Archive for duemilaventi

Chi è Salvini?

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Chi è Salvini? Salvini è un po’ Stenterello, la maschera fiorentina della commedia dell’arte. È vero, Stenterello era mingherlino e secco, mentre Salvini tende alla pinguedine, ma come Stenterello è un gran chiacchierone e anche un po’ pauroso, bastava vedere la sua faccia quando i gabbiani gli planavano sulla testa, mentre faceva la diretta facebook dalla terrazza del Viminale. Lì Salvini, però, da bravo Stenterello, era anche furbo, furbissimo. Come strillava contro la Raggi, che non pulisce le strade dalla spazzatura! Alleato dei cinquestelle, certo, ma calci negli stinchi appena può. Stenterello è il politico perenne che crede di saperla lunga. Se una proposta ardita viene da un competitore interno o esterno al partito, egli la fa subito propria perché così ritiene di poterla smontare e disinnescarne la carica. Quante sono state le giravolte di Salvini? La più grande di tutte, da comunista padano a fascista cristiano. Salvini, la cui suprema furbizia consiste nell’occupare la casella sulla quale presumibilmente si collocheranno gli altri politici e il gioco si svolge in una gran confusione, tutti adottano la stessa tattica e le stesse prospettive. Poi sarà la furbizia pretesa di Salvini-Stenterello ad avere la meglio sugli altri contendenti, condannati alla sconfitta perché ritenuti non si sa perché sprovvisti del dono prezioso dell’astuzia che abbonda nella sua testa. Costruttore infaticabile di trappole, Stenterello però spesso resta vittima delle sue stesse diavolerie. È da un anno infatti che Salvini prepara trappole per i grillini, e fa intravvedere un giorno sì e l’altro pure che domani ci sarà la crisi di governo. Ma non si decide. Forse si crede un Fabio Massimo Temporeggiatore, ma è solo uno Stenterello che cadrà nelle sue stesse macchinazioni: la crisi di governo la faranno gli altri, e a quel punto i suoi amici Putin e Trump lo sfanculeranno.

Salvini però è anche un po’ Don Rodrigo, il quale come si sa, si può considerare un don Giovanni mancato: desideroso di possedere Lucia, deve ricorrere alla violenza, perché incapace di usare la seduzione. Qui non c’è Lucia, e il matrimonio che non s’ha da fare è con l’immigrazione. E l’immigrazione, con quei bei corpi maschili e femminili, per quanto provati, che porta con sé, suscita un desiderio di possesso che, in chi è incapace di seduzione, può essere soddisfatto con la violenza, violenza indiretta, sfruttamento emarginazione prostituzione, o diretta: respinti, lasciati in mare sotto il sole cocente, bombardati, come chiede Giorgia Meloni, una Monaca di Monza che, spinta dalla sua concezione dell’amore come vassallaggio, dopo aver scartato l’ormai spento Egidio-Berlusconi, la spara grossa per ingraziarsi Salvini-Stenterello che, di sondaggio in sondaggio, di elezione in elezione, sta diventando il signorotto di quel grosso borgo rurale che è ormai l’Italia penta-leghista.

Ma Salvini è anche un po’ Franti, il cattivo sottoproletario che trema davanti ai ragazzi più grandi e se la prende con quelli più deboli di lui. E che alla fine viene prima espulso dalla scuola e poi mandato in prigione dopo una rissa con Stardi. E chi potrebbe essere Stardi? Beh, Stardi potrebbe essere Maurizio Landini. Tozzo e incazzoso, considerato all’inizio duro di comprendonio, supererà le sue difficoltà grazie all’impegno nello studio, e a fine anno risulterà uno dei migliori della classe. Classe operaia, naturalmente. Stardi ha un fratello più piccolo, Nicola Zingaretti, al quale vuole un gran bene, come si vedrà quando lo difenderà da Franti, in una rissa che finirà con la sua vittoria. È vero che per Umberto Eco, Enrico, il pallido protagonista di Cuore, rappresenta l’Italia mediocre e perbenista destinata a sfociare nel fascismo, mentre il cattivo Franti, con i suo bacioni sarcastici, rappresenta la sovversione dell’ordine sociale vigente. Ma queste sono le lucciole per lanterne prese da una certa sinistra quando c’era la grande bonaccia. La noia era tale, che i cattivi venivano scambiati per rivoluzionari. Quando è arrivata la tempesta, le cose si sono chiarite, e ora sarebbe davvero grottesco descrivere Salvini-Franti come un sovvertitore dell’ordine sociale vigente. Se c’è una cosa che Salvini vuole, è non solo non sovvertire, ma addirittura restaurare l’ordine sociale vigente. Certo, non quello ipocrita e mieloso delle democrazie liberali, che egli disprezza profondamente, ma quello solido della “tradizione”, il Dio, sangue e suolo dove il capitale, piccolo e grande, può scorrere feroce perché ben protetto da “sani principi morali”.

Alla fine, dunque, Salvini è una maschera di maschere. Una specie di uno, nessuno e centomila, ma senza la gravità tragica dell’uomo senza qualità del Novecento, piuttosto con la meccanicità rotonda dei robot odierni, il cui algoritmo lo scrivono gente di cui Stenterello-Don Rodrigo-Franti, alias Matteo Salvini, manco sospetta l’esistenza. Salvini, una maschera di maschere, progettata al computer e indossata da un robot.

Il futuro tra passato e presente

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…divagando tra passato e presente se prima il problema in Italia era la mancata nascita dello Stato territoriale ora è l’assenza del partito di classe se prima la domanda era perché nel ‘500 non sorge in Italia la monarchia assoluta dopo la domanda diviene perché nel ‘900 all’inizio degli anni Venti la rivoluzione di classe fallisce e dopo non c’è più alcun tentativo serio di reimpostare la questione intreccio di debolezza della controparte capitalistica che genera una classe disgregata e di mitologia rivoluzionaria astratta il mito sovietico-internazionalista sorta di surrogato del tradizionale cosmopolitismo italiano ideologia di una classe senza consenso nella società l’equivalente della mancanza di territorio per lo Stato durante i lunghi secoli che precedono l’unificazione in Machiavelli il popolo viene incorporato nei governanti come milizia il partito di classe come milizia che però governa il limite del Machiavelli nella sua proposta di una monarchia assoluta borghese popolare antifeudale e anti-ecclesiastica è di avere solo alluso alla “riforma economica” (superamento dei privilegi feudali saldatura di città e campagna integrazione delle classi rurali nella struttura statale) ma oggi come impostare la “riforma economica” se la componente popolare divenuta piccolo ceto medio proprietario senza più la certezza dell’ascesa sociale è in preda a rabbia e frustrazione che alimentano nuovi Stenterelli i furbissimi che ci tengono a far sapere che sono furbissimi Berlusconi Renzi Salvini errore di avere smantellato il partito per farlo sommergere dalla società ipsi dixerunt costituzionalisti politologi teorici della politica e altri consigliori di tal sorta cui sulla sinistra estrema fanno eco i fautori dell’immersione nella società con i presidi sociali del lungo periodo ma come disse il saggio nel lungo periodo saremo tutti morti tornando al passato più recente il mito sovietico diventa un peso non tanto quale portatore di dogmi rivoluzionari ma in quanto vincolo geopolitico quando cioè la rivoluzione viene incapsulata nella guerra fredda per cui la vittoria della rivoluzione è la vittoria dello Stato russo-sovietico nella competizione con gli Stati Uniti e risalendo ad un passato più remoto come nel Cinquecento in Italia la Chiesa che pure possiede un suo territorio e una sua forma statuale non funge da elemento unificatore di tutto il territorio italiano analogamente nel Novecento l’URSS non riesce ad unificare il campo rivoluzionario mondiale l’impedimento ad una Chiesa quale monarchia assoluta estesa a tutto il territorio italiano viene dagli stati europei per il pericolo di una unificazione della penisola sotto le insegne papali ma anche dallo stesso universalismo cattolico analogamente l’internazionalismo rivoluzionario per divenire ideologia unificatrice mondiale avrebbe richiesto un vincolo meno forte al limite nessun vincolo statuale-territoriale con lo Stato russo-sovietico quindi “rivoluzione permanente” ma carattere astratto di questa formula perché non sorretta da una analisi concreta dei vari quadranti in cui tale rivoluzione avrebbe dovuto compiersi tenendo conto degli scarti temporali ecc. di qui l’“egemonia” ma in assenza di un centro unificatore delle varie lotte egemoniche in assenza di una Internazionale egemonista l’egemonia diventa ideologia nazionale via nazionale al socialismo policentrismo eurocomunismo socialismo dai caratteri cinesi ecc. ecc. tutte formule più o meno di successo che però indeboliscono e annebbiano la prospettiva richiedendo ardui atti di fede come nel caso della Cina dove il gigantesco sviluppo delle forze produttive dovrebbe generare una spontanea modificazione dei rapporti di produzione mondiali campa cavallo se oggi Cuba e Venezuela sprigionano ancora una attrazione rivoluzionaria è perché pur nelle difficoltà in cui si dibattono sfruttando le ambiguità e gli interessi della Russia e della stessa Cina riescono ad abbozzare un minimo di coordinazione ma il limite è di non riuscire a venir fuori dalla logica di un confronto Nord-Sud tutto americano e bisogna vedere se una autentica rivoluzione in Venezuela che superi il petro-chavismo non debba fondarsi su un rigoroso anti-estrattivismo lì davvero il socialismo è una questione ecologica per tornare all’Italia bisogna vedere se una possibile riaggregazione nazionale non possa e debba ripartire dal Sud arretrato-disgregato per trasformarlo in una piattaforma da cui muovere verso il Nord difeso da fortezze e casamatte produttive domanda di Gramsci se con il processo unitario risorgimentale non ci sia stata una perdita secca di ciò che rappresentava ciascuna delle entità statuali che vennero inglobate domanda che si ritrova nell’indipendentismo meridionale odierno nelle risorgenze borboniche ecc. ma in queste tendenze manca qualsiasi analisi politico-statuale di classe si tratta di un’ideologia reattiva del piccolo ceto medio meridionale in odio al leghismo nordista che lascia immutata la grande disgregazione la riorganizzazione del Mezzogiorno non può essere l’opera di un presunto potere terzo esterno al di sopra della mischia di classi e fazioni l’Europa ché essa stessa è una fazione ma deve essere l’opera di un potere popolare di parte una moderna milizia di classe che proceda ad unificare l’esistente verso una universalità legittimata dalle tendenze oggettive dello sviluppo storico in questo senso bisogna vedere cosa si può trarre dall’allentarsi di vincoli ed alleanze internazionali sclerotizzate il vincolo americano e Nato per annodare un’alleanza con Russia e Cina venendo incontro al loro bisogno di una proiezione nel Mediterraneo e di un corridoio verso l’Europa continentale una simile prospettiva sebbene piena di ombre e pericoli sarebbe più realistica di un dialogo in nome di una comune presunta mediterraneità con i paesi dell’altra sponda Egitto Libia Tunisia ecc. sconvolti da turbolenze di ogni tipo e sinora incapaci di staccarsi dall’alternativa dispotismo o caos questione meridionale quindi come questione nazionale di nuove alleanze internazionali…

Se subalterno diventa un insulto

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«L‘Italia leghista è un rivolgimento profondo, sociale e culturale prima ancora che politico, come testimonia il voto nelle ex regioni rosse. Già in passato le classi subalterne si illusero di trovar tutela nella trincea della nazionalità. Non finì bene». Così ha twittato Gad Lerner, qualche giorno fa, sollevando lo sdegno di tutto l’universo social-mediatico per l’offesa portata, con quel “classi subalterne”, a coloro che alle recenti elezioni europee avevano votato massicciamente Lega. Classi subalterne. Com’è potuto accadere che un termine fra i più importanti del contributo di Gramsci alla marxiana scienza della lotta di classe (copyright, Louis Althusser), sia divenuto un insulto classista? Gramsci fa sempre brutti scherzi. I suoi termini sono a doppio taglio, e si vede che Lerner orecchia. Se avesse letto bene Gramsci, avrebbe compreso che classi subalterne è un concetto, al tempo stesso, descrittivo e normativo. Descrive il fatto sociologico della divisione tra governanti e governati, ma esprime una rivendicazione politica di identità dei governati, al fine del proprio riscatto. Ora, un tempo i subalterni erano orgogliosi di essere tali perché credevano, istruendosi e lottando, di potere battere i dominanti e abolire il dominio per conto di tutto il genere umano. Ma oggi sono rabbiosi e frustrati perché, pur avendo lottato e pur essendosi istruiti, tutto ciò non è accaduto, e la loro condizione è peggiorata. Perciò, sentirsi dare del subalterno non li gratifica, anzi ricorda loro una condizione che rifiutano, e non ammettono che li riguardi. Non sono forse l’infallibile popolo sovrano, come esige da loro il discorso democratico? Ed è forse un caso che “classe dirigente” è invece una locuzione di successo? Tutti aspirano ad entrare nella classe dirigente, tanto è vero che primarie e parlamentarie sono sempre affollatissime. Impegno civile? Può darsi. Ma perché escludere che la legittima voglia di riscatto oggi si traduca semplicemente e brutalmente nella voglia di andare a comandare? Rabbia e frustrazione, dunque, oggi, nei subalterni, ma anche egoismo, perché sono passati dal girone del consumismo e dell’ascesa sociale, le cui conquiste si sono rivelate effimere sotto l’urto della crisi economica. Si sono aperte così fratture, e se il subalterno immigrato reclama i diritti di sopravvivenza, il subalterno nativo rivuole indietro ciò che nel frattempo era diventato, almeno in parte, un privilegio. Ci si interroga su come tornare a parlare agli operai. Con il semplice ma efficace discorso della verità, si potrebbe rispondere con Bertolt Brecht. Ma dai tempi di Brecht, la condizione dei subalterni è molto cambiata, e ricorda quella ambivalente della nevrosi. Prima i subalterni dovevano prendere coscienza. Coscienza della propria condizione di classe. E la presa di coscienza, essendo un’operazione razionale, era relativamente semplice, anche se emotivamente costosa. Oggi l’operazione è più complessa, perché non si tratta più di presa di coscienza, ma di un transfert che ricomponga un vissuto lacerato da rimozioni vecchie e nuove. In parte, questa è l’emotività che vorrebbero recuperare i “fagiolini”, i discepoli di Massimo Fagioli, lo psicanalista eterodosso che praticava l’analisi collettiva anonima. Solo che non ci si può crogiolare nel tempo infinito di una psicoterapia di massa. L’azione politica, che resta pur sempre un conflitto dove si vince o si perde, ha le sue urgenze, e il Moderno Principe cui Gramsci affida le sorti dei subalterni non può diventare il Grande Analista. Al massimo, affinché la politica non si disumanizzi, com’è tragicamente accaduto in passato, si può pensare ad una energica “terapia comportamentale”, che allevii i sintomi più lancinanti di cui soffre la sinistra – mancanza di uomini d’azione, divisione insanabile tra estremisti e moderati, incapacità di scegliere scopi e di adeguarvi i mezzi, verbalismo, narcisismo, opportunismo. Una terapia comportamentale, una “manipolazione buona” che, riportando la nevrosi ad un livello accettabile, renda di nuovo possibile ricostituire un esercito di combattenti, perché di questo infine si tratta, di un combattimento dove la controparte non ha mai disarmato, e mai disarmerà, perché tutta la realtà fattuale sta dalla sua parte. Ed è solo con la lotta che è possibile dimostrare che si tratta di una realtà effettuale sbagliata.

Darwin, Piaget e la nuova intelligenza umana

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Nei suoi lavori di botanica, Darwin evidenzia la presenza di una intelligenza naturale che si manifesta in apparati e comportamenti di varie specie di piante. È un’intelligenza tattilo-percettiva che dà luogo a scelte e che si propone scopi [1].

In filosofia, l’ipotesi di un’intelligenza simile configurerebbe una posizione idealistica. È lo spirito, il pensiero, la mente che si incorpora in apparati biologici più o meno elaborati, in grado di muoversi, percepire, calcolare. Se poi la manifestazione dello spirito segue un percorso finalistico che mette capo in uno Spirito assoluto, allora siamo in presenza di sistemi filosofici come quello di Hegel.

Non è il caso di Darwin, ovviamente, ma l’evidenza di una intelligenza naturale consente di riflettere sul finalismo dell’ontogenesi dell’intelligenza umana, senza entrare in conflitto con il modello evoluzionistico. Il finalismo hegeliano dello Spirito assoluto coglieva mitologicamente il problema. Diverso è il caso dell’ontogenesi studiata da Piaget, poiché si situa sullo stesso terreno osservativo-sperimentale di Darwin.

Jean-Blaise Grize, il geniale logico collaboratore di Piaget, e maestro di chi scrive, aveva avanzato l’ipotesi di una logica naturale, identificandola con l’argomentazione, intesa in senso ampio, per differenziarsi dalla logica formale su cui Piaget voleva “chiudere” il finalismo ontogenetico degli stadi, da quello sensorio-motorio a quello intuitivo a quello ipotetico-deduttivo. Passando dalla logica alla retorica, però, Grize era rimasto invischiato, sebbene attenuandolo, nel logicismo di Piaget.

L’evidenza più vasta dell’intelligenza naturale permette invece di guardare in modo non più logico, ma storico-genetico all’ontogenesi di Piaget. Alla luce dell’intelligenza naturale, infatti, l’ontogenesi appare come il modo di produzione sociale dell’intelligenza umana.

Ricercatori come Michael Tomasello, che si richiama a Piaget però equivocandolo, o anche etologi come Mark Bekoff, che ricerca la morale già presso gli animali, continuano a riportare l’intelligenza umana a moduli e comportamenti presenti in natura, come se tale intelligenza derivasse da un particolare assemblaggio cui casualmente ha arriso il successo.

In realtà, senza quel modo sociale di produzione, prodotto esso stesso dell’evoluzione, l’intelligenza umana non esisterebbe. Questa non è cattiva immanenza. Nel passaggio dall’intelligenza naturale all’intelligenza umana, infatti, c’è un momento formale e un momento reale. Nel momento formale, il cui prodursi deve essere oggetto esso stesso di indagini osservativo-sperimentali, il rapporto sociale assume determinate caratteristiche non più evoluzionistiche ma genetiche, per cui i ruoli naturali di dominanza si staccano dalla forza bruta, diventano ruoli sociali, e cominciano a richiedere un’equilibrazione finale che annulli l’asimmetria di potere iniziale. Con questo momento formale, si è solo generata una cellula germinale, ma il panorama dell’intelligenza naturale non cambia ancora in nulla. È solo con il momento reale che si ha non più una differenza di grado, ma un salto categoriale, poiché la forma nuova di intelligenza assoggetta ai propri scopi tutta la rimanente intelligenza naturale. Si direbbe che qui si innesca l’odierna questione ecologica, la quale però deriva non da quell’assoggettamento originario, ma dal blocco dell’equilibrazione finale. La questione ecologica non è dunque una questione naturale (rapporto uomo-natura), ma storico-genetica (rapporti tra gli uomini in riferimento alla natura).

L’ontogenesi dell’intelligenza umana ha ovviamente una sua storia, poiché è differente il modo di produzione della mente di homo habilis da quella di homo faber da quella di homo sapiens. Prova ne è che l’infanzia è un prodotto storico-genetico assai recente. Ma il punto da sottolineare è che il carattere non più evoluzionistico, ma genetico, di questa ontogenesi consente di porre l’ipotesi che essa non abbia raggiunto la sua equilibrazione finale nella logica formale, così come voleva Piaget nella sua veduta logicistica, poiché la storia potrà richiedere altri avanzamenti nel modo di produzione della mente umana che l’ontogenesi dovrà fissare, riaggiustando il proprio modo di produzione e adeguandolo ai compiti nuovi richiesti dagli ulteriori avanzamenti raggiunti. E anche da questo dipenderà la soluzione dell’odierna questione ecologica.

Molti individuano questo nuovo stadio nell’intelligenza artificiale, nel potenziamento umano, nello sganciamento della mente dal corpo, e nella sua virtualizzazione. Queste ipotesi però soffrono di tecnologismo, poiché identificano gli avanzamenti con la tecnica e i suoi risultati. Mentre, invece, in coerenza con il “salto” storico-genetico, è più probabile che saranno le nuove equilibrazioni degli originari ruoli naturali di dominanza a richiedere una “intelligenza nuova”, cui eventualmente la tecnica potrà offrire strumenti e materiali con cui concretizzarsi, ma il cui raggiungimento non potrà avvenire che tramite i conflitti e le lotte di emancipazione storico-sociali.

 


[1] F. Giaculli, Radici pensanti e orchidee seducenti. Charles Darwin e la botanica, http://lameladinewton-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/2019/05/20/radici-pensanti-e-orchidee-seducenti-charles-darwin-e-la-botanica/

I giorni bui dell’egemonia (2)

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Solo la forza politica, fondata sull’espansione economica,
può essere la base per un’espansione culturale
                                              (Gramsci, Q. 8, § 106, p. 1004)

 

Di summit in summit, si precisa il progetto di Nuova Via della Seta che la Cina propone al mondo. Ultimamente, infatti, Xi Jinping ha proclamato che essa deve basarsi sulla trasparenza delle condizioni degli investimenti e sulla sostenibilità ambientale1. Nessun accenno, però, non solo ai diritti civili, il che non meraviglia, ma anche ai diritti sociali dei lavoratori del suo paese e dei paesi in cui dovrebbero avvenire gli investimenti previsti dalla One Belt One Road. Tutto sacrificato, dunque, in nome dello sviluppo delle forze produttive, che evidentemente i governanti cinesi ritengono sia possibile protrarre ulteriormente solo promuovendolo anche nel resto del mondo. Questa nuova base economica mondiale in via di edificazione dovrebbe portare con sé una diffusione altrettanto planetaria del chinese way of life. Un modello che, per quanto attaccato dallo sviluppo economico stesso, si basa ancora oggi sull’armonia tra individuo, famiglia e società, in cui fondamentali sono i legami di parentela. Vi sono concorrenti su questo terreno egemonico con i quali il chinese way of life dovrà confrontarsi? Ed esiste un terreno egemonico alternativo a quello a guida cinese che si prospetta per i prossimi decenni?

Oggi, la struttura del capitalismo è caratterizzata dal predominio del capitale finanziario sul capitale industriale, dal sovrapporsi della banca alla fabbrica, della borsa alla produzione di merce, del monopolio al capitano d’industria, e anche quando appaiono nuovi capitani d’industria in nuovi settori produttivi, essi subito si tramutano in monopolisti. Per indicare la pervasività di questo sistema, che riconduce il resto della società alla sua misura “aziendale”, si è escogitata l’espressione di capitalismo assoluto. Ma il capitalismo assoluto è anche il disordine che da tale assolutezza deriva. L’assolutismo monarchico dei secoli XVI-XVII era progressivo, poiché fondava l’ordine degli stati nazionali, dentro cui veniva disciplinata la vita economica della borghesia in ascesa. L’assolutismo capitalistico di fine XX, inizio XXI secolo, disgrega tale ordine, svuota lo stato nazionale e, in diverse guise, si costituisce in potere mondiale autonomo, dai più risalenti monopoli della produzione industriale, con i loro tipici intrecci finanziari, ai più recenti monopoli della produzione informatica, con il loro esibito anarco-capitalismo.

Ci si può chiedere se questo sfrenato disordine sia un vizio del capitalismo odierno, o se è invece la sua normalità2. La storia mostra che si tratta della sua normalità, poiché questo disordine non si presenta oggi per la prima volta. Era già apparso all’epoca della prima grande crisi degli stati europei, sboccata nella guerra del ’15-’18. La fase successiva, iniziata nel 1945, e durata sino a tutti gli anni Settanta del XX secolo, vide il tentativo da parte degli stati europeo-occidentali, in cui grande peso avevano i movimenti dei lavoratori, di imbrigliare tale tendenza tramite la “coalizione antifascista” che, nel corso della seconda guerra mondiale, aveva prevalso sulla soluzione alternativa, portata avanti dal nazifascismo, di un ordine corporativo fondato sul suolo, sul sangue e sulla tradizione. Dopo la dissoluzione dell’URSS e la drastica riduzione del campo degli stati socialisti, tale coalizione è stata definitivamente accantonata negli anni Dieci del XXI secolo, quando il potere finanziario è passato all’attacco delle Costituzioni antifasciste3, avvertite come un vincolo ormai ingiustificato dagli attuali rapporti di forza.

Quali sono i contraccolpi nel campo ideologico di questo capitalismo del disordine? Una reazione caratteristica soprattutto dei vecchi stati nazionali dell’Occidente è il sovranismo. Tali stati, di fronte all’esaurirsi della “coalizione antifascista”, tentano ora la soluzione del suolo, del sangue e della tradizione, sconfitta e scartata all’epoca della seconda guerra mondiale. Il sovranismo, perciò, in tutte le variegate forme in cui si presenta, ivi comprese quelle che cercano di porre rimedio al fallimento degli stati nazionali socialisti, vedi la Russia di Putin, è l’erede storico del nazifascismo, cui allude più o meno esplicitamente, mondandolo ovviamente dei suoi tratti più truci.

Ma si oppongono al capitalismo assoluto anche gli stati periferici che, sorti dalla disgregazione del sistema coloniale, e basandosi su una forza economica variamente conseguita, dal possesso di fonti energetiche, allo sfruttamento di immense riserve di forza lavoro a buon mercato, si richiamano a tradizioni differenti. L’Islam, perciò, non come religione, ma come ideologia politica degli stati petroliferi del Medio Oriente, combatte il capitalismo assoluto altrettanto quanto il sovranismo, ma con più determinazione e ferocia, anche perché così facendo cerca di unificare una tradizione dispersa in più quadranti territoriali e politici. E altrettanto lo combatte la Cina neo-confuciana, non negandolo violentemente, ma cercando di assimilarlo in un nuovo ordine mondiale di cui essa si propone come il pilastro portante.

Il chinese way of life è dunque solo una delle potenze ideologiche che si contendono la scena. Ma si chiarisce qui che, assieme al sovranismo e all’islamismo, il confucianismo, a dispetto del suo richiamo al comunismo e alla dottrina marxista, appartiene al novero delle potenze ideologiche regressive. Esso infatti fa dipendere lo sviluppo delle forze produttive da una “armonia” il cui centro propulsore non è l’individuo arricchito da liberi e infiniti rapporti sociali, ma l’“occhio sociale” che, grazie ai nuovi strumenti informatici, riconduce tutto ad un ordine burocratico e poliziesco di cui lo stato-partito è garante4. Ecco perché, allora, in nome della priorità dello sviluppo della base economica, vengono sacrificati senza tanti scrupoli le conquiste sociali del Novecento, cui lo stesso maoismo diede un essenziale contributo. Ed ecco perché lo sviluppo delle forze produttive può essere affidato ad accordi fra governi, indipendentemente del loro orientamento sociale. Ciò che conta non è modificare i rapporti di produzione, ma far scorrere il capitale. Dell’internazionalismo socialista resta così solo un simulacro, che ben si accorda con il globalismo, di cui però si progetta di imbrigliare l’intrinseco disordine con l’armonia burocratico-poliziesca assurta a modello mondiale.

Non è difficile prevedere che il capitalismo assoluto si faccia beffe di tali briglie fabbricate con la stessa materia di cui esso è composto. Ma la domanda da porsi è se nell’ora in cui le forze progressive vivono la loro più grave crisi, è possibile imporre un terreno egemonico alternativo a quello che si contendono le tre fiere ideologiche sopra individuate. Le democrazie liberali sono oggi deboli e vacillanti come, trenta anni fa, gli stati socialisti alla vigilia del loro crollo. Gli stati socialisti si sono ridotti a Cuba e al Venezuela, che subiscono l’embargo insensato da parte delle stesse democrazie liberali, le quali invece di ritirare l’appoggio incondizionato a quel capitalismo assoluto che le ha corrose dall’interno, e convergere con quei due stati socialisti per avanzare assieme verso nuovi modelli sociali, agiscono ciecamente con i vecchi riflessi della guerra fredda, come dimostrano le inerzie e le viltà verificatesi nei confronti del Venezuela, un paese pacifico in cerca del suo modello sociale che viene stritolato dalla logica pregiudiziale di schieramenti non solo obsoleti, ma incapaci di opporsi a quelle tendenze ideologiche, il sovranismo, l’islamismo, il confucianismo, che sono le vere minacce per le democrazie liberali.

Domina perciò non tanto il “pensiero unico”, ma il vecchio pensiero, e tarda ad affermarsi una riflessione spregiudicata sulle conseguenze nefaste della contrapposizione tra liberalesimo e socialismo che ha contrassegnato il Novecento, e che ancora oggi perdura nel momento del massimo pericolo. Tale contrapposizione ha minato l’egemonia dell’Occidente, rendendo gretto il liberalesimo e primitivo il socialismo. Si tratta di una frattura da ricomporre, ma non certo nella forma di una santa alleanza difensiva. Al contrario, la ricomposizione non può che essere offensiva, volta ad affermare il principio di una libertà non più individualistica, e di un’uguaglianza non più economicistica. Una sintesi che, quando e se avverrà, deve avvenire sul terreno politico della reciprocità:

Ma la tendenza democratica, intrinsecamente, non può solo significare che un operaio manovale diventa qualificato, ma che ogni «cittadino» può diventare «governante» e che la società lo pone, sia pure «astrattamente», nelle condizioni generali di poterlo diventare; la democrazia politica tende a far coincidere governanti e governati (nel senso del governo col consenso dei governati), assicurando a ogni governato l’apprendimento gratuito della capacità e della preparazione tecnica generale necessarie al fine (Gramsci, Q. 12, § 2, p. 1547).


 

  1. https://www.repubblica.it/esteri/2019/04/26/news/cina_xi_corregge_la_via_della_seta_zero_corruzione_e_piu_sostenibilita_-224874211/ []
  2. A. Gramsci, La relazione Tasca e il congresso camerale di Torino, in Id., L’Ordine Nuovo 1919-1920, Torino, Einaudi, 1975, p. 130. []
  3. https://www.wallstreetitalia.com/jp-morgan-all-eurozona-sbarazzatevi-delle-costituzioni-antifasciste/ []
  4. S. Pieranni, Le vite a punti dei cinesi all’ombra del partito, “il manifesto”, 23.9.2018, p. 8. []