nella produzione, e i loro manager e dipendenti soggiogati dall’ideologia Woke con cui insidiano il loro potere. O prendi le analisi, tenute in gran conto sempre nei suddetti circoli, di Alexander Karp e Nicholas Zamisky avanzate nel loro recente libro The Technological Republic: Hard Power, Soft Faith, and the Future of the West, con cui, rifacendosi a Irving Kristol, il troskista che divenne il papa del fondamentalismo “liberal”, si sostiene che compito odierno della nostra civiltà non è quello ormai impossibile di riformare l’ortodossia secolare e razionalista, ma di dare nuova vita con spirito profetico alle ortodossie religiose tradizionali. È tutta la ben nota disperazione un tempo provocata dalla minaccia comunista che oggi si traduce in una funerea morale in cui l’edonismo delle masse viene sostituito dal ritorno del patriottismo quale si espresse nella Seconda Guerra Mondiale, il ruolo dello Stato si rafforza con espulsioni e deportazioni, una nuova etica della partecipazione si afferma tra i talentuosi della scienza e degli affari, l’innalzamento costante degli standard di vita della popolazione a tutti i costi viene abbandonato, e ci si prepara a una dura sopravvivenza nelle condizioni di crescente turbolenza globale, di riduzione delle risorse, di peggioramento delle sfide ambientali e naturalmente di aggressione demografica dall’esterno. Ma nell’attesa che, come vuole Musk, un’avanguardia di cotali eletti voli su Marte per scongiurare la fine dell’umanità, che fare? Anche qui, a capirlo aiuta un dettaglio. Trump freme di abbandonare la NATO e di poter tagliare le spese di guerra in Ucraina (e forse in Medio Oriente). Come mai? È così sciocco da voler abbassare il ponte levatoio permettendo così ai suoi nemici di penetrare nella fortezza occidentale? No, è che la NATO e avventure come il sostegno all’Ucraina (e forse a Israele) non servono più, poiché molto più utile appare, ad esempio, un’Alleanza del Nord tra America e Russia al posto di un’Europa morente, contro Cina musulmani e resto del mondo. Al posto dello “scontro di civiltà”, dunque, un “patto di civiltà” con cui, come pensano i rispettivi circoli dirigenti, per quanto grandi possano essere le rispettive differenze, in quanto ortodossi e protestanti si può rinvenire un terreno comune nei valori della tradizione propri della comune matrice cristiana. E poiché sia cinesi che musulmani, i primi con il loro confucianesimo, i secondi con il loro comunitarismo autoritario, guardano alla tradizione come al modo di vita più sicuro per conseguire la ricchezza, il cristianesimo dell’Alleanza del Nord finirebbe per essere il tempio sconsacrato in cui al posto del tabernacolo potrà essere reinstallato il vitello d’oro che tutto il mondo adorerà. Se così sarà, non sarebbe insensata l’attesa di un nuovo Mosè che, raggiante di due fasci di luce, scende a profligare questi sfacciati sfruttatori che spacciano per civiltà il loro vile commercio.

P.S. La revoca per 90 giorni dei dazi non cambia nulla agli effetti interni sopra descritti perché le trattative tra gli USA e i paesi colpiti dalle misure protezionistiche avranno esito positivo solo se si tradurranno in una ripresa del tessuto industriale americano.