Politica

Capitalismcoronavirus

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Il coronavirus è una guerra biologica, scatenata non da un esercito straniero, ma dall’economia in atto che ne propizia l’incubazione e la diffusione. Nei primi venti anni di questo secolo è la quinta o sesta guerra che tale economia scatena contro il resto della società1. Si chiamano pandemie, come se all’improvviso la natura irrompesse incontrollata contro l’organismo sano della società, ma in realtà si tratta di una natura che quell’economia ha asservito, potenziandone i meccanismi pro domo sua. In una recente analisi che compara gli effetti economici dell’epidemia della spagnola del 1918-1920 con quelli già prevedibili dell’attuale epidemia di coronavirus, si legge quanto segue: «oggi l’economia globale ha poche prospettive e la sua produttività rallenta inesorabilmente. La crescita è supportata solo da bolle tecnologiche e finanziarie che diventano ogni giorno più fragili. Un solo granello di sabbia può far crollare questo castello di carte. La sola risposta delle autorità oggi è la stessa data per le crisi del 2008 e del 2012: ricorrere alla politica monetaria per evitare lo scoppio delle bolle. Misura diventata per lo più inefficace. È proprio questo il paradosso dell’epoca che viviamo: a differenza del 1918, oggi non c’è una situazione di caos economico generalizzato, ma di lenta ed inesorabile decelerazione. Ciò rende l’economia molto più sensibile agli attacchi esterni, come può esserlo una pandemia, e, tramite i mercati finanziari, ai timori che li accompagnano».2. Tre sono gli elementi interessanti di questa analisi: la messa in evidenza di una lenta e inesorabile decelerazione dell’economia globale; la presenza delle bolle speculative tecnologico-finanziarie; le pandemie. Vero è che le pandemie vengono ancora considerate erroneamente “attacchi esterni”, ma viene correttamente evidenziato il fatto che le bolle tecnologico-finanziarie servono a rivitalizzare un’economia in lenta ed inesorabile decelerazione. Tali bolle hanno bisogno del livello di integrazione globale, il quale però con i suoi vertiginosi scambi di merci e di individui al servizio delle merci induce le pandemie (un contagiato che impiega un giorno per passare da un punto all’altro del pianeta, è una bomba vivente). Ecco, dunque, perché le pandemie non sono la natura matrigna che si rivolta contro la società civilizzata, bensì l’effetto indiretto e inevitabile della natura che tale economia globale assoggetta sempre più per poter scongiurare il proprio declino. Questo ciclo di agonia che si alimenta di morte per poter allontanare il proprio decesso finale ha un nome ben preciso, e si chiama caduta tendenziale del saggio di profitto, insita in quel modo di produzione che ha anch’esso un nome altrettanto ben preciso, capitalismo3. Il coronavirus, all’apparenza malvagio quanto può esserlo un individuo bastardo, è in realtà un figlio legittimo del capitalismo, è un capitalismcoronavirus. Contrariamente a quanto auspicano molti moralisti, dal capitalismcoronavirus non scaturirà nessun avanzamento sociale, poiché esso, come tutti gli “attacchi esterni” di una natura asservita dal modo di produzione capitalistico, è forza bruta che ispira paura e terrore. Sentimenti quanto mai propizi per esercitare sul tutto sociale una maggiore e più efficace costrizione, funzionale al modo di produzione che causa gli “attacchi esterni”. La fuoriuscita dal capitalismcoronavirus non consisterà perciò in una riduzione delle diseguaglianze, in un ampliamento dell’area del consenso, in una maggiore estensione dei rapporti sociali non alienati. Al contrario, il capitalismcoronavirus accentuerà il feticismo di tali rapporti, e le contraddizioni che ne deriveranno saranno provvisoriamente governate con ulteriori bolle finanziarie e tecnologiche. Riguardo a queste ultime, ha già tratto rinnovato vigore la deriva informatica, con il cogente argomento della necessità igienico-sanitaria di sospendere il livello fisico dei rapporti sociali, come se la digitalizzazione di tali rapporti, dal lavoro all’insegnamento all’amministrazione statale, fosse uno strumento neutro, e non invece un potente fattore di accrescimento della “servitù volontaria” insita nell’egemonia del modo di produzione in atto. Il capitalismcoronavirus ripropone perciò alle forze contro-egemoniche, per quanto disperse e deboli oggi siano, il compito immane ma indifferibile di riportare i rapporti sociali ad un livello in cui il tutto sociale non assoggetti più la natura per scongiurare la propria morte, bensì ne liberi le energie per promuovere la reciproca coesistenza.

  1. Giuseppe Ippolito, Enrico Girardi, Cristiana Pulcinelli, Malattie infettive emergenti, http://www.treccani.it/enciclopedia/malattie-infettive-emergenti_%28XXI-Secolo%29/ []
  2. R. Godin, Strage del 1918: cosa ci insegna l’epidemia della spagnola, «Il Fatto Quotidiano», 9 marzo 20220, pp. 13-14 []
  3. https://www.duemilaventi.net/il-capitalismo-e-i-suoi-nemici/ []

Panta rei? Il divenire dopo le elezioni in Calabria e in Emilia

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Aggiornamenti filosofici, dopo le elezioni in Calabria e in Emilia:

1) si salva il blocco democratico-europeo, ovvero il vecchio interclassismo “produttivistico” aggiornato all’“austerità” dei tempi d’oggi, che mentre predica e invoca mitezza e non violenza non si fa scrupolo di lasciare migranti in mare in attesa che si chiudano le urne, imprigionare anziane professoresse militanti No-Tav, dotare la polizia di letali pistole elettriche;

2) fallisce la falsa alternativa nazional-nordista, ovvero il blocco corporativo dei “produttori” (piccole medie imprese del Nord, pensionati “produttivi”, ecc.);

3) al Sud si conferma il blocco affaristico-malavitoso subalterno all’egemonia “produttivistica”, in cui poi a livello nazionale funzionalmente convergono sia il blocco democratico-europeo che quello corporativo nazional-nordista dei “produttori”;

4) il blocco democratico-europeo si conferma reattivo perché raccoglie i frutti della sua lunga pedagogia sociale (ideale europeo predicato nelle scuole, programmi Comenius, Erasmus, ecc.) che ha formato una leva intermedia di quadri “spontanei”, ovvero le sardine;

5) una tale pedagogia è proprio ciò cha manca al formarsi di un partito di classe meridionalistico, anti-produttivistico e rivoluzionario-europeo;

6) resta in campo perciò solo la proposta del “campo largo” del PD, con i suoi cinque punti: rivoluzione verde, sburocratizzazione, Equity Act per parità salariale uomo-donna ed equilibrio nord-sud, aumento della spesa per l’educazione, piano per la salute1. Un modo per smussare le punte aguzze delle questioni, irretire le sardine di oggi e di domani, lasciare immutata la struttura di base che rende impossibile la realizzazione di quei cinque punti;

7) continua dunque il “galleggiamento”, ovvero la sfida tutta italiana all’impossibilità di bagnarsi più di una volta nello stesso fiume.

 

  1. W. Marra, I decreti sicurezza accendono il ritiro dem, «Il Fatto», 15.1.2020, p. 4. []

Monti, l’ineffabile 2

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Ogni giorno ha la sua perla. L’altro ieri Prodi ci spiegava che la Francia senza il maggioritario che ha, sarebbe in una situazione peggiore della nostra1. Oggi, Mario Monti, sempre sul Corriere, ci spiega invece che ce la passiamo meglio noi, perché con il nostro parlamentarismo abbiamo potuto votare la riforma delle pensioni del 2011 la quale, sostiene Monti, salvò l’Italia dal fallimento. Poco importa che trecentomila persone, bollate come “esodati”, furono buttate sul lastrico. Ma ecco il suo ragionamento: «La Francia è un sistema semi-presidenziale. Tra il presidente e la piazza, nella quale i francesi scendono volentieri dalla fine del XVIII secolo, non c’è intercapedine. In Italia abbiamo la fortuna di avere un capo dello Stato senza poteri esecutivi ma normalmente con ampia moral suasion. E il sistema parlamentare, che ha i suoi inconvenienti, può produrre riforme strutturali di largo consenso che in un sistema presidenziale o semipresidenziale, come negli Stati Uniti o in Francia, sono molto più difficili. E questo proprio perché rendono quasi impossibili le grandi coalizioni e quindi la distribuzione su varie spalle dei costi politici dell’impopolarità. Ricordiamocelo quando qualcuno invoca il presidenzialismo»2. Tanto è sintetico e scattante Prodi, tanto è lento e didascalico Monti, ma il risultato finale è il marasma. Per carità, ognuno la pensa come vuole, non esiste per definizione un’ortodossia liberale, ma non si era mai vista tanta dissonanza in un’area in cui abbondano i padri della patria, i riservisti della Repubblica, i salvatori di ultima istanza, insomma quelli che vengono chiamati nell’ora del pericolo, quando la maggioranza tiranneggiata si rivolta contro le sempre esose pretese di Monsieur le Capital.

Ma tornando a Monti, l’amore del parlamentarismo e la diffidenza per il presidenzialismo non gli impediscono di tessere le lodi di Macron. Sentiamolo: «Macron è il leader con le idee più avanzate sul come costruire una nuova Europa. La sua forza nello spingere su questo sentiero [riformista] gli altri Paesi europei, a partire dalla Germania, risulterebbe tanto più attenuata quanto meno riuscisse ad andare avanti sulle riforme strutturali a casa sua, che sono sempre il banco di prova di un governo»3. Che simpatico questo liberale con il bazooka! I francesi non vogliono la riforma delle pensioni, ma si devono sacrificare per dare l’esempio a tutta Europa di un Presidente con gli attributi. Ave, Monti, morituri te salutant.

P.S.

E se questo marasma fosse solo una sceneggiata di superficie e, maggioritario o proporzionale, parlamentarismo o presidenzialismo, fossero solo trucchi sovrastrutturali buoni a seconda delle circostanze per salvare la struttura portante dell’edificio? Ma no, noiosi misoneismi marxisti!

 

  1. M. Ascione, «Governo distratto dalle liti. Il Colle? Non mi interessa. E poi i 101 sono ancora lì», «Corriere della sera», 10 gennaio 2020, p. 13, su cui vedi il post precedente. []
  2. L. Salvia, «Spero che Macron non ceda perché ha idee avanzate e l’Europa ha bisogno di lui», «Corriere della sera», 12 gennaio 2020, p. 15. []
  3. Ibidem. []

Prodi, l’ineffabile

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In un’intervista al Corriere della sera di oggi, 10 gennaio 2020, Romano Prodi non manca l’occasione di regalarci due perle delle sue. Contro il venticello proporzionale che spira, egli riafferma il suo credo maggioritario, perché “la legge elettorale è fondamentale anche per poter decidere”. E, per rafforzare il concetto, aggiunge: “la Francia, senza la legge che ha, sarebbe in una situazione peggiore della nostra”. Infatti, ormai da mesi si susseguono i sabati dei gilet gialli, e da settimane impazzano gli scioperi contro la riforma delle pensioni. Ma che importanza ha? L’importante è che il governa decida. Se poi la società da quelle decisioni viene squassata, se i conflitti non trovano sbocco politico, se la gente pur lavorando di più si immiserisce senza rimedio, che importanza ha? Il governo è lì, attaccato alla sua maggioranza, scroccata con una legge elettorale che tramuta l’acqua in vino, e questo è tutto. Dite che le leggi elettorali sono trucchi per permettere ad una minoranza di interessi di imporre legalmente la propria dittatura ad una maggioranza il cui destino è di faticare per produrre ricchezza da buttare nelle fauci insaziabili della razionalità di mercato? Fiato sprecato per vecchi scolasticismi marxisti. E qui viene il bello. Per Prodi, l’economia è il vero campo da gioco. E questo l’avevamo capito, da sempre è l’unica cosa di cui parla. Un vero esperto, come dimostra quest’ultima uscita sul costo del lavoro italiano che consegna all’intervista in questione: “Prendiamo il costo del lavoro. Attualmente è grandemente inferiore rispetto a quello tedesco e francese. E possiamo dire che è meno lontano da quello cinese: un tempo il nostro era 40 volte il costo orario del lavoro di Pechino, ora 2,3 volte. Non siamo a costo pari, ma ci stiamo avvicinando e bisogna preparare il futuro”. Ecco, prepariamoci al futuro, quando i cinesi ci pagheranno qualche centesimo all’ora per qualche gigjob di quelli che fanno la contentezza di tanti ragazzi e meno ragazzi di oggi. È proprio ineffabile, Prodi. Piove, e lui fa il giro del mondo, si catapulta a Shanghai, tiene un intero corso in mandarino, riprende l’aereo, sulla tratta controlla le carte, i teoremi e gli assiomi della teoria e, arrivato all’aeroporto di Bologna, conferma: piove. Non si pretende la critica dell’economia politica, ma almeno un barlume di senso critico, macché, bisogna solo prepararsi al futuro, che è tutto scritto, e Prodi ce lo racconta con le slides che gli passa l’ufficio studi di Monsieur Le Capital.

Stato e ambiente

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Una interpretazione non edulcorata del concetto di egemonia in Gramsci non può fare a meno di distinguere tra l’egemonia in atto e la nuova egemonia. L’egemonia in atto è la realtà di fatto caratterizzata dal “mercato determinato”, in cui la merce-lavoro è insuperabilmente subordinata al capitale. La nuova egemonia è la prassi politica che persegue la “riforma economica” del “mercato determinato”, attraverso i necessari adattamenti strutturali e sovrastrutturali. Una tale interpretazione non può fare a meno altresì di riconoscere che, tra queste due forme di egemonia, Gramsci individua il tempo di un lungo interregno, durante il quale il conflitto egemonico si presenta in “forme incongrue e inefficienti”. La “riforma economica”, allora, si impantana in un alternarsi di liberismo e statalismo, intesi come forme alternative di “mercato determinato”, finalizzate a perpetuare la riproduzione del capitale, la cui esistenza è sempre insidiata dalla intrinseca tendenza alla caduta del saggio di profitto1.

Questa interpretazione può sembrare un cumulo di schemi astratti. Ma non si è neppure finito di mettere in evidenza l’interregno di transizione tra le due forme di egemonia, che la realtà si incarica di mostrarne l’esistenza, con fenomeni che si richiamano ad esso addirittura nel nome. Si prenda il caso del transition movement, “un movimento trans-locale di comunità che si uniscono per reimmaginare e ricostruire il nostro mondo”, che attraverso iniziative, conferenze periodiche, reti e organizzazioni più o meno informali e permanenti, prende piede nei paesi in cui maggiormente si manifesta la presa di coscienza circa l’insostenibilità della “crescita perpetua”, con cui il capitale cerca di contrastare la surricordata intrinseca tendenza alla caduta del saggio di plusvalore2. Può darsi che questo movimento, ed altri simili che popolano e hanno popolato in questi anni l’interregno di transizione, siano incongrui e inefficienti. Non a caso si rimprovera loro di essere una risposta ipocritamente morale all’emergenza e alla disperazione, essendo incapaci di includere strati più ampi oltre il loro nucleo di attivisti della “classe media”3. È probabile però che tale incapacità derivi anche dall’inesistenza, a parte resti fossilizzati di gloriosi eserciti, di un serio partito di classe che, andando oltre l’odierna sinistra nominale, offra loro una credibile alleanza.

Ma veniamo a un altro aspetto dell’interregno egemonico, l’alternarsi di liberismo e statalismo come modo per perpetuare la riproduzione del capitale. Dopo il lungo ciclo liberistico, iniziato negli anni Ottanta del secolo scorso, si moltiplicano ora i segnali di un ritorno dello statalismo, proprio sul terreno dell’insostenibilità ecologica della “crescita perpetua”. Infatti, se essa è l’orizzonte morale dei bravi ragazzi della classe media, per il capitale è l’opportunità per invertire il ciclo, passando dal liberismo allo statalismo. Limitandoci al quadrante europeo, l’industria esportatrice della zona euro, nonostante la sua feroce compressione dei costi, in tempi di guerre commerciali comincia a soffrire. Quale migliore idea, allora, da parte delle influenti Confindustrie tedesche, francesi e italiane riunite in conclave, di farsi sostenere con dazi, giustificati dai maggiori costi per abbattere nei cicli produttivi le emissioni di CO2, contro chiunque fuori dall’Europa produca con energia meno cara e più inquinante? Questo virtuoso intento “protettivo”, già fatto proprio dalla nuova Commissione promotrice del green new deal, non si ferma qui. Bisogna mettersi al passo nella produzione “ecologica” del “futuro”, batterie al litio per l’auto elettrica, auto autonoma, intelligenza artificiale, innovazione medicale, reti digitali, internet delle cose, cyber-sicurezza. Poco importa che questo “futuro” sia un ammasso di feticci decisi “altrove”, ed imposti con mille astuzie ad una maggioranza tanto desiderante, quanto disorganizzata. È il terreno della “concorrenza”, e per il capitalismo basta e avanza. Quale migliore occasione, allora, di richiedere aiuti di Stato per progetti tecnologici di cooperazione paneuropea? Da un consorzio sull’intelligenza artificiale ai finanziamenti statali per lo sviluppo delle batterie al litio, ecco dunque che prende forma una nuova politica industriale dell’Unione Europea, dirigista, certo, ma, chiosa l’accondiscendente giornalista, necessaria4. In questa guerra intercapitalistica, si potrebbero analizzare altre forme con cui in altri quadranti capitalistici lo Stato esce dall’ombra liberistica, ma la domanda è che cos’è lo Stato in questo nuovo ciclo statalista? Prima di rispondere, però, è necessario soffermarsi su un punto apparentemente lontano dal nostro argomento, ovvero come la scienza dimostra l’insostenibilità ecologica della “crescita perpetua”. Gli scienziati ragionano in termini di punti di non ritorno, calcolabili in differenti scale temporali (decine di migliaia, migliaia, centinaia, decine di anni), e di cascate globali di punti di non ritorno, che si avverano quando il superamento dei punti di ribaltamento in un sistema aumenta il rischio di provocarli in altri sistemi5. Ad esempio, la perdita di ghiaccio marino nell’Artico sta amplificando il riscaldamento regionale, e il riscaldamento dell’Artico e lo scioglimento della Groenlandia stanno spingendo un flusso di acqua dolce nel Nord Atlantico. Ciò avrebbe potuto contribuire a un rallentamento del 15% a partire dalla metà del XX secolo dell’Atlantic Meridional Overturning Circulation (AMOC), una parte fondamentale del trasporto globale di calore e sale dall’oceano. Il rapido scioglimento della calotta glaciale della Groenlandia e l’ulteriore rallentamento dell’AMOC potrebbero destabilizzare il monsone dell’Africa occidentale, innescando la siccità nella regione africana del Sahel. Un rallentamento dell’AMOC potrebbe anche asciugare l’Amazzonia, interrompere il monsone dell’Asia orientale e causare l’accumulo di calore nell’Oceano Antartico, che potrebbe accelerare la perdita di ghiaccio nell’Antartico6. Ora, dopo tutta questa serie di condizionali probabilistici, gli scienziati concludono che vi sono ricerche che mostrano che tali collegamenti esistono per il 45% delle possibili interazioni tra sistemi. Non solo. Essi ammettono anche che i punti di non ritorno e le cascate globali dei punti di ribaltamento non sono una novità nel sistema terrestre. Anzi, le evidenze paleografiche mostrano che nel corso dei millenni il sistema terrestre è stato instabile su più scale temporali, con forzature causate da cambiamenti nell’orbita terrestre7. Chiusi nella torre d’avorio dei loro modelli e delle loro riviste, in cui dibattono tra pari, gli scienziati non si rendono conto che simili affermazioni sono una manna per i politici, il cui mandato è di perpetuare il sistema capitalistico. Se i punti di non ritorno sono eventi probabilistici, se siamo sotto il 50% delle possibili cascate globali di punti di non ritorno, se la stessa natura, nel suo autonomo dinamismo, ha provocato e può provocare punti di non ritorno e cascate globali di punti di non ritorno, perché dovremmo cambiare l’approccio al problema climatico e proibirci di ragionare in termini economici di costi-benefici, unico modo per perpetuare la valorizzazione del capitale? Insomma, esiste una “retorica” intrinseca alla scienza, fondata su conoscenze probabili, modelli da migliorare, fiducia da acquisire in essi con nuove ricerche e nuovi dati che, estrapolata nell’agone politico, anziché giocare contro i comportamenti pur documentabili che influenzano il cambiamento climatico, finiscono per rafforzarli, come dimostra il fallimento di tutte le conferenze climatiche dal 1995 ad oggi. Tanto dovrebbe bastare per abbandonare l’illusione “conoscitiva” che basta ascoltare la scienza perché i governi si convincano della svolta ecologica, illusione condivisa da chi pensa che basta coniugare le evidenze ecologiche fornite dalla scienza con le affermazioni “profetiche” di Marx ed Engels, per avere un nuovo movimento di classe di ispirazione “verde”8. Che esistano cause dirette e indirette, legate ai processi produttivi capitalistici, che provocano il riscaldamento globale e il conseguente cambiamento climatico, è una utile conoscenza che la scienza fornisce con i suoi propri metodi logico-sperimentali. Ma tale conoscenza può diventare un tassello di un discorso politico volto a cambiare il rapporto tra l’uomo e la natura, e tra l’uomo e i suoi simili, solo se esiste un operatore in grado di far passare dall’ascolto oracolare della scienza, alla lotta per conquistare il potere politico in grado di raggiungere quello scopo, valorizzando anche le conoscenze scientifiche. Certo, il fatto che si ricorra alla scienza tout court, così per altro compromettendone la credibilità, per far passare la verità politica della disumanità del capitalismo, attestata indubitabilmente dal suo trattare l’individuo, e la natura in cui esso si riproduce, non come fine ma come semplice mezzo, è il segno della disperazione che caratterizza l’interregno di transizione, da imputare anche alla diserzione di chi doveva presidiare tale linea di demarcazione. Ma non è più il tempo delle recriminazioni. Viene invece il tempo di quell’operatore pragmatico in grado di riaffermare la verità politica della disumanità capitalistica, con cui smascherare il tentativo strumentale del capitalismo di crescere attraverso la decrescita. Un tentativo in cui, come abbiamo visto, lo Stato esce da dietro le quinte in cui si era celato nella fase liberistica e, in forme nuove, si riappropria del palcoscenico. Per limitarci al quadrante europeo, lo Stato del simulacro della decrescita è un combinat burocratico-giuridico ed economico-finanziario che si articola in classi politiche portatrici di un unico idioma, nella sua artificialità scisso dai popoli e dalle singole culture nazionali. In ciò, le vecchie sovranità e le loro burocrazie, ad esempio, la magistratura, svolgono un ruolo ambiguo, a volte oggettivamente anti-capitalistico, ma senza sbocco politico, come nel caso di intervento su vecchi processi produttivi industriali, vedi il caso Ilva, a volte pro-capitalistico, come nel caso della repressione dei movimenti No Tav, No Tap, No Muos, ecc. È un’illusione quindi trincerarsi dentro il vecchio Stato dell’interesse e della sicurezza nazionali. Bisogna invece dissolvere lo Stato a livello della sua astratta combinatoria. E la storicità di questo processo non può attingersi recedendo nei recinti nazionali, ma promuovendo la rivoluzione europea. A tale scopo non bastano certo le onde spumeggianti ma evanescenti dei movimenti. C’è bisogno invece di quell’operatore permanente ed organizzato che è il Partito. Mentre lo Stato è un falso universale che nasconde la dittatura di una minoranza, il Partito è la parte che aspira al tutto, la cui verità è assicurata dalla “riforma economica” che libera lo sviluppo sociale delle forze produttive. Nel raggiungimento di questo scopo, è naturale che vi siano avanzate e ritirate, scontri e tregue, vittorie e disfatte. Una grave crisi del processo egemonico è stato di credere che una disfatta, per quanto di grandi proporzioni, coincidesse con la “fine della storia”. In realtà, si avviava una fase durante la quale, all’ordine del giorno, c’è lo smascheramento dei simulacri dell’interregno: la forza mascherata di consenso, la globalizzazione come falso universalismo, la tecnologia come sostituto dell’etica. In tale compito, il Partito trova la sua ragion d’essere “intermedia”, che non si concretizza nella ritirata nella “cultura”, sfera in cui si poteva condurre la “battaglia delle idee” sino a quando, nella sua separatezza, c’era una borghesia che la coltivava, ma nella promozione del reciproco riconoscimento di tutte le pratiche che già si sottraggono alla malìa dei simulacri, di modo che la “riforma economica”, quando in più favorevoli rapporti di forza si porrà all’ordine del giorno, non sia uno shock, ma l’apice di un processo per il cui compimento basteranno poche scorciature.

 

  1. F. Aqueci, L’egemonia nel confronto di Gramsci con Vailati e Pareto, in Id., Il Gramsci di un nuovo inizio, Quaderno 12, Supplemento al n. 19 (settembre-dicembre 2018) di «AGON», Rivista Internazionale di Studi Culturali, Linguistici e Letterari, http://agon.unime.it/quaderni/quaderno-12/ []
  2. M. Vlasov, Dialogues about post–growth futures – notes on the transition conference in Umeå / November 18.2019, https://www.suchresearch.net/blog/2019/11/18/dialogues-about-post-growth-futures-notes-on-the-transition-conference-in-ume []
  3. Ibidem. []
  4. F. Fubini, Soldi pubblici e difesa delle aziende nazionali. Così sta nascendo l’Europa post-liberista, «Corriere della sera», 12 dicembre 2019, pp. 1 e 12. []
  5. T. M. Lenton, J. Rockström, O. Gaffney, S. Rahmstorf, K. Richardson, W. Steffen & H. J. Schellnhuber, Climate tipping points – too risky to bet against, «Nature», Vol. 575, 28 November 2019, pp. 592-595. []
  6. Ibidem. []
  7. Ibidem. []
  8. R. Andrés, El crimen del Amazonas y las ideas de Marx y Engels “por el futuro”, http://www.laizquierdadiario.com/El-crimen-del-Amazonas-y-las-ideas-de-Marx-y-Engels-por-el-futuro []