Putin

Il mosaico esploso

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La realtà in questo momento è un mosaico esploso. Inutile cercarci un filo logico, semmai nella realtà ci fosse una logica, direbbe il realscettico che lasciamo volentieri alla sua scontata saggezza. I valori che difende il giudice costituzionale americano Alito sono gli stessi per i quali il patriarca ortodosso russo Kirill sostiene la guerra di Putin. Entrambi sono anti-abortisti. Non è uno scontro ma un incontro di civiltà se non fosse che di mezzo c’è la varietà delle sovrastrutture. La nobiltà del diritto contro la barbarie della guerra. Ma la guerra, sotto forma di “guerra giusta”, diretta o per procura, è lo strumento con cui l’Occidente secolarizzato, che rivendica l’aborto e la gestazione per altri, alias utero in affitto, come propri tratti distintivi, si impone al mondo esigendo che si uniformi agli alti standard dello Stato di diritto. Ma non è una “guerra giusta” anche quella di Putin? Non è una “guerra giusta” quella che si prefigge di anticipare una possibile aggressione? Il terreno si fa malfido. Torniamo all’incontro di civiltà. Per molti è un convergere di inciviltà, un ritorno vertiginoso all’oppressione delle donne. Come negarlo? Ma quanti di costoro sono disposti ad ammettere che altrettanto barbaro e incivile è prendere in affitto un utero come se fosse un appartamento dove poter passare i nove mesi d’attesa della nascita di un bebè? Si dirà, perché stigmatizzare un commercio che fa felice chi così si procura la progenie e fa guadagnare la donna che vende la propria funzione riproduttiva? Non è forse utile e addirittura lecito tutto ciò che diminuisce la sofferenza umana? E in questo caso diminuisce la sofferenza di chi non può procreare altrimenti e di chi può trarsi fuori dall’indigenza e così magari poter pagare gli studi ai propri figli assicurandogli di poter ascendere socialmente. Ma la diminuzione di sofferenza, qualsiasi essa sia, fisica, mentale o sociale, la si deve calcolare solo per l’individuo o anche per la collettività? Ammettiamo che un certo numero di individui ottenga reciprocamente una diminuzione di sofferenza ordinando un figlio a pagamento e vendendo per tale prestazione la propria capacità riproduttiva. Salvo nel raro caso del dono, questo circuito non comincia e finisce in un valore d’uso, ma attivando un tempo di produzione che coincide con quello riproduttivo genera una massa di valori di scambio che, come recita la dottrina, si erge come cosa esterna ed estranea agli stessi individui che la producono. Questa ricchezza sociale alienata, come tutte le ricchezze di tal genere, comporta una divisione del lavoro e uno scambio ineguale che ha come effetto di sistema una massa di sfruttati e una minoranza di sfruttatori indipendentemente dalle intenzioni morali degli individui all’origine di tale alienazione. La loro ricerca di felicità non è dunque all’origine del bene comune, come sostiene dal Settecento a oggi il bravo borghese che magnifica i vizi privati generatori di pubbliche virtù, ma determina un’infelicità collettiva poiché crea un sistema di rapporti sociali basati sul dominio e lo sfruttamento insiti nella produzione e appropriazione di plusvalore. Senza accorgersene, tali individui sono passati dalla bioetica all’economia politica, dalla rivendicazione morale dei propri diritti individuali all’edificazione ontologica della propria servitù collettiva. Si dirà, ma qual è l’istanza che può stabilire l’infelicità di una collettività solo perché è determinata dalle leggi del plusvalore? Chi può dire che gli ucraini presi nel loro insieme sono infelici perché i ricchi dell’Occidente affittano l’utero delle loro donne così contribuendo in maniera consistente alla formazione del loro prodotto interno lordo? Può la critica dell’economia politica fondare un giudizio di valore? No, non può. E per fortuna della critica dell’economia politica Putin, ben consigliato da Dugin, non si basa su di essa per sottrarre l’Ucraina all’influenza dell’Occidente. Ma la critica dell’economia politica può chiarire la base oggettiva del nazionalismo che dilania l’Ucraina, svelare la manipolazione che si cela dietro l’eterna promessa borghese dell’ascesa sociale, portare alla luce il contrasto tra diritti dell’individuo ed esigenze della collettività. Sta poi alla saggezza del popolo apprezzare le verità della critica, sottrarsi alle trappole del plusvalore, attuare i diritti dell’individuo salvaguardando l’intero sociale. Ma chi è il popolo? La massa indistinta? La sua classe dirigente? I suoi sapienti? Gramsci sosteneva che “tutti gli uomini sono filosofi” e assegnava alla politica, cioè alla lotta di classe guidata dal partito della nuova egemonia non più capitalistica, il fine di determinare le condizioni affinché tale potenzialità potesse esplicarsi. Uno degli effetti del mosaico esploso è l’illusione che tali condizioni si realizzino nella partecipazione sic et simpliciter allo “spazio pubblico”. Una pre-condizione è diventata il fine ultimo. Tutti allora ad azzuffarsi per dire la propria. E c’è pure chi tenta la furbata. Si prenda il partito in ascesa dei Fratelli d’Italia che, dopo aver messo Gramsci nel proprio Pantheon, riformula il suo motto in “tutti gli uomini di valore sono fratelli”, dove il valore che doveva essere il risultato diventa invece il prerequisito. Ma si sa, i fratelli di Giorgia hanno ascendenze elitarie che all’epoca si inverarono nell’energia popolare dei fasci di combattimento. Eia! La Meloni fa le facce buffe se le si chiede dei suoi antenati del ventennio mussoliniano. E ha ragione. Loro non c’entrano niente con quel fascismo. Bisognerebbe chiederle del neofascismo e di tutte le sue collusioni con mafia, gladio e massoneria, al netto dell’immaginetta di Borsellino che certo non può bastare a rendere presentabile una storia. Ma, a proposito ancora di mosaico esploso, questo discorso fa parte dell’indicibile di un mondo che grazie a quelle collusioni ancora oggi è al potere e al cui comando Giorgia e i suoi valorosi fratelli, fedeli alleati ma indomiti patrioti, brigano per subentrare.

La filosofia e lo Stato

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Lo Stato è il luogo in cui la filosofia si lega alla politica in senso non metafisico bensì concretamente storico, ma per le sue divisioni interne e per le forme di sapere alternative con cui è in concorrenza ha dovuto sempre lottare per affermare in esso la propria voce1. Per limitarci all’epoca moderna, nel suo Progetto filosofico per la pace perpetua Kant prevede un articolo segreto che prescrive l’obbligo per gli Stati di prendere in considerazione le massime dei filosofi circa le condizioni che rendono possibile la pace pubblica2. La clausola era diretta contro i giuristi visti da Kant come i principali rivali dei filosofi nell’influenza esercitata sullo Stato. Compito del giurista infatti è di applicare le leggi vigenti e non di ricercare il loro miglioramento, su cui invece verte la competenza dei filosofi che indagano la natura intrinseca della politica. In questo modo però il filosofo, constatava Kant sconsolatamente, si viene a trovare su un gradino inferiore. D’altra parte, lo stesso Kant prevedeva che a imporre la pace tramite un diritto cosmopolitico sarebbe stata la forza del denaro in quanto la più efficace tra tutte quelle in potere dello Stato. Essa infatti, aggiungeva Kant, ben si accorda allo spirito commerciale che prima o poi si impadronisce di ogni popolo. Enunciata come una sorta di legge di natura, questa constatazione era in effetti il riconoscimento implicito dell’avvento del capitalismo che avrebbe fatto emergere dei nuovi concorrenti dei filosofi, gli economisti. Così come i giuristi fornivano giustificazioni per lo Stato armato per la guerra, così pure gli economisti avrebbero fornito giustificazioni per lo Stato garante dello spirito economico capitalistico che aveva soggiogato l’intera società. Il nesso statuale tra politica e filosofia diventa dunque storicamente concreto nel succedersi di differenti egemonie intellettuali corrispondenti a differenti stadi di sviluppo della società. Da ultimo, agli economisti, screditati dall’incalzare di crisi economiche di cui non sono stati in grado di spiegare né l’origine né le cause, è subentrata l’estesa classe degli operatori dei mass media, dello spettacolo e dello sport che assicurano allo Stato l’armamentario discorsivo adatto alla società dominata dalla volatilità del capitale finanziario. Forse è per superare questa agguerrita concorrenza che i filosofi hanno sempre incontrato nel loro rapporto con lo Stato che Marx, nelle condizioni date dell’epoca capitalistica, affermò l’esigenza che la filosofia finalmente passasse dall’interpretazione del mondo alla sua trasformazione.

  1. Il partito-Stato

I tentativi di trasformazione della realtà intrapresi sulla spinta di questa esigenza sono andati incontro a gravi insuccessi, ma non tutto quello che è stato tentato merita di essere liquidato. In questo senso, è utile riprendere alcuni spunti della critica che Lukàcs sviluppò nell’ultima fase della sua riflessione filosofica contro i metodi staliniani di governo dello Stato. Nel suo opuscolo L’uomo e la democrazia3, allo scopo di mostrare come Stalin manipolasse il marxismo per giustificare la sua tirannia, Lukács contesta la sua concezione della legge del valore avanzata nell’opera I problemi economici del socialismo nell’Unione sovietica (1952), in un modo però che sbocca alla fine in un paradossale ribaltamento di posizioni teoriche. Nel suo scritto, Stalin sostiene che la legge del valore, ovvero il tempo di lavoro che i fattori produttivi variano incessantemente così determinando il valore di scambio dei prodotti del lavoro, è legata all’esistenza della produzione mercantile, la cui soppressione a opera del socialismo determinerà la sparizione sia del valore che della legge del valore. È una veduta che traduce in maniera rozza e tranchant ciò che Marx in maniera più indiretta e sfumata sostiene nel Capitale. Lukács invece è del parere che Stalin incorra qui in una “papera” e, riferendosi a un brano finale del primo capitolo del Capitale dedicato al feticismo della merce, spiega che in realtà secondo Marx la legge del valore rimane valida anche nel socialismo4. In realtà, Marx in quel brano semplicemente suppone di far funzionare il socialismo come un modo di produzione retto ancora dal tempo di lavoro, allo scopo di chiarire a chi è culturalmente prigioniero delle categorie dell’economia politica borghese come in effetti funzionano produzione e distribuzione in un modo di produzione retto non più dalla spontaneità del mercato ma da un piano sociale fissato consapevolmente dai produttori5. La supposizione non è di poco conto. Se la legge del valore continuasse a essere in vigore anche nel socialismo e ancor più nel comunismo, non si avrebbe quella trasparenza dei rapporti tra gli uomini, tanto nella produzione quanto nella distribuzione, che invece manca nel capitalismo, dove invece la merce è quel feticcio misterioso che Marx descrive lungo tutto il capitolo in questione. È davvero sorprendente che proprio Lukács, che del feticismo e dell’alienazione di merce fu nel 1923 il riscopritore con la sua opera Storia e coscienza di classe, oscuri questo punto sostenendo che nel socialismo e nel comunismo la legge del valore, o tempo di lavoro, si estende e approfondisce perché in tali nuovi assetti sociali sempre più il lavoro diventa il primo bisogno della vita. È evidente che qui vengono fusi due significati distinti di lavoro, ovvero lavoro come realizzazione onnilaterale dell’essenza umana e lavoro come quantità sociale astratta, il primo significato attinente al comunismo, il secondo al capitalismo. Se si ripristina la distinzione, si vede che la posizione di Stalin, benché meno raffinata teoricamente rispetto a quella di Marx, è paradossalmente più libertaria di quella di Lukács, poiché non pretende che la costrizione collettiva ancora vigente nel socialismo, volta ad accumulare lavoro come quantità sociale astratta, sia considerata un’auto-costrizione liberante per l’individuo. Lukács, invece, con un moralismo implicito che privilegia la società rispetto all’individuo, rinvia a un nebuloso domani la fase in cui il pluslavoro prodotto dal lavoro socialmente necessario potrà servire allo scopo sociale generale dello sviluppo della personalità, finendo per eternizzare uno sviluppo delle forze produttive dominato dalla reificazione di merce qualunque sia il regime di proprietà dei mezzi di produzione. Lukács è pensatore troppo sagace per essere incorso lui stesso in una “papera”. È probabile invece che nel momento in cui con il suo opuscolo si batteva affinché l’opinione pubblica e il dibattito democratico avessero più spazio nel governo dello Stato rispetto ai metodi costrittivi staliniani, egli intendesse consolidare la base economica entro cui il processo di democratizzazione avrebbe dovuto svolgersi, di modo che il passaggio dal lavoro come quantità sociale astratta al lavoro come realizzazione onnilaterale dell’essenza umana rimanesse sempre sotto la guida dello Stato guidato dal Partito. Se si tiene conto di ciò, si vede che la paradossale confutazione di Stalin da parte di Lukács non è un capitolo dell’esegesi marxista di un’epoca ormai tramontata ma illumina ancora oggi il presente. Non è forse questo infatti il dilemma della Cina odierna, dove la crescita impetuosa delle forze produttive promossa dal partito-Stato determina un socialismo dove il pluslavoro è più quantità sociale astratta che strumento di sviluppo onnilaterale dell’essenza umana? E non è un problema della Cina odierna quello di un partito-Stato che si legittima perseguendo la crescita costante del pluslavoro, rinviando però sempre a un indeterminato domani il giorno in cui tale pluslavoro potrà servire allo scopo sociale generale dello sviluppo individuale?

  1. Dialettica dell’abitudine

Nel suo opuscolo, e qui veniamo ai problemi dell’Occidente, Lukács, richiamando l’interesse di Lenin per l’abitudine quale categoria sociologica generale, ricorda che egli concepiva il comunismo come il momento in cui la morale predicata da millenni viene finalmente a poco a poco per abitudine praticata da tutti. Con il suo tipico modo di argomentare Lukács rende omaggio a questa dialettica dell’abitudine in cui è la società che per auto-regolazione passa da un costume all’altro, ma in realtà poi esige che sia lo Stato a promuoverla partendo dalla considerazione di come funziona l’abitudine nella società capitalistica dove, attraverso istituzioni quale il diritto, rafforza l’egoismo dell’uomo quotidiano, abituandolo a considerare il prossimo solo come limite negativo della propria esistenza e del proprio agire6. Per il superamento di tale stato di fatto Lukács individua due forze, la prima costituita dall’entusiasmo rivoluzionario delle masse che fa sì che in determinate epoche storiche le questioni della vita quotidiana si colleghino organicamente con le grandi prospettive politiche, la seconda data appunto dall’azione sistematica dello Stato. Lukács constata l’apatia delle masse rispetto alla fase rivoluzionaria del primo ventennio del XX secolo di cui egli fu testimone e partecipe, e si affida quindi al ruolo dello Stato il cui nerbo però, come sappiamo, è costituito dal Partito quale garante della nuova base economica. Nel tempo intercorso dal suo scritto a oggi più che l’apatia delle masse, in realtà prostrate dal dissolversi del Partito che organizzava il loro entusiasmo rivoluzionario, si è approfondito il connubio dello Stato con il mercato che all’apparenza sembra operare in virtù del libero spirito commerciale, ma in realtà si serve dello Stato per rinforzare con i suoi apparati vecchi e nuovi, magistratura e polizia ma anche televisione e social media7, quell’egoismo economico che sempre più pesa sulle masse come una dittatura senza volto. Lo sfondo della democrazia liberale, allora, sempre meno è il senso civico con cui i teorici del liberalismo spiegano il suo radicamento storico, e sempre più invece è il bruto comando statale mascherato però da una ingannevole spontaneità volta a ribadire l’egoismo economico.

  1. Coronavirus

Dunque, il demiurgo etico-politico che nella prospettiva di Lukács doveva essere lo Stato supportato dal Partito, nella superstite realtà sociale capitalistica è lo Stato fattosi mercato. Ma inaspettatamente una forza che non è lo Stato-Partito né lo Stato-mercato è piombata sulla realtà quotidiana provocando un cambiamento di abitudini che nessuno prima avrebbe mai potuto immaginare. È il coronavirus, all’apparenza un’irruzione della natura nell’organismo sociale, in realtà una porzione di natura incorporata nello Stato-mercato che con forza incontrollata si rivolta contro di esso sconvolgendo le abitudini acquisite. Prima della pandemia era considerato normale intraprendere lunghi spostamenti in auto o con i mezzi pubblici per raggiungere ogni giorno il proprio posto di lavoro. Oggi si registrano forti resistenze a tornare a quelle abitudini di cui si è potuto constatare repentinamente l’alienante artificiosità. E così si potrebbe continuare con esempi simili restando sempre nella cornice quotidiana dell’uomo economico. In generale il coronavirus ha realizzato bruscamente quella “decrescita” materiale per cui tanti si battevano invano. Cosa sono infatti quelle cifre che segnalano l’arretramento catastrofico del Prodotto interno lordo rispetto all’ultimo anno prima della pandemia? È vero, la pubblicità come in un incantesimo ha continuato a somministrare i suoi stimoli consumistici, ma interi settori produttivi si sono contratti per milioni di ore di lavoro la cui inutilità è apparsa all’improvviso lampante. Purtroppo il coronavirus è pura negazione che in assenza di una adeguata dialettica dell’abitudine ha prodotto solo rabbia e frustrazione. Ispirato questa volta non dai giuristi e nemmeno dagli economisti bensì dagli scienziati, lo Stato si è limitato alla stretta sanitaria e i filosofi si sono divisi tra chi denunciava i pericoli della “biopolitica” e chi dava manforte alle proteste dell’uomo economico contro ogni pretesa di “pedagogia sociale”. Così le vecchie abitudini hanno potuto riconquistare facilmente il terreno perduto e come in un immenso esperimento sociale è stata solo ribadita la lezione sociologica generale che le abitudini inveterate possono essere cambiate da uno Stato capace di incutere lo stesso terrore assoluto destato dal coronavirus.

  1. Governi

Il cambiamento di cui si avverte sempre più l’esigenza non può però basarsi sul ritorno del Leviatano ma ha bisogno di quelle conoscenze critiche che in passato hanno cercato di sottrarre lo Stato all’automatismo dei suoi meccanismi di potere. “Spezzare lo Stato” è stata la metafora per indicare la presa di coscienza delle sue basi economiche e delle sue strutture ideologiche su cui fondare il passaggio a una “società civile” di tipo nuovo. La grave battuta d’arresto subita da questa impresa difficile ma necessaria ha di fatto consegnato la politica a un surrogato dello Stato, i “governi”, il cui scopo è la compensazione degli interessi fra i differenti comparti di quell’immenso agglomerato produttivo che è il capitalismo. Lo si vede bene nel pseudo-cambiamento della transizione verde per la quale ci si aspetta che i governi svolgano al meglio la loro opera di comitati d’affari: pareggiare per tutti i settori produttivi tramite la stabilizzazione del prezzo del carbonio il plusvalore da sottrarre a profitti e salari da girare alla rendita, favorire la nuova rendita verde a discapito di quella marrone dei carburanti fossili, foraggiare l’industria digitale legata alla nuova rendita verde. Il tutto naturalmente al fine magnificato dalla scienza ambientale del raggiungimento del punto di equilibrio tra le emissioni di gas serra e la capacità della Terra di assorbirle. Ma per conseguire questa mitologica neutralità climatica, quanti parchi eolici, fotovoltaici, marini e geotermici potrà assorbire la Grande Madre Terra senza entrare in conflitto con le attività e le forme di vita esistenti negli spazi richiesti da tali nuove installazioni? E quante nuove rendite si costituiranno? La risposta sembra essere che per i prossimi cinquant’anni di terra ce n’è abbastanza e per il resto l’importante è rompere gli oligopoli esistenti perché le nuove rendite saranno solo innocue integrazioni di reddito. Così, per restare all’UE, governo di tutti i governi, si programma il “Fit for 55” per il 2030 e ci si propone la “carbon neutrality” per il 2050 cui potranno concorrere virtuosi coltivatori di grano che riscuoteranno la rendita delle apparecchiature energetiche installate nelle loro piccole proprietà dove il palo eolico sostituirà il vecchio mulino. E che c’è di male se usando meno energia si può ottenere la stessa quantità di beni e servizi? Un idillio bucolico che solo i “governi” dediti a una gestione economica rivolta al “benessere” del consumatore possono alimentare in cambio del suo consenso.

  1. Dialettica del finito

L’instaurazione di una democrazia non più scissa tra la sfera astratta dei diritti politici e quella materiale degli interessi economici richiederebbe uno Stato non più asservito al desiderio che rincorre all’infinito se stesso, e ciò non per rinverdire il vecchio sogno sconfitto di dominare la produzione, che basterebbe liberare dalla servitù di miliardi di ore di lavoro inutili, ma piuttosto per capovolgere la prassi consumatrice erede dello stadio arcaico in cui l’individuo si realizza nel possesso di ricchezza. Ma per l’uomo economico che rifugge da ogni “pedagogia sociale” un tale Stato è una inammissibile dittatura che contrasta con la “presa diretta” libidica sulla realtà esterna con cui egli riduce al minimo l’Io collettivo portatore di una decrepita morale. È dall’epoca della Rivoluzione francese che De Sade incita i borghesi ad abolire la morale corrente e a emanare poche, miti leggi che si confacciano alle pulsioni fondamentali dell’essere umano. Ma non c’è società più inconseguente di quella capitalistica. Essa apre le porte dell’Inferno ma si arresta sulla soglia lasciando che chi vi si precipita dentro venga istantaneamente giudicato secondo i dettami della vecchia morale. Né è in grado di proporre una morale nuova che non sia quella ipocrita di chi per censo o per status può sottrarsi a tale condanna. Trionfa così la fluidità infinita del comando assoluto sul lavoro cui ambisce il capitale. Così come infatti si aspira all’infinitezza del desiderio andando oltre incessantemente la finitezza delle cose possedute, così pure si polverizza la merce lavoro in un flusso immateriale e infinito in cui il capitale nel riprodursi non possa bagnarsi più di una volta.

  1. Programma costituzionale

L’arresto di questo vizioso divenire richiederebbe uno Stato basato su una morale finalmente capace di colmare gli abissi scavati dall’economia capitalistica nelle fondamenta della società. Ma così come la morale è costretta all’ipocrisia, così pure lo Stato è sdoppiato nella sua eticità. Nei manuali lo Stato liberal-democratico si auto-celebra come una democrazia costituzionale ma nella realtà al suo interno alberga uno Stato occulto anti-popolare. Il capitolo più recente di tale doppiezza è la teoria socio-economica della modernizzazione che tale Stato anti-popolare ha perseguito lungo tutta la seconda metà del Novecento e che aveva come corollario politico la “strategia della tensione” come strumento di stabilizzazione repressiva rispetto a domande di emancipazione dal basso. Tale strategia non ha riguardato solo i punti caldi del confronto Est-Ovest durante la guerra fredda, ma ogni parte del pianeta in cui l’autonomia popolare potesse implicare la messa in discussione degli interessi occidentali8. Un momento di svolta di tale assetto è stato la caduta del Muro di Berlino, quando la teoria della modernizzazione è stata sostituita dalle privatizzazioni. Mentre nella modernizzazione, che pure implicava il mantenimento dei divari sociali, era consentito un certo trasferimento di risorse dall’alto al basso sociale, con le privatizzazioni le classi disagiate sono destinate a essere abbandonate a se stesse e le classi privilegiate si integrano sempre più in una ristretta area mondiale cosmopolitica. Un esempio paradigmatico di ciò si ha nell’area europea, dove si passa dai vari capitalismi di Stato più o meno declinati in chiave clientelare al liberismo dei parametri di Maastricht verso cui i governi convergono dando vita all’Unione Europea. Naturalmente tale passaggio non avviene meccanicamente ma comporta anzi un violento scontro fra le diverse fazioni riunite nello Stato anti-popolare occulto. Restando all’area europea e in particolare all’Italia, si scontrano da un lato l’élite che fonda il suo nuovo potere anticipando i diktat che provengono dal nuovo potere sovra-statuale eurocratico, dall’altro una frazione più numerosa, chiassosa e “provinciale” che intende continuare a praticare il capitalismo clientelare ma non sino al punto da essere emarginata dal nuovo gioco euro-atlantico globale. La “trattativa” che in Italia i giudici indagano da anni con i loro scarni strumenti giudiziari non è il rapporto illecito tra lo Stato e l’Anti-Stato ma la lotta tra le diverse fazioni dello Stato anti-popolare occulto da cui emerge il precario ma, a livello planetario, emblematico regime di una videocrazia che, ammantata di “bipolarismo”, aspira a sottrarsi a controlli giudiziari e politici che possano ostacolarne il peculiare “vitalismo”. Di fronte a tale deriva, i virtuosi della Costituzione vigente da un lato rivendicano formalmente il “programma costituzionale” di uno Stato che si fa carico dei divari sociali, dall’altro o per scelta o per debolezza soggiacciono al “vincolo esterno” del comando eurocratico inserendo in Costituzione obblighi come il pareggio di bilancio che eternizza non più il capitalismo bensì la contingenza storica della gestione liberistica del capitalismo.

  1. Conoscenza a posteriori

Populismo e sovranismo sono i tizzoni ardenti dell’esplosione avvenuta nello scontro tra l’élite cosmopolita al comando nelle varie diramazioni nazionali di tale Stato anti-popolare e i sogni popolari accesi dai programmi full time dell’egemonia videocratica rinforzata dai tablet e dagli smart phone. Questi movimenti abborracciati, incapaci di imporre l’esigenza confusamente avvertita di un “benessere” non più affidato alle false promesse dell’ascesa economica, in poco tempo sono stati riassorbiti nelle categorie del vecchio ordine e quando, dopo la pandemia, con i piani di spesa e resilienza, le transizioni energetiche e qualche accenno di “spesa pubblica” stava per ripartire il meccanismo di compensazione dei “governi”, improvvisamente è riemersa la frattura profonda che, coinvolgendo il mondo intero, passa in Europa tra lo Stato amorfo del vizioso divenire e lo Stato assoluto della statualità sacralizzata. L’epicentro della scossa è avvenuto in Ucraina dove negli anni scorsi l’inserimento in Costituzione del progetto di aderire alla Nato ha esplicitato la natura di apparato internazionale di Stato di tale organizzazione volta ad assicurare lo “sfondo”, in termini di “sicurezza” e di “valori” militarmente presidiati, dell’attuale gestione liberistica del capitalismo9. Nel discorso del 22 febbraio 2022, base ideologica dell’intervento della Russia in Ucraina, tra le molte cose che Putin imputa a Lenin vi è quella di avere inoculato nella macchina statale sovietica il germe della sua catastrofica dissoluzione riconoscendo il diritto di secessione delle repubbliche che all’inizio degli anni Venti si riunirono nell’URSS10. In realtà, questa rabbiosa accusa è il miglior riconoscimento della giustezza della posizione della dirigenza dell’epoca che con l’autodeterminazione dei popoli, la pace senza condizioni e l’instaurazione di una base economica sganciata dal plusvalore stava delineando il “nuovo mondo” sottratto all’alternativa tra lo Stato del cattivo divenire e quello della statualità assoluta, entrambi saldamente anche se diversamente ancorati nell’alienazione di merce. Alla fine della Seconda guerra mondiale, soprattutto a livello di “entusiasmo delle masse” tale prospettiva era ancora aperta, ma le atomiche sganciate dagli Stati Uniti su Hiroshima e Nagasaki quando ormai la guerra con il Giappone era vinta furono l’avvertimento che il terreno di sfida non era più quello della risoluzione sociale delle contraddizioni sociali, bensì quello della loro gestione tecnica e di potere su un fondamento inscalfibile di economia capitalistica comunque gestita. Il vero errore storico fu dunque l’accettazione di questo terreno di scontro da parte di una dirigenza che, anche dopo la scomparsa di Stalin, non disdegnò i suoi metodi dispotici di gestione dello Stato. Budapest 1956, Praga 1968, Belgrado 1999, Kiev 2022 si chiariscono allora come gli attacchi e i contrattacchi in cui, venendo meno progressivamente sino a dissolversi la contrapposizione tra comunismo e capitalismo, emerge chiaramente lo scontro tra le due rocce barbariche dell’euro-atlantismo e dell’eurasismo che costituiscono i focolai di un’alienazione totale che solo una “organizzazione estranea”, non più Stato, non più partito, non più governo, può farne risaltare  la contingenza altrimenti non più percepibile. Come questo “salvatore” senza più la vaghezza del mito religioso si concretizzerà storicamente, dipende dalla creatività della specie che la filosofia conoscerà se la scommessa sarà vinta. Allora, essa potrà dileguare.

 

 

  1. Questo testo è la Premessa di un libro di prossima pubblicazione intitolato Tra filosofia e politica. Saggi, recensioni, interventi. []
  2. I. Kant, Per la pace perpetua. Progetto filosofico (1795), trad. it. a cura di N. Merker in Id., Lo Stato di diritto, Roma, Editori Riuniti 1973, p. 102. []
  3. G. Lukács, L’uomo e la democrazia (1968), trad. it. Roma, Lucarini 1987. []
  4. G. Lukács, L’uomo e la democrazia, cit., p. 92. []
  5. Il Capitale, (1867), trad. it. a cura di A. Macchioro e B. Maffi, Torino, UTET 1974, libro I, sezione I, cap. I, p. 157. []
  6. G. Lukács, L’uomo e la democrazia, cit., p. 68. []
  7. F. Aqueci, Capitalismo e cognizione sociale, Roma, Tab Edizioni 2021, cap. IV. []
  8. Per una ricostruzione degli effetti di tale missione modernizzatrice su paesi “periferici” dell’Asia, dell’Africa e dell’America latina, cfr. V. Bevins, Il metodo Giacarta (2020), Torino, Einaudi 2021. []
  9. A che punto è il cammino dell’Ucraina verso la NATO? – discussione pubblica, 8 marzo 2021, https://uacrisis.org/it/punto-del-cammino-ucraina-verso-nato. []
  10. V. Putin, Donbass sovrano, il discorso di Putin alla nazione: cosa vuole davvero lo Zar, 22 Febbraio 2022, https://it.insideover.com/politica/donbass-sovrano-la-traduzione-integrale.html. []

Ucraina, prima che i cannoni tuonino

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Prima che in Ucraina i cannoni tuonino, come sembra desiderare ardentemente il gregge belante del massmediume occidentale, conviene tornare a riflettere su eurasismo e scontro di civiltà, i due poli ideologici attorno a cui si sta giocando questo ulteriore capitolo del mondo venuto fuori malamente dal dopo guerra fredda. Nel primo ventennio del XXI secolo la regola dell’astensione enunciata da Samuel Huntington secondo la quale gli Stati guida delle civiltà devono astenersi dall’intervenire nei conflitti interni ad altre civiltà è stata violata numerose volte1. Basti pensare ai casi dell’Afghanistan, dell’Iraq e della Libia dove l’intervento occidentale, degli Stati Uniti in particolare, ha causato altrettante guerre e decenni di instabilità. Huntington suggeriva anche ai governanti occidentali di accettare la Russia come stato guida dell’Ortodossia e come grande potenza regionale con interessi legittimi alla sicurezza dei propri confini meridionali2. Quanto accaduto in Ucraina dal 2004 in poi, con una grave accelerazione dal 2014 a oggi, contraddice in pieno a questo consiglio e, come si vede dall’attrito di questi giorni, crea una faglia di “scontro di civiltà” particolarmente pericolosa. L’Ucraina è certamente una pietra di inciampo per l’eurasismo. Da Trubetskoj a Dugin, l’eurasismo si è sempre presentato come un concetto reale che riscuote l’adesione spontanea, se non di tutti i popoli che vanno da Lisbona a Vladivostok, certamente dei popoli slavi. Ma il conflitto ucraino tra le regioni occidentali e quelle orientali evidenzia un limite di tale pretesa adesione spontanea che in parte era emerso nei Balcani negli anni Novanta del secolo scorso quando al momento della dissoluzione della Jugoslavia la Serbia guardava alla Russia mentre croati e soprattutto sloveni si volsero subito verso il prestigioso marco tedesco. Altrettanto certamente, però, in Ucraina tale limite di influenza è stato in parte compensato dalla spontanea adesione della Crimea alla Russia con il referendum di approvazione dell’annessione che l’Occidente ha invece bollato come un’invasione e con l’aspirazione delle regioni orientali della stessa Ucraina a mantenere gli storici legami con la Russia. Gli eurasisti possono ben dire, perciò, che la ribellione del centro governativo ucraino è dovuta alla sobillazione dell’americanismo e di organi politici e militari quali la Nato e, al traino degli Stati Uniti, l’ambigua e neghittosa Unione Europea. Questo offre il destro agli eurasisti per non rinunciare all’idea della Grande Europa che deve essere «un potere geopolitico sovrano, dotato di un’identità culturale affermata, che coltiva i propri modelli sociali e politici (basati sui principi dell’antica tradizione democratica europea e sui valori morali del cristianesimo), con proprie capacità di difesa (compreso il nucleare) e con propri accessi strategici alle energie fossili e alternative, così come alle risorse minerarie e organiche»3. Ecco dunque l’idea di una democrazia “particolare”, le cui strutture economiche dipendono dalle particolarità storiche, culturali e climatiche, e il cui leader trae legittimità, più che da procedure elettorali, dalla capacità di comprendere e interpretare la volontà del popolo, permettendogli di realizzare il suo destino. A questo proposito, sorgono tre questioni, la prima di natura ideologica, la seconda riguardante i rapporti internazionali, la terza le prospettive di uno sviluppo sottratto a contrapposizioni di civiltà da difendere o affermare. Riguardo alla questione di natura ideologica, sostenere come fa Francis Fukuyama4 che l’Ucraina oggi è lo Stato in prima linea nella battaglia geopolitica globale fra democrazia e autoritarismo impone di chiarire il significato di questi termini alla luce non di astratte definizioni ma delle concrete realizzazioni storiche. Non è la prima volta che viene evocata la battaglia fra democrazia e autoritarismo, essa anzi è un motivo ricorrente da quando il capitalismo ha preso coscienza della sua dimensione mondiale. Un momento importante di tale presa di coscienza è l’enunciazione alla fine della Prima guerra mondiale dell’ideologia democratica della Società delle Nazioni a opera del presidente americano Woodrow Wilson, a proposito della quale Gramsci rilevava che la democrazia non persegue una liberazione ideale da un generico autoritarismo, ma opera concretamente per sottrarre l’individuo dalle costrizioni autoritarie collettive dipendenti da strutture economiche precapitalistiche allo scopo di instaurare la cosmopoli capitalistica per una più sfrenata gara all’arricchimento individuale5. Nel corso dei decenni questo rilievo critico ha trovato la sua verifica nel fatto che la democrazia si è sempre più strettamente associata all’americanismo, che pretende di imporsi come ideologia universale sia economicamente con il condizionamento del consumo, sia militarmente occupando e intervenendo in nome dello Stato di diritto, della guerra giusta, della difesa dei diritti umani, della lotta al terrorismo che, sia detto per inciso, esso pratica machiavellicamente tutte le volte che gli serve. Dugin e gli eurasisti hanno dunque buon gioco nel denunciare l’ideologia della “società aperta”, dei diritti dell’uomo, dell’economia di mercato e del sistema democratico liberale, come l’ideologia propria del cosmopolitismo occidentale, che con la globalizzazione gli Stati Uniti pretendono di imporre come una verità universale obbligatoria6. La questione è se volgersi senza indugio alla Tradizione con la t maiuscola, come gli eurasisti la indicano, sia la via giusta per respingere l’americanismo. L’americanismo è, al tempo stesso, un appello agli spiriti animali dell’individuo e il loro disciplinamento al fine di un’incessante intensificazione della riproduzione capitalistica. Su questa base naturalistica in cui la norma serve per potenziare gli istinti subordinandoli alla produzione del plusvalore si fonda la sua spinta modernizzatrice.  Cosa oppone il tradizionalismo propugnato dagli eurasisti a questo naturalismo tecnicamente “rivoluzionario”? Il richiamo alla Tradizione farebbe pensare a una barriera di usi, costumi, istituzioni, valori culturali creati spontaneamente dall’energia popolare e accumulatisi nel corso del tempo, ma nella sua sofisticata costruzione Dugin fa appello a nozioni quali la «passionarietà» come sovra-determinazione energetica degli scopi d’azione, il «luogo-sviluppo» come dipendenza dell’organismo sociale dal contesto in cui nasce, il «capo» come interprete dell’aggregato popolare raffigurato come «comunità di destino» in cui si risolve ogni «civiltà»7. Emozioni, legame naturale, massa demografica sono dunque gli elementi di un naturalismo speculare e opposto al naturalismo dell’americanismo. Tanto l’uno è cognitivo, artificiale e individualistico, tanto l’altro è emotivo, istintuale e collettivo. Dugin dichiara di condividere «la critica della società borghese e il rifiuto del sistema capitalista liberale», precisando al tempo stesso che gli sono «completamente estranei la dogmatica delle classi, il progressismo, il materialismo storico e dialettico»8. Ma rifiutare il sistema capitalista liberale senza mettere in discussione il suo fondamento naturalistico, opponendogli anzi un naturalismo “irrazionale” travestito di Tradizione, significa esporsi senza difese all’intrinseca forza eversiva dell’americanismo, il cui controllo al fine di preservare la Tradizione reificata costringerà a una permanente e arbitraria stretta autoritaria. Per questo, il rifiuto sprezzante del materialismo storico appare solo come un vacuo sfoggio di bricolage ideologico che impedisce di affrontare i problemi veri della società capitalistica, in primo luogo il problema dell’alienazione di cui nell’eurasismo c’è solo un riflesso distorto nel richiamo al legame comunitario. Come si è visto nel Novecento nella parabola storica dei partiti comunisti in Occidente, tale legame non può scaturire dall’auto-imposizione della norma produttiva dell’americanismo poiché il suo rovesciamento dialettico, che avrebbe dovuto assicurare l’egemonia ai subalterni, è facilmente neutralizzato dal permissivismo del consumo9. Ma esso non può neanche sorgere da una comunità particolaristica che, non avendo rielaborato il retaggio naturale dei comportamenti istintuali ed emotivi, si condanna all’autoritarismo di una tradizione tanto più reificata, quanto più incapace di reggere all’erosione della spinta americanistica. Qui veniamo alla questione dei rapporti internazionali in gioco nel conflitto ucraino poiché il rifiuto dell’Occidente contro l’avviso di Huntington di riconoscere il ruolo della Russia quale stato guida dell’Ortodossia con interessi legittimi alla sicurezza dei propri confini meridionali non solo fomenta la latente pulsione autoritaria derivante dalle contraddizioni dell’eurasismo sopra evidenziate, ma tale autoritarismo, in parte per la rilevante disponibilità economica dei governanti russi, in parte per attrazione ideologica, soprattutto in Europa fa da modello per tutti gli autoritarismi che, senza dover ricordare le vicende storiche novecentesche del fascismo e del nazismo, albergano nelle sue profondità capitalistico-borghesi, manifestandosi oggi nelle vesti di un sovranismo che rende ancora più fragili le basi della democrazia minate dal suo troppo stretto connubio con il permissivismo del consumo e le tendenze imperialistiche americane. Al contrario, la collaborazione dell’Occidente e in particolare dell’Europa con la Russia depotenzierebbe l’eurasismo quale cornice ideologica di un certo revanscismo che l’ostilità occidentale alimenta negli attuali governanti russi, e l’Ortodossia che Huntington raccomandava di riconoscere quale retroterra culturale della Russia, anziché dividersi com’è nefastamente accaduto tra una Chiesa ortodossa russa e un’altra ucraina, potrebbe in alleanza con la confessione cattolico-romana ma anche con quella islamica giocare un ruolo nella coesione culturale, morale, economica e sociale di un’area vasta comprendente gli Stati Uniti, l’Europa e la Russia, entità altrimenti destinate a rinchiudersi, come preconizzato da Huntington e Dugin sulla base delle loro opposte fosche prospettive, nella particolarità artificiosa e conflittuale dei loro “mondi a parte”. Il ruolo pubblico delle religioni su cui si arrovellano laici onesti come Jürgen Habermas, al di là di un laicismo astratto che chiede alla religione di ridursi a dimensione privata individuale, potrebbe così trovare una sua concreta realizzazione storica come sfondo di quello sviluppo integrale della cognizione sociale che la contrapposizione in nome di civiltà da difendere o affermare rischia di affossare. E veniamo così a qualche notazione finale circa la terza questione riguardante le prospettive di uno sviluppo sottratto alle ipoteche di schieramenti pregiudizialmente conflittuali. Secondo Francis Fukuyama, la ragione fondamentale per cui gli Stati Uniti e il resto del mondo democratico dovrebbero sostenere l’Ucraina è che, anche se in difficoltà, si tratta di una vera democrazia liberale alla quale il popolo russo si potrebbe ispirare come un modello ideologico alternativo all’attuale regime di Putin. Fukuyama aggiunge che la crisi ucraina trascende i confini europei perché anche la Cina sta osservando la risposta occidentale e valuta i rischi che correrebbe se si avventurasse a reincorporare Taiwan10. In questa posizione, a parte la superficialità con cui si sorvola sul nazionalismo ucraino venato da evidenti pulsioni nazifasciste che fa da bastione a quella che viene etichettata come vera democrazia liberale, si può notare la distorsione che provoca la geopolitica nel trattare le singole questioni non in riferimento ai loro contesti, ma come modelli di scontro che possono valere anche per quadranti differenti e lontani. Essere aggressivi sull’Ucraina non dipende allora dalle effettive ragioni del contesto europeo ma da quanto la Cina può inferire riguardo a Taiwan circa la propensione dell’Occidente all’uso della forza. Il risultato è che tutte le questioni si uniformano a un livello di tensione che intensifica la tensione di ciascuna questione con il risultato del diffondersi di un’ostilità generalizzata. La democrazia liberale che si erge al centro di questo universo di inimicizie come la guardiana dei veri “valori”, il mercato, la concorrenza, il cosmopolitismo, la razionalità, finisce così per esacerbare il problema che vuole risolvere, ovvero la contrapposizione tra modernità e tradizione, tra urbanesimo e ruralismo, tra città e campagna, tra individuo e collettività, tra presente e storia. In tutto questo la Russia, benché vi siano al suo interno forze rilevanti che si sentono legate all’Europa e all’Occidente e pensano alla Russia come terza gamba dell’Occidente insieme all’Europa e agli Stati Uniti, con la voce dei suoi ideologi più reazionari che trovano rispondenza nei reazionari europei, vedi la consonanza con i sovranisti, finisce per proporsi altrettanto strumentalmente come la paladina della tradizione, della ruralità, della campagna. del legame comunitario, della storia. E se questa ideologia non passa in Polonia e nelle regioni occidentali dell’Ucraina, dove domina il secolare nazionalismo anti-russo, più facilmente passa in Ungheria o in Serbia, ma anche nell’Europa meridionale dove, come si è visto plasticamente nella recente riunione in teleconferenza tra Putin e i rappresentanti delle maggiori industrie di Stato italiane che hanno soavemente ignorato il flebile niet dell’attuale Presidente del Consiglio, fa da lubrificante per gli accordi commerciali. La minaccia anti-moderna russa è dunque in buona parte creata dall’Occidente e in particolare dagli Stati Uniti che, rifiutandosi di riconoscere l’aspirazione della Russia a far parte con la sua peculiarità dell’Occidente e alienandosi nei suoi strumentali “valori” capitalistici, offre alle forze più retrive della Russia il pretesto per mantenere il paese in una stasi ideologica dove può prosperare la sfacciata oligarchia sorta con la dissoluzione dell’URSS. La cura che Dugin a nome dell’eurasismo propone è di tornare al concetto di Impero in opposizione a quello di Stato nazionale e di affermare la demotia contro la democrazia rappresentativa. La demotia comporta un movimento sovranista che rigetti l’influenza di centri di governo esterno. Quanto all’Impero, coincidendo con la “civiltà”, esso ha la missione di far ritornare il popolo alla comunità originaria, dove il leader, interpretando la sua volontà, gli permette di realizzare il suo destino. Ma qual è il destino del popolo? Il popolo oggi sa che deve trovarsi un territorio, che deve riprodursi, che deve mangiare e bere, che deve soddisfare le sue fantasie e i suoi desideri, sa tutte queste cose concupiscibili e irascibili a eccezione di quale sia il suo destino. Di conseguenza, coloro che si offrono di interpretarne la volontà, i capi, non sanno loro stessi dove andare, perché il popolo ignora il suo destino. Come si può interpretare qualcosa che si ignora? Per brama di comando, allora, i capi adulano il popolo facendogli credere di poterlo salvare, ma il popolo subodora l’inganno e li odia a morte pur essendo costretto ad amarli, perché come vuole l’ingannevole dottrina imperante sono loro gli interpreti del suo destino. In questo inferno populistico, la vera rivoluzione allora non può che essere quella del popolo contro se stesso. Il popolo oggi è il parassita di se stesso. Deve abbattere se stesso per scuotersi dall’ignoranza del proprio destino. Nessuno può dire al popolo qual è il suo destino, se non il popolo stesso abbattendo la propria ignoranza e per far questo il popolo deve tornare a “fare politica” anche se, dovendo soddisfare le fantasie e i desideri che gli impone l’imperativo consumistico e dovendo provvedere alla sua miseria e ai suoi bisogni che sono tornati a crescere, ha altro per la testa. Il popolo, nella pancia e nella testa, è sfruttato come non mai ma, come fecero le generazioni che con idee chiare e distinte costruirono le cooperative, i sindacati, i partiti, è solo il popolo che con rinnovate idee scientifiche sulla permanente natura alienata e classista della società capitalistica può spezzare il suo sfruttamento e sottrarsi all’ingiustizia che ormai da tempo l’affligge. Ecco perché gli eserciti che si addensano nelle regioni meridionali tra Russia e Ucraina non hanno niente a che fare con gli interessi del popolo e servono solo a ritardare l’ora che pure urge della sua resurrezione.

  1. S. Huntington,  Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale (1996), trad. it. Milano, Rizzoli 2004, p. 465. []
  2. Ibidem. []
  3. https://www.geopolitica.ru/it/article/manifesto-di-chisinau-la-costruzione-della-grande-europa []
  4. F. Fukuyama, Why Ukraine Matters, «American Purpose», 24.1.2022, https://www.americanpurpose.com/blog/fukuyama/why-ukraine-matters/ []
  5. A. Gramsci, I cattolici italiani, “Avanti!” ed. piemontese, 22.12.1918, in A. Gramsci, Scritti Politici, a cura di Paolo Spriano, vol. 1, Roma, Editori Riuniti 1978 pp. 224-228, http://www.nuovopci.it/classic/gramsci/catit.htm. []
  6. A. De Benoist, A. Dugin, Eurasia. Valdimir Putin e la grande politica, Napoli, Controcorrente 2014, p. 75; A. Dugin, Continente Russia, in C. Mutti, Recensione a G. Zjuganov, Stato e potenza, http://www.claudiomutti.com/printable.php?id_news=84. []
  7. A. De Benoist, A. Dugin, Eurasia. Valdimir Putin e la grande politica, cit., p. 110. []
  8. Ibidem []
  9. A. Del Noce, Il suicidio della rivoluzione, Torino, Aragno 2004. []
  10. F. Fukuyama, Why Ukraine Matters, cit. []

Eurasismo: l’ostacolo ucraino

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  L’Ucraina è un grosso ostacolo al disegno eurasiatico di Putin, e in generale per l’ideologia eurasiatica. Da Trubetskoj a Dugin, l’eurasismo si è sempre presentato come un concetto reale, che ha il consenso spontaneo dei popoli, se non di tutti i popoli che vanno da Lisbona a Vladivostok, certamente dei popoli slavi1. Ma la ribellione ucraina, che ha scisso in due quel paese, mostra che l’eurasismo suscita contrasti, e questo lo indebolisce perché significa che la sua egemonia non è spontanea, come pure sosteneva. In parte, la questione si era posta nei Balcani, negli anni Novanta del secolo scorso, quando la Serbia era più propensa a guardare alla Russia, mentre croati e soprattutto sloveni si volsero subito verso l’ambìto marco tedesco. Ma a che cosa si oppone l’eurasismo? L’eurasismo si oppone all’americanismo. Tanto questo afferma i valori dell’individuo, della globalizzazione e dei diritti umani universali, tanto l’eurasismo afferma i valori della comunità, dei mondi a parte e del pluralismo antropologico2. È il valore comunitario che spiega la confluenza di estrema sinistra ed estrema destra nel sostegno ai filo-russi d’Ucraina. Solo che, almeno in una visione “ortodossa”, per l’estrema sinistra la comunità è una costruzione “razionale”, per l’estrema destra, invece, un prodotto della “tradizione”. Al momento, queste particolarità ideologiche sono sospese, e nessuno può dire se un domani riprenderanno il sopravvento, o avverrà una fusione permanente. Contro questa fusione, milita intanto l’estrema destra che sostiene, anche sul campo, i nazionalisti filo-occidentali di Kiev. Qui può la “razionalità” sedimentata dal ricordo storico dei nazisti che, alleati di Hitler, combatterono contro i “bolscevichi”, nella seconda guerra mondiale, cui fa da contrappeso l’accusa di Putin a quelli di Kiev di essere dei “nazisti”. Ma tornando al contrasto tra eurasismo ed americanismo, non sono solo i contenuti ideologici a differenziare i due movimenti. Essi si differenziano anche per il loro rapporto con l’egemonia. L’eurasismo, l’abbiamo detto, rivendica il consenso spontaneo dei popoli in cui risiede lo spirito eurasiatico, ma non pretende di essere il vertice dello sviluppo dello spirito umano. Al contrario, esso proclama la coesistenza tra le varie culture umane3, e questo la dice lunga su certa disinformazione nostrana, che vuole la Russia protesa a ricostruire l’impero zarista o sovietico, dimenticando che questi imperi non furono mai un sistema coloniale mondiale, come quello, ad esempio, britannico, ma una fortezza circoscritta ad un territorio contiguo, per quanto immenso fosse. L’eurasimo, insomma, si batte per il mantenimento di un “mondo a parte”, e in generale dei “mondi a parte”, ed ecco perché suscita simpatia in coloro che vedono la “globalizzazione” come un pericolo, laddove “globalizzazione” è sinonimo di americanismo. Come dicevamo, per l’eurasismo, l’Ucraina è una grossa difficoltà, in parte però ricompensata dalla spontanea adesione alla Russia, il centro eurasiatico slavo, della Crimea e delle regioni orientali della stessa Ucraina, e non è un falso dire “spontanea” perché è inverosimile che Putin, per quanto rotto ai “metodi” sovietici, abbia manipolato l’80% della popolazione di quei territori, al momento del referendum4. Gli eurasisti possono ben dire, perciò, che la ribellione di Kiev, avvenuta sovvertendo con manifestazioni di piazza un governo democraticamente eletto, come non si può non riconoscere, è dovuta alla sobillazione dell’americanismo e dei suoi organi politici e militari, la Nato in testa, ma anche l’Unione europea, percepita come un’appendice mercantilistica dell’americanismo. Qui si può notare l’altra differenza che dicevamo circa il rapporto con l’egemonia. L’americanismo, infatti, pretende di essere norma universale e si arma per imporla, sia metaforicamente, con la forza dell’economia e del consumo, sia militarmente, occupando e intervenendo in nome della guerra giusta, della difesa dei diritti umani, della lotta al terrorismo. È vero che in Ucraina non è ancora intervenuto militarmente, ma la minaccia di costruire basi Nato, per quanto su “pressante” richiesta di forze “interne”, è un drappo rosso agitato davanti agli occhi di Putin, un mezzo per costringerlo ad una logica da guerra fredda, e far scadere l’eurasismo ad orpello ideologico delle sue mire geopolitiche. Ma tornando alle differenze tra le due ideologie, possiamo riassumere dicendo che l’eurasismo si fonda sull’egemonia in atto, l’egemonia assicurata dai legami comunitari tradizionali. L’americanismo, invece, si fonda sulla nuova egemonia, sull’egemonia che deve essere costruita, e che impone ai popoli riforme e trasformazioni. Questo carattere tecnicamente “rivoluzionario” dell’americanismo fu visto da Gramsci, che lo giudicò come l’espressione più genuina della vita moderna, a differenza del bolscevismo staliniano che ai suoi occhi era rozzo e primitivo5. Certo, sorprende che egli non dedicò alcuna attenzione all’eurasismo. Difficile credere che si trattò solo di misconoscenza. Fra i suoi teorici c’era un linguista come Trubetskoj, anche se all’epoca non era così conosciuto come lo divenne dopo, e ciò avrebbe potuto attirare la sua attenzione, nei suoi contatti con la cultura russa (ma se è per questo, non pare che egli sia stato attratto dal formalismo russo). Forse c’è una ragione profonda, e cioè che l’americanismo con la sua apertura universale gli offriva un modello di ciò che egli pensava dovesse essere un movimento rivoluzionario in Occidente. Il proletariato doveva promuovere l’uomo nuovo, il Leonardo da Vinci di massa, e questo poteva accadere impadronendosi della grammatica dell’americanismo, con la sua attenzione per gli aspetti tecnici della produzione e per la standardizzazione del lavoro e della vita quotidiana. Questo forse fu anche un limite della riflessione di Gramsci, perché egli non vide che impadronirsi di tale grammatica, autoimporsi la sua norma nel “corpo”, non avrebbe liberato automaticamente il “cervello” dei subalterni, come egli si esprimeva6. In altre parole, non avrebbe loro assicurato automaticamente l’egemonia sulla società moderna, senza contemporaneamente affrontare il problema marxiano dell’alienazione. L’accento sul legame comunitario “tradizionale” proprio dell’eurasismo forse avrebbe potuto suggerirgli una sintesi, per cui la nuova egemonia non avrebbe dovuto essere solo l’impossessamento da parte dei subalterni della tecnica produttiva, economica linguistica o culturale che fosse, ma nel suo universalismo avrebbe dovuto rendere l’individuo a se stesso, disalienarlo, reintegrarlo nella comunità, che certamente non avrebbe più dovuto essere la comunità particolaristica delle singole tradizioni culturali, ma la comunità sorta dalla loro convergenza e fusione attorno al valore universale della relazione tra soggetto e oggetto, resa al suo libero movimento, quel movimento che, ancora da redattore dell’Ordine Nuovo, lo induceva a tradurre il panta rei eracliteo come “Tutto si muove!”7. E, forse, questa questione così apparentemente “metafisica”, è oggi la questione che nella polvere e nel sangue della guerra ucraina, dobbiamo ancora affrontare.

  1. N. Trubetskoj, Il nazionalismo paneurasiatico, «Eurasia», 1/2004, pp. 25-37; A. Dugin, L’idea eurasiatista, ivi, pp. 7-23; A. Dugin, La visione eurasiatistica, «Eurasia», 1/2005, pp. 7-24. []
  2. A. Dugin, L’idea eurasiatista, cit., e A. Dugin, La visione eurasiatistica, cit. []
  3. Cfr. sempre gli articoli di Dugin prima citati. []
  4. A posteriori, in un articolo gonfio di pregiudizi, si riconosce che «del resto, paradossalmente, Mosca avrebbe presumibilmente vinto un referendum crimeano affidato alle Nazioni Unite o all’Osce senza dover ricorrere a forze mascherate e incorrere nella generale riprovazione e nelle sanzioni economiche, tecnologiche e soprattutto finanziarie», laddove non si capisce dove stia il “paradosso”, se non nella preconcetta ostilità dell’articolista (F. Salleo, Lo strabismo di Putin, “la Repubblica”, 12.9.2014, p. 31). []
  5. Su questo punto, v. il recente libro di Angelo Rossi, Gramsci in carcere. L’itinerario dei Quaderni, Napoli, Guida, 2014, che discuteremo prossimamente. []
  6. V. nell’edizione critica di V. Gerratana (Torino, Einaudi, 1975, voll. 4) il Q. 22, § 12, pp. 2170-2171. []
  7. A. Gramsci, Lettere 1908-1926, Torino, Einaudi, 1992, p. 90, lettera al militante socialista Leo Galeno del febbraio 1918. []