Ucraina

L’Europa prossima ventura

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Non si può non notare l’acquiescenza con cui la Germania accoglie i continui rimbrotti del sedicente ambasciatore ucraino a Berlino, in realtà ministro della guerra all’estero di un governo nazionalista che ancora qualche giorno prima dell’inizio dell’invasione russa ha rifiutato la proposta neutralista di Scholz che avrebbe risparmiato lutti e distruzioni al suo popolo e il marasma in Europa e nel mondo. Ma non c’è da meravigliarsi né dell’oltranzismo di questo governo che, sotto la fronda frusta della libertà, sobilla lo “spirto guerriero” del mondo intero né dell’acquiescenza tedesca. La Germania è stata chiamata troppo repentinamente a uscire dallo stato vegetativo in cui si era adagiata per decenni, compensando con una iper-dose di capitalismo la vergogna di una sconfitta in guerra che comprendeva al suo interno l’ignominia dei lager, e ha dovuto prendere atto del crollo sia della sublimazione nella BCE del terrore dell’inflazione, sia della delega alla Nato dell’uso della forza in campo internazionale. Si è presa così l’applauso per avere stanziato cento miliardi di euro di armamenti chiedendosi smarrita se quel riconoscimento la riguardasse in prima persona, e spaventata ha poi cominciato a calcolare i danni nell’economia reale, vedi i disoccupati che deriverebbero dalla chiusura di certe raffinerie di petrolio russo nella ex-DDR. Non solo il finto ambasciatore ucraino, ma anche l’ineffabile Draghi ha potuto così maramaldeggiare chiedendo ostentatamente a Scholz che problemi avesse con il petrolio russo. Nessun problema, Signor Primo Ministro, ovvero lo stesso problema che Vostra Eccellenza ha con la raffineria Lukoil di Priolo, dove cinquemila lavoratori del già disgraziatissimo Mezzogiorno d’Italia, di cui Lei evidentemente s’infischia, rischiano a breve di restare senza salario (do you understand, salario?) se non cesseranno i sacrifici umani richiesti dalla Nazione, scriviamola maiuscola come piace ai Fratelli d’Italia, che si sta forgiando nelle fertili pianure ucraine. Ma si sa, la classe operaia italiana è da tempo una pura espressione sociologica, e ciò che conta è che nella Nato, custode delle antiche e levatrice delle nuove creature nazional-patriottiche, chiedono di entrare non solo l’Ucraina, ma anche la Finlandia e la Svezia. Non è la prima volta che l’Europa perde la testa e non sarà l’ultima. E all’origine c’è sempre un nazionalismo che si riaccende e appicca l’incendio. Questa volta è l’Ucraina che, come ha detto appassionatamente una sua patriota, la graziosa giovane di non più di venticinque anni che partecipa regolarmente alla trasmissione televisiva “Cartabianca”, reclama «il diritto di affermare la nostra identità, la nostra cultura, la nostra lingua, perché il russo è una lingua straniera». Gentile Signorina, perché non prende in considerazione la soluzione del bilinguismo? In Svizzera, dove pure non sono tutte rose e fiori, le persone mediamente parlano tre lingue, senza contare i dialetti, e se a Zurigo cucinano le salsicce a Ginevra non è proibito gustare la fonduta. Ma, certo, lo sappiamo, come dicono i realisti più realisti del re, gli Ucraini non vogliono più tornare sotto i Russi, così vuole la volontà popolare. Di grazia, la volontà popolare o l’ideologia nazionalista con cui negli anni è stata forgiata questa volontà popolare che ora sorregge la resistenza eroica degli attuali nazionalisti al comando? Ma, certo, lo sappiamo, la Svizzera ormai è l’immagine di un’Europa del passato che non ha fatto in tempo a diventare misura comune di tutto il continente, smarritosi nella diatriba se puntare alla Federazione o alla Confederazione. Il tempo è scaduto e alla vecchia Europa teatro delle ossessioni franco-germaniche, che ha messo su quell’elefantiasi burocratica dell’Unione Europea, sta per succedere una nuova Europa alla cui testa, rinsaldando antichi legami, intendono mettersi proprio la Polonia e l’Ucraina, ambiziose di soppiantare le ansimanti Francia e Germania così strumentalmente fissate con i formalismi dello Stato di diritto. In questa ennesima, incombente rivoluzione nazionalistica che l’Europa regala al mondo, l’aspetto da rilevare è che la spaccatura con la Russia e la saldatura con l’America che essa comporta, mette una pietra tombale su ogni progetto istituzionale di unità del continente, poiché per decenni esso sarà percorso dalla dissipazione materiale, di cui il caos delle fonti energetiche è già un eloquente segnale, e dalla discordia spirituale che ad essa prelude e si accompagna – una vera e propria fuga dal compito storico di enucleare un modello universale di ricomposizione degli squilibri che proprio in Europa con il capitalismo hanno avuto storicamente avvio diffondendosi poi in tutto il mondo. Quanto all’Italia, essa, con il suo solito opportunismo, è al riparo da questi tormenti. Nell’immediato, si è ben mimetizzata nel nazional-revanscismo di questa nuova Europa ribadendo la più assoluta fedeltà all’America e alla Nato, e poi, alla ricerca di gas e petrolio alternativi, con prontezza levantina si è volta all’altra sponda del Mediterraneo dove ne combina di così gravi che anche il Papa si rifiuta di prendere parte a eventi in cui qualcuno di questi campioni di commerci umani ha pure l’ardire di presentarsi per far rifulgere la propria rispettabilità. Ma, anche con il Papa venuto dalla fine del mondo, siamo sempre alle baruffe tra guelfi e ghibellini, poiché l’Italia, per quanto da centocinquant’anni e passa gonfi il petto della sua ritrovata unità, non ha mai più sollevato il capo dal fiero pasto economico-corporativo succeduto alla breve stagione creativa dei Comuni, anzi, con il fascismo ha inventato una formula che, ripulita dei suoi aspetti più crudi, torna sempre utile quando la democrazia si inceppa. Dunque, Draghi for ever. E così sia.

Il mosaico esploso

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La realtà in questo momento è un mosaico esploso. Inutile cercarci un filo logico, semmai nella realtà ci fosse una logica, direbbe il realscettico che lasciamo volentieri alla sua scontata saggezza. I valori che difende il giudice costituzionale americano Alito sono gli stessi per i quali il patriarca ortodosso russo Kirill sostiene la guerra di Putin. Entrambi sono anti-abortisti. Non è uno scontro ma un incontro di civiltà se non fosse che di mezzo c’è la varietà delle sovrastrutture. La nobiltà del diritto contro la barbarie della guerra. Ma la guerra, sotto forma di “guerra giusta”, diretta o per procura, è lo strumento con cui l’Occidente secolarizzato, che rivendica l’aborto e la gestazione per altri, alias utero in affitto, come propri tratti distintivi, si impone al mondo esigendo che si uniformi agli alti standard dello Stato di diritto. Ma non è una “guerra giusta” anche quella di Putin? Non è una “guerra giusta” quella che si prefigge di anticipare una possibile aggressione? Il terreno si fa malfido. Torniamo all’incontro di civiltà. Per molti è un convergere di inciviltà, un ritorno vertiginoso all’oppressione delle donne. Come negarlo? Ma quanti di costoro sono disposti ad ammettere che altrettanto barbaro e incivile è prendere in affitto un utero come se fosse un appartamento dove poter passare i nove mesi d’attesa della nascita di un bebè? Si dirà, perché stigmatizzare un commercio che fa felice chi così si procura la progenie e fa guadagnare la donna che vende la propria funzione riproduttiva? Non è forse utile e addirittura lecito tutto ciò che diminuisce la sofferenza umana? E in questo caso diminuisce la sofferenza di chi non può procreare altrimenti e di chi può trarsi fuori dall’indigenza e così magari poter pagare gli studi ai propri figli assicurandogli di poter ascendere socialmente. Ma la diminuzione di sofferenza, qualsiasi essa sia, fisica, mentale o sociale, la si deve calcolare solo per l’individuo o anche per la collettività? Ammettiamo che un certo numero di individui ottenga reciprocamente una diminuzione di sofferenza ordinando un figlio a pagamento e vendendo per tale prestazione la propria capacità riproduttiva. Salvo nel raro caso del dono, questo circuito non comincia e finisce in un valore d’uso, ma attivando un tempo di produzione che coincide con quello riproduttivo genera una massa di valori di scambio che, come recita la dottrina, si erge come cosa esterna ed estranea agli stessi individui che la producono. Questa ricchezza sociale alienata, come tutte le ricchezze di tal genere, comporta una divisione del lavoro e uno scambio ineguale che ha come effetto di sistema una massa di sfruttati e una minoranza di sfruttatori indipendentemente dalle intenzioni morali degli individui all’origine di tale alienazione. La loro ricerca di felicità non è dunque all’origine del bene comune, come sostiene dal Settecento a oggi il bravo borghese che magnifica i vizi privati generatori di pubbliche virtù, ma determina un’infelicità collettiva poiché crea un sistema di rapporti sociali basati sul dominio e lo sfruttamento insiti nella produzione e appropriazione di plusvalore. Senza accorgersene, tali individui sono passati dalla bioetica all’economia politica, dalla rivendicazione morale dei propri diritti individuali all’edificazione ontologica della propria servitù collettiva. Si dirà, ma qual è l’istanza che può stabilire l’infelicità di una collettività solo perché è determinata dalle leggi del plusvalore? Chi può dire che gli ucraini presi nel loro insieme sono infelici perché i ricchi dell’Occidente affittano l’utero delle loro donne così contribuendo in maniera consistente alla formazione del loro prodotto interno lordo? Può la critica dell’economia politica fondare un giudizio di valore? No, non può. E per fortuna della critica dell’economia politica Putin, ben consigliato da Dugin, non si basa su di essa per sottrarre l’Ucraina all’influenza dell’Occidente. Ma la critica dell’economia politica può chiarire la base oggettiva del nazionalismo che dilania l’Ucraina, svelare la manipolazione che si cela dietro l’eterna promessa borghese dell’ascesa sociale, portare alla luce il contrasto tra diritti dell’individuo ed esigenze della collettività. Sta poi alla saggezza del popolo apprezzare le verità della critica, sottrarsi alle trappole del plusvalore, attuare i diritti dell’individuo salvaguardando l’intero sociale. Ma chi è il popolo? La massa indistinta? La sua classe dirigente? I suoi sapienti? Gramsci sosteneva che “tutti gli uomini sono filosofi” e assegnava alla politica, cioè alla lotta di classe guidata dal partito della nuova egemonia non più capitalistica, il fine di determinare le condizioni affinché tale potenzialità potesse esplicarsi. Uno degli effetti del mosaico esploso è l’illusione che tali condizioni si realizzino nella partecipazione sic et simpliciter allo “spazio pubblico”. Una pre-condizione è diventata il fine ultimo. Tutti allora ad azzuffarsi per dire la propria. E c’è pure chi tenta la furbata. Si prenda il partito in ascesa dei Fratelli d’Italia che, dopo aver messo Gramsci nel proprio Pantheon, riformula il suo motto in “tutti gli uomini di valore sono fratelli”, dove il valore che doveva essere il risultato diventa invece il prerequisito. Ma si sa, i fratelli di Giorgia hanno ascendenze elitarie che all’epoca si inverarono nell’energia popolare dei fasci di combattimento. Eia! La Meloni fa le facce buffe se le si chiede dei suoi antenati del ventennio mussoliniano. E ha ragione. Loro non c’entrano niente con quel fascismo. Bisognerebbe chiederle del neofascismo e di tutte le sue collusioni con mafia, gladio e massoneria, al netto dell’immaginetta di Borsellino che certo non può bastare a rendere presentabile una storia. Ma, a proposito ancora di mosaico esploso, questo discorso fa parte dell’indicibile di un mondo che grazie a quelle collusioni ancora oggi è al potere e al cui comando Giorgia e i suoi valorosi fratelli, fedeli alleati ma indomiti patrioti, brigano per subentrare.

Sorte d’Europa

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Lo scontro che infuria per interposta persona tra Russia e Stati Uniti è l’esito di un difetto di egemonia nei rapporti tra Russia e il resto d’Europa. La Russia in questi decenni intercorsi dalla fine dell’URSS ha tentato di ricucire i rapporti con l’Europa occidentale in due modi, con la politica commerciale principalmente in campo energetico e con le alleanze politiche di tipo sovranistico che si intrecciavano con l’ideologia eurasista volta a reintegrare in un unico spazio Russia, Bielorussia e Ucraina. Il sovranismo era insomma il volto euro-occidentale dell’eurasismo, e sovranismo ed eurasismo dovevano essere i due bracci di un’unica ideologia con la quale la Russia si imponeva come potenza europea egemone in grado di fornire sicurezza, risorse alimentari ed energetiche e difesa dei valori della civiltà cristiana dei quali l’Ortodossia si presenta come l’autentico baluardo. Questo disegno è fallito perché non ha calcolato la forza corrosiva dell’americanismo che si è infiltrato stabilmente non solo nell’Europa del nucleo storico della Nato ma anche in aree come l’Ucraina ritenute da Mosca per diverse ragioni come parti integranti della propria sfera culturale. Un’egemonia debole, dunque, condotta con mezzi opachi e non sufficientemente attrattiva. Quando Mosca ha constatato ciò, soprattutto nell’ostinato rifiuto dell’Ucraina di integrarsi nel “patto della taiga” preferendo il “patto Nato”, non le è rimasto che passare all’uso della forza, con l’“operazione militare speciale” degenerata presto in guerra implicita tra Russia e il blocco euro-atlantico rimesso in riga dai ringalluzziti Stati Uniti. Non si può dire dunque che la Russia non abbia tentato i “patti” prima della guerra. Ma la forza è subentrata perché il consenso è stato costruito con materiali impropri e su calcoli sbagliati. Non che non ci fosse una crisi economica, politica e morale nell’Europa occidentale, ma il sovranismo era un movimento debole e troppo diviso al suo interno per poter dare voce a tale crisi e ricollegarla all’Europa dell’Est. E d’altra parte l’eurasismo era un’ideologia troppo “rurale” di fronte all’appeal del rutilante americanismo di cui si attossica l’Europa intera, ivi compresa la Russia che vi partecipa con il capitalismo pacchiano dei suoi oligarchi. I problemi dell’Europa intera, di quell’Europa che Gorbaciov, da Lisbona a Vladivostok, anche lui, ahimè, facendo male i suoi calcoli, avrebbe voluto come la “casa comune europea”, sono seri e gravi, la sua crisi spirituale profonda e conclamata, ma sono stati affrontati con mezzi impropri, al limite del dilettantesco (vero, Dugin?). Se il consenso è fallito, e se la forza ha di nuovo spaccato l’Europa e ributtato l’Europa occidentale nelle braccia degli Stati Uniti, da dove riprendere il filo? Non c’è solo la forza e il consenso, categorie legittime dell’immediato agire politico che però assolutizzate sfociano nell’asfissia della Realpolitik. Ci sono anche le tendenze storiche, senza le quali forza e consenso si arenano nel caos, com’è appena accaduto alla Russia. Nel suo Discorso sull’ineguaglianza Rousseau afferma che una delle più forti ragioni per cui l’Europa ha avuto una civiltà, se non più remota, almeno più costante e di più alto livello rispetto alle altre parti del mondo, sta nel fatto di essere al tempo stesso la più ricca di ferro e la più fertile di grano. Se al ferro sostituiamo il gas e il petrolio russo, l’affermazione di Rousseau mantiene ancora oggi la sua suggestione. Rousseau ci dà anche la chiave di cosa sia la “civiltà”, non certo il contrario dello “stato di natura” dove regna il “buon selvaggio”, caricatura con la quale si è voluto squalificare la forza critica del suo discorso, bensì lo stadio seguito alla rottura, per un qualche caso funesto, del giusto mezzo tra l’indolenza dello stato primitivo e l’impetuosa attività del nostro amor proprio. Precisamente, questo equilibrio, che dovette essere l’epoca più felice e più duratura del genere umano, si infranse quando ci si accorse che era utile a uno solo aver provviste per due, quando cioè il plusvalore prese il sopravvento sui valori d’uso. Rousseau non aveva il termine ma aveva intuito il riferimento: “civiltà” era l’avvento in germe di quel capitalismo che, abbandonando la giovinezza del mondo, si avviava a quel progresso in cui la perfezione dell’individuo si sarebbe scontrata sempre più con la decrepitezza della specie. L’Europa dunque è stata la culla di questo disequilibrio ecologico permanente in cui poi tutto il mondo è stato attratto, e i conflitti che l’hanno segnata si iscrivono in questo solco. Non è un caso che le guerre mondiali, compresa la terza di cui in questi giorni sinistramente si prospetta la probabilità, si inneschino in questo continente. Ed è questa la tendenza storica di cui i suoi governanti devono tenere conto, ovvero la discrepanza tra individuo e specie che, da quel funesto caso che infranse l’equilibrio del giusto mezzo, il modo di produzione capitalistico non fa che accrescere. La sorte d’Europa, dunque, che coincide con quella della specie, non può che essere nella fuoriuscita dal capitalismo verso una “nuova frontiera” che non sia più tecnica e produzione, come nell’americanismo, ma sviluppo della mente umana, come dovrà essere in un nuovo stadio in cui la potenza delle forze produttive sia al servizio del giusto mezzo. Il lessico politico non offre grandi risorse per indicare questo luogo verso cui tende la freccia dell’evoluzione per opporsi alla propria dissoluzione. E a chiamarlo liberalcomunismo si otterrebbe solo di sollevare lo sdegno delle rispettive tribù chiamate in causa. Più che sul nome conviene quindi concentrarsi sulla cosa. Non sappiamo quanto tempo abbiamo. Né sappiamo che la forza della tendenza vinca su quella contraria dell’autodistruzione. Ma non bisogna certo cullarsi su queste incertezze, continuando come sinora si è fatto a spingere alternativamente sui pedali della forza e del consenso solo per guadagnare anche un solo giorno in più per le proprie convenienze (vero, signora borghesia capitalistica?). Anzi, bisogna operare come se domani fosse l’ultimo giorno. Per questo le contrapposizioni che da tempo vengono alimentate sono i veri crimini da cui derivano tutti gli altri che giustamente, alla vista di certe efferatezze, agitano i nostri sentimenti umanitari. Da questo punto di vista, tutto il discorso sulla “resistenza” appare un diversivo, specie se i “resistenti” sono parte attiva delle contrapposizioni (vero, Arestovich e Zelensky?). Perciò, la prima condizione da ripristinare è l’unità dell’Europa attorno ai suoi fondamentali, il ferro e il grano di cui parlava Rousseau, ma con la consapevolezza che bisogna trascendere la pur magnifica civiltà che da essi è derivata se non si vuole che individuo e specie divarichino sino alla distruzione reciproca. Banchieri, finanzieri, magnati, tornino dunque ai loro tristi affari e, senza trucchi e senza inganni elettorali, si ridia la parola al popolo. Per cominciare.

Il cammino interrotto

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Se sul finire degli anni Ottanta del secolo scorso Gorbaciov avesse sostenuto con la spada il suo “ritorno a Lenin” le cose sarebbero state più chiare, da un lato il comunismo internazionalista che aveva nello Stato sovietico il suo provvisorio strumento di lotta, dall’altro il risorgente nazionalismo europeo che, come sarebbe divenuto evidente negli anni, trovava alimento nel mitico modo di vita occidentale. Abbagliato dal miraggio di una astratta democrazia, timoroso di poter causare l’olocausto nucleare, sfiduciato circa le proprie stesse forze, egli preferì invece affidarsi agli equivoci e ai sottintesi del “dialogo”, lasciando di fatto alle generazioni avvenire l’onere di risolvere i nodi che ora fronti accanitamente contrapposti cercano di sciogliere in condizioni di oscurità ideologica. Questo errore storico non è parso vero all’America la quale, giocando sul doppio registro dell’UE e della NATO, ha potuto mettere un cuneo nella già malferma costruzione europea allo scopo ben conosciuto di dividere e imperare. E qui si impongono due riflessioni. La prima concerne appunto l’America il cui laico sistema politico puntato sulla felicità dell’individuo fluttua sul magma dei periodici “grandi risvegli” religiosi, a conferma della sua genesi settaria. Essa infatti sorge dallo spurgo delle sette che, non potendosi affermare integralisticamente in un’Europa proiettata verso la tolleranza illuministica, migrarono nel Nuovo Mondo inventando la “democrazia dei signori” come fede da imporre a tutto il mondo. L’altra riflessione riguarda l’Europa, il cui illuminismo certamente resta incompiuto almeno sino a quando la verità intellettuale non diventerà pienamente giudizio etico-politico. Ed è a questa incompiutezza, e non all’Illuminismo, che bisogna imputare l’eclissi che periodicamente oscura la ragione europea. Alla fine della Seconda guerra mondiale, i liberali laici, cattolici o protestanti che fossero, saggiamente avviarono un’opera di superamento dei nazionalismi e dei pregiudizi storici, anzitutto quello antisemita, puntando sui mattoni dell’economia. Ma la loro prudente costruzione è stata colpita al cuore da due strali scagliati da quel Nuovo Mondo settario che liberandoli venne ad asservirli. Il primo strale è stato il liberismo privatizzatore recepito dal Trattato di Maastricht in uno stato di sonnambulismo degli epigoni di quei liberali illuminati. Il secondo strale è stato il rinfocolamento con ogni mezzo di quel nazionalismo che è la lebbra dell’Europa da quando nel secolo XIX essa è divenuta compiutamente capitalistico-borghese. L’Ucraina, con la sua voglia matta di NATO, con le sue “libere” Università propalatrici del verbo delle “società aperte”, con le sue trentatré cliniche per l’utero in affitto, è il prodotto meglio riuscito di tale nuovo nazionalismo, nell’attesa che crolli l’intera impalcatura, giudicata “pre-moderna”, dello Stato russo purtroppo ora presidiato da una casta che cerca di riscattare le sue dubbie origini con il mito eurasiatico. Ecco, allora, lo “scontro di civiltà” tra il settarismo americano, gonfiatosi a imperialismo atlantico, e il revanchismo russo che si propone quale indesiderato difensore di tutti i “mondi a parte” minacciati dal corrosivo Occidente. Ma gli europei sempre così pronti a infervorarsi per le cause perse farebbero bene a ricordarsi che se l’Ucraina entra nell’UE non nascono gli Stati Uniti d’Europa, un copiato che la storia non consente, ma prende forma piuttosto quell’Europa dei popoli cui anelano i “conservatori” sotto le cui insegne si mimetizzano gli eredi del nazifascismo vogliosi di rivincita. Adesso che con le sue atrocità la guerra infuria tra Russia e Ucraina le divisioni sembrano incomponibili, ma quando lo scontro si attenuerà non si potrà fare a meno di riprendere il disegno di un accordo tra Europa e Russia imposto anzitutto dalla contiguità territoriale e in secondo luogo dalle convenienze reciproche, dalle fonti energetiche alle forniture alimentari al nucleare militare in cambio del ben di dio della migliore industria europeo-occidentale. Ma come dimostra l’esito infelice del minimalismo della Merkel, questo pragmatismo non potrà bastare. Bisognerà sollevare il capo dal fiero pasto e riprendere il cammino interrotto di un continente non più borghese, non più nazionalista, non più antisemita che solo il comunismo con il suo contenuto anti-capitalistico potrà assicurare. E ciò non per partito preso ideologico ma perché solo il superamento del capitalismo può portare all’abolizione della forza quale unico principio con cui regolare le questioni. Il comunismo così si rivelerà non un modulo utopistico astratto applicabile in qualsiasi latitudine ma come il completo svolgimento storico dell’intero continente europeo che, portando a compimento la propria particolarità, farà avanzare il mondo intero che oggi ristagna nella cieca caverna dell’economia di scambio.

Ucraina, la “profetica” intervista di Alexey Arestovich

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Pubblico qui di seguito la trascrizione dei sottotitoli in inglese di un’intervista televisiva reperibile su YouTube rilasciata il 18 febbraio 2019 da Alexey Arestovich, attuale consigliere militare di Volodymir Zelensky, presidente dell’Ucraina.

Dio ci scampi dai “combattenti della libertà”.

 

***

 

Interview for Апостроф TV with military expert, currently military advisor of president of Ukraine, Alexey Arestovich

 

***

 

– Of course, the question that is interesting, how is it possible to stop the war and return the occupied territories? (here it means the war in the Donbass region, ATO zone)

 

– We cannot stop it…

 

– Can something still push Putin to this decision now?

 

-To end the war?

 

– Yes

 

– Nothing. His main goal is to restore the Soviet Union and win

the Cold War. Replay the Cold War. Destroy the collective

security system in Europe, collapse the NATO and European

Union, if not de jure then de facto.

– And then play one-on-one with the countries of the European

Union, each one of them separately, of course, is weaker than Russia.

That’s how it is, united European Union is stronger, otherwise

it’s weaker. Therefore … A man has 150 billion wealth as

they say, he has a nuclear umbrella, he is 70 years old …

 

– If the goal is to gather the USSR under one country, then why he stopped at Ukraine, why didn’t he go further, the same Belarus?

 

– Why should he be in a hurry?

These are strategic goals, as I once said,

the operation is planned until 2032-2035.

They are not done quickly, such things.

 

– And what should be the result in the 32nd year?

 

– Well, I think that a new form of empire.

They will find some way to reconfigure foreign policy,

domestic policy. Russia, Belarus, Ukraine (or part of Ukraine)

possibly Armenia, Moldova, Kazakhstan…

– Well, it doesn’t matter, these are regional agreements… Ukraine and Belarus for sure, 3 Slavic nations should definitely be gathered. And Russia, as a new major player, in a word that is not unipolar but multipolar,

– where it takes its role, very significant role, an important one,

top of the five or even four states or state unions, and pursues

its policy as it sees fit. In any case, the CIS, and no one should

interfere in this territory.

– Dominating Europe, of course.

And this should be the result of such policy.

 

– Why by 2030?

 

– These are normai planning. If the situation,

before Putin carne to power … the collapse of state …

from 91 to 99 – lasted for 8 years.

Then to restore it, you would need double the time.

– They decided to do it in 2007, finally. After Maidan (Ukraine Revolution in 2004) they began to plan. It took one and a half to two years to plan. In 2007, they delivered the Munich speech and withdraw from the arms control treaty in Europe.

– They planned to complete it by 2023, well, given the sanctions,

and the opposition, then it is necessary to multiply the time by

at least 1.5 more. The 32nd – 35th year comes out.

 

– What situation in Ukraine can prevent this?

 

– Only accession to NATO. If we do not join NATO, then

we are finished. We do not have the strength to be neutral.

We will not remain neutral.

– For some reason, naïve people think that neutrality is when you can spend little on defense because we are not going to fight with anyone. Neutrality costs 10 times more than a war with someone else.

– Switzerland being a neutral country where all the girls, and boys serve military, crazy military taxes, and so on. Despite the fact that is not surrounded by Russia. It is surrounded by France, Italy, Germany and Austria. (democratic states)

– They are top 4th level in the world the intensity of combat training,

continuous combat training. Despite the fact that they have

6 or 8 mountain passes there, blow them up and sit for yourself,

no one will touch you, as it were.

– And we have 2,700 km of land border with Russia,

which are bare steppes. Do you have any idea how much neutrality will cost us? And count the rest of the countries that have territorial claims against us.

– Therefore, we will not maintain neutrality, we will not have

enough resources. Geographically, no country would be able to

maintain neutrality in this position.

– If we cannot maintain neutrality, we will drift either to

the “Taiga Union” (the Eurasian Union with Russia) or to

the NATO, there are no other options.

 

– How can NATO accept us if we have ATO

(Anti Terrorist’s Operation in the east) – war.

 

– This is one of the main myths about NATO, that they do not

accept countries with territorial disputes, with war.

– They accept it with ease. Moreover, they accept states

that have territoriaI disputes among themselves.

Greece and Turkey for example.

 

– Yes, but there were military operations on the territory of Cyprus. But we have on the territory of Ukraine.

 

– Yes, but, Turkey created what? His DPR (People’s Republic) in Cyprus.

– They are condemned in every possible way far this,

but nevertheless they are a member of NATO. Do you understand?

There are 36 conflicts within NATO. Well-known:

Spain believes that Gibraltar is occupied by Britain,

both are members of NATO.

– Britain “fought”, without shooting, but with the use of

military means with Iceland (Cod Wars). Well, there are

a lot of claims of countries to each other in other places,

– but the most striking are the Spanish-British conflict and

the Greek-Turkish one. Nevertheless, all is well in NATO.

And all territorial claims there can be listed for a long time.

 

– Well, is it then a matter of political will?

 

– Definitely. If we compare us with Bulgaria, which joined

in 2004, then we were ready to join in 1999.

 

– Why then is NATO in no hurry to accept Ukraine?

 

– Because they did not have a consensus on whether they

need Ukraine at all and whether we will finally drift towards

Russia with these our Yanukovychs. (president 2009-2014,

meaning pro-russian politicians)

– And now everything is simple. Now that British citizens have

been poisoned with military chemical weapons on their territory

and after the downed Boeing, an attempted coup in Montenegro.

– after the wave of refugees in Europe, after Syria.

Finally they realized in the West that Russia is

waging war not against Ukraine or Georgia,

but against the West.

– And when they figured it out, very late, somewhere by the

beginning of 2018, the most advanced ones figured it out by

  1. Now they consider it very simple, if they don’t take us

to NATO, then Russia gets +40 million people and a million of

military

– and if they take us to NATO, they get +40 million

and a million military who already have experience

of war with Russia.

 

– What shouId the president do? What are the first ten steps?

 

– He must win the parliamentary elections, this is his main step.

Because if the parliament in disagreement with the president,

then reform packages will be blocked, primarily the

direction of joining the EU and NATO.

– It will be necessary to dissolve parliament and hold new

elections. And when this is done, then he will need to

get a MAP (membership action plan) in NATO,

– this is the main task now for the cadence, everything else does

not matter. War shadows everything. AII this economy, social

sphere, all this is always sacrificed to the war. A lost in war –

all other issues become irrelevant.

– AII policies will be decided by Putin’s junta, as if the war is lost,

that’s all.

 

– That is, when Ukraine receives the MAP (membership action plan)

in N A T O, then it will be possibIe to taIk about some Iines of

ending the war (meaning the war in the DPR and LPR)?

 

– No, we can not talk about any lines of ending the war here,

on the contrary, this will most likely push Russia to a major

military operation against Ukraine.

– Because they will have to squander us in terms of infrastructure,

and turn everything here into a ruined territory, so that NATO

would be reluctant to accept us.

 

– That is, Russia will be able to go into direct confrontation

with NATO?

 

– No, not NATO, they will have to do this before we join NATO

so that NATO are not interested in us as a ruined territory.

– With a probability of 99.9%, our price for joining NATO is a

full-scale war with Russia. And if we do not join NATO,

then the absorption by Russia within 10-12 years.

That’s the whole fork in which we are.

 

– Wait, and now if you put the bowl on the scales, what is

better in this case?

 

– Of course, a major war with Russia and the transition

to NATO as a result of the victory over Russia.

 

– And what is a “major” war with Russia?

 

– Well, it could be an air invasion operation, an offensive by

the Russian armies that they created on our border,

a siege of Kyiv, an attempt to encircle troops in the ATO zone.

– A breakthrough through the Crimean Isthmus, an offensive

from the territory of Belarus, the creation of new “people’s

republics”, sabotage, attacks on criticaI infrastructure, and so on.

That’s what a major war is, and the probability of it is 99%.

 

– When?

 

– After 2020, 21 and 22 are the most critical, then 2024-2026

and the following 2028-2030 will be critical.

Maybe even three wars with Russia.

 

– If such a full scale war starts, will new “people’s republics”

be procIaimed?

 

– Well, of course, before the Russian tanks enter, saboteurs

will enter and proclaim the Kharkov, Sumy, Chernigov, Odessa

and Kherson People’s Republics.

 

– And how can Ukraine get a MAP in NATO and not get stuck

in a full scale war with Russia?

 

– No way. Well, except that they will hit Russia with means,

that will make it clear that they are not welcomed here.

 

– Sanctions, embargo? What will they hit with?

 

– Well, sanctions, embargoes, they can simply publicly and

tacitly warn that it will be very bad for them when trying

to wage a war.

:- For example, to throw an American aviation group here,

and state that Russia should do nothing, not even bother.

NATO contingents can come in, stand around Kyiv, and so on.

They can make it so that power in Russia will change.

– Liberals can come and Russia will again become a good country.

Anything can happen.

 

– And, under what conditions can the power in Russia be replaced?

 

– Well, if there is an intra-elite conflict and that part of the elite

that believes what is the continuation of Russia’s policy of

winning the Cold War and the collapse of the EU and NATO there,

– and in general, being an outcast in the West and fighting with

the West is not profitable, and it will gain enough strength to

eliminate the group that is set up for the USSR-2 project.

Then yes.

 

– Is the option of a peaceful settlement being considered?

 

– No, won’t happen.

 

– Why? It seems to me that the West is considering such options.

 

– The West is considering such options offering Russia to change

its mind. And why would they change their mind, for what reason?

At least one reason.

 

– If they threaten…

– If they threaten … how you can seriously threaten a country

that has a nuclear shield? Has nuclear weapons?

 

– Well, it seems to me, to bring Russia to a situation where the

question will already be whether to press t e nuclear button,

this should be a very, some, serious decision.

 

– That’s not the point. The fact is that it is impossible to exert

serious pressure on people with nuclear weapons, on such a

scale as Russia has.

– Because serious pressure is a threat by force, and you

can’t immerse a person with nuclear weapons by force.

And all these economic sanctions … shh … for a country like Russia.

– For example, Iran – 40 years under economic sanctions much

more severe than those of Russia. Well, and they are screwing with

the whole world, Saudi Arabia, Israel, Syria, the USA, half of Africa

and half of America.

– Iran is intriguing in half the globe, and no one do anything with it. Nuclear weapons are being developed, missiles are being launched. But Russia is larger than Iran and more influential.

 

– That is, to sum up – do you consider the sole or one of the important decisions of the pursuing president of Ukraine to be important, is this the MAP in NATO?

 

– Definitely.

 

– Perhaps two more points?

 

– There are two ways to look at these elections – historical and

socio-economic. We must remember that the socio-economic

method is possible only because someone is fighting very well.

– In general, providing us with allies, support, military assistance

from the United States. That is the only reason we can have

these democratic conversations at all. There is no chance of

neutrality in Ukraine.

– One way or another, we will drift into one or another supranational

military alliance. Only it will be either “Taiga Union ” or NATO.

We were in “Taiga” and I personally don’t want to. We haven’t been

to NATO, let’s try.

– We will definitely not maintain neutrality. This means that the

main task is to join NATO, and no social and economic sacrifices

are such in the face of this task. Even if the dollar will cost 250,

– and since there is no such thing, but there is economic growth,

in principle, in general, everything looks not so bad. But the price

of joining NATO is likely to be a larger war with Russia, or

a sequence of such conflicts.

– But in this conflict, we will be very actively supported by the

West – with weapons, equipment, assistance, new sanctions

against Russia and the quite possible introduction of a NATO

contingent, a no-fly zone, etc. We won’t lose, and that’s good.