Draghi

Ingiustizia uguale per tutti

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Nella spietata analisi di un aristocratico del V secolo, Atene appare dominata dalla “canaglia”, cioè dai poveri e in particolare da quei timonieri, capirematori, comandanti in seconda, manovratori, carpentieri, insomma da quel popolo lavoratore che molto più degli opliti, dei nobili, della gente per bene, faceva andare le navi e rendeva forte la città rispetto alle altre città greche di terra1. La contrapposizione tra potenze di mare e potenze di terra non ha nulla di mistico e nella sua analisi l’aristocratico del V secolo, molto più chiaramente di qualche tenebroso ideologo moderno, lo spiega bene. Il mare è il presupposto strategico di una superiore mobilità del capitale. Oggi tale contrapposizione, che nel frattempo si è arricchita della dimensione dei cieli e dello spazio extra-terrestre, vive un momento particolare, poiché l’atlantismo, che negli ultimi settant’anni ha riassunto l’egemonia della potenza di mare, è in declino e sorge la potenza di terra Russia-Cina con i suoi placidi oleodotti e le sue caracollanti Vie della Seta. L’Italia, che dal 1945 è inglobata nel blocco marittimo, registra un bradisismo che proprio in questi giorni si può cogliere nella sfera del diritto con la richiesta pressante da parte dell’UE di una “riforma della giustizia” che rimuova gli impedimenti allo scorrere di un capitale in ulteriore debito d’ossigeno, specie dopo la catastrofe della pandemia, nella realizzazione ormai storicamente sempre più difficoltosa del saggio di profitto. Non bisogna idealizzare il passato, ma per la sua intrinseca ambiguità nei decenni trascorsi il diritto ha reso possibile il riconoscimento di alcune istanze del lavoro, si pensi all’art.18, o di alcune esigenze ambientali, si pensi alle ordinanze e contro-ordinanze nella vicenda dell’ILVA. Ma, appunto, il diritto è ambiguo, e così bisogna registrare la dura repressione giudiziaria di un movimento anch’esso ambientalista come il No-Tav in Val di Susa condotta da magistrati pure distintisi nella “lotta alla mafia”, quella tendenza che combatte l’altra faccia del valore creato dai circuiti dei traffici di droga e della finanza nera. È non l’illusione ottica della “magistratura comunista” che così si rivela, ma l’ideale di un capitalismo legalitario che un corpo di funzionari dello Stato ha portato al massimo fulgore con il “manipulitismo”, cioè con la visione di un capitalismo mondato dalle pratiche monopolistiche promosse con concessioni e appalti dal potere discrezionale delle cerchie affaristiche cui si erano ridotti i partiti nel volgere degli anni Ottanta. Oggi, per il crescente affanno, accentuato dalla pandemia, delle politiche di austerità e dei bilanci in pareggio, leggi compressione dei salari e dittatura dei mercati finanziari con la cui accettazione a Maastricht si cercò di arrestare la rovina di quel mondo, c’è un vasto rimescolamento di carte in forza del quale non la politica genericamente intesa, non i partiti che aspirano confusamente a una rinascita, ma lo Stato nella sua ieratica figura rientra e viene invocato per riavviare un’accumulazione capitalistica inceppata dallo scontro mondiale tra mare e terra. Dunque, né la lotta alla mafia né Mani pulite hanno più ragion d’essere se non quale omaggio verbale all’“onestà” e ai suoi eroi del passato. Ma quel che più conta è che cada ogni residua ambiguità normativa e ogni attardata velleità di tutela giudiziaria delle ragioni del lavoro e della natura. Il nuovo capitalismo di Stato alle viste non ha più dunque il volto benevolo di un compromesso di classe, come fu nel trentennio 1945-1975, ma la voce stridula di un banchiere la cui missione è fermare il tramonto e rovesciare le sorti dello scontro, rimettendo le cose a posto in una delle provincie più riottose ma al tempo stesso più importanti del blocco marittimo. Infatti, come spiegano inequivocabilmente da Oltreoceano, «[i processi ai politici] sono troppo frequenti in Italia, dove l’ampio potere di magistrati spesso mossi dall’ideologia può essere usato per inseguire vendette politiche o dove le aziende possono rimanere intrappolate in procedimenti giudiziari ingombranti e scoraggianti che sono tra i più lenti d’Europa»2. Perciò, la riforma varata da Draghi, continua l’interessato osservatore di là dell’Atlantico, «non è altro che il tentativo di ristabilire la fiducia degli italiani nei loro leader politici e nelle istituzioni dopo decenni di vetriolo anti establishment, titoli arrabbiati e invettive sui social media»3. Il ritorno del capitalismo di Stato richiesto dall’incombere del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), un festival dirigista per rimettere in moto il mercato liberista, è dunque la base del nuovo patto politico che deve contrassegnare la fase storica prossima ventura. Quale sarà la sua ideologia lo si può intuire dalle parole di un suo menestrello: un capitalismo di Stato che atteggiandosi ad amministratore imparziale dà se la gente «soffre, rischia, prova, corre, se la gioca, e poi se fallisce gli diamo una mano»4. L’annuncio sbracato di questa lotteria sociale coglie, se non di sorpresa, certo in un momento di grande difficoltà una magistratura che negli anni ha coperto pratiche di potere sempre più diffuse, ispirate al modello delle lotte di partito, con una ideologia legalitaria nel suo complesso sempre più lontana da un paese attanagliato da una rabbia profonda per l’incapacità e l’impossibilità di realizzare le però sempre persistenti pulsioni all’arricchimento cui lo spinge la forma di vita capitalistica. Si spiega così il successo della raccolta di firme promossa da forze politiche vecchie e nuove per un referendum su questioni di amministrazione della giustizia che all’apparenza nulla hanno a che fare con la sfera economica, la separazione delle carriere, la responsabilità civile dei giudici, la custodia cautelare, il rapporto tra magistratura e politica, la gestione delle carriere. Il “vetriolo anti establishment” che nel recente passato un libello come La casta, a firma dei giornalisti Stella e Rizzo, indirizzò verso i “politici”, oggi da una analoga pubblicazione, Il sistema, a firma del giornalista Sallusti e dell’ex magistrato ora inquisito Palamara, viene riversato sui “giudici corrotti”. Esso potrà finalmente essere prosciugato, come richiede con impazienza l’alleato maggiore, se il grande ritorno del capitalismo di Stato, a dispetto della sprezzante ideologia con cui i sicofanti vogliono abbellirlo, saprà mantenere le promesse di compensi e redistribuzioni che tacitamente tutti si aspettano. In questo modo, il governo della “canaglia”, che nell’Atene del V secolo era ancora un felice paradosso storico, si riduce al suo significato letterale il cui riferimento è un mondo sottosopra sempre più angusto dove solo l’ingiustizia è uguale per tutti.

 

 

  1. Pseudo-Senofonte [Crizia], Athenaion Politeia [Dialogo sul sistema politico ateniese], trad. it. a cura di L. Canfora, La democrazia come violenza, Palermo, Sellerio, 1984, pp. 15-35. []
  2. J. Horowitz, Italy’s Mr. Fix-It Tries to Fix the Country’s Troubled Justice System — and Its Politics, Too The issue has become a test for whether Prime Minister Mario Draghi can really change Italy, «The New York Times», 29.7.2021, edizione online []
  3. Ibidem. []
  4. https://www.iltempo.it/politica/2021/07/31/news/matteo-renzi-la-gente-deve-soffrire-bufera-social-reddito-di-cittadinanza-commenti-hashtag-renzifaischifo-video-28170162/. []

Europa: federazione o confederazione?

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Ieri, domenica 7 dicembre, Eugenrio Scalfari, in un’intera pagina di “Repubblica”, ha detto una cosa molto semplice che si può riassumere così: Draghi è per la federazione europea, Renzi per la confederazione. Poi Scalfari si è ulteriormente dilungato sui motivi di queste differenti scelte, che si possono riassumere anch’essi in poche parole: Draghi è per la federazione europea perché permette all’Europa di giocare un ruolo nello scenario mondiale, Renzi è per la confederazione perché vuole salvaguardare il suo potere di uomo di stato, che nel caso della federazione scadrebbe a quello di un qualsiasi governatore di uno stato americano. Scalfari cena spesso con Draghi al lume della ragione, come tiene a far sapere, e altrettanto tiene a far sapere che di tanto in tanto incontra Renzi, che gli sta simpatico, anche se non lo può vedere. Egli è dunque, come dire, informato sui fatti e le persone, e quindi possiamo credergli quando ci spiega le differenti strategie di questi due grand’uomini. Si vorrebbe solo osservare che l’Europa federale vagheggiata da Scalfari non è l’angelo della pace che l’umanità attende da duemila anni. Se l’Europa si federa, significa che avrà un esercito, e finalmente una politica estera con cui la Mogherini non si potrà più baloccare. L’Europa così avrà certamente un ruolo nel contesto mondiale, il che tradotto significa che si confronterà e molto probabilmente si scontrerà con gli Stati Uniti e con la Cina. Pensare che le cose possano andare diversamente, significa vivere sulla luna. Pensare che gli Stati Uniti, la Cina e l’Europa federata possano dare vita ad un governo mondiale è un sogno puerile, e fa specie che uomini molto navigati possano nutrirlo. Invece è molto più probabile che tra queste tre entità si scateni una competizione, anche guerresca, se è il caso. Non c’è bisogno di essere Lenin per capirlo. La storia inoltre insegna che il federalismo arma i popoli, anziché disarmarli. Lasciamo stare la Svizzera, dove pure ogni cittadino tiene a casa il suo fucile di bravo soldato in sonno, ma il passaggio degli Stati Uniti da stato confederale a stato federale, avvenuto con la Guerra Civile, ha dato luogo allo stato imperialista più potente e guerresco della storia. Insomma, il bel raccontino che ci ha fatto Scalfari sulle lungimiranti intenzioni di Draghi, anziché rassicurarci, ci ha allarmati. Questo non significa che preferiamo l’Europa degli staterelli, dove tutti i Renzi possono fare coccodé. Ma se l’Europa vuole proprio fare qualcosa, perché non comincia a risolvere i suoi problemi con la Russia? Si tratta di una civiltà e di una potenza territorialmente contigua, e culturalmente con tante cose in comune. Certo, noi stiamo delegando la disciplina matrimoniale ai gay, mentre loro sono per i valori tradizionali della civiltà cristiana, ma la Russia ha l’atomica e, come si sa, tante materie prime. Un blocco tra Europa occidentale ed Europa eurasiatica avrebbe ben più che un ruolo nel contesto mondiale, con il vantaggio che ognuno potrebbe restare padrone a casa sua. C’è da augurarsi che l’imperialismo europeo non si ridesti, e con la moneta porti a termine la rivincita sul 1945. Meraviglia molto che uomini che hanno vissuto in quegli anni, spieghino ai giovani come ritornarci per vie traverse. Con questo, non stiamo dicendo che Draghi è un Mefistofele che sta preparando l’inferno. È solo un banchiere che primeggia nel nanismo della politica. Renzi purtroppo non è un gigante. Ecco, questo è l’unico punto su cui Scalfari ha ragione.

P.S. In un’intervista rievocativa dei suoi novant’anni, apparsa sullo stesso numero di “Repubblica”, Alfredo Reichlin ha affermato che la sinistra «ha fallito. La sua crisi rientra nel più generale declino della civiltà europea. È finita l’occidentalizzazione del mondo». Quindi, la sinistra era un’articolazione dell’imperialismo europeo. Insomma, Lenin, ancora lui, non aveva capito niente.

Eurogatti

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A Karlsruhe, la Corte Costituzionale tedesca processa la BCE, cioè la legittimità, dal punto di vista del diritto costituzionale tedesco, del bazooka salva-Stati escogitato da Mario Draghi per ricacciare indietro le orde affamate di speculatori che minacciano il precario equilibrio monetario europeo. Da un lato, si parano i deontologisti puri, per i quali la questione è di principio, e non può essere invocato a discolpa del banchiere centrale il fatto che l’arma di cui si è dotato ha ottenuto il risultato di vanificare i tentativi di affossare gli Stati indebitati. Dall’altro, si schierano i consequenzialisti, che si richiamano proprio all’efficacia pratica di quello strumento, e invitano a mettere in secondo piano il “dover essere”. Per la gioia dei professori universitari di etica applicata, la realtà si presenta insomma travestita dei panni di un esemplare dibattito morale. Qualcosa che solo in Germania, paese di Martin Lutero e di Immanuel Kant, si poteva vedere. Ma a guardar bene, questo processo ha qualcosa della stregoneria, come quelli che nel Medioevo si intentavano ai gatti, ritenuti incarnazione di Satana. Qui, il gatto è l’euro, e la virtù è la verginità monetarista della BCE, insidiata dalle arti diaboliche del machiavellico governatore italiano. L’attuale stolidità politica tedesca arriva a questo, da rendere simpatico un banchiere rotto ad ogni marchingegno utile a salvaguardare le compatibilità del capitalismo assoluto, fosse anche l’abolizione delle pensioni, lui che ne gode una di dodici mila euro, anzi, di dodici mila eurogatti satanici al mese.