Cultura

Il Montaigne di Montaleone

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Mentre medici e scienziati gettano manciate di oscurità sul virus venuto dall’Oriente, riprendo in mano i molti appunti di lettura del libro su Montaigne di Carlo Montaleone1, dove l’incertezza del sapere medico, ai limiti della cialtroneria, è tema ricorrente. Montaigne, infatti, alle prese con i suoi calcoli renali, per i quali gli venivano prescritti i più fantasiosi rimedi, fu anche il protagonista di una “lotta di liberazione” da un ordine normativo, la medicina del tempo, che era in effetti un’impostura, la cui denuncia era necessaria per dare avvio a quel sommovimento culturale che sarebbe culminato nello sperimentalismo moderno. Oggi, sembra di essere tornati ai tempi dell’impostura, forse perché di quello sperimentalismo moderno si è inaridita la sorgente vitale e non libresca, il corpo in frammenti che Montaigne provocatoriamente opponeva alla norma imputridita. Ma non corriamo. Anzitutto, visto che parliamo di sapere, vediamo chi è il saggio per Montaigne. Per lui, il saggio è chi nel suo foro interno si separa dalla folla, ma nel foro esterno segue interamente i modi e le forme acquisite (p. 101). Siamo agli antipodi, dunque, del contemporaneo Bovillus (1475-1566), per il quale il sapiente, quanto più si concentra in se stesso, tanto più è pubblico, cioè rivolto verso l’esterno2. Non dimentichiamo che la radice della “lotta di liberazione” di Montaigne è corporale. E se la mente relativizza ciò che il corpo presenta come assoluto (p. 53), l’assolutezza del corpo, la sua “chiusura” rispetto al jeu à part della mente (p. 190), per quanto ci si sforzi, è ineliminabile. Questa immanente terrestrità attinge i molteplici temi di Montaigne che Montaleone porta alla luce, l’esistenza nella sua nuda empiricità, il nesso di immagine, corpo e movimento, che suggerisce inferenze su lotta di classe e rivoluzione, l’omologia di costumi, corpo e forme di vita, caratterizzati dalla stessa “chiusura”, la reciprocità come acquisizione strategica che non cancella la contro-voce denigratoria, la ragione moderna, infine, indagata nella sua fase aurorale e polimorfa. Questo è il tema dei temi, poiché tutto il libro di Montaleone ruota attorno ad esso, ed è un viaggio all’indietro, verso l’alba luminosa di un giorno dal cupo tramonto. Sicché, Montaigne non è il Pareto inacidito di quattro secoli appresso. Egli ammette, infatti, che la ragione è una “tintura” data alle nostre tradizioni e ai nostri costumi, la “vernice logica” data ai “residui”, ma constata anche che “l’abitudine ci nasconde il vero aspetto delle cose” (p. 100). Qualcosa di vero, dunque, esiste, che non sia la tetra natura di Pareto. Il vero di Montaigne non è essenzialistico, ma aperto alle metamorfosi “corporali” dovute alla forza dell’immaginazione (p. 171). Ancora una volta, è la vita che con il gioco a parte della mente inscrive i cambiamenti nella materia ineliminabile. Perciò, il cogito di Montaigne non è un dinamismo dialettico ma pendolare, in cui il pensiero, scoperto un limite, non lo “supera”, ma se ne libera subito generando pensieri opposti (p. 153). E alla fine, dunque, la realtà di Montaigne non è liscia e omogenea, ma piena di fratture e scatti, è una realtà morale, se si intende con ciò la possibilità di introdurre nel pulviscolo delle infinite “forme di vita” la discontinuità di dubbi morali (p. 103). Certo, ciò deve avvenire senza escludere il senso della realtà, la cui mancanza spesso si rimprovera ai portatori di dubbi, ma il gioco della mente, se vuole aderire alla vita, se vuole dare veramente voce alla vita, non deve cedere alla somiglianza metaforica, ma deve privilegiare la contiguità della metonimia, poiché è questa figura la più adatta a rendere il patimento dell’individuo che non riesce a scollare cose le une contigue alle altre (p. 132). Il risvolto sociale di questa ontologia screziata è la vertigine di travestimenti confessati e inconfessabili che la persona, cioè la maschera, chiede in prestito alla società sotto forma di ruoli (nella vicenda biografica di Montaigne, l’amico Étienne, l’eiaculatore precoce e dal membro esiguo che fu lo stesso Michel, l’ottimo padre, la madre anaffettiva, ecc.), che si accumulano nell’individuo sociale, e che per Montaigne sono paradossalmente lo stimolo a godere della vita anche nel suo estremo declino (p. 52), e a incontrare uomini e cose come se tutto si svolgesse in un eterno teatro (p. 138). Paradossalmente sino a un certo punto, se si pensa che, quando arriverà il cupo tramonto, la psicanalisi svelerà il copione di questa recita perfetta. E così siamo alla ragione borghese. Che in Montaigne è ancora felice, perché la sua universalità non è stata ancora attirata nei limiti della sua ristrettezza di classe. Con l’usuale tecnica del vedo/non vedo, Montaigne si può così permettere di far emergere il conflitto sociale, ma tramite un falso, ovvero l’osservazione del capo Tupi che, invitato all’evento dell’entrata regale di Carlo IX a Rouen, nota nella folla i segni distintivi della ricchezza e della povertà (uomini smagriti dalla fame, opposti a quelli satolli di ogni sorta di agi), e la passività e l’acquiescenza che caratterizza i primi (non prendono gli altri per la gola e non appiccano il fuoco alle loro case). L’osservazione, nota Montaleone, non può che essere inventata, perché in occasione delle entrate regali, i poveri e i mendicanti venivano spostati al di là delle mura (pp. 74-75). Insomma, Montaigne, tramite la finzione, non solo non si nasconde la lotta di classe, ma ne descrive una vinta, un po’ come oggi, dai ricchi. Ma il comunismo è barbarico e, ennesimo jeu à part della mente linguistica, tocca quindi al capo Tupi enunciarlo. Questo tema della coscienza borghese nell’epoca della sua infanzia felice percorre tutto il libro di Montaleone, se è vero che, verso la fine, egli sente il bisogno di annodarlo a quello più esplicito e dominante del corpo, chiamando in causa Foucault e Gramsci. Per Foucault, egli nota, il corpo è direttamente immerso in un campo politico, mentre per Gramsci il corpo dei lavoratori (produttori) incorpora volontariamente gli automatismi produttivi affinché la mente sia libera di pensare a tutto ciò che “vuole”. Gramsci, dunque, conclude Montaleone, si vedeva dall’esterno di un’oggettività storica che chiedeva all’individuo di rispondere nel modo dovuto a ciò che la storia attendeva da lui, come se non fosse lo stesso Gramsci l’interprete primo di questa attesa (pp. 187-88). Ma, vien da chiedere, questo rispondere non è la protensione dei fenomenologi, di cui Montaleone ha discusso poco prima (p. 180), a proposito del corpo come un viluppo sensibile di protensioni, attraverso le quali decorrono delle attese di qualcosa che non è già saputo, e che non era nemmeno alle viste? E, allora, l’auto-incorporazione dei meccanismi produttivi non è forse il tentativo di superare la cecità del tutto sociale rispetto al suo proprio divenire? Ecco, allora, le inferenze circa la rivoluzione di cui si diceva in apertura. Montaleone pone che, in Montaigne, le immagini sono significanti della coscienza ordinate dalla memoria (p. 72). Ma a cosa servono le immagini? La loro funzione è di articolare lucrezianamente una catena di eventi preordinata dalle leggi di natura (foedera naturae). In altri termini, l’individuo deve realizzare ciò che “può essere”, per non cadere nell’errore di desiderare di essere “quel che invece non può” (p. 82). In chiaro, la rivoluzione deve realizzare ciò che può essere, non ciò che non può essere. In ciò consiste quell’assecondamento del divenire, “istante per istante”, che traduce la necessità in libertà. E le “immagini” altro non sono che l’analisi concreta della situazione concreta, che articola la catena preordinata di eventi, la quale però se adombra linguisticamente il necessario, non è essa a partorirlo, poiché c’è bisogno di qualcosa di più del linguaggio, ovvero il corpo-mente-movimento. La rivoluzione, quindi, non come astratta esecuzione dell’idea da parte del movimento (p. 180), ma come movimento protensivo di quel corpo-mente-movimento che è il tutto sociale. Al giorno d’oggi, è proprio questo nesso che si è dissolto. Da un lato, il corpo stravolto nella letteratura di genere e nell’odierna, rutilante società delle immagini (p. 179); dall’altro, la mente del tutto intellettualizzata; nel mezzo, il movimento accecato, pura coazione a ripetere. Tristi tempi, in cui, si intuisce da un veloce richiamo al Don Chisciotte (p. 60), il mondo circostante è il Grande Inganno, cioè la realtà capitalistica, e la caballeria andante, in quanto critica di tale realtà, è la vera realtà. Ma una cosa è mostrare l’alienazione della realtà capitalistica facendo riferimento ad un passato mitologizzato; altra cosa è fondarla su un’analisi “scientifica” delle sue tendenze attuali e future. Oggi, non è il tempo delle analisi storico-materialistiche, ma prevalgono i miti, le narrazioni, le identità. Di qui, la repulsione per lo scambio dei costumi, e si capisce, perché in sé tale repulsione è un argine tanto al disordine mentale dei singoli, quanto alla disgregazione politica del tutto (p. 89). Ma è anche vero che suolo e sangue flettono sempre verso implicazioni tiranniche (p. 93). E ci vorrebbe, invece, quella logica empirica, ricercata da Montaigne, che rendesse inassimilabili i molti all’uno, a meno di non dichiarare che il Vecchio mondo, ora come allora, avendone i mezzi, deve vincere, una vittoria il cui unico valore è la mera contingenza di poter vincere (p. 99). Ma, dopo l’alba luminosa, non siamo forse al cupo tramonto? Questa arroganza, un tempo felice, non è più consentita. Bisogna prendere atto, allora, della cecità delle rappresentazioni sociali (p. 95), e decentrarsi, ma senza l’illusione aurorale del saggio che si auto-rappresenta come “pubblica creatura”. Qui, il modello è l’amicizia con Étienne. Un codice a due fasi, chiarisce Montaleone, dove il più aggiunto alla figura di Étienne è in realtà solo apparente, fissando invece un meno che sbilancia l’asserita comunistica parità fra i due a favore di uno solo fra i due, l’altro lui, cioè Michel (p. 144). In altri termini, l’amicizia in Montaigne come un comunismo in cui opera una trazione modale che la stabilizza a favore di uno solo fra i due, il quale, analogamente alle “forme di vita” e alle regole locali (p. 103), include/esclude (p. 144). Nessuna fusione perfetta, dunque, perché da essa deriverebbe un’identità che renderebbe gli amanti mutualmente inclassificabili, vittime di uno sconvolgimento ossessivo. L’avere fame reciproca di se stessi, infatti, compromette il sé di ciascuno dei due, quel sé che, per natura, rinasce nel desiderio che non può affrancarsi da se stesso. Nel microcosmo dell’amicizia con Étienne come nel tutto sociale, c’è dunque la presenza di una ineliminabile contro-voce denigratoria, che fa della reciprocità una tribolatissima conquista strategica.

  1. C. Montaleone, Atomi, corpi, amori. Saggio su Montaigne, Milano, Mimesis, 2019. I rimandi vengono indicati direttamente nel testo []
  2. E. Garin, Introduzione a C. Bovillus, Il sapiente, Torino, Einaudi, 1943, p. XIII []

La banana di Cattelan

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Dopo aver mangiato la banana di Cattelan, David Datuna ha dichiarato: «L’arte è intoccabile. Io ho potuto mangiare la banana, o meglio il concetto che quella banana esprimeva, solo perché sono un artista anche io e il mio atto ha lo stesso valore dell’opera che lo ha provocato»1. Sembra una smargiassata, ma è la realtà. L’artista che riesce a farsi riconoscere come tale ha un mandato sociale, e Datuna e Cattelan l’hanno esercitato al meglio, l’uno affiggendo la banana con lo scotch, l’altro mangiandola. Datuna ha però aggiunto: «D’altronde il frutto era destinato a essere sostituito in ogni caso. La mia domanda allora è: che senso ha acquistarlo per rimpiazzarlo continuamente?». Qui è come se Datuna fosse stato preso dalla vertigine della sua funzione di artista, perciò si giustifica (il frutto andava sostituito in ogni caso) e fa emergere la grettezza dell’arte mercificata (le banane da comprare necessarie per mantenere in vita quell’opera d’arte e la sua quotazione). Ma emerge anche un altro aspetto che, al di là del rutilante circo artistico, fa vedere in trasparenza l’opera d’arte contemporanea. Il frutto era destinato a essere sostituito in ogni caso, dice Datuna. Ecco la materialità dell’opera d’arte, la sua sintassi: un frutto deperibile, dello scotch, una parete bianca di una galleria d’arte. E se c’è una sintassi, ci deve essere una semantica e una pragmatica. La semantica della banana di Cattelan è piuttosto usurata da quando un cesso è stato tolto da sotto il culo del comune mortale e esposto come opera d’arte. Questo straniamento pizzica, ma ha stufato. Resta solo la pragmatica, che Datuna con il suo gesto fagico ha portato alle estreme conseguenze, forse ancor più del quadro di Bansky che, appena acquistato, si autodistrugge. Ma così facendo, Datuna volontariamente o meno ha mostrato che l’arte oggi è solo questo, pura pragmatica di una sintassi elementare priva di ogni semantica. C’è il mandato sociale, che si risolve però in un rispecchiamento della società senza alcun surplus di significato, che non sia il lievitare delle quotazioni. Dalla mela di Eva alla banana di Cattelan non c’è più niente da mangiare, che sveli un mondo di possibilità. Solo fare, disfare, comprare.

 

  1. N. Distefano, “La mia fame d’artista”, «Corriere della sera», 9.12.2019, p. 13. []

Prezzi, valore, egemonia. A proposito di una recente distinzione

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Con uno scavo nella struttura formale del concetto di egemonia, recentemente si è proposto di distinguere tra l’egemonia-consenso e l’egemonia-direzione1. L’egemonia-consenso consisterebbe nel potere democratico fondato sulla partecipazione e sulla trasparenza dei meccanismi decisionali; l’egemonia-direzione, nel saper offrire le soluzioni più efficienti e convincenti ai problemi sociali ed economici. Quest’ultima, si tradurrebbe in una “razionalità sostanziale” che starebbe alla base di una tecnocrazia in cui, dopo il declino dei partiti di massa e la crescente irrilevanza dei parlamenti, dominerebbe l’élite degli “esperti”, lontani dalle contraddizioni e dalle istanze della politica e delle “masse”, queste ultime troppo ignoranti per capire sia il proprio interesse che la direzione da far prendere alla società. Contro questa deriva elitaria, si propone allora di rafforzare il potere democratico a tutti i livelli, locale, nazionale e transnazionale, mettendo la rappresentanza al centro delle riforme istituzionali, e potenziando lo Stato di diritto rispetto alle nuove sfide.

La “razionalità sostanziale” che si ritiene alla base dell’odierna tecnocrazia, è già stata analizzata molti anni fa dai teorici della razionalità, che ne hanno trattato sotto la dizione di “razionalità adattiva”2. Al contrario di chi ne denuncia la potenza e la pervasività, i teorici della razionalità sono preoccupati dei suoi limiti, che si propongono di superare con misure ad hoc. Fra queste misure, ci sono l’utilizzazione della razionalità insita nei prezzi di mercato, l’adozione della ricerca operativa, della gestione aziendale e dell’intelligenza artificiale dei computers, l’estensione ad altri ambiti dei procedimenti per contraddittorio tipici dei sistemi giudiziari. Effettivamente, tutto ciò che può configurare un pernicioso “governo dei tecnici”. I teorici della razionalità adattiva ritengono però che mezzi altrettanto efficaci per superare i limiti di tale forma di razionalità siano una conoscenza adeguata dei procedimenti politici e istituzionali propri dello Stato di diritto, nonché l’affermarsi di mass media che non diano spazio alle novità quotidiane e all’effimero, ma agiscano adottando procedimenti come il contraddittorio dei sistemi giudiziari sopra richiamato.

Come si vede, è difficile tagliare l’anguria perfettamente a metà, perché i tecnocrati o, quanto meno, coloro che forniscono una filosofia di sfondo all’egemonia-efficienza, sono preoccupati anch’essi dell’egemonia-consenso, dello Stato di diritto e delle istituzioni democratiche. Come si spiega questa bizzarra confluenza? L’impressione è che la distinzione tra egemonia-consenso e egemonia-efficienza sia una barriera troppo fragile per scalzare il fondamento teorico della razionalità adattiva o sostanziale che dir si voglia. Essa infatti si basa sulla riduzione del fatto economico strutturale a un fattore fra gli altri, tramite l’enucleazione del solo aspetto della razionalità insita nei prezzi di mercato. La sfera produttiva, dove è in ballo la formazione del valore e la sua appropriazione privata, viene così occultata e fatta sparire in una conoscenza sociale che vede nel prezzo l’utile meccanismo per risparmiare informazione (se pago un tot, non ho bisogno di indagare ulteriormente sull’origine della merce acquistata, su chi l’ha prodotta, quando è stata prodotta, secondo quali modalità, ecc.). Il resto, viene da sé, compresa la riduzione della storia ad appendice culturale dell’evoluzione naturale, di cui un tetragono darwinismo possiede la chiave teorica. La distinzione tutta sovrastrutturale tra egemonia-consenso e egemonia-direzione non sembra cogliere il nocciolo di questa costruzione ideologica. Appuntandosi sul solo livello della politica e delle sue istituzioni, non si avvede che i teorici della razionalità adattiva arrivano in anticipo su questo terreno, occultando la struttura in un sovrastruttura dipinta come la prosecuzione di processi naturali, che possono essere saggiamente migliorati facendo affidamento sugli stessi strumenti cognitivi forniti dalla natura (livelli di attenzione, ecc.).

Questi esiti nulli di pur nobili battaglie ideologiche mostrano che nell’analisi egemonica è sempre indispensabile tenere fermo l’elemento della “riforma economica”. A rinforzo polemico della distinzione tra egemonia-consenso e egemonia-direzione, si sostiene che la “teoria critica” avrebbe sbagliato sia a confondere la burocrazia con la tecnocrazia, sia a seguire Weber sulla strada della separazione della razionalità strumentale da quella sostanziale. Qualsiasi cosa ciò voglia dire, non si può non osservare che la “teoria critica” ha affrontato le distinzioni weberiane da molti decenni, almeno dal Lukács di Storia e coscienza di classe3. Ritornando al pericolo della tecnocrazia imperante, esso non sembra consistere tanto nel deperimento dello Stato di diritto, di cui, come abbiamo visto, sono preoccupati da tempo anche i teorici della razionalità adattiva. E, en passant, tale pericolo non sta neppure nel Gestell aborrito dall’idealismo reazionario cripto-nazista di Heidegger4 né, con ben altra dignità, nel compimento della follia dell’Occidente nel quale vagheggia leopardianamente di annegare Severino5. Il pericolo della tecnocrazia è la pietrificazione dell’ideologia proprietaria, che avviene, come abbiamo accennato, naturalizzando la sfera della produzione, cioè sciogliendone la specificità storica, attestata dai modi di produzione, in una speciosa continuità con l’evoluzione naturale. Perciò, nella lunga e confusa transizione verso la nuova egemonia, oggi come non mai bisogna provocatoriamente affermare la necessità di portare dall’esterno la coscienza di tale pietrificazione alla classe, qualsiasi cosa essa sia oggi sociologicamente. Laddove tale esteriorità non è l’opera pedagogica e autoritaria di un qualche soggetto precostituito, ma è l’operazione di presa di coscienza che la classe opera su se stessa. Questo è ciò che si trae da una lettura sine ira et studio del Che fare? di Lenin. Che poi tale operazione non possa esaurirsi in interiore homine, ma debba avere un luogo dove organizzarsi, sia esso un movimento, un partito o un novello Principe, questa è una necessità cui sinora nessuno è riuscito a sottrarsi. E, comunque, fa parte della tattica e della strategia politica inventare eventualmente luoghi nuovi dove accogliere tale presa di coscienza, evitando magari di cadere nelle allucinazioni di partiti digitali et similia6.

 

  1. “Tecnocrazia e democrazia. L’egemonia al tempo della società digitale” di Francesco Antonelli, https://www.letture.org/tecnocrazia-e-democrazia-l-egemonia-al-tempo-della-societa-digitale-francesco-antonelli/ []
  2. H. Simon, La ragione nelle vicende umane, (1983), trad. it. Bologna, Il Mulino, 20192. []
  3. Su questo punto, cfr. F. Aqueci, Semioetica, Roma, Carocci, 2016, p. 85 sgg. []
  4. https://www.duemilaventi.net/heidegger-cabalista-gli-abissi-contemporanei/ []
  5. https://www.duemilaventi.net/la-metafisica-del-capitalismo-emanuele-severino/ []
  6. https://www.duemilaventi.net/le-false-promesse-del-partito-digitale/ []

Basso impero e lotte ideologiche

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A Roma, nel secondo secolo d.C., il cesarismo, che aveva stabilizzato la crisi della Repubblica, fu attinto da intense convulsioni. Gli imperatori, che spesso alla stravaganza e alla crudeltà univano origini umili o addirittura barbare, si succedevano nel giro di pochi anni, addirittura di pochi giorni, eletti dalla massa dei soldati, in odio al Senato e all’ozioso popolo romano. Il fisco era sempre più oppressivo, perché i donativi con cui gli Augusti si ingraziavano i soldati, imponevano requisizioni sempre più grandi e arbitrarie. Non era solo una lotta di potere, anzi, quest’ultima era il riflesso di una più generale lotta di classe in cui i contadini delle province, coscritti nell’esercito, la più grande fabbrica produttiva del tempo, combattevano contro la sempre più sproporzionata ricchezza dei privati, fossero essi aristocratici o nuovi ricchi. Questi spasmi politici e sociali di una società che galleggiava sull’immenso sottosuolo schiavile, avvenivano però sulla superfice di più lente ma profonde trasformazioni ideologiche. Il placido paganesimo era sempre più infiltrato dai culti misterici, dal misticismo orgiastico, dal furore religioso. Un’attesa di rinascita spirituale, nutrita sia dalla speranza del popolo, che dall’angoscia delle classi alte, segnava quei tempi. Gli imperatori tenevano nelle loro stanze, accanto ad effigi pagane, quella di Gesù Cristo, e venne un tempo in cui le statue degli antichi culti venivano tolte e rimesse nei templi, a seconda dell’andamento della lotta ideologica, finché il Cristianesimo, da questa lunga competizione con le altre religioni rivali, non emerse vittorioso.

Il basso impero romano presenta molte somiglianze con l’epoca contemporanea: volatilità del potere, bizzarria dei governanti, distorsione delle lotte di classe, rapacità del fisco, competizione tra nuove potenze ideologiche, sullo sfondo delle vecchie religioni. Probabilmente ciò è dovuto, più che ad un astratto andamento ciclico della storia, ai tanti fili che connettono la formazione antica greco-romana alla formazione moderna europeo-occidentale, impostasi ormai al mondo intero. Ma non è ciò che qui importa. Ciò che importa, è che il prisma della competizione ideologica permette di scorgere cos’è effettivamente la globalizzazione, e cioè il sistema imperialistico mondiale, al cui vertice sta, in posizione da ultimo assai precaria, l’imperialismo yankee. A lungo, l’ideologia unificatrice di tale sistema è stata quella laicistica dei diritti, ma dalle spinte e controspinte delle altre potenze ideologiche, più di recente sono riemersi i blocchi gerarchici e i conflitti al loro interno per la spartizione del potere e del mercato mondiali. In questi conflitti, ciascuna di quelle potenze ideologiche affina il proprio profilo, che consente di coglierne forza e contraddizioni. Così, ad esempio, confucianismo cinese e sovranismo russo-ortodosso, ovvero eurasismo, attualmente convergono in funzione anti-americana, ma a lungo andare il contrasto tra di essi potrebbe riesplodere, perché la Russia è economicamente molto più debole. Rispetto a tali potenze, il confucianismo, l’islamismo, il sovranismo cristiano-ortodosso, i movimenti neo-evangelizzatori, il nazionalismo induista, ecc., si staglia come cosa a sé il socialismo, in quanto svolgimento interno della moderna ragione laica, che ha fatto le sue prove storiche nelle rivoluzioni del 1789 e del 1917. È una fortuna che il socialismo si sia svincolato dal destino di un singolo stato, come fu nel Novecento con l’Unione Sovietica. Esso può così riprendere il suo slancio corrosivo nella competizione con le altre potenze ideologiche, incapaci di assumere sino in fondo la terrestrità della condizione umana, sempre pronte invece a sublimarla o in una ingannevole realtà celeste, o in una immanenza ciecamente strumentale. Così come nel basso impero romano nessuna predestinazione assegnava la vittoria al cristianesimo nella competizione con le altre religioni, altrettanto nella modernità europeo-occidentale, ormai mondiale, niente garantisce il predominio finale del socialismo. Esso raccoglie e fa intravvedere con i suoi schemi analitici le tendenze delle forze produttive e dei rapporti di produzione, la cui unificazione ideologica sotto le proprie insegne dipende però dall’attiva lotta di chi ad esso si richiama intellettualmente e praticamente. La sua superiorità scientifica è lettera morta se non è vivificata dalla scelta di adattarsi alla realtà nel suo farsi, per assimilarne gli elementi da portare ad un compiuto equilibrio storico.

Darwin, Piaget e la nuova intelligenza umana

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Nei suoi lavori di botanica, Darwin evidenzia la presenza di una intelligenza naturale che si manifesta in apparati e comportamenti di varie specie di piante. È un’intelligenza tattilo-percettiva che dà luogo a scelte e che si propone scopi [1].

In filosofia, l’ipotesi di un’intelligenza simile configurerebbe una posizione idealistica. È lo spirito, il pensiero, la mente che si incorpora in apparati biologici più o meno elaborati, in grado di muoversi, percepire, calcolare. Se poi la manifestazione dello spirito segue un percorso finalistico che mette capo in uno Spirito assoluto, allora siamo in presenza di sistemi filosofici come quello di Hegel.

Non è il caso di Darwin, ovviamente, ma l’evidenza di una intelligenza naturale consente di riflettere sul finalismo dell’ontogenesi dell’intelligenza umana, senza entrare in conflitto con il modello evoluzionistico. Il finalismo hegeliano dello Spirito assoluto coglieva mitologicamente il problema. Diverso è il caso dell’ontogenesi studiata da Piaget, poiché si situa sullo stesso terreno osservativo-sperimentale di Darwin.

Jean-Blaise Grize, il geniale logico collaboratore di Piaget, e maestro di chi scrive, aveva avanzato l’ipotesi di una logica naturale, identificandola con l’argomentazione, intesa in senso ampio, per differenziarsi dalla logica formale su cui Piaget voleva “chiudere” il finalismo ontogenetico degli stadi, da quello sensorio-motorio a quello intuitivo a quello ipotetico-deduttivo. Passando dalla logica alla retorica, però, Grize era rimasto invischiato, sebbene attenuandolo, nel logicismo di Piaget.

L’evidenza più vasta dell’intelligenza naturale permette invece di guardare in modo non più logico, ma storico-genetico all’ontogenesi di Piaget. Alla luce dell’intelligenza naturale, infatti, l’ontogenesi appare come il modo di produzione sociale dell’intelligenza umana.

Ricercatori come Michael Tomasello, che si richiama a Piaget però equivocandolo, o anche etologi come Mark Bekoff, che ricerca la morale già presso gli animali, continuano a riportare l’intelligenza umana a moduli e comportamenti presenti in natura, come se tale intelligenza derivasse da un particolare assemblaggio cui casualmente ha arriso il successo.

In realtà, senza quel modo sociale di produzione, prodotto esso stesso dell’evoluzione, l’intelligenza umana non esisterebbe. Questa non è cattiva immanenza. Nel passaggio dall’intelligenza naturale all’intelligenza umana, infatti, c’è un momento formale e un momento reale. Nel momento formale, il cui prodursi deve essere oggetto esso stesso di indagini osservativo-sperimentali, il rapporto sociale assume determinate caratteristiche non più evoluzionistiche ma genetiche, per cui i ruoli naturali di dominanza si staccano dalla forza bruta, diventano ruoli sociali, e cominciano a richiedere un’equilibrazione finale che annulli l’asimmetria di potere iniziale. Con questo momento formale, si è solo generata una cellula germinale, ma il panorama dell’intelligenza naturale non cambia ancora in nulla. È solo con il momento reale che si ha non più una differenza di grado, ma un salto categoriale, poiché la forma nuova di intelligenza assoggetta ai propri scopi tutta la rimanente intelligenza naturale. Si direbbe che qui si innesca l’odierna questione ecologica, la quale però deriva non da quell’assoggettamento originario, ma dal blocco dell’equilibrazione finale. La questione ecologica non è dunque una questione naturale (rapporto uomo-natura), ma storico-genetica (rapporti tra gli uomini in riferimento alla natura).

L’ontogenesi dell’intelligenza umana ha ovviamente una sua storia, poiché è differente il modo di produzione della mente di homo habilis da quella di homo faber da quella di homo sapiens. Prova ne è che l’infanzia è un prodotto storico-genetico assai recente. Ma il punto da sottolineare è che il carattere non più evoluzionistico, ma genetico, di questa ontogenesi consente di porre l’ipotesi che essa non abbia raggiunto la sua equilibrazione finale nella logica formale, così come voleva Piaget nella sua veduta logicistica, poiché la storia potrà richiedere altri avanzamenti nel modo di produzione della mente umana che l’ontogenesi dovrà fissare, riaggiustando il proprio modo di produzione e adeguandolo ai compiti nuovi richiesti dagli ulteriori avanzamenti raggiunti. E anche da questo dipenderà la soluzione dell’odierna questione ecologica.

Molti individuano questo nuovo stadio nell’intelligenza artificiale, nel potenziamento umano, nello sganciamento della mente dal corpo, e nella sua virtualizzazione. Queste ipotesi però soffrono di tecnologismo, poiché identificano gli avanzamenti con la tecnica e i suoi risultati. Mentre, invece, in coerenza con il “salto” storico-genetico, è più probabile che saranno le nuove equilibrazioni degli originari ruoli naturali di dominanza a richiedere una “intelligenza nuova”, cui eventualmente la tecnica potrà offrire strumenti e materiali con cui concretizzarsi, ma il cui raggiungimento non potrà avvenire che tramite i conflitti e le lotte di emancipazione storico-sociali.

 


[1] F. Giaculli, Radici pensanti e orchidee seducenti. Charles Darwin e la botanica, http://lameladinewton-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/2019/05/20/radici-pensanti-e-orchidee-seducenti-charles-darwin-e-la-botanica/