Israele

Genocidio, terrorismo, Nobel per la pace e altri merletti

Download PDF

Il sempre verde Raniero La Valle sostiene sul Fatto Quotidiano del 9 ottobre 2025 che Netanyahu è stato sconfitto perché il genocidio del popolo palestinese non è avvenuto, fermato in corso d’opera dalla mobilitazione mondiale e dal piano di pace imposto da Trump. Non so se l’esperta Francesca Albanese consente che un non esperto come il sottoscritto possa prendere la parola sull’argomento, ma quanto sostiene trionfalmente La Valle mostra quanto sia mal posta la discussione sul genocidio che sarebbe stato perpetrato a Gaza e, sol che si abbia a cuore la realtà per quella che è, impone di rivedere la controversa definizione di questo crimine politico.

La Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio adottata dalle Nazioni Unite il 9 dicembre 1948 definisce il genocidio in base a cinque caratteristiche:

1) uccisione di membri del gruppo;

2) lesioni gravi all’integrità fisica o mentale di membri del gruppo;

3) il fatto di sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di vita intese a provocare la sua distruzione fisica, totale o parziale;

4) misure miranti a impedire nascite all’interno del gruppo;

5) trasferimento forzato di fanciulli da un gruppo a un altro.

Stando a questa definizione, lo Stato israeliano stava sicuramente perpetrando un genocidio. Se si guarda però ai genocidi sui quali esiste un ampio consenso internazionale, si vede che sono i seguenti:

– l’Olocausto

– il genocidio cambogiano

– i massacri etnici avvenuti durante le guerre jugoslave, in particolare quello di Srebrenica

– il genocidio del Ruanda.

A questi si può aggiungere il genocidio armeno perpetrato tra il 1915 e il 1916 dai Giovani Turchi di Atatürk.

Ora, se si fa attenzione a questo secondo elenco, in particolare all’Olocausto, si vede che la loro caratteristica è di essere certamente un’aggressione armata contro una popolazione inerme, condotta però in maniera segreta o comunque mascherata nelle proprie finalità annientatrici, in modo da rendere impossibile o comunque estremamente difficile non solo una simmetrica difesa armata ma anche una mobilitazione esterna a sostegno della popolazione aggredita. L’Olocausto in questo senso è paradigmatico, e tutti gli altri gli si avvicinano ma non lo equivalgono.

Se torniamo alla Palestina, l’esercito israeliano ha orribilmente aggredito i palestinesi di Gaza, e Israele nel suo complesso esercita su tutta la Palestina un dominio sterminatore, ma i palestinesi, a loro gloria e con immenso eroismo, rispondono attivamente come possono, missili, armi proprie e improprie, ma soprattutto con le loro vite, e non solo di pochi eletti ma dell’intera popolazione. In Palestina dunque c’è in atto un conflitto tra due forze diseguali, in cui quella preponderante attua degli stermini che a lungo andare ridurranno i palestinesi allo stato degli Indiani d’America, e quella più debole oppone una resistenza accanita che si serve non solo delle poche armi a disposizione ma anche della politica, dalle trattative diplomatiche al sostegno internazionale.

Tutta la discussione sul genocidio a Gaza è dunque mal posta e, a ben guardare, sminuisce la straordinaria abilità politica dei palestinesi, sia dei dirigenti che dell’intero popolo. I palestinesi di Gaza e in generale i palestinesi non sono vittime ma combattenti. Se poi l’Occidente ha bisogno delle vittime per mobilitarsi, ciò attiene al suo pietoso stato mentale regredito a un bolso sentimentalismo e a un giuridicismo isterico.

Naturalmente, dire che Israele non commette un genocidio ma che cerca di piegare una forza che le resiste strenuamente, significa che il 7 ottobre, per quanto cruento e feroce nelle sue forme, è stato un atto non di terrorismo ma di resistenza. E che un bambino palestinese di quattordici anni già spari, ammesso che sia vero, non assolve gli israeliani dalla loro politica criminale. Se essi non esercitassero il loro illegittimo dominio sterminatore sulla popolazione palestinese, i bambini palestinesi sarebbero ben contenti di giocare alla playstation.

Ha ragione dunque l’ottimo, sempiterno La Valle a dire che è qualunquistico rifiutarsi di dare un nome alle cose, ma è evidente da quanto sin qui detto che genocidio e terrorismo non sono nomi che servono a indicare cose ma solo etichette adatte a rinfocolare le spente passioni di un Occidente senza bussola.

Un’ennesima prova di questo scombussolamento è questa del Nobel per la pace 2025 assegnato a María Corina Machado, venezuelana nota per le sue iniziative in combutta con potenze straniere volte a rovesciare il legittimo governo del suo paese. I soloni svedesi hanno così voluto dirci che essi apprezzano gli attacchi di Trump al Venezuela mascherati da guerra al narcotraffico con cui il Venezuela non ha nulla a che fare, ma non gli assegnano il Nobel pancipacifico perché, con i suoi volgari dazi e con la sua nerboruta politica interna, non lo ritengono all’altezza delle loro forbite maniere “democratico-globaliste”.

E dunque possiamo concludere che il Nobel per la pace 2025 è in realtà un Nobel per la guerra. Complimenti.

Rivoluzione. Un aggiornamento.

Download PDF

L’aggressione dell’Iran da parte di Israele invita a riflettere su cos’è la rivoluzione. Lo Stato islamico iraniano deriva non da una conquista o da creazione di frontiere da parte di potenze esterne bensì da uno svolgimento interno della sua storia, ovvero dalla Rivoluzione del 1979 in cui il popolo iraniano riversò le sue molteplici istanze economiche, sociali e culturali, via via poi subordinate alla edificazione di una forma di Stato finalizzata al perseguimento di una politica di potenza regionale alla quale il veicolo della religione islamica assicurava un’eco mondiale. Negli ultimi decenni è emerso il concetto di rivoluzione colorata per riferirsi a moti di piazza per un cambio di governo in nome di maggiore democrazia e sviluppo economico, che in realtà consentono a élite d’opposizione locali in combutta con forze politiche esterne di rovesciare governi legittimi. Il caso di scuola è quello dell’Ucraina dove la prospettiva dell’adesione alla Nato e all’UE ha consentito alle forze interne russofobe di impadronirsi del governo e alle forze esterne che le manovravano di insediarsi ai confini della Russia al fine di condizionarla e, se possibile, di disintegrarla per appropriarsi delle sue ricchezze energetiche e liquidarla in quanto potenza mondiale e centro culturale diverso rispetto alle correnti ideologiche dominanti dell’Occidente euro-americano. Il concetto di rivoluzione colorata è stato utilizzato anche per descrivere le rivoluzioni arabe del 2011, in questo modo però disconoscendo l’autentico moto popolare che le ha caratterizzate, soprattutto in Tunisia ed Egitto, cui nessuna forza interna è riuscita però a dare voce, favorendo così il ritorno delle vecchie classi dirigenti asservite agli interessi dell’Occidente euro-americano oppure semplicemente sfociando nel caos, come in Libia, dove meglio possono prosperare quegli stessi interessi. Tornando all’Iran, il tentativo di suscitare in esso una rivoluzione colorata, strumentalizzando autentiche richieste di libertà nei costumi della vita quotidiana di ampi strati della popolazione iraniana, è sempre fallito e questo spiega il passaggio all’aggressione diretta da parte di Israele, con lo scopo di decapitare dopo Hezbollah e Hamas anche l’Iran che li sosteneva. Se la Rivoluzione iraniana del 1979 si è ingolfata in una politica di potenza regionale, ci si deve interrogare sulla natura della potenza che le si oppone. Israele non è uno Stato nato da una rivoluzione. Esso origina dal fantasma culturale della terra promessa che ha trovato un veicolo in un particolare nazionalismo europeo, il sionismo. Insediatosi privatisticamente in un territorio da secoli retto da laschi governi imperiali, nel corso dei decenni tale nazionalismo vi ha eretto uno Stato di potenza, dotato addirittura dell’arma atomica, con modalità sempre più razzistiche e coloniali che negli ultimi tempi hanno assunto la caratteristica della sostituzione etnica, sia con l’occupazione di ogni possibile territorio da parte dei coloni israeliani sia con lo sterminio di donne e bambini palestinesi. Da ultimo, in combutta con l’Occidente euro-americano, nel cui sistema di dominio mondiale Israele svolge un ruolo essenziale, ci si è spinti a immaginare la deportazione dell’intera popolazione gazawa, ma quanto sin qui riportato basta a dimostrare come la legittimità dello Stato di Israele è paradossalmente minore di quella dello Stato iraniano, anche se la sua forma è democratica rispetto a quella dispotica dell’Iran. Da ciò non deve derivare il venir meno della possibilità che Israele risieda in quelle terre. La storia vive di mille percorsi e di altrettanti fatti compiuti. I palestinesi, ma in generale i popoli del Medio Oriente che non accettano il predominio di Israele, dovrebbero interrogarsi sul fallimento dei loro tentativi di emancipazione, non tutti riconducibili alla disparità delle forze in campo. L’Iran, ad esempio, dovrebbe interrogarsi sui caratteri della sua rivoluzione e capire perché essa, dopo avere liquidato le forze laiche e di classe, alla fine ha finito per fondarsi su un principio teologico. Purtroppo, per quanto se ne sa, non si vedono all’orizzonte nuove forze politiche portatrici di una visione critica su questo punto e quelle esistenti o dipendono da valori esterofili o sono legate alle minoranze interessate ad affrancarsi dallo Stato centrale. In Medio Oriente la critica del principio teologico investe non solo i limiti dei moti di emancipazione popolare ma anche la stabilità delle borghesie arabe del petrolio nonché la stessa Israele dove l’integralismo religioso è parte integrante del governo e forse ormai forza culturale egemone nella società israeliana. Si accennava prima al legame di Israele con l’Occidente euro-americano, di cui Israele è non solo il guardiano in un’area energetica cruciale ma anche l’indispensabile collaboratore di punta in campi decisivi della ricerca scientifica, della tecnologia militare e dello spionaggio. In quest’ultimo campo, si registra ormai una saldatura tra i “metodi” del Mossad e quelli dei servizi segreti ucraini. Il vero avversario dei popoli mediorientali è dunque Israele nella misura in cui esso si collega all’Occidente euro-americano e in particolare agli Stati Uniti, lo Stato che, sin da quando con la guerra civile di metà secolo XIX la nazione americana divenne la nazione yankee, ha fatto della potenza il suo dio al quale votare tutte le proprie risorse materiali e spirituali. Oggi si intravedono le avvisaglie di una nuova guerra civile che potrebbe avere il segno opposto. Ma il processo sarà lungo e dall’esito incerto. Quando questo tempio dell’imperialismo mondiale crollerà, il moto rivoluzionario potrà riprendere il suo corso verso un mondo in cui i rapporti di reciprocità prevarranno su quelli di asservimento e di dominio. In questa luce, la lotta dei popoli mediorientali, pur così contraddittoria e disperata, non sarà stata vana.

Feticci e simulacri

Download PDF

La forma di vita capitalistica produce di per sé feticci. Il feticcio per eccellenza è la merce, i cui rapporti sociali di produzione vengono occultati in una cosa percepita attraverso il prezzo. Nel suo scorrere, però, la vita sociale preme da ogni lato sulla reificazione e così capita che il commerciante faccia una “carezza” al cliente, sorta di sconto sul costo del tempo di lavoro del produttore transitato lungo i vari passaggi sfociati sul suo banco di vendita. Ma la strumentale e involontaria critica del feticismo della merce contenuta nella “carezza” del commerciante evidentemente non può bastare. C’è stato un momento in cui tale critica era la bandiera di un potente movimento sociale, il movimento operaio. Quando lo si è cominciato a chiamare “movimento dei lavoratori” la sua forza già declinava, ma nel frattempo il capitalismo aveva preso una tale paura che, oltre ai feticci, ha cominciato a produrre simulacri la cui funzione era di impedire che i feticci venissero distrutti. Simulacri ideologici, organizzativi, della vita quotidiana, su cui “spostare” la critica rivolta contro i feticci. Una prima grande produzione di simulacri si ebbe con il fascismo e il nazismo, i cui partiti civetta convogliavano la rivolta contro la forma di vita borghese e la indirizzavano verso falsi obiettivi. Gli ebrei furono l’obiettivo preferito. Ma in quel tempo gli stessi ebrei, mentre venivano sterminati nei luoghi, nei tempi e nelle forme ben conosciute, producevano a loro volta dei simulacri e, in fuga dall’Europa in fiamme, li introducevano in quella che la loro ideologia di “spostamento”, cioè il sionismo, definiva la “Terra promessa”. Il sionismo comprendeva principi e pratiche socialiste. Il suo arricchimento in uranio lo ha trasformato nel simulacro nazionalsocialista dello Stato d’Israele che conduce in Palestina una guerra di sterminio su cui si discetta se configuri o meno un genocidio. Contando solo dal 7 ottobre 2023, il rapporto è di millecinquecento israeliani circa tra assassinati e sequestrati da Hamas contro cinquantamila palestinesi di Gaza massacrati dall’esercito israeliano in un anno e passa di bombardamenti e mitragliamenti che, secondo la denuncia di Papa Francesco, non ha risparmiato neanche gli infanti. È evidente ormai che l’Olocausto avvenuto in Europa ad opera del nazifascismo è divenuto a sua volta un simulacro che neutralizza ogni critica verso i misfatti del simulacro sionista. Quanto a Hamas, una questione a sé stante è la produzione di simulacri nel mondo musulmano. Le dinamiche politiche interne al nazionalismo palestinese e in generale mediorientale sono complesse e poco conosciute. Avanzare giudizi e valutazioni fondate è quanto mai azzardato. Resta il fatto però che in quel mondo da troppo tempo ormai si odono solo richiami a un passato religioso prodigo a sua volta di simulacri a difesa di feticci posti all’incrocio tra una deformazione della già deforme forma di vita capitalistica e le peculiarità più truculente di quella particolare civiltà. Tornando all’Occidente, una seconda e più potente ondata di produzione di simulacri che arriva sino ai nostri giorni si è avuta con l’americanismo, ideologia ovviamente da ascrivere alla ristretta cerchia imperialista che grava ormai da tempo su tutto il popolo americano. Un simulacro particolarmente efficace prodotto in tale solco ideologico è il marchio pubblicitario, sorta di feticcio di secondo grado: la merce va in giro a volto scoperto ma nessuno la riconosce perché il simulacro la avvolge in sé rendendola invisibile. Questa magia “sposta” dalla merce al marchio la critica dei “consumatori” i quali, riuniti in “associazioni” a loro volta simulacri dei partiti, si rivolgono ai tribunali dove entra in campo il diritto, simulacro sommo dei conflitti sociali, tramite le cui procedure si sanzionano eventuali pratiche fraudolente nella produzione di simulacri. Questa stratificazione di simulacri, che rende praticamente inscalfibile il feticismo capitalistico, appare particolarmente evidente nel caso della Ferragni, esponente di spicco del mondo degli influencer, ultima incarnazione dei produttori di simulacri dopo attori, sportivi, membri del jet set. È ormai osservazione comune che, mentre queste ultime categorie producevano simulacri come attività a latere, gli influencer sono capaci solamente di produrre simulacri, una merce che, essendo un simulacro, nessuno più si ricorda che è una merce, salvo appunto quando qualcosa va storto nella sua produzione. In tal caso, interviene il pentimento operoso dell’influencer che, rinnovando un’antica pratica medioevale, con somme di denaro compra l’indulgenza dei consumatori. Prende vita così un totalitario Mondo dei Balocchi al quale si accede lavorando molto e guadagnando poco. Nella sua produzione di simulacri, l’americanismo ha ottenuto formidabili risultati anche nella politica. In una prima fase si è ricorso a formule come i partiti di centro che guardano a sinistra o i partiti socialdemocratici. Erano pratiche dispendiose e poco efficaci, che richiedevano periodicamente l’ausilio di potenti cariche di esplosivo che simulacri di anarchici facevano saltare nei treni o in banche affollate. La svolta si è avuta quando, alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso, il capitalismo, approfittando del momento di massima debolezza di quel movimento operaio portatore della critica del feticismo della merce, è passato dalla guerra di posizione a quella di movimento. Dapprima si è ricorso ai “partiti democratici”, i quali però presto si sono rintanati nei parlamenti e nei governi lasciando scoperta la falla sociale della critica ormai divenuta pura rabbia. Sono nati allora i simulacri del populismo, talmente efficaci nella loro opera di “spostamento” della critica anti-feticistica, da inoculare nelle vaste masse la convinzione della scomparsa della distinzione tra destra e sinistra proprio quando la destra più estrema stava vincendo. Così, mentre il capitalismo rinnovava le proprie pratiche monopolistiche (i monopoli sorti su Internet), avviava una nuova sequela di guerre imperialistiche (dalla Jugoslavia all’Iraq, all’Afghanistan, alla Palestina, all’Ucraina), demoliva stati più deboli per ingrossare i più forti (è quello che si sta cercando di fare con la Russia e che forse si cercherà di fare con la Cina), il populismo ammansiva le masse depredate e impoverite da questo nuovo, disperato ciclo volto a rallentare l’inesorabile caduta tendenziale del saggio di profitto. L’Elevato Buffone, che ha fondato e ispirato il populismo italiano, ha più volte rivendicato il merito di aver impedito che la rabbia si trasformasse in consapevole rivolta sociale. È il simulacro che mostra il deretano e proclama beffardo: qui è la merce, qui devi saltare!

Bensoussan le spara grosse

Download PDF

Nel giorno della morte di Henry Kissinger, costruttore di un mondo di pace attraverso guerre, intrighi e assassini infiniti (pace alla grande anima di Salvador Allende), è giusto prendere in considerazione le dichiarazioni che lo storico franco-marocchino di origine ebrea Georges Bensoussan ha rilasciato il 28 novembre scorso a Giulio Meotti, giornalista presso una delle più petulanti gazzette del coro mediatico filo-israeliano, ovvero “Il Foglio” fondato da Giuliano Ferrara, la spia che venne da Washington. Dopo un inizio in cui viene servito un frullato di grandguignol e di chiagni e fotti, Bensoussan arriva al dunque e rivela quanto segue:

“Gli ebrei sono accusati di essere intrusi, ‘colonialisti’. La realtà storica dice il contrario: assistiamo, nel XIX secolo, all’interno della minoranza ebraica continuamente presente su questa terra, a un movimento di rinascita nazionale ebraica. Un movimento che intende emanciparsi dal diritto ottomano (lo fece nel 1918) e soprattutto dalla dhimma, abolita per legge nel 1856, ma che di fatto persiste nelle mentalità. Liberarsi di questa secolare oppressione che rende gli ebrei (e i cristiani) cittadini di seconda classe è ciò che rende il sionismo, fin dalle sue origini, un movimento di emancipazione e una lotta anticolonialista contro una condizione dominata dall’islam. È questa lotta che, nata dall’interno della Palestina e alla quale si unisce il movimento sionista dall’esterno, intende rifondare uno stato-nazione nella terra dei nostri antenati”

Ora, nell’Impero ottomano la dhimma, che comportava una subordinazione al potere musulmano ma assicurava anche dei diritti, era una condizione giuridica che riguardava non solo gli ebrei ma molte altre minoranze etniche e religiose tra cui, appunto, i cristiani. Di qui l’ammiccamento di Bensoussan. Non risulta comunque che nessuna di tali minoranze abbia avviato un movimento teso a fondare uno stato-nazione nel territorio in cui vivevano da (presunti) oppressi. Non risulta nemmeno che sia mai esistito un movimento di emancipazione della minoranza ebraica autoctona in Palestina che abbia poi chiamato in soccorso, per così dire, il movimento sionista europeo, il cui fulcro era costituito da ebrei ashkenaziti, a differenza di quelli che vivevano in Palestina, che erano sefarditi ottomani e arabi ebrei. Nella multietnica e plurireligiosa realtà palestinese dell’epoca, gli ebrei ashkenaziti europei che cominciarono ad affluire alla fine del XIX secolo furono ben accetti, anzi furono ammirati per la tenacia e i progressi da loro prontamente conseguiti. La tensione invece si innescò quando cominciò a manifestarsi il progetto sionista di cui gli ebrei ashkenaziti erano portatori, ovvero la trasformazione della Palestina nella sede di uno Stato che potesse accogliere la rinata nazione ebraica. Insomma, il sionismo non portò alcun aiuto agli ebrei autoctoni ma, per la sua carica aggressiva, probabilmente peggiorò la loro condizione come quella, d’altronde, di tutte le altre minoranze, nonché della maggioranza araba musulmana ridotta allo stato di intrusa a casa propria. È veramente penoso che sull’onda di contingenti contrapposizioni politiche uno storico come Bensoussan si debba ridurre a sparare balle come un Marco Travaglio qualsiasi passato dai mattinali di procura alla storia del conflitto arabo-israeliano.

Purtroppo, nell’intervista in questione le balle sparate sono state numerose. Dopo avere invocato un’analisi culturale, antropologica e psicanalitica per venire a capo dell’intricata questione israelo-palestinese, e dopo avere reso omaggio alla modernità e all’Illuminismo, Bensoussan afferma:

“Sappiamo che il legame speciale degli ebrei con Gerusalemme è oggi contestato. Ma allo stesso modo in cui possiamo, con la stessa sicurezza, assicurare che la terra è piatta e che il sole gira attorno al nostro pianeta. Queste sciocchezze ideologiche non impediscono che Gerusalemme venga nominata più di 600 volte nella Bibbia”.

Dunque, il legame speciale degli ebrei con Gerusalemme, cioè il preteso diritto di Israele di farne la propria capitale, è una verità scientifica al pari del giramento della terra attorno al sole. Per la verità, qui girano altre cose poiché è veramente contro ogni spirito della modernità, pur reiteratamente invocato, pretendere di fondare sulla Bibbia un diritto politico contemporaneo. Con quale faccia poi si può rimproverare ai musulmani di porre la sharia a base della loro attuale condotta morale e giuridica? Ma Bensoussan continua:

“Il principio della sovranità ebraica e quello della liberazione da uno status discriminatorio sembrano difficilmente accettabili in un mondo arabo-musulmano che, nonostante alcuni tentativi hanno mancato il movimento illuminista occidentale”.

Si pregano l’esimio Bensoussan e i gazzettieri del Foglio che gli reggono il moccolo di non immischiare il movimento illuminista occidentale con i deliri di potenza dello Stato israeliano nato da un’ideologia nazionalista come il sionismo, mortifero come tutte le ideologie nazionaliste. Il giornalista Meotti però non è ancora soddisfatto e rilancia: l’attacco del 7 ottobre è stato costellato da atti di barbarie. Bensoussan non aspetta altro:

“L’efferatezza di cui parli non è un’operazione militare, è una ‘caccia agli ebrei’ in una violenza che è implicitamente la risposta alla rivolta degli ebrei dominati contro la sua condizione di dhimmi, la risposta all’‘arroganza’ dal sottomesso di ieri che pretende di fondare uno stato-nazione in Palestina. È la sua ribellione che intendiamo far pagare all’ebreo con questo sfogo di crudeltà. Tuttavia, gli occidentali oggi sono incapaci di comprendere questa economia dell’odio, sognano da woke una società pacifica ed edonistica, dimenticando che la forza principale dei popoli, come diceva Raymond Aron, non risiede tanto nella ricerca dei propri interessi razionali quanto piuttosto nella ricerca del trionfo delle loro passioni arcaiche”.

Naturalmente, il memorabile detto di Raymond Aron è diretto contro gli arabi lanciati alla folle ricerca del trionfo delle loro arcaiche passioni. Quelle israeliane invece sono così moderne e illuminate che, come abbiamo visto, per dimostrare il diritto di dichiarare Gerusalemme capitale di Israele ci si rifà a un recentissimo instant book qual è la Bibbia. Ma godiamoci le conclusioni di Bensoussan che il Meotti riporta compuntamente in ginocchio e con le mani giunte:

“Il nazionalismo è capace di negoziare con la realtà anche a costo di maledirla perché è consapevole dei suoi limiti. Per esso la politica è un mezzo. Questa concezione si ispira alla modernità dell’Illuminismo e più precisamente allo choc intellettuale e politico delle guerre di religione in Europa nei secoli XVI e XVII, che portarono per la Francia all’Editto di Nantes e per l’Europa ai trattati di Vestfalia (1648). Il mondo arabo-musulmano ha conosciuto diversi tentativi di modernità. Ma questo promettente vento di liberalismo, dal Cairo a Baghdad, si esaurì negli anni Trenta sotto il peso delle ideologie totalitarie provenienti dall’Europa, e si perse definitivamente con la sconfitta araba del 1967 che, di conseguenza, conferì all’islam un peso maggiore nel 1979 con la vittoria degli islamisti sciiti a Teheran. Tuttavia, l’orizzonte islamico cui Hamas partecipa è il jihad che separa il mondo tra la terra dell’Islam e la terra della guerra (Dar el Harb) combattuta per la conquista. Una concezione del mondo evidentemente in contrasto con lo spirito dell’Illuminismo e che rende impossibile qualsiasi soluzione politica”.

Al netto dell’erudizione, della supponenza e della disonestà con cui ci si assolve delle proprie colpe (impagabile quanto si afferma a proposito del nazionalismo!), colpisce il richiamo alle ideologie totalitarie provenienti dall’Europa che avrebbero stroncato il profumato vento di liberalismo che spirava prima degli anni Trenta dal Cairo a Baghdad. Egregio Bensoussan, il sionismo socialista, benché minoritario, vogliamo classificarlo anch’esso tra le ideologie totalitarie?

Quel che viene fuori da una simile intervista è un Medio Oriente come discarica dell’Europa in cui i nativi sono delle statuine come i pastorelli del presepe e tutto lo sdegno che si ostenta non sembra diretto contro i crimini commessi il 7 ottobre da Hamas, dagli jihadisti o da gruppi sparsi di banditi, ma contro la pretesa dei pastorelli di poter dire la loro su come il presepe del Medio Oriente deve essere costruito. Ma sì, in fondo, tutta la colpa è dei Romani…

Palestina, un profeta tra follia e realtà

Download PDF

Un articolo di Guido Rampoldi sulla questione israelo-palestinese, apparso sul quotidiano “Domani” di domenica 22 ottobre, si sottrae alla coltre di plumbea propaganda in cui da giorni è immersa tutta la fanfara mediatica consentendo di discutere qualche aspetto di una realtà che di tutto avrebbe bisogno tranne che di schieramenti manichei. L’autore riconosce anzitutto che è nell’interesse di Israele abbandonare l’illusione di sottomettere i palestinesi con la forza. Infatti, dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre scorso, è chiaro che le vendicative “punizioni esemplari”, lo strapotere militare e l’esercizio sommario della violenza, producono solo un’ingannevole percezione di sicurezza. Rampoldi poi passa a considerare la posizione dei governi occidentali che, dicendosi convinti che l’unica via d’uscita sia la creazione di uno stato palestinese, si librano solo a un esercizio di futilità diplomatica poiché, non avendo fatto nulla per arginare il dilagare degli insediamenti dei coloni, la situazione ora è di una progressiva integrazione di tali insediamenti nel sistema della difesa e dell’economia d’Israele. Ne consegue, conclude l’autore, che la nascita anche solo di uno “stato minimo” palestinese provocherebbe la rivolta della destra religiosa e di molti tra i 640mila “coloni”, spesso gente armatissima e legata all’esercito da rapporti strettissimi di collaborazione. Se la realtà è quella di uno stato, lo Stato di Israele, il cui insediamento economico e militare non può essere ostacolato da niente e da nessuno, che fare? L’autore è così consapevole della follia in cui è precipitato l’uditorio cui si rivolge, da qualificare folle la proposta che egli stesso avanza. Scrive infatti letteralmente: «resta una soluzione folle, e mai apparsa così folle come in queste giornate: fare di Israele uno stato binazionale, confederale o no, con un percorso circospetto ma progressivo che finisca per attribuire stessa dignità e stessi diritti agli israeliani e ai palestinesi dei Territori occupati». In realtà, questa soluzione folle è il pezzetto di senno dell’Occidente che ancora non se n’è volato sulla luna. Il fatto però è che questa soluzione ragionevole è assolutamente limitata, affidata com’è a un «percorso circospetto ma progressivo» che richiama tanto le categorie diplomatiche della lungimiranza, della moderazione, della disponibilità al compromesso cui ci si affida quando l’analisi della situazione concreta non mette a fuoco quel che pure confusamente viene intravisto come essenziale. Rampoldi ha infatti più volte ricordato che gli insediamenti sono parte del sistema della difesa e dell’economia d’Israele. Detto altrimenti, dovrebbe essere ormai chiaro che il kibbutz non è il germe di una futura società democratico-socialista ma l’imprenditore collettivo di un capitalismo in armi che colonizza la “campagna” e sottomette la “città” in cui sopravvive sempre più marginalmente una “coscienza liberale” cui è concesso al massimo di svolgere compassati ragionamenti su Haaretz. In queste condizioni, allora, lo stato binazionale potrebbe nascere non dal percorso circospetto e progressivo auspicato da Rampoldi, bensì da un vigoroso e prolungato conflitto di classe che dovrebbe vedere alleati il proletariato palestinese con quello israeliano. Trattandosi di figure di difficilissima individuazione e di ancor più difficile composizione, è evidente che siamo alle ipotesi di terzo grado. Si comprende allora che Rampoldi rinunci alla scalata e devii verso sentieri più percorribili. Infatti, dopo avere giustamente richiamato che Israele è già una società binazionale, essendo araba parte della sua popolazione, egli sottolinea che, qualora decidesse di istituzionalizzare tale stato di fatto, dovrebbe accettare di non essere più “lo stato ebraico” costruito dai padri fondatori, ma di tornare all’idea di una parte del sionismo originario che sognava non “uno stato ebraico”, ma una “casa ebraica” nella terra d’Israele, rifugio e spazio in cui il giudaismo sarebbe potuto ringiovanire. In altri termini, ostruito il moderno conflitto di classe da un rapporto di forza brutalmente coloniale, lo stato binazionale potrebbe sorgere sul terreno arcaico dei miti religiosi in cui la “casa ebraica” sarebbe chiamata a convivere con la umma araba. Un processo che non un diplomatico, non un capo politico, non un partito di classe, bensì solo un riformatore religioso potrebbe portare a compimento, fondendo il Dio ebraico e l’Allah islamico in un Tutto nuovo meno tormentoso tanto dell’uno quanto dell’altro senza con ciò accedere all’illusoria bontà del Dio cristiano. Poiché qui perveniamo alle iperboli più spinte, si comprende che Rampoldi devii un’altra volta per sentieri più agevoli. Ed ecco dunque l’analogia storico-politica che, avanzata ancora sotto le vesti della follia, dovrebbe convincere le parti contendenti: «proporre adesso [la] soluzione [binazionale] può apparire delirante: ma quarant’anni fa nessuno avrebbe creduto alla possibilità di un Sudafrica binazionale, in cui bianchi e neri avessero eguali diritti». Anche qui il delirio è in effetti la proposta ragionevole, ma con tutto il rispetto per i bianchi e i neri del Sudafrica, Pretoria non è Gerusalemme dove invece tutte le maggiori divinità che ancora signoreggiano le menti umane non da ora si sono date convegno. Un Mandela quindi non basterebbe e, come abbiamo visto, neppure un Lenin. Sì, realisticamente, ci vorrebbe proprio un profeta…