Grillo

Le parole guerriere di Beppe Grillo, l’Elevato Buffone

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Alla vigilia delle elezioni del 4 marzo, vanno registrate le ispirate parole che l’Elevato Buffone, rifacendosi al discorso di chiusura del 2013, dove coniò la metafora delle «parole guerriere», ha pronunciato nella nuova orazione di chiusura del 2018:

«Siamo rimasti soltanto noi e Forza Italia, il movimento si confronta con il più grande ed efficace spot pubblicitario dopo la Coca Cola di tutti i tempi. Ci siamo imposti con parole guerriere, mandare a casa una casta occupante spazio. Il movimento è nato su quelle parole guerriere e si è nutrito della saggezza migliore degli italiani: adesso siamo qui, a confrontarci con il lato più oscuro e nebbioso del carattere del nostro popolo. Diamogli l’ultima spallata».

Tradotto, il M5S ha portato a termine il suo compito di distruggere la sinistra, un compito facile facile, dal momento che la sinistra da un buon ventennio era ridotta ad un fortino sforacchiato, adesso ci tocca un compito più difficile, prendere il posto della finta destra con cui la sinistra ha trescato in questi anni, poi la «saggezza migliore degli italiani» potrà trionfare. Ma cosa sarà mai questa «saggezza migliore degli italiani»? Non è di destra e non è di sinistra, ma è la destra ed è la sinistra. È perciò il compimento del ventennio socialtelevisivo, il suo punto culminante, la sua apoteosi, ovvero l’avvenuta e completa regressione allo stadio infantile della perversione polimorfa, dove non ci sono categorie, distinzioni, fronti contrapposti, ma un formicolare di pulsioni che a tutto aspirano e che, è facile indovinare, niente otterranno, insomma, il desiderio desiderante puro, che inevitabilmente richiamerà un’istanza fornita di un nodoso bastone con cui ridurre a ragione il bestione regredito a bambino beante, una ragione oscura e nebbiosa, perché nessuno si è preoccupato di precisarla, curarla, elucidarla. L’Elevato Buffone, e il Riservato Tecnocrate jr., erede del Riservato Tecnocrate sr., credono di avere scritto l’ultimo atto, ma ignorano di essere solo i paggi in livrea che aprono la porta allo Sconosciuto Dominatore che si appresta a irrompere sulla scena. Lo spettacolo non è finito, ma sta solo per iniziare.

Lukács o Grillo? Insegnamenti del caso Raggi

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La domanda scabrosa è: dietro l’arresto di Raffaele Marra ci sono i poteri affaristici che si vendicano del no dei cinquestelle alle Olimpiadi a Roma nel 2024? Il sospetto viene apprendendo che la prova della corruzione di Marra è saltata fuori da una intensificazione delle indagini giudiziarie su di lui negli ultimi sei mesi, insomma, come a voler frugare in ogni dove per trovare qualcosa di utile con cui ricattare ed eventualmente punire. Ma qui sorge l’altra domanda, altrettanto se non più scabrosa: Virginia Raggi è il terminale di un gruppo di potere che sta usando i cinquestelle, dal canto loro ben contenti di farsi usare? Il sospetto viene osservando non solo la pervicacia con cui la Raggi ha imposto e difeso un personaggio così vulnerabile come il Marra, ma anche l’arrendevolezza con cui Grillo e Casaleggio jr. hanno consentito che ciò accadesse. È verosimile ipotizzare che, al di là dei risibili impegni notarili e relative multe, fumo negli occhi per gli elettori, sin da prima delle elezioni tra la Raggi e il suo mondo di riferimento e i vertici cinquestellati sia intercorso un patto più o meno esplicito in cui i consensi veicolati dalla Raggi venivano scambiati con il via libera al riciclo di pezzi dei poteri affaristici romani, con il retropensiero reciproco che gli uni avrebbero avuto la forza di neutralizzare gli altri, in modo da evitare sputtanamenti elettorali, da un lato, e perdite di potere affaristico, dall’altro. Lo sguardo indecifrabile della Raggi di cui parlano i giornali, forse sta tutto qui, in questo gioco delle parti in cui essa stessa gioca a sua volta una partita in proprio, poiché se riesce al tempo stesso ad essere garante del suo mondo di riferimento e a mantenere l’appoggio interessato dei cinquestelle, cresce la sua statura non tanto di sindaca, ma di capa: altro che figurina inadeguata, ma nemmeno la solita gatta morta, quanto piuttosto una ambiziosa Brunilde. L’avviso di garanzia che ha azzoppato Giuseppe Sala è invece più classico e meno “provinciale”, poiché è l’esito del lungo scontro che ha accompagnato l’Expo, ovvero la “grande opera”, della cui realizzazione egli era il plenipotenziario, che consente alla nazione di partecipare al “consumo vistoso” degli Stati. Le forzature ed irregolarità, che hanno finito per favorire quell’impresa anziché quell’altra, derivavano dalla necessità di portare a termine quella “missione” nazionale, a difesa della quale, come si apprende dalle oneste cronache, si formò un blocco tra vertici dello Stato e frazioni della magistratura che, adesso, anche sull’onda della catastrofe referendaria, subisce il contrattacco di chi all’epoca fu sconfitto ed emarginato. L’impasse in cui sono finite la capitale politica e la capitale morale d’Italia, e sull’aggettivo morale ciascuno la pensi come crede, dimostra sperimentalmente ciò che i libri dicono su che cosa sono i partiti nella società degli interessi economici, anche quando si fregiano della pudibonda etichetta di movimenti: macchine per andare al governo che, alternandosi nel ruolo di chi arraffa e di chi invoca nelle piazze l’onestà, recitano ciò che Vilfredo Pareto, già all’inizio degli anni Venti del secolo scorso, chiamava lo “spettacolo della corruzione”1. Pareto individuò tre “maschere” di politici che recitavano in tale commedia, ovvero gli idealisti, gli uomini di potere e gli affaristi. Il partito in cui predominano gli idealisti non va mai al governo, a differenza dei partiti misti, che costano più o meno alla collettività a seconda che in essi prevalgano gli uomini di potere o gli affaristi. Eh, sì, perché sono gli uomini di potere quelli che costano di più, poiché rendono possibile «ogni sorta di operazioni dirette a togliere altrui i beni, per farne godere le clientele politiche»2. Non dobbiamo qui seguire sino in fondo le classificazioni di Pareto, per le quali egli aveva un debole. Più interessante invece sottolineare che, nello stesso torno di tempo in cui Pareto studiava la morfologia politica della società degli interessi economici, György Lukács, dall’estremo opposto dello spettro ideologico, vedeva nei partiti che vanno al governo l’espressione della “corruzione borghese”, ed esaltava il “partito proletario”, la cui missione ideale non era di sostituirsi ai partiti borghesi nel governo della società data, ma di affrancare l’intera società dall’alienazione economica. Un obiettivo non propriamente a portata di mano, come lo stesso Lukács poté constatare nel corso della sua lunga vita. Ma il suo schema, che sino all’ultimo non si stancò di rendere duttile e flessibile, aveva il merito di trasformare un dato di fatto in una finalità etico-politica: il partito idealista non è che non va al governo, perché il canovaccio di Pareto prevede la maschera dello sfigato, ma sceglie programmaticamente di non andare al governo, perché la sua missione è altra che assicurare alle valchirie di turno delle splendide carriere di potere. Bisogna constatare che, dopo cent’anni, siamo ancora lì: come far sì che il partito idealista raccolga, accumuli, immagazzini forze per costruire un blocco sociale alternativo all’occlusione economica. È un problema filosofico e politico3, ma anche, scartata la rivoluzione come strumento per raggiungere quel fine, di tecnica elettorale. Lo si è visto in questi vent’anni di maggioritario in Italia, dove la vita del partito idealista che non va al governo è divenuta via via sempre più misera e grama. Oggi siamo a un tornante, perché si torna a riproporre il proporzionale, dove non si è costretti a scegliere immediatamente se andare o meno al governo, ma si pensa prima a costruire la propria forza4. Naturalmente, c’è da chiedersi come mai i partiti che vanno al governo, all’improvviso, riscoprono la bontà del proporzionale, che pure non li favorisce. Evidentemente, la politica, e la tecnica elettorale, Mattarellum Porcellum Italicum e via degradando, non sono tutto e non tutto possono contro la società che rifiuta di essere ridotta all’unica dimensione dell’economico. I referendum del 2011, il referendum del 4 dicembre, la nouvelle vague proporzionale, sono allora segnali di una primavera che chi è interessato al partito idealista che accumula forze per un cambio di ontologia sociale, nel senso non comico-grillesco ma filosofico-lukacsiano del termine, dovrebbe saper cogliere. Anche per non sprecare malamente l’occasione storica. In questo senso, si prenda Syriza, in Grecia. Non solo è andata al governo, e passi, perché poteva rivelarsi una feconda contraddizione reale, non solo non ha saputo capitalizzare il referendum del giugno 2015, ma si vanta pure di non avere mai avuto un “piano B”, alternativo alla trattativa con i poteri europei egemonizzati dalla Germania. E la giustificazione è che non si poteva gettare il paese nel caos, capitali in fuga, file ai bancomat, stipendi non pagati e altre calamità. Ma si consideri quel che, l’8 novembre 2016, ha fatto Modi in India, dove nottetempo, sono state dichiarate fuori corso le banconote da 500 e 1000 rupie. L’intera produzione agricola, che si esprimeva in tali banconote, è andata in tilt, e file chilometriche si sono formate ai bancomat. Certo, il provvedimento del governo indiano, con la scusa virtuista della lotta alla contraffazione monetaria, mirava ad intensificare l’estrazione “fiscale” di plusvalore, un caso paretianamente esemplare di “spoliazione”5, ma questo dimostra che la dittatura del capitale è implacabile quando deve far scendere dal cielo in terra la sua morale. Syriza, quindi, avrebbe fatto bene ad avere il piano B, che non sarebbe certo dovuto consistere nell’opporre brutalità a brutalità, ma nel mettere a frutto con mosse strategicamente accorte l’egemonia guadagnata precedentemente nella società. Perché in ciò consiste l’accumulazione di forze per un’alternativa ontologica, nel mostrare che la propria dittatura non è arbitraria o parziale, come quella della finanza, delle banche, dell’impresa, di esercito, chiesa, o Stato come “comitato d’affari”, ma è la dittatura che porta allo sviluppo onnilaterale della ricchezza sociale. E che cos’è la ricchezza, se non «l’universalità dei bisogni, delle capacità, dei godimenti, delle forze produttive ecc. degli individui, generata nello scambio universale»6?

 

  1. Su questo punto, rinvio a F. Aqueci, Lo spettacolo della corruzione. Élites e partiti in Pareto, in “Politeia”, anno XXIX, n. 109, 2013, pp. 55-64. []
  2. V. Pareto, Trattato di sociologia generale, (1916), Torino, Utet, 1988, 4 voll, vol. IV, § 2268. []
  3. Per riflessioni più estese su questo punto, cfr. F. Aqueci, Semioetica. Lingua, istituzioni, libertà, Roma, Carocci, 2016, pp. 96 sgg. []
  4. Su questo tema, osservazioni sorprendentemente interessanti, per essere espresse da un politico, genìa oggi dedita a tutt’altre pratiche, in P. Ferrrero, Introduzione a P. Favilli, In direzione ostinata e contraria. Per una storia di Rifondazione comunista, Roma, DeriveApprodi, 2011, fruibile qui on line. []
  5. Su questo punto in Pareto, rinvio ancora a F. Aqueci, Semioetica, cit., pp. 92 sgg. []
  6. K. Marx, Lineamenti fondamentali di critica dell’economia politica («Grundrisse»), (1857-1859), trad. it. di G. Backhaus, Torino, Einaudi, 1976, 2 voll., vol. I, p. 466. []

Grillini

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Non giustizia. Né libertà. Non uguaglianza. Né solidarietà. Onestà. Questa la richiesta che sale dal popolo grillino, come si è visto al funerale del Misterioso Leader, e in ogni altra circostanza in cui detto popolo si raduna. Ma cos’è l’onestà? L’onestà è il comportamento corretto, il rispetto delle regole, in breve, il riconoscimento della legittimità dell’esistente e il valore morale che si attribuisce all’adeguarsi volontariamente ad esso. Ma i grillini, con le bisacce piene di voti, adesso proclamano che “tutto cambierà”. Cosa, cambierà? “Loro” rubavano, i grillini non ruberanno. “Loro” si spartivano le cariche, i grillini guarderanno solo al merito e alle competenze. “Loro” governavano a vita, i grillini faranno solo due mandati di seguito. In effetti, sono cose rivoluzionarie, ma che rivoluzione è? Una rivoluzione economica? Non si direbbe. Sociale? Neppure. Politica? Sì, certo, politica, ma in che senso politica? Si può dire che la Casaleggio & Associati è il nucleo dirigente di un movimento spontaneo? Si può dire che i 5Stelle sono un esempio di unità dialettica tra spontaneità e direzione consapevole? Si dirà, ma queste sono domande libresche. Perché libresche? Si può forse dire che il popolo dei 5S è spontaneo? O non si deve forse dire che è stato la costruzione ben riuscita di una lunga opera di sobillazione, attuata con un abile mix di moderne strategie di rete e di comizi ed adunate tradizionali? Non si deve forse dire, soprattutto ora che hanno il vento in poppa, che comizi, adunate e sfoghi identitari sul web, resi realtà reale dai meet-up, sono stati le uniche strutture partecipative stabili dei 5S prima che esplodessero elettoralmente? Non è forse corretto rilevare che non provengono da una rete solidaristica, né economico-sindacale, ma che sin dall’inizio hanno puntato ad espugnare la cittadella della classe politica? È forse lontano dalla realtà affermare che i 5S rassomigliano alla massa di manovra di una (certo, democratica e pacifica) minorannza sovversiva, che comprende il nucleo originario della Casaleggio & Associati, con la sua protesi demagogica del comico Beppe Grillo, allargato poi al “direttorio”, il tutto funzionale alla selezione di personale politico che preme dalla sottostante massa di manovra per accedere alle cariche pubbliche? Non è forse corretto affermare che, in realtà, il M5S è un fenomeno tutto interno alla classe politica, cioè tutto sovrastrutturale, con larvati agganci con la struttura, di cui rivendicano solo il legame con la mitica piccola impresa? Un capitalismo mignon, da popolo minuto, che serve come giustificazione di un’operazione di ricambio politico, favorita dal mandarinismo dei partiti vecchi e nuovi sorti e trasformatisi nel lunghisismo periodo di crisi politico-istituzionale che va dal 1980 ad oggi? La risposta a queste domande la si può trarre da quello che hanno fatto e si apprestano a fare nei comuni in cui governano o governeranno: con una mentalità da contabili, il loro primo pensiero è di mettere a posto i bilanci, poi tirano qualche petardo al potere della banche, e con aria da tartufi provinciali danno lo sfratto a qualche grande opera (no Olimpiadi ma, con la scusa che “il sindaco non la può bloccare”, sì alla Tav!), il tutto condito con la grottesca enfasi propagandistica delle mance alla piccola impresa – vere e proprie mance che tirano dalle loro tasche, devolvendo eroicamente parte del loro stipendio di parlamentari. La piccola impresa, il segmento capitalistico meno funzionale a innovazione, istruzione, cultura. È facile allora prevedere che il loro trionfo politico si tradurrà in una minima ridistribuzione di pesi tra capitalismo grasso e capitalismo minuto, e che tutto si risolverà nella promozione di un nuovo personale politico che a poco a poco riprodurrà i comportamenti del vecchio, perché la matrice strutturale resterà tale e quale, con i suoi squilibri economici, sociali e geografici dei quali il popolo grillino e i suoi Grandi Leader non mostrano di sapere nulla, salvo la nuotata conquistatrice che il Capo Comico a suo tempo riservò alla Sicilia. Nei barbosi libri, un tempo si apprendeva che l’esistenza dei partiti politici, invece di negare la lotta delle classi, si basa interamente su di essa. Il grillismo nasce per negare i partiti e si proclama movimento. In ciò, bisogna riconoscere che è davvero onesto. Con la sua stessa esistenza, esso infatti onestamente ammette che, in quanto movimento, è una edulcorazione della lotta di classe, è fumo negli occhi, casino per trasformare la classe in popolo, da ricondurre docilmente sotto l’immutato comando dei vecchi rapporti di produzione. Il M5S è figlio di un capitale che ha destrutturato il lavoro, spezzettandolo in segmenti con interessi divergenti. Quando e se si produrrà una nuova sintesi del lavoro, il M5S si scioglierà come neve al sole, ivi compreso Rousseau, la piattaforma democratico-digitale in cui il popolo è deciso dalla “volontà collettiva” altrui.

La solitudine di Napolitano

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Nel suo discorso del 22 febbraio 2013, a piazza San Giovanni, Grillo elencò le “parole guerriere” che riassumevano l’idea della nuova politica dei cinquestelle: comunità, onestà, partecipazione, solidarietà, sostenibilità1. Nel suo discorso del 10 dicembre scorso, all’Accademia Nazionale dei Lincei, Giorgio Napolitano, chiamato a riflettere da politico sulle “patologie” del nostro tempo, ha indicato nell’appartenenza ad una comunità, nei doveri verso i cittadini e nel bene comune, i valori su cui fondare una ripresa delle “ragioni della politica”2. Sono parole molto simili a quelle di Grillo. I due però non si capiscono, anzi, l’uno dà all’altro del Morfeo, del privilegiato e del complice, l’altro gli risponde tacciandolo di essere un eversore dell’antipolitica. Come si spiega questa totale incomprensione? Certo, Grillo è un rivoluzionario, Napolitano un gradualista. Ma cosa indicano queste etichette? Come si intrecciano e si scontrano queste due differenti storie politiche? Il contenuto della rivoluzione di Grillo è “il cittadino che si fa Stato”. Il gradualismo di Napolitano consiste nella “cultura del rispetto”, rispetto della cultura, delle istituzioni e delle persone. Il rispetto è l’esito del suo percorso ideologico, che ha le radici in una lunga storia. Se il gruppo dell’Ordine Nuovo torinese, nel ’19-’20, aveva infuso nella produzione il rigore della morale kantiana del rispetto, Napolitano rappresenta il punto massimo di evaporazione della “morale dei produttori” che da quell’innesto era derivata, e che con la “diversità comunista” e la “terza via” Berlinguer aveva tentato disperatamente di mantenere su un terreno ancora strutturale. Risalendo la corrente, Napolitano invece si sposta sull’antica sovrastruttura, ma quando credeva di aver raggiunto un approdo sicuro, inopinatamente qui incontra la “rivoluzione” di Grillo, che grida, insulta e strepita. Napolitano ne è disgustato, e denuncia allora la “comparsa in Parlamento di metodi ed atti concreti di intimidazione fisica, di minaccia, di rifiuto di ogni regola e autorità”. Grillo, però, non ci sta, e sottolinea ad ogni pie’ sospinto il carattere “non violento” della rivoluzione cinquestellata. Nella sua semplificazione teatrale della politica, con “non violenta” Grillo intende il fatto che con il suo movimento impedisce alla gente di scendere in strada a spaccare le vetrine. Ma il significato autentico di “non violenta” ce lo dà il suo sodale Casaleggio, il quale rassicura tutti, anche con opportune visite al Workshop Ambrosetti, che la rivoluzione cinquestellata non intende sovvertire minimamente i rapporti di produzione. Quello che lui vuole è uno spostamento di qualche grado dell’asse strutturale, dalla grande impresa e dalla finanza alla “piccola e media impresa”. A questa modesta rotazione, Grillo aggiunge l’epica del “cittadino che si fa Stato”, cioè una comunità virtuale dove l’individuo può dare libero sfogo alle proprie robinsonate, dall’elettricità prodotta con gli scarti di casa, alla pistola costruita con la futuribile stampante tridimensionale. L’antipolitica che tanto allarma Napolitano, si rivela allora solo un borborigma del capitale. Da vecchio comunista, Napolitano stesso lo capisce, ma essendo egli sempre stato un comunista “sovrastrutturale”, non va al di là di un rimbrotto, per così dire, “etico-politico”, ed è quando nel suo discorso ai Lincei addita i “giornali tradizionalmente paludati” quali complici dell’onda fangosa rivolta contro la “casta”. Ma se era qualcosa di più dell’eterno contrasto italiano tra “magnati” e “popolani”, sarebbe mai potuto accadere che quei due mattacchioni di Stella e Rizzo cavalcassero quell’onda dalle colonne del “Corriere della sera”? Ecco, allora, la solitudine di Napolitano, ormai lontano dal suo vecchio esercito, alla cui rotta contribuì volendolo sempre  alienare in qualcos’altro, ottenendo solo alla fine di ritrovarsi in un empireo che, visto da vicino, è solo il luogo dove maschere, di volta in volta infide, ridanciane o vocianti, recitano lo “spettacolo degli interessi”.

  1. http://www.beppegrillo.it/2013/02/parole_guerrier.html []
  2. http://www.quirinale.it/elementi/Continua.aspx?tipo=Discorso&key=2966 []

Dialogo post Europee tra la luna e un pastore errante dell’Italia contemporanea

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Ecco il dialogo tra la luna, tutt’altro che indifferente, anzi molto impegnata nelle cose terrene, e un trafelato pastore errante dell’Italia contemporanea, svoltosi qualche giorno dopo le elezioni europee del 25 maggio 2014:

   P. E, allora, ô luna, che te ne pare di questo ritorno della DC (40%: la percentuale è quella)? Hai visto il video di Grillo che prende il maalox?

   L. Ho votato contro Grillo. Il risultato è stato migliore delle previsioni. Ho imparato a contentarmi. No, non ho visto Grillo, né prima né dopo il maalox. Non guardo la gente che vomita. Mi volto dall’altra parte. E quell’altro pupazzone, fresco della sua quotidiana iniezione di formalina? Con questa galleria di mostri guardi tanto per il sottile? Che ne dice la pastorella tua compagna?

   P. E che vuoi che dica, la pastorella mia compagna, pensa a quant’era bello il PD di Bersani, con quelle  allegre assemblee nazionali, dove ci si recava ognuno con le sue greggi… Peccato che ci siano tanti kilometri tra di noi, potremmo fare delle belle tavolate politico-gastronomiche…

Una nuvola grigia si intromette tra il pianeta pallido e l’italico pastore errante. Quando il cielo si rischiara…

   L. Nel frattempo ho visto la scenetta del maalox. Mi è parsa  un’ottima gag. Inquietante invece la comparsa di Casaleggio sul palco a San Giovanni nella conclusione della campagna elettorale. Anche quella l’ho vista solo oggi. L’abbiamo scampata bella.

  P. Ma, tra un’elezione e l’altra, ci sono le mungiture, il flauto, le composizioni poetiche, insomma, il für ewig. Lì non ci acchiappa nessuno. A breve, spero di suonarti dei bei nuovi motivetti e di leggerti qualche altro bel canto.

   L. A parte i formaggi e le zufolate e i canti  (che bei vizi…), certo,  a parte tutto….Ma tornando alla politica: perché tu, come tanti altri amici, dici: la nuova DC? checché se ne pensi, mi pare tutt’altra cosa. Diverso il radicamento sociale, il tipo di comunicazione, le facce, lo stile. C’è tutta la distanza che ci divide nel bene e nel male dall’Italietta postbellica. Solo per il 40 per cento? Un mio vecchio ed ora defunto amico, a ogni competizione elettorale, se si chiedeva a lui, pubblicista di un giornale della sera, come sarebbe andata, rispondeva: Questa volta sfioreremo il quaranta per cento. La storia è andata diversamente. Dunque ben venga un qualsivoglia quaranta percento. Mio nipote, ha votato per la prima volta. Timori e tremori, poi trionfale WhatsApp: “vittoria schiacciante!“. Sono stata molto contenta e ho pensato che non bisogna andare tanto per il sottile. Che provino loro a fare qualcosa.

Un altro nuvolone si intromette. Per lunghi minuti la luna scompare dalla vista del pastore, che approfitta per correre dalle sue discole pecorelle. Al ritorno, con il fiatone…

   P. Scusa il ritardo, eccomi alla tua domanda: perché dico, diciamo, la nuova DC. Ma con uno come Renzi, è il primo pensiero che ti viene. Poi, certo che è tutto diverso, con gli ottanta euro stanno pure ridistribuendo, se non è sinistra questa… Ma non ridistribuiva anche la DC? E ci risiamo. Insomma, c’è molta ambiguità, voluta, cercata, perchè bisogna essere “post-ideologici”. Così si arriva al quaranta per cento. Adesso, ci siamo. La “vocazione maggioritaria” vagheggiata dal cineasta Veltroni, eccola a portata di mano, ancora uno sforzo e siamo al cinquanta per cento. Vorrei tanto che mi sorprendessero, che con questo consenso plebiscitario cambiassero non solo alcune storture di questo paese, ma anche di questo sistema. Ma non si sa bene verso che direzione vanno, il programma prende forma mentre fanno, anzi consiste nel fare. Quindi, o ti sono simpatici, o non li puoi seguire. E io li guardo, quel poco che resisto davanti alle loro comparsate televisive, guardo le loro facce, e mi sembrano ancora più di plastica di quelle berlusconiane del ventennio passato, facce puramente agonistiche, animali da combattimento verbale. E così, alla fine, che fai? Voti Tsipras, ma solo perché c’è qualcuno che stimi, Gallino, la Spinelli. Ma ti senti un rifugiato in una terra che non è la tua, dove litigano per niente e su tutto, e fremono aspettando la prima occasione buona per saltare sul carro “riformista”. Mi rincuoro pensando che per un ventenne, un voto all’“estrema” ha tutt’altro significato. Un giovane pastorello che, sfacciato, fa le fusa alla mia figliola, studia il russo come usava un tempo, e coltiva i classici del marxismo-leninismo. Viene da ridere, ma per loro non è nostalgia, ma un giudizio sprezzante sull’oggi, e la prospettiva del domani. Fra tre anni, saranno cent’anni dalla “sfida al cielo”, e per ragazzi come questi è come se fosse ieri. E noi, come celebreremo quella data? Nella sua post-ideologica apertura ecumenica, Renzi tacerà, o dirà qualcosa? E se dicesse, no signori, Enrico si sbagliava, la spinta propulsiva della Rivoluzione d’Ottobre non si è esaurita, e noi siamo qui, tra un tweet e l’altro, a portarla avanti, dentro e fuori Palazzo Chigi. Più dentro, che fuori. O più fuori, che dentro? Chi lo sa, è l’ambiguità.

   L. Oddio, come rispondere ai tuoi argomenti. Che Renzi abbia fatto il boyscout e vada alla messa la domenica mi disturba un po’, ma per ragioni estetiche, non altro. Niente a che vedere con la puzza di sacrestia dei marpioni democristiani, barattieri anche in cose di religione. Mi disturberà politicamente se inciderà per esempio sulle scelte in fatto di diritti civili, allora sì, non prima. Una ridistribuzione del reddito mi pare una politica di equità minimale che saluto con un plauso (anche se parzialmente finanziata con una riduzione del sei per cento del mio vitalizio). Niente a che vedere con la (ri)distribuzione democristiana fatta di strizzatine d’occhio ai finti invalidi, ai baby pensionati, al forestale fasullo mentre bruciavano i monti della Calabria, all’evasione fiscale generalizzata…. E’ stato questo tipo di distribuzione che ha distrutto quel po’ di etica pubblica che c’era in Italia, ha reso i nostri connazionali parassiti e piagnoni, ha preparato il craxismo e tutto il resto che è venuto dopo. Quando la vedrò praticare da Renzi dirò: ecco il democristiano. Certo, le facce sono quelle di chi è cresciuto nel ventennio berlusconiano, specie le donne mi fanno impressione (salvo alcune: adoro il vostro Ministro della Guerra). Ma prova a guardare gli altri: le maschere ebeti dei grillini, immobili nel sorriso di disprezzo per le cose che non capiscono, le pance e le giacche (quelle sì democristiane) dei berlusconiani, e di nuovo, anche lì, le donne, aiuto, le donne. E non erano molto più democristiani, fra i “nostri”,  un Fioroni con quella faccia di pappone o una Turco che pareva di quelle che distribuiscono gli abiti usati ai poveri della parrocchia? Spinelli, ottima pubblicista e donna di studi. Leggo sempre con interesse i suoi articoli. Ma come votare una che ti dice che se viene eletta si dimetterà perché non vuole fare la deputata? Votare la lista di Casarini? votare una lista patrocinata dal micromegologo amico di Travaglio, che poi subito litiga (manco ho capito con chi e su cosa) e se ne va. E pure col rischio, per fortuna evitato per il rotto della cuffia, di buttare via il voto. Il tuo pastorello ventenne che zufola appresso alla tua figliola, fa bene a studiare il marxismo-leninismo, ma forse farebbe bene a studiarsi anche un po’ di geopolitica, lasciando a voi vecchietti la paura e la nostalgia. Renzi che celebra la Rivoluzione d’Ottobre è il teatro dell’assurdo, ma Renzi ha fatto entrare il PD nel gruppo socialista, cosa che nessuno dei gloriosi eredi di Enrico Berlinguer aveva osato fare (e neanche vi avevano mai spiegato perché). Mi chiederai se sono diventata renziana. No. Ma erano millanni e ancora mille che aspettavo il gran giorno e, non dico per me, ma per voi, ora me lo godo. Ti ho convinto?

   P. Beh, tu sei la luna e io solo un pastore, per giunta da secoli e secoli errante in questo monno bruto. C’è una bella differenza. Ma a proposito del sei per cento sottratto al tuo vitalizio, la mia paga è bloccata dal 2010. E, allora, siccome ci stiamo mettendo soldi nostri, vorrei dire alla deputata Picierno, ora europarlamentare, ma è proprio necessario metterci, nella spesa che può fare con gli ottanta euro, le due buste di salmone? Non potrebbe comprare un sacchetto di fagioli, e cucinarli con la ricetta della nonna? Questo per dire che si può redistribuire in tanti modi. Ad esempio, ripristinando un diga da cui dipende l’economia di un’intera piana. È da anni che Luciano Gallino spiega cose simili dalle pagine, non della Gazzetta di Forlì, ma da quelle tronitrinuanti di Repubblica. Ma mentre a lui, tutto quello che gli fanno fare è il garante della lista Tsipras, al Tesoro ci chiamano Pier Carlo Padoan che, tra una partita e l’altra di squash, ci spiega in pubbliche interviste che “la sofferenza sta funzionando”. Allora viene il sospetto che la crisi sia uno strumento che coloro che si sono arrogati il diritto di governarci, usano per disciplinare quelle che giudicano le nostre inamissibili pulsioni edonistiche, salvo poi chiederci di tornare a consumare. Renzi, rispetto a questo, che mi rappresenta? L’ho sentito battibeccare con Floris, a Ballarò, e la frase che mi è rimasta nell’orecchio è ancora una volta quella dei sacrifici. Non è la prima volta che le pulsioni sadiche prevalgono in chi governa. Il guitto di Genova aveva colto paradossalmente la cosa, quando ha pubblicato il post con la fotografia del cancello di Auschwitz. Ma Renzi ha prontamente cambiato discorso, ingiungendogli di sciacquarsi la bocca prima di parlare di Berlinguer. Come vedi, alcune battute del teatro dell’assurdo sono già state pronunciate. Perché non aspettarsene altre, a proposito del 1917? Per quella data, Veltroni farà un altro film, magari su Apollon Schucht e Vladimir Ilic Ulianov detto Lenin, mentre guardano amorevolmente Giulia, figlia di Apollon, e Antonio Gramsci passeggiare mano nella mano, e alla prima ci sarà ancora Napolitano che si commuoverà, con Maria De Filippi in tubino nero a fare le accoglienze. La geopolitica? Pensa se nel 1989, al posto di Gorbaciov, ci fosse stato Putin, magari nelle vesti di un Andropov in buona salute: come credi che sarebbero andate le cose? Hai visto da lassù il libro del nipote di Gramsci, Antonio jr., sulla storia della sua famiglia? Figurati se in Italia gli danno il Viareggio…

  L. Sì, d’accordo. Ma eravamo partiti dal voto e dai suoi risultati… Riprendiamo il discorso alle prossime elezioni!

Altro nuvolone e interruzione della vista. Quando il cielo si rifà limpido…

    L. … ma poi perché i fagioli sarebbero più comunisti del salmone?

   P. Il terreno della lotta di classe alimentare è scivoloso. Ciò che volevo dire è che mi sembra stupido togliere soldi ad alcuni che ne hanno un po’ di più e darli ad altri che ne hanno un po’ di meno, solo per far ripartire il fuoco di paglia di piccoli consumi, soprattutto se di lusso. Se si devono fare sacrifici, facciamoli per cose – ad esempio, una diga in secca che sta distruggendo l’agricoltura, che ne so, della piana di Gela – che rafforzino in modo duraturo l’economia di intere regioni. E se l’economia circola, poi tanto il ragionier Rossi, quanto il professor Bianchi potranno liberamente scegliere di consumare fagioli comunisti o salmone borghese.

    L. Certo, è piccolo cabotaggio, e inoltre soldi tolti da una parte e spostati dall’altra non fanno ripartire i consumi, ma ha avuto un valore simbolico e i simboli non sono acqua. Applicato in maniera massiccia, dando per esempio più soldi ai professori di scuola media e un po’  meno (non per questo pochi) soldi ai supermen, forse farebbe funzionare meglio la scuola. Il tuo ragionamento somiglia a quello letto, credo oggi, credo su Repubblica: coi miliardi della cassa integrazione si farebbero investimenti capaci di far ripartire l’economia. Vero, falso, equo? Mi contento di poco, hai ragione. Sarà che i fagioli mi piacciono più del salmone. E poi non era peggio quello che abbiamo passato prima? o l’orrore che ci toccava senza il famigerato quarantapercento? Insomma, non se ne esce. Tu hai ragione, in questa diatriba, e io ho ragioni. Mi pare proprio tempo di farci una chiacchierata al plenilunio, quando sarò proprio uno splendore (e un po’ di cortiglio, alla prima occasione: mi piacerebbe conoscere l’evoluzione politica dei nostri amici berlusconiani, ad esempio).

   P. Gli amici berlusconiani suppongo che siano diventati renziani. Ma il quarantapercento cui hanno contribuito, potrebbe riservare loro sorprese. In questo non hai solo ragioni, ma anche ragione: stiamo a vedere. Perché paradossalmente il quarantapercento, in presenza di una destra in sfacelo, può portare Renzi su una strada di sinistra che, Zelig qual è, non esiterebbe a percorrere.

Nuvole, nuvole, ancora nuvole, è proprio una capricciosa notte di maggio. E il nostro pastore corre di nuove dalle sue pecorelle che strepitano e ondeggiano nell’ovile. Quando la vista finalmente si rischiara…

   P. Non avevo inquadrato bene la domanda, che invece è importante. Non credo che il mio ragionamento sugli ormai famigerati ottanta euro sia lo stesso del ragionamento di Repubblica che citi. La cassa integrazione è un controllo sulla condizione del lavoro che, lottando, il lavoro si è guadagnato contro il capitale: se vuoi licenziare, paghi dazio. Gli ottanta euro sono una concessione unilaterale ad una platea indistinta di tartassati. I fatti storici sono una fastidiosa lisca nel cannarozzo vorace del capitale, che Repubblica spesso contribuisce a rimuovere con quei discorsi tutti rivolti al presente che il suo fondatore, il devotissimo monsignor Scalfari, tanto depreca.

   L.: In cose politiche, fra me e te  la differenza non è tra il bicchiere mezzo pieno e il bicchiere mezzo vuoto. E’ tra chi reputa che i bicchieri siano andati tutti in frantumi e ci si debba perciò  contentare se ci resta un mestolo bucato (io) e chi invece reputa che il diritto di ciascuno a un bicchiere pieno sia ancora all’ordine del giorno (e allora si arrabbia: tu)

   P. È vero, i bicchieri sono tutti rotti. Ma, come diceva Rossella O’Hara, “domani è un altro giorno”. E qui, ahimé, parte la sigla del perfido Vespa.

   L. No, “Porta a porta”, no! Devo andare, fa quasi giorno, e sorge il sole. Spero per te, che sia quello dell’avvenir.

Il gregge bela e il pastore si avvia alla mungitura. Ricotte e caci si preparano, per allietar la tavola anche di chi non ha, ora che gli ottanta euro rimpinguano l’esigua tasca, e il quaranta per cento conforta in cambio chi l’ha preso.