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I giorni bui dell’egemonia (2)

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Solo la forza politica, fondata sull’espansione economica,
può essere la base per un’espansione culturale
                                              (Gramsci, Q. 8, § 106, p. 1004)

 

Di summit in summit, si precisa il progetto di Nuova Via della Seta che la Cina propone al mondo. Ultimamente, infatti, Xi Jinping ha proclamato che essa deve basarsi sulla trasparenza delle condizioni degli investimenti e sulla sostenibilità ambientale1. Nessun accenno, però, non solo ai diritti civili, il che non meraviglia, ma anche ai diritti sociali dei lavoratori del suo paese e dei paesi in cui dovrebbero avvenire gli investimenti previsti dalla One Belt One Road. Tutto sacrificato, dunque, in nome dello sviluppo delle forze produttive, che evidentemente i governanti cinesi ritengono sia possibile protrarre ulteriormente solo promuovendolo anche nel resto del mondo. Questa nuova base economica mondiale in via di edificazione dovrebbe portare con sé una diffusione altrettanto planetaria del chinese way of life. Un modello che, per quanto attaccato dallo sviluppo economico stesso, si basa ancora oggi sull’armonia tra individuo, famiglia e società, in cui fondamentali sono i legami di parentela. Vi sono concorrenti su questo terreno egemonico con i quali il chinese way of life dovrà confrontarsi? Ed esiste un terreno egemonico alternativo a quello a guida cinese che si prospetta per i prossimi decenni?

Oggi, la struttura del capitalismo è caratterizzata dal predominio del capitale finanziario sul capitale industriale, dal sovrapporsi della banca alla fabbrica, della borsa alla produzione di merce, del monopolio al capitano d’industria, e anche quando appaiono nuovi capitani d’industria in nuovi settori produttivi, essi subito si tramutano in monopolisti. Per indicare la pervasività di questo sistema, che riconduce il resto della società alla sua misura “aziendale”, si è escogitata l’espressione di capitalismo assoluto. Ma il capitalismo assoluto è anche il disordine che da tale assolutezza deriva. L’assolutismo monarchico dei secoli XVI-XVII era progressivo, poiché fondava l’ordine degli stati nazionali, dentro cui veniva disciplinata la vita economica della borghesia in ascesa. L’assolutismo capitalistico di fine XX, inizio XXI secolo, disgrega tale ordine, svuota lo stato nazionale e, in diverse guise, si costituisce in potere mondiale autonomo, dai più risalenti monopoli della produzione industriale, con i loro tipici intrecci finanziari, ai più recenti monopoli della produzione informatica, con il loro esibito anarco-capitalismo.

Ci si può chiedere se questo sfrenato disordine sia un vizio del capitalismo odierno, o se è invece la sua normalità2. La storia mostra che si tratta della sua normalità, poiché questo disordine non si presenta oggi per la prima volta. Era già apparso all’epoca della prima grande crisi degli stati europei, sboccata nella guerra del ’15-’18. La fase successiva, iniziata nel 1945, e durata sino a tutti gli anni Settanta del XX secolo, vide il tentativo da parte degli stati europeo-occidentali, in cui grande peso avevano i movimenti dei lavoratori, di imbrigliare tale tendenza tramite la “coalizione antifascista” che, nel corso della seconda guerra mondiale, aveva prevalso sulla soluzione alternativa, portata avanti dal nazifascismo, di un ordine corporativo fondato sul suolo, sul sangue e sulla tradizione. Dopo la dissoluzione dell’URSS e la drastica riduzione del campo degli stati socialisti, tale coalizione è stata definitivamente accantonata negli anni Dieci del XXI secolo, quando il potere finanziario è passato all’attacco delle Costituzioni antifasciste3, avvertite come un vincolo ormai ingiustificato dagli attuali rapporti di forza.

Quali sono i contraccolpi nel campo ideologico di questo capitalismo del disordine? Una reazione caratteristica soprattutto dei vecchi stati nazionali dell’Occidente è il sovranismo. Tali stati, di fronte all’esaurirsi della “coalizione antifascista”, tentano ora la soluzione del suolo, del sangue e della tradizione, sconfitta e scartata all’epoca della seconda guerra mondiale. Il sovranismo, perciò, in tutte le variegate forme in cui si presenta, ivi comprese quelle che cercano di porre rimedio al fallimento degli stati nazionali socialisti, vedi la Russia di Putin, è l’erede storico del nazifascismo, cui allude più o meno esplicitamente, mondandolo ovviamente dei suoi tratti più truci.

Ma si oppongono al capitalismo assoluto anche gli stati periferici che, sorti dalla disgregazione del sistema coloniale, e basandosi su una forza economica variamente conseguita, dal possesso di fonti energetiche, allo sfruttamento di immense riserve di forza lavoro a buon mercato, si richiamano a tradizioni differenti. L’Islam, perciò, non come religione, ma come ideologia politica degli stati petroliferi del Medio Oriente, combatte il capitalismo assoluto altrettanto quanto il sovranismo, ma con più determinazione e ferocia, anche perché così facendo cerca di unificare una tradizione dispersa in più quadranti territoriali e politici. E altrettanto lo combatte la Cina neo-confuciana, non negandolo violentemente, ma cercando di assimilarlo in un nuovo ordine mondiale di cui essa si propone come il pilastro portante.

Il chinese way of life è dunque solo una delle potenze ideologiche che si contendono la scena. Ma si chiarisce qui che, assieme al sovranismo e all’islamismo, il confucianismo, a dispetto del suo richiamo al comunismo e alla dottrina marxista, appartiene al novero delle potenze ideologiche regressive. Esso infatti fa dipendere lo sviluppo delle forze produttive da una “armonia” il cui centro propulsore non è l’individuo arricchito da liberi e infiniti rapporti sociali, ma l’“occhio sociale” che, grazie ai nuovi strumenti informatici, riconduce tutto ad un ordine burocratico e poliziesco di cui lo stato-partito è garante4. Ecco perché, allora, in nome della priorità dello sviluppo della base economica, vengono sacrificati senza tanti scrupoli le conquiste sociali del Novecento, cui lo stesso maoismo diede un essenziale contributo. Ed ecco perché lo sviluppo delle forze produttive può essere affidato ad accordi fra governi, indipendentemente del loro orientamento sociale. Ciò che conta non è modificare i rapporti di produzione, ma far scorrere il capitale. Dell’internazionalismo socialista resta così solo un simulacro, che ben si accorda con il globalismo, di cui però si progetta di imbrigliare l’intrinseco disordine con l’armonia burocratico-poliziesca assurta a modello mondiale.

Non è difficile prevedere che il capitalismo assoluto si faccia beffe di tali briglie fabbricate con la stessa materia di cui esso è composto. Ma la domanda da porsi è se nell’ora in cui le forze progressive vivono la loro più grave crisi, è possibile imporre un terreno egemonico alternativo a quello che si contendono le tre fiere ideologiche sopra individuate. Le democrazie liberali sono oggi deboli e vacillanti come, trenta anni fa, gli stati socialisti alla vigilia del loro crollo. Gli stati socialisti si sono ridotti a Cuba e al Venezuela, che subiscono l’embargo insensato da parte delle stesse democrazie liberali, le quali invece di ritirare l’appoggio incondizionato a quel capitalismo assoluto che le ha corrose dall’interno, e convergere con quei due stati socialisti per avanzare assieme verso nuovi modelli sociali, agiscono ciecamente con i vecchi riflessi della guerra fredda, come dimostrano le inerzie e le viltà verificatesi nei confronti del Venezuela, un paese pacifico in cerca del suo modello sociale che viene stritolato dalla logica pregiudiziale di schieramenti non solo obsoleti, ma incapaci di opporsi a quelle tendenze ideologiche, il sovranismo, l’islamismo, il confucianismo, che sono le vere minacce per le democrazie liberali.

Domina perciò non tanto il “pensiero unico”, ma il vecchio pensiero, e tarda ad affermarsi una riflessione spregiudicata sulle conseguenze nefaste della contrapposizione tra liberalesimo e socialismo che ha contrassegnato il Novecento, e che ancora oggi perdura nel momento del massimo pericolo. Tale contrapposizione ha minato l’egemonia dell’Occidente, rendendo gretto il liberalesimo e primitivo il socialismo. Si tratta di una frattura da ricomporre, ma non certo nella forma di una santa alleanza difensiva. Al contrario, la ricomposizione non può che essere offensiva, volta ad affermare il principio di una libertà non più individualistica, e di un’uguaglianza non più economicistica. Una sintesi che, quando e se avverrà, deve avvenire sul terreno politico della reciprocità:

Ma la tendenza democratica, intrinsecamente, non può solo significare che un operaio manovale diventa qualificato, ma che ogni «cittadino» può diventare «governante» e che la società lo pone, sia pure «astrattamente», nelle condizioni generali di poterlo diventare; la democrazia politica tende a far coincidere governanti e governati (nel senso del governo col consenso dei governati), assicurando a ogni governato l’apprendimento gratuito della capacità e della preparazione tecnica generale necessarie al fine (Gramsci, Q. 12, § 2, p. 1547).


 

  1. https://www.repubblica.it/esteri/2019/04/26/news/cina_xi_corregge_la_via_della_seta_zero_corruzione_e_piu_sostenibilita_-224874211/ []
  2. A. Gramsci, La relazione Tasca e il congresso camerale di Torino, in Id., L’Ordine Nuovo 1919-1920, Torino, Einaudi, 1975, p. 130. []
  3. https://www.wallstreetitalia.com/jp-morgan-all-eurozona-sbarazzatevi-delle-costituzioni-antifasciste/ []
  4. S. Pieranni, Le vite a punti dei cinesi all’ombra del partito, “il manifesto”, 23.9.2018, p. 8. []

Pete Buttigieg e la Grande Nazione Americana

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Pete Buttigieg, sindaco di South Bend, Indiana, Stati Uniti, trentottenne figlio di Joseph, professore nella locale Università di Notre Dame, traduttore in inglese dell’edizione critica dei Quaderni del carcere di Gramsci, morto da poco, Pete Buttigieg, dicevamo, è sulla rampa di lancio per la presidenza degli Stati Uniti. La sua candidatura per i democratici lievita di giorno in giorno, soprattutto dopo che si è presentato al pubblico baciando sulle labbra il marito, un ventinovenne, insegnante in una scuola Montessori annessa alla Cattedrale Episcopale di St. James, sempre a South Bend. Lo ha subito ripreso il vice-presidente degli Stati Uniti, Mike Pence, anch’egli dell’Indiana, il quale ha detto che, con quel suo comportamento, il suo amico Pete lo stava attaccando nella sua fede cristiana poiché, come dice la Bibbia, l’omosessualità è peccato. Pronto, Buttigieg gli ha risposto che la sua polemica non poteva essere diretta a lui, ma al Creatore, in quanto è lui che ha deciso della natura di Buttigieg. A questo punto, si è chiarito che entrambi sono cristiani, ma mentre Pence è un rinato cattolico evangelico, Buttigieg è un protestante, ramo episcopale-anglicano1. È molto bello che questo brodo primordiale religioso che da duecentocinquant’anni ribolle nell’emisfero Nord del Nuovo Mondo non dia segni di esaurimento. Di risveglio in risveglio, di setta in setta, esso digerisce tutte le questioni del mondo, e le incorpora omogeneizzandole nella Grande Nazione Americana. C’era la questione razziale, e con Obama è stata sistemata. La questione femminile, con Hillary, è stata rimandata di qualche tempo, ma ora con Pete Buttigieg la questione omosessuale ha la sua chance. Nella vicenda di Buttigieg c’è una nota personale in più. Il padre, come detto, è stato il valente traduttore in inglese di Gramsci. L’egemonia, dunque, è un patrimonio di famiglia. Pete ha deciso di acquartierarsi nell’egemonia in atto, lasciando che siano pragmaticamente i problemi a decidere quanto essere più o meno radicali nella ricerca della nuova egemonia2. Questa è l’America, il posto migliore non solo per ottenere un’istruzione superiore, come egli orgogliosamente sostiene, ma anche per capire cosa sia davvero la politica. Sentiamolo direttamente da Buttigieg, nel suo discorso di presentazione della candidatura:

Più e più volte, la vita mi ha costretto a comprendere cosa significa per davvero politica. L’ho capito quando sono andato all’estero agli ordini di un commander-in-chief. Quando scrivi una lettera e la metti in una busta con scritto “Just in case”, e la riponi in un posto in cui la tua famiglia la possa trovare, allora non perdi mai di vista la posta in gioco. Quando ero in missione, in ciascuno dei 119 viaggi di ricognizione che ho fatto fuori dalla base guidando o facendo la guardia a un veicolo ho imparato cosa significa affidare la propria vita agli altri. Le donne e gli uomini che erano nel mio veicolo non si preoccupavano se fossi democratico o repubblicano. Si preoccupavano del fatto che avessi scelto una strada con meno minacce di mine possibili, non se mio padre aveva o meno il permesso di soggiorno quando è immigrato qui. Si preoccupavano che la mia M-4 fosse carica e pronta, non se sarei tornato a casa da una ragazza o da un ragazzo. Volevano soltanto tornare a casa sani e salvi, esattamente come me. Volevano ciò che tutti vogliamo: fare un buon lavoro e vivere bene. Essere sicuri che questo avvenga è ciò per cui esiste la politica3.

Naturalmente, avere un buon lavoro e vivere bene sono desideri che dovrebbero valere anche per un afghano o per un irakeno. Sicuramente, in America, nelle sue prestigiose Università dove è possibile ottenere la migliore istruzione superiore del mondo, si dibattono di queste questioni riguardanti la giustizia, nella sua forma di imparzialità chiusa e di imparzialità aperta. Ma poi bisognerebbe trasfonderle in politica. E qui, si capisce, l’ostacolo è grosso, il complesso militare-industriale (Baran & Sweezy, ma anche Eisenhower) non scherza, e quindi si capisce come il pragmatismo, la radicalità graduata, l’omogeneizzazione al sistema, sia il ripiego inevitabile. Ma combattivo. Auguri, Pete.

  1. G. Sarcina, Il candidato Pete bacia il marito in tv. Il vice di Trump attacca: “È peccato”, «Corriere della Sera», 17 aprile 2019, p. 17. []
  2. M. Palumbo, Pete Buttigieg, il sindaco gay anti-Trump, https://www.corriere.it/sette/19_aprile_15/pete-sindaco-gay-anti-trump-b847b1f8-5c36-11e9-b6d2-280acebb4d6e.shtml []
  3. La primavera americana di Pete Buttigieg, https://www.ilfoglio.it/esteri/2019/04/16/news/la-primavera-americana-di-pete-buttigieg-249951/ []

Il Gramsci di un nuovo inizio (Quaderno Agon)

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Il file completo del Quaderno 12, supplemento al n. 19, settembre-dicembre 2018, della rivista on line «Agon», che raccoglie un certo numero di miei scritti gramsciani, editi e inediti, può essere scaricato dal seguente link:

 

Il Gramsci di un nuovo inizio (Quaderno Agon)

 

17.III.2019                                                                                                 Francesco Aqueci.

 

Egemonia, debito pubblico, Europa

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Ormai comincia ad essere storicamente acclarato che il debito pubblico che grava sull’Italia non dipende dalla presunta spesa pubblica esplosa, nel secolo scorso, durante i crepuscolari anni Ottanta della Prima Repubblica, ma è stato il risultato della scelta politica, operata all’inizio di quel decennio, di rimanere ancorati all’allora Sistema monetario europeo (SME), cosa che comportava per l’Italia di adeguare i propri tassi di interesse a quelli vigenti nei mercati europei (soprattutto tedeschi), e di ridurre il differenziale inflazionistico tra l’Italia e gli altri paesi europei. D’altra parte, il differenziale inflazionistico era causato, anche qui, non dalla monetizzazione del debito, che tale scelta rendeva non più fittizio ma reale, bensì da fattori precedenti, quali lo shock petrolifero del 1973, da un lato, e, dall’altro, da ciò che pudicamente gli storici dell’economia chiamano il «duro scontro distributivo in corso nel paese»1. Detto in chiaro, la dura lotta di classe, che in quel periodo faceva pendere la bilancia dal lato del salario, anziché del profitto. La scelta di restare nello SME, e poi nell’euro, fu dunque sin dall’inizio una brutale operazione interna di compressione salariale, come vide lucidamente Luciano Barca, padre del non meno lucido ma non sempre altrettanto efficace Fabrizio, all’epoca fra i principali collaboratori di Berlinguer. L’Europa perciò fu il nome seducente di una guerra che il capitale condusse contro il lavoro, al prezzo di un debito pubblico che, da allora, non potendosi rimuovere la causa scatenante, non fa che crescere. Ma, bisogna essere onesti: c’erano alternative? L’acuta analisi di Barca conteneva una alternativa politica? No, l’alternativa all’Europa del grande gioco capitalistico, i cui costi sarebbero stati pagati dal lavoro, era una lenta agonia inflazionistica, i cui costi anch’essi sarebbero stati pagati dal lavoro. Insomma, i ceti subalterni non avevano scampo, e l’unica zattera loro offerta fu un chimerico “nuovo modello di sviluppo” che l’allora sinistra, il cui nerbo era costituito da un sempre più stanco PCI, concretizzò in una serie di sterili documenti. La sinistra togliattiana, insomma, che dal dopoguerra perseguiva il progetto egemonico di una via italiana al socialismo, giunta all’appuntamento decisivo, si accorse di avere perso le chiavi di una lotta di classe nazionale-popolare, in grado cioè di unire alle lotte del lavoro la salvezza della nazione. Fu un facile gioco, allora, per le élites capitalistiche del tempo, denunciare la “deriva argentina” e far rilucere il miraggio di un’Europa dalla cui virtù tutti avrebbero guadagnato.

Il grande gioco capitalistico europeo, però, come un motore affannato dagli anni, batte ora in testa, con il duo franco-tedesco sempre più incapace di garantire un dividendo ai vari settori capitalistici nazionali confederati nel  progetto dell’UE. È insomma la volta del capitale a non essere più egemone, a non sapere più declinare il nesso nazionale-popolare che, nel progetto europeo, è il nesso tra i molteplici settori nazionali capitalistici, i quali portano in dote ciascuno l’egemonia sui ceti subalterni di propria spettanza. È dalla crisi di questa doppia articolazione del nesso nazionale-popolare, esemplificato dal declino del partito popolare e del partito socialista europei, che nasce la fiammata populista e sovranista, una disperata ritirata del capitale europeo nei singoli ridotti nazionali, dove si ingegna come può ad “ascoltare il popolo”, a cercare di rinsaldare, cioè, una egemonia perduta, con provvedimenti che, come i salassi di un tempo, non fanno che debilitare ulteriormente il malato. Con i redditi di cittadinanza, le flat tax e le quote cento, infatti, il debito pubblico non fa che crescere ulteriormente, e si inasprisce perciò lo scontro intercapitalistico tra gli “spendaccioni” che vogliono partecipare comunque al grande banchetto europeo, e i “rigoristi” che non intendono fare regali a frazioni del capitale che non sanno competere secondo le “regole”. È, insomma, la storica debolezza del capitalismo italiano che grava su tutta la società italiana, ma che, ancor più che negli anni Settanta ed Ottanta del secolo scorso, non innesca l’alternativa di una “riforma economica”, capace di far pendere dal lato dei subalterni il nesso nazionale-popolare. E, allora, domanda: è questa gracilità del capitalismo italiano che, rendendo asfittica la dialettica di capitale e lavoro, deprime politicamente gli stessi ceti subalterni, oppure c’è intrinsecamente nei ceti subalterni italiani una insufficienza complessivamente “culturale” che impedisce loro di trovarsi pronti agli appuntamenti storici? La penosa vicenda del M5S, con tutti i suoi velleitarismi, e con tutte le sue ambiguità, non mostra infatti in maniera eclatante tale insufficienza? E, d’altra parte, il capitale, con la Lega Nord divenuta Lega Italia, dando voce alla paura securitaria, alla xenofobia e al razzismo che nei subalterni riemerge quando la loro coscienza di classe è distrutta, il capitale, dicevamo, mostra tutta la sua ferocia, ma anche tutta la sua astuzia poiché, volgendo in senso populistico il concetto di Stato-nazione, arriva a proporsi come il baluardo della sovranità. Una partita, anche questa, però, condotta confusamente, dibattendosi convulsamente tra Russia, America e Cina, nel tentativo di sottrarsi alla pressione delle frazioni “rigoriste” del capitale europeo, da cui per altro dipende, così come stanno le cose, la possibilità per l’Europa di competere con gli altri continenti-mondi. Una competizione che appare, se non persa in partenza, sicuramente assai incerta, quando invece, per l’Europa, com’è ormai chiaro da un secolo a questa parte, la salvezza sarebbe, non di rinserrarsi nel suo fascismo perenne, così come fa ogni qualvolta è all’ordine del giorno la fuoriuscita dalla sua cupa alienazione capitalistica, ma di valorizzare finalmente quella critica dell’economia politica che, accendendo tante speranze nel mondo, l’ha resa unica ed universale.

  1. T. Fazi, Signoraggio, “divorzio”, debito pubblico: facciamo chiarezza una volta per tutte, http://www.marx21.it/index.php/italia/economia/29532-signoraggio-qdivorzioq-e-debito-pubblico-facciamo-chiarezza-una-volta-per-tutte []

Le lotte di classe acefale in Francia

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In Francia, da due mesi ormai le lotte di classe, dal cielo del parlamento e del dibattito pubblico sono debordate in strada nell’aperto conflitto con le forze dell’ordine. Ci sono diversi fattori che hanno spinto a questo esito. Anzitutto si è acuita la contraddizione di base di ogni rivoluzione, cioè il contrasto tra le forze produttive moderne e le forme capitalistiche di produzione (Marx). Il conflitto è scoppiato nel settore dei trasporti, dove la tecnologia fa intravvedere la possibilità di mezzi di trasporto meno inquinanti e automatizzati. Ma questo sviluppo di forza produttiva avviene senza che venga modificata la concezione individualistica del trasporto. Anzi, quest’ultima viene rinforzata: perché prendere un autobus affollato, se posso avere una macchina non inquinante e automatizzata? Se poi questa macchina è anche condivisa (car sharing), c’è pure la magia di una forma collettiva di trasporto individuale. La premessa occulta di tutta questa costruzione è che non esistano tecnologie che possano rendere i mezzi di trasporto pubblico non inquinanti, automatizzati e comodi da prendere. Impostata la tecnologia sulla fruizione privata del trasporto, i vincoli che ne discendono (strade fornite di sensori, ecc.) limitano l’innovazione alla ristretta cerchia urbana, contro la più estesa e disagiata campagna. La tecnologia diventa così la base falsamente oggettiva di una inevitabile disuguaglianza, che trasforma in anti-moderni coloro che, subendola, si ribellano. C’è insomma un nesso strutturale, tecnologico e sovrastrutturale che eternizza la vecchia concezione egemonica, legittimando l’appropriazione capitalistica dell’avanzamento tecnologico. Le punte più aperte della filosofia idealistica contemporanea riconoscono l’esistenza delle forme capitalistiche di produzione, ma semplificano quel nesso opponendo la “tecnica” al “capitalismo” (Severino). In realtà, la tecnica è al servizio dell’egemonia, poiché serve a tacitare nuove concezioni, la cui oggettivazione metterebbe in crisi le forme capitalistiche di produzione. La protesta dei gilet gialli si esprime immediatamente come difesa della vecchia macchina diesel, inquinante ed essa stessa portatrice di una concezione individualistica, ancorché rurale, del trasporto. Indirettamente, però, la loro lotta evidenzia il limite di un assetto egemonico la cui permanenza ostacola l’intera totalità sociale, poiché crea diseguaglianze e favorisce la sola concezione che va d’accordo con l’appropriazione capitalistica, quella individualistica. Qui si coglie un significato essenziale del contrasto tra le forze produttive moderne e le forme capitalistiche di produzione che, se inteso economicisticamente, si perde: la lotta di classe avviene sul terreno ampio dell’egemonia, poiché la protesta contro la diseguaglianza e l’ingiustizia non può risolversi in un puro atto redistributivo, ma deve essere in grado di rimettere in questione intere concezioni che reggono la prassi sociale in ogni suo settore.

Le odierne lotte di classe in Francia presentano però un carattere politico specifico che spiega perché stentino a radicarsi sul terreno della lotta egemonica, e ristagnino nella rabbiosa lotta di strada. La Francia, da un buon cinquantennio, controlla la forma capitalistica di produzione grazie al sistema politico gollista che, in nome dell’ideologia repubblicana antifascista, tiene ai margini la tradizione passatista e risucchia al centro ogni velleità di cambiamento. Questo gioco però si è esaurito con la presidenza Hollande, in cui quel che restava del socialismo, con il suo totale ralliement alle esigenze produttive e al modo di vita imposto dal capitalismo finanziario europeo (austerità + consumo), ha definitivamente dilapidato ogni residua possibilità di condurre vittoriosamente anche solo un barlume di lotta di classe nelle istituzioni esistenti (Engels). Di fronte a questa immane disillusione a sinistra, e al residuo ma sempre più stanco persistere del discrimine antifascista a destra, la sortita di Macron (En marche) si è rivelata quindi, più che un incitamento (en marche!), una marche en solitaire, l’ultima fiammata di un sistema politico in cui minoranze privilegiate tiranneggiano, al netto di forme democratiche sempre più vuote, una maggioranza che si percepisce, quando non è effettivamente, più povera.

Una maggioranza, ecco un terzo fattore dell’esito conflittuale ma scarsamente egemonico delle attuali lotte di classe in Francia, che è tale perché, oltre al fronte proletario, la cui coscienza è stata però distrutta dall’opportunismo delle sue rappresentanze politiche, vi confluisce l’ampio ceto medio sparso in tutto il territorio nazionale, l’erede sociologico di ciò che nella Francia ottocentesca era l’immensa classe contadina, la quale non fu mai capace di nessuna iniziativa conseguentemente rivoluzionaria (Marx). Un po’ per questo suo carattere storico, un po’ per il carattere composito del fronte in cui confluisce, le lotte di classe che essa sta conducendo da due mesi a questa parte, appaiono acefale, un affrontamento che resta accanita lotta di strada, a volte sfociante in episodi truci ma militarmente impari, e sinora senza sbocco politico, poiché la richiesta di dimissioni del presidente della repubblica appare a tutti un salto nel vuoto, dal momento che solo il rabbuiato e paternalistico sparire e riapparire di De Gaulle davanti al maggio ’68 è l’unico modello di via d’uscita dalle crisi sperimentato dalla V repubblica. Vorrà il giovane Macron tentare questa strada? Visibilmente non ne ha la capacità, poiché ogni suo scomparire e ricomparire viene interpretato come l’arroganza di un debole Luigi XVI. E d’altra parte, le sue dimissioni aprirebbero la strada ad una lotta confusa tra raggruppamenti politici che da tempo indulgono in una più o meno aperta negazione di una netta demarcazione tra destra e sinistra, le quali non sono specie naturali, ma categorie che vanno difese e coltivate al fine di una corretta prassi politica. È insomma l’interregno “populista”, il lungo e caotico periodo intermedio tra egemonia in atto e nuova egemonia, che in Francia dilaga nello scontro di strada senza sbocco, e in Italia nel “contratto di governo” che prelude alla ciclica stabilizzazione moderata. In mancanza di un adeguato canale egemonico, culturale ed organizzativo, un’enorme energia rivoluzionaria viene così dissipata, senza che possa tornare utile ad incardinare la “riforma economica” (Gramsci), da cui trarrebbero vantaggio non solo le classi oppresse, ma l’intero assetto europeo contemporaneo, che ristagna invece in un plumbeo clima penitenziale, reso ancora più stridente dall’obbligo di godere in tutti i luoghi di consumo di cui quotidianamente abbisogna l’austerità per autoalimentarsi.