Europa

Sorte d’Europa

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Lo scontro che infuria per interposta persona tra Russia e Stati Uniti è l’esito di un difetto di egemonia nei rapporti tra Russia e il resto d’Europa. La Russia in questi decenni intercorsi dalla fine dell’URSS ha tentato di ricucire i rapporti con l’Europa occidentale in due modi, con la politica commerciale principalmente in campo energetico e con le alleanze politiche di tipo sovranistico che si intrecciavano con l’ideologia eurasista volta a reintegrare in un unico spazio Russia, Bielorussia e Ucraina. Il sovranismo era insomma il volto euro-occidentale dell’eurasismo, e sovranismo ed eurasismo dovevano essere i due bracci di un’unica ideologia con la quale la Russia si imponeva come potenza europea egemone in grado di fornire sicurezza, risorse alimentari ed energetiche e difesa dei valori della civiltà cristiana dei quali l’Ortodossia si presenta come l’autentico baluardo. Questo disegno è fallito perché non ha calcolato la forza corrosiva dell’americanismo che si è infiltrato stabilmente non solo nell’Europa del nucleo storico della Nato ma anche in aree come l’Ucraina ritenute da Mosca per diverse ragioni come parti integranti della propria sfera culturale. Un’egemonia debole, dunque, condotta con mezzi opachi e non sufficientemente attrattiva. Quando Mosca ha constatato ciò, soprattutto nell’ostinato rifiuto dell’Ucraina di integrarsi nel “patto della taiga” preferendo il “patto Nato”, non le è rimasto che passare all’uso della forza, con l’“operazione militare speciale” degenerata presto in guerra implicita tra Russia e il blocco euro-atlantico rimesso in riga dai ringalluzziti Stati Uniti. Non si può dire dunque che la Russia non abbia tentato i “patti” prima della guerra. Ma la forza è subentrata perché il consenso è stato costruito con materiali impropri e su calcoli sbagliati. Non che non ci fosse una crisi economica, politica e morale nell’Europa occidentale, ma il sovranismo era un movimento debole e troppo diviso al suo interno per poter dare voce a tale crisi e ricollegarla all’Europa dell’Est. E d’altra parte l’eurasismo era un’ideologia troppo “rurale” di fronte all’appeal del rutilante americanismo di cui si attossica l’Europa intera, ivi compresa la Russia che vi partecipa con il capitalismo pacchiano dei suoi oligarchi. I problemi dell’Europa intera, di quell’Europa che Gorbaciov, da Lisbona a Vladivostok, anche lui, ahimè, facendo male i suoi calcoli, avrebbe voluto come la “casa comune europea”, sono seri e gravi, la sua crisi spirituale profonda e conclamata, ma sono stati affrontati con mezzi impropri, al limite del dilettantesco (vero, Dugin?). Se il consenso è fallito, e se la forza ha di nuovo spaccato l’Europa e ributtato l’Europa occidentale nelle braccia degli Stati Uniti, da dove riprendere il filo? Non c’è solo la forza e il consenso, categorie legittime dell’immediato agire politico che però assolutizzate sfociano nell’asfissia della Realpolitik. Ci sono anche le tendenze storiche, senza le quali forza e consenso si arenano nel caos, com’è appena accaduto alla Russia. Nel suo Discorso sull’ineguaglianza Rousseau afferma che una delle più forti ragioni per cui l’Europa ha avuto una civiltà, se non più remota, almeno più costante e di più alto livello rispetto alle altre parti del mondo, sta nel fatto di essere al tempo stesso la più ricca di ferro e la più fertile di grano. Se al ferro sostituiamo il gas e il petrolio russo, l’affermazione di Rousseau mantiene ancora oggi la sua suggestione. Rousseau ci dà anche la chiave di cosa sia la “civiltà”, non certo il contrario dello “stato di natura” dove regna il “buon selvaggio”, caricatura con la quale si è voluto squalificare la forza critica del suo discorso, bensì lo stadio seguito alla rottura, per un qualche caso funesto, del giusto mezzo tra l’indolenza dello stato primitivo e l’impetuosa attività del nostro amor proprio. Precisamente, questo equilibrio, che dovette essere l’epoca più felice e più duratura del genere umano, si infranse quando ci si accorse che era utile a uno solo aver provviste per due, quando cioè il plusvalore prese il sopravvento sui valori d’uso. Rousseau non aveva il termine ma aveva intuito il riferimento: “civiltà” era l’avvento in germe di quel capitalismo che, abbandonando la giovinezza del mondo, si avviava a quel progresso in cui la perfezione dell’individuo si sarebbe scontrata sempre più con la decrepitezza della specie. L’Europa dunque è stata la culla di questo disequilibrio ecologico permanente in cui poi tutto il mondo è stato attratto, e i conflitti che l’hanno segnata si iscrivono in questo solco. Non è un caso che le guerre mondiali, compresa la terza di cui in questi giorni sinistramente si prospetta la probabilità, si inneschino in questo continente. Ed è questa la tendenza storica di cui i suoi governanti devono tenere conto, ovvero la discrepanza tra individuo e specie che, da quel funesto caso che infranse l’equilibrio del giusto mezzo, il modo di produzione capitalistico non fa che accrescere. La sorte d’Europa, dunque, che coincide con quella della specie, non può che essere nella fuoriuscita dal capitalismo verso una “nuova frontiera” che non sia più tecnica e produzione, come nell’americanismo, ma sviluppo della mente umana, come dovrà essere in un nuovo stadio in cui la potenza delle forze produttive sia al servizio del giusto mezzo. Il lessico politico non offre grandi risorse per indicare questo luogo verso cui tende la freccia dell’evoluzione per opporsi alla propria dissoluzione. E a chiamarlo liberalcomunismo si otterrebbe solo di sollevare lo sdegno delle rispettive tribù chiamate in causa. Più che sul nome conviene quindi concentrarsi sulla cosa. Non sappiamo quanto tempo abbiamo. Né sappiamo che la forza della tendenza vinca su quella contraria dell’autodistruzione. Ma non bisogna certo cullarsi su queste incertezze, continuando come sinora si è fatto a spingere alternativamente sui pedali della forza e del consenso solo per guadagnare anche un solo giorno in più per le proprie convenienze (vero, signora borghesia capitalistica?). Anzi, bisogna operare come se domani fosse l’ultimo giorno. Per questo le contrapposizioni che da tempo vengono alimentate sono i veri crimini da cui derivano tutti gli altri che giustamente, alla vista di certe efferatezze, agitano i nostri sentimenti umanitari. Da questo punto di vista, tutto il discorso sulla “resistenza” appare un diversivo, specie se i “resistenti” sono parte attiva delle contrapposizioni (vero, Arestovich e Zelensky?). Perciò, la prima condizione da ripristinare è l’unità dell’Europa attorno ai suoi fondamentali, il ferro e il grano di cui parlava Rousseau, ma con la consapevolezza che bisogna trascendere la pur magnifica civiltà che da essi è derivata se non si vuole che individuo e specie divarichino sino alla distruzione reciproca. Banchieri, finanzieri, magnati, tornino dunque ai loro tristi affari e, senza trucchi e senza inganni elettorali, si ridia la parola al popolo. Per cominciare.

Il cammino interrotto

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Se sul finire degli anni Ottanta del secolo scorso Gorbaciov avesse sostenuto con la spada il suo “ritorno a Lenin” le cose sarebbero state più chiare, da un lato il comunismo internazionalista che aveva nello Stato sovietico il suo provvisorio strumento di lotta, dall’altro il risorgente nazionalismo europeo che, come sarebbe divenuto evidente negli anni, trovava alimento nel mitico modo di vita occidentale. Abbagliato dal miraggio di una astratta democrazia, timoroso di poter causare l’olocausto nucleare, sfiduciato circa le proprie stesse forze, egli preferì invece affidarsi agli equivoci e ai sottintesi del “dialogo”, lasciando di fatto alle generazioni avvenire l’onere di risolvere i nodi che ora fronti accanitamente contrapposti cercano di sciogliere in condizioni di oscurità ideologica. Questo errore storico non è parso vero all’America la quale, giocando sul doppio registro dell’UE e della NATO, ha potuto mettere un cuneo nella già malferma costruzione europea allo scopo ben conosciuto di dividere e imperare. E qui si impongono due riflessioni. La prima concerne appunto l’America il cui laico sistema politico puntato sulla felicità dell’individuo fluttua sul magma dei periodici “grandi risvegli” religiosi, a conferma della sua genesi settaria. Essa infatti sorge dallo spurgo delle sette che, non potendosi affermare integralisticamente in un’Europa proiettata verso la tolleranza illuministica, migrarono nel Nuovo Mondo inventando la “democrazia dei signori” come fede da imporre a tutto il mondo. L’altra riflessione riguarda l’Europa, il cui illuminismo certamente resta incompiuto almeno sino a quando la verità intellettuale non diventerà pienamente giudizio etico-politico. Ed è a questa incompiutezza, e non all’Illuminismo, che bisogna imputare l’eclissi che periodicamente oscura la ragione europea. Alla fine della Seconda guerra mondiale, i liberali laici, cattolici o protestanti che fossero, saggiamente avviarono un’opera di superamento dei nazionalismi e dei pregiudizi storici, anzitutto quello antisemita, puntando sui mattoni dell’economia. Ma la loro prudente costruzione è stata colpita al cuore da due strali scagliati da quel Nuovo Mondo settario che liberandoli venne ad asservirli. Il primo strale è stato il liberismo privatizzatore recepito dal Trattato di Maastricht in uno stato di sonnambulismo degli epigoni di quei liberali illuminati. Il secondo strale è stato il rinfocolamento con ogni mezzo di quel nazionalismo che è la lebbra dell’Europa da quando nel secolo XIX essa è divenuta compiutamente capitalistico-borghese. L’Ucraina, con la sua voglia matta di NATO, con le sue “libere” Università propalatrici del verbo delle “società aperte”, con le sue trentatré cliniche per l’utero in affitto, è il prodotto meglio riuscito di tale nuovo nazionalismo, nell’attesa che crolli l’intera impalcatura, giudicata “pre-moderna”, dello Stato russo purtroppo ora presidiato da una casta che cerca di riscattare le sue dubbie origini con il mito eurasiatico. Ecco, allora, lo “scontro di civiltà” tra il settarismo americano, gonfiatosi a imperialismo atlantico, e il revanchismo russo che si propone quale indesiderato difensore di tutti i “mondi a parte” minacciati dal corrosivo Occidente. Ma gli europei sempre così pronti a infervorarsi per le cause perse farebbero bene a ricordarsi che se l’Ucraina entra nell’UE non nascono gli Stati Uniti d’Europa, un copiato che la storia non consente, ma prende forma piuttosto quell’Europa dei popoli cui anelano i “conservatori” sotto le cui insegne si mimetizzano gli eredi del nazifascismo vogliosi di rivincita. Adesso che con le sue atrocità la guerra infuria tra Russia e Ucraina le divisioni sembrano incomponibili, ma quando lo scontro si attenuerà non si potrà fare a meno di riprendere il disegno di un accordo tra Europa e Russia imposto anzitutto dalla contiguità territoriale e in secondo luogo dalle convenienze reciproche, dalle fonti energetiche alle forniture alimentari al nucleare militare in cambio del ben di dio della migliore industria europeo-occidentale. Ma come dimostra l’esito infelice del minimalismo della Merkel, questo pragmatismo non potrà bastare. Bisognerà sollevare il capo dal fiero pasto e riprendere il cammino interrotto di un continente non più borghese, non più nazionalista, non più antisemita che solo il comunismo con il suo contenuto anti-capitalistico potrà assicurare. E ciò non per partito preso ideologico ma perché solo il superamento del capitalismo può portare all’abolizione della forza quale unico principio con cui regolare le questioni. Il comunismo così si rivelerà non un modulo utopistico astratto applicabile in qualsiasi latitudine ma come il completo svolgimento storico dell’intero continente europeo che, portando a compimento la propria particolarità, farà avanzare il mondo intero che oggi ristagna nella cieca caverna dell’economia di scambio.

Europa: Napoleone o Lenin?

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Napoleone era un europeista. Il duecentesimo della morte ha offerto l’occasione di riesumare dal Memoriale  di Sant’Elena le sue affermazioni con cui inscrive le sue gesta nel progetto di creare la nazione europea1. In Europa, egli calcolava, «si contano più di 30 milioni di Francesi, 15 di Spagnoli, 15 di Italiani, 30 di tedeschi… Di ciascuno di questi popoli io avrei voluto fare un unico grande corpo nazionale. Quali prospettive di forza, di grandezza e di prosperità ne sarebbe derivata!». Per la Francia, continuava Napoleone alternando il presente al passato, il rimpianto al progetto come solo sanno fare i Cesari cui, una volta atterrati, è concesso ancora uno scampolo di vita, «la cosa è fatta, in Spagna non è possibile, per istituire la nazione italiana io ho impiegato vent’anni, quella dei Tedeschi esige ancor più pazienza, io ho potuto soltanto semplificare la loro mostruosa complicazione». Quale lo scopo di tanto affaticarsi? Così come aveva uniti i partiti in Francia, così pure aveva preparato «la fusione dei grandi interessi dell’Europa» senza stare a preoccuparsi del malcontento delle popolazioni perché «il risultato le avrebbe di nuovo ricondotte a me». “Me”, come fu chiaro a Hegel vedendolo passare a cavallo per le vie di Jena, si riferisce a Napoleone, allo spirito del mondo e, possiamo aggiungere prosaicamente, al dante causa di entrambi, quel capitale che reclama la sua dittatura ma assicura il risultato. Infatti, se quel “Me” lo avessero lasciato fare, già a quel tempo «l’Europa sarebbe diventata di fatto un popolo solo; viaggiando ognuno si sarebbe sentito nella patria comune». È stato solo un ritardo. Sono passate alcune generazioni, francesi, spagnoli, italiani, tedeschi, ognuno si è attardato nella propria complicazione più o meno mostruosa, ma alla fine i giovani, cui Napoleone affidava il compito di vendicare l’oltraggio dell’esilio a Sant’Elena, hanno capito e Schengen è venuta: «tale unione dovrà venire un giorno o l’altro per forza di eventi. Il primo impulso è stato dato, e dopo il crollo e dopo la sparizione del mio sistema io credo che non sarà più possibile altro equilibrio in Europa se non la lega dei popoli». Di questo equilibrio che porta l’impronta del Me a cavallo, di questa Unione Europea che garantisce il risultato, non tutto però è ancora perfetto. A distanza di duecento anni Napoleone insiste: «abbiamo bisogno di una legge europea, di una Corte di Cassazione Europea, di un sistema monetario unico, di pesi e di misure uguali, abbiamo bisogno  delle stesse leggi per tutta Europa. Voglio fare di tutti i popoli europei un unico popolo… Ecco l’unica soluzione che mi piace». Pesi, misure, sistema monetario unico, ci si è portati avanti, per il resto si sta provvedendo seguendo la regola empirica che il Còrso così enunciava: «quando si acquista pratica degli affari, si dispregiano le teorie e ci si vale di esse come i geometri, non per procedere in avanti per linea retta, bensì soltanto per mantenere la propria direzione».

Di questa Europa di geometri ambiziosi di marchiare la propria direzione nella carne del mondo, cento anni dopo Lenin decifrò la vera natura senza lasciarsi incantare dalla sirena della patria comune, evidenziando che «gli Stati Uniti d’Europa in regime capitalistico sarebbero o impossibili o reazionari»2. Impossibili perché l’accordo risultante dalla napoleonica lega dei popoli non poteva essere altro che una spartizione, e in regime capitalistico non è possibile altro principio di spartizione che la forza. Reazionari perché il loro scopo sarebbe stato all’interno di schiacciare il socialismo, all’esterno di frenare lo sviluppo più rapido degli Stati allora emergenti, l’America e il Giappone. L’impossibilità degli Stati Uniti d’Europa è stata provata dalle terribili prove di forza delle due guerre mondiali. Il loro carattere reazionario si è rivelato senza neanche bisogno di unirsi formalmente, mandando avanti come mazzieri fascismo e nazismo per sterminare il socialismo e opporsi alle nuove e più dinamiche realtà capitalistiche emergenti. Eppure, si dirà, dopo quei cataclismi attorno all’euro una certa unione è nata – anche se c’è stato l’abbandono degli inglesi che, come si sarà notato, Napoleone neanche considera fra i popoli europei da riformare – e con tale forma di unione sembrano cessate tanto le guerre quanto le dittature e l’Europa non sembra più una minaccia per il maggior dinamismo dei nuovi mondi capitalistici. Aveva dunque ragione Napoleone e torto Lenin? Gli Stati Uniti d’Europa in regime capitalistico sono non solo possibili ma anche democratici e pacifisti? Se si allarga la visuale dei due punti di vista, si vede che le questioni in gioco sono più complicate di queste domande. Al tempo di Napoleone l’Europa era il mondo e gli Stati Uniti d’America si scorgevano appena all’orizzonte, ma già Napoleone invocava «l’applicazione del Congresso Americano per la grande famiglia europea». Per Lenin, invece, l’orizzonte sono gli Stati Uniti del mondo come forma statale ultima e provvisoria che la completa vittoria del comunismo avrebbe fatto sparire. Due sogni planetari simili ma opposti, l’aspirazione visionaria ad un’unificazione capitalistica mondiale che comincia a prendere coscienza di se stessa e la lotta per un’unione di libere nazioni senza Stato che si divincola dalle legalità dello sviluppo economico. In entrambi, l’Europa è il punto su cui fare leva che però sparirà nel risultato finale. L’unificazione capitalistica mondiale è andata molto avanti e con la globalizzazione sembra oggi trionfare anche se qui e là si aprono le crepe sovraniste che sembrano preludere a una ricaduta all’indietro. L’unione di libere nazioni senza più il carico dello Stato sembra invece tramontata con la fine del cosiddetto socialismo reale. Lenin, però, come del resto Napoleone, non si abbandonava alla realtà onirica ma i sogni erano visioni modellate sui dati empirici. E rispetto a Napoleone egli aveva il vantaggio di poter osservare un organismo economico che riteneva di poter forzare proprio perché più sviluppato e, grazie anche alle lotte operaie, meglio conosciuto teoricamente nei suoi punti di forza e debolezza. Così, partendo dal principio che l’ineguaglianza dello sviluppo economico e politico è una legge assoluta del capitalismo, prevedeva che è possibile il trionfo del socialismo all’inizio in alcuni paesi o anche in un solo paese capitalistico preso separatamente, ma nel quadro generale di una rivoluzione socialista considerata non come un atto singolo, bensì come un lungo periodo di tempestose scosse politiche ed economiche, della più acuta lotta di classe, di guerra civile, di rivoluzioni e di controrivoluzioni. Se Lenin fosse vivo, dunque, giudicherebbe che la partita è aperta e predisporrebbe al meglio le forze per tornare a battere il suo Napoleone, il quale da geometra provetto starebbe ben attento a mantenere la propria direzione senza farsi intrappolare da false teorie che assicurano la più schiacciante vittoria nella lotta di classe. Gli austeritari e i flexicuristi che governano ormai non più solo l’Europa ma l’intero mondo capitalistico e, dall’altra sponda, coloro che dubitano della rivoluzione e gettano nel fango le sue insegne, farebbero bene ognuno per proprio conto a ripassarsi queste lezioni per riportare lo scontro a livello della storia che non gestisce ma crea la vita dell’essere sociale.

 

  1. Le citazioni del Memoriale cui si fa riferimento nel testo sono reperibili online. []
  2. Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa (1915), articolo reperibile online. []

L’Europa salvata dai non europei

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I segnali di una contro-offensiva del Sud contro il Nord si moltiplicano, e ormai non siamo più agli istrionismi del deputato in Parlamento o del presidente di regione particolarmente versato nell’arte del cabaret. Importanti giornali della capitale schierano i loro editorialisti, con l’accusa al Lombardo-Veneto di egoismo territoriale per la ritardata chiusura in marzo che avrebbe addirittura attentato al PIL nazionale, e le Università meridionali stanziano fondi per contributi e tagli di tasse agli studenti che volessero rientrare e proseguire gli studi nelle loro terre di origine. Qualcosa è saltato, ma tutto accade in ordine sparso, senza un’organizzazione, un programma, un’ideologia. Il coronavirus ha preso alla sprovvista, e non basta certo il borbonismo per compensare un’assenza pluridecennale di elaborazione culturale intorno al Mezzogiorno e a un paese rifondato sul Mezzogiorno. Lo scontro perciò scade come al solito sull’onestà, il familismo e l’ostia sacra degli sghèi, scaramucce che consentono al “sistema Roma” di restare agganciato al “vincolo esterno” con il quale salva se stesso e un’idea di interesse nazionale che si concretizza nel restare abbarbicati al tavolo del grande gioco europeo pena la rovina. A questo cinico pessimismo si assoggettano ormai tutte le forze politiche che emergono dal magma sociale, e adesso è il turno dell’agglomerato PD-M5S con a capo l’avvocato Conte, un Kerensky con la fortuna di non avere un Lenin che gli morda le chiappe. La situazione è infatti rivoluzionaria ma come può esserlo nell’Europa del 2020, con la truppa sfatta dagli ozi di Capua e lo stato maggiore passato da tempo al nemico. Su tutto cola la vernice omogeneizzante dell’europeismo, quell’ideologia per dirla seriosamente in cui l’autocoscienza dell’individuo ha per propria forma e contenuto l’autocoscienza germanica. In ciò non vi è nulla di etnico, ma vi è implicata la sfera elevata della religione e dello spirito. In questa ideologia, infatti, il denaro non sta fuori dell’individuo, come nel cattolicesimo dove Dio è presentato nell’ostia come cosa esterna, ma è interno a lui, come nel protestantesimo in cui l’ostia è consacrata a Dio nella sua fruizione fondando così la certezza e libertà della fede. Come gli italiani, ancora oggi come abbiamo visto così devoti alla sacralità esteriore degli sghèi, si siano potuti acconciare a questa riforma teologica è cosa che la storiografia dovrà chiarire, più che nel capitolo della religione della merce in quell’altro che attiene al mantenimento del potere da parte della classe dominante costi quel che costi. Eppure l’Europa non è sempre stata questa chiesa gotica dove organi automatici barriscono note di bilancio nella notte del pareggio finanziario. Quando Lenin lanciò la NEP, ai contadini russi spiegò che non dovevano commerciare all’asiatica, ma all’europea, cioè come dei «mercanti colti», in possesso di un’istruzione elementare generale, in grado di comprendere i problemi, capaci di servirsi dei libri, e tutto ciò su una base materiale che facesse da garanzia per l’acquisizione e il mantenimento di una tale cultura. L’URSS è caduta, ma che è rimasto del modo europeo colto di commerciare? Tutti gli indici rilevati da osservatori obiettivi dicono che non solo esiste un diffuso analfabetismo funzionale, ma addirittura si sta tornando a un drammatico analfabetismo primario, senza contare l’arretramento nel grado sufficiente di comprensione dei problemi, per non parlare della incapacità di servirsi dei libri. Si sono sviluppate certo altre abilità, come la produzione di mini-testi richiesti dai social che tanto si prestano alla produzione compulsiva di opinioni, ovvero a quell’“odio” in rete che tanti moralisti deprecano, senza chiedersi quale sia la sua base materiale, ovvero quel modo di produzione mondiale dove non conta più l’aggettivo “europeo” ma solo il sostantivo “capitalismo”. Nel mentre dunque l’europeismo trionfa nel cielo della teologia economica, si completa la distruzione materiale del modo di commerciare all’europea. Un paradosso che forse solo i cubani o i venezuelani, contro cui i teologi asserragliati nel Parlamento di Strasburgo lanciano anatemi per sacrilegio contro la “democrazia”, o i neri e gli ispanici d’America, che altrettanto li inquietano quando li vedono in pose poco remissive armati di mitraglietta, potranno sciogliere se risulteranno vincitori nella loro lotta per quel modo di commerciare europeo, tanto ammirato da Lenin, che gli europei non hanno saputo preservare.

Guerra e pace in Europa

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Le elezioni europee e la susseguente crisi del governo italiano hanno chiarito abbastanza che la “rivoluzione conservatrice”, con il suo corteggio di sovranismi e populismi, non ha la forza di svellere l’eurocapitalismo incarnato dall’UE. Respinto l’assalto, e assorbita ormai da tempo la sinistra, non sembrano perciò esserci ostacoli al suo dominio. Eppure, i suoi ideologi sono inquieti, e scorgono nemici dappertutto. Con i suoi dazi, con il suo paradossale statalismo antistatalista, Trump è in cima alla lista. Seguono le grandi multinazionali, «apolidi della tecnologia», contro cui vengono scagliati anatemi per i diritti violati e minacce di adeguate tassazioni. Si chiude, infine, con i cavalli di Troia tipo la Lega, che giocano a favore della Russia. Pericolo che, con il nuovo governo PD-M5S, per il momento è scampato. Il futuro, però, resta fosco. Si vaticina che la riduzione e la distruzione del ruolo dell’UE comporterebbe la guerra in Europa. Addirittura non si escludono aggressioni fisiche al territorio. Chi può portare una simile minaccia? La solita Russia? Addirittura l’America? Si resta nel vago. Assieme a tanti buoni propositi, che dovrebbero servire nei prossimi anni a rintuzzare le pressioni sovraniste nazionali e affermare la tendenza opposta della sovranità europea – condividere il debito (eurobond), porre fine alle politiche neoliberiste, ristabilire la giustizia fiscale, abbandonare la regola dell’unanimità, si batte e ribatte però su un punto: impostare con maggiore coerenza e fermezza una comune politica militare. Anche qui si resta nel vago, perché contemporaneamente si riafferma la fedeltà all’atlantismo. La comune politica militare si dovrebbe perciò concretizzare in che cosa, in un parallelo esercito europeo che dovrebbe poi coordinarsi con la Nato? L’UE vive di queste stratificazioni di istituzioni, ma in questo campo l’attitudine al bricolage sembra proprio un esercizio funambolico: Trump sarebbe un amico nelle sedute atlantiche, e un nemico nei briefing dello Stato maggiore dell’esercito europeo. Tra l’altro, Trump non ama molto la Nato, e la reiterata fedeltà atlantica dell’UE ha un senso solo se si spera che presto gli USA facciano fuori questo eccentrico presidente, mettendo al suo posto qualcuno che ricambi la fedeltà europea. Ma è realistica una simile attesa? Esiste in America una personalità, sia essa democratica o repubblicana, in grado di ripristinare la classica alleanza dei decenni passati? Oppure, anche dall’America bisognerà aspettarsi degli scossoni, tipo un presidente “socialista”? Quel che si capisce è che l’eurocapitalismo ha bisogno di tempo, perché tutti i punti di riferimento del passato sono in trasformazione. E, nell’attesa, fa la faccia dell’armi. Potenza commerciale, ma che si vuole dotare di un braccio armato. Globalista e antisovranista, ma che mira ad affermare una autoritaria sovranità europea. Multiculturale, ma preoccupato di preservare lo stile di vita europeo. L’eurocapitalismo è un enfant gaté, un ragazzo viziato che, a furia di pestare i piedi, rischia davvero di infilarsi in qualche brutto guaio, per sé e per gli altri. Perché, alla fine, ciò che si intravede dietro questi capricci, è una guerra, una guerra intercapitalistica, una guerra tanto temuta, ma al tempo stesso, con il virtuismo antimonopolistico, con il sovranismo europeo, con la comune politica militare, una guerra resa inevitabile dall’inconfessata e arrogante convinzione che certi nodi non si possono sciogliere se non con la forza.