Stato

Stato e ambiente

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Una interpretazione non edulcorata del concetto di egemonia in Gramsci non può fare a meno di distinguere tra l’egemonia in atto e la nuova egemonia. L’egemonia in atto è la realtà di fatto caratterizzata dal “mercato determinato”, in cui la merce-lavoro è insuperabilmente subordinata al capitale. La nuova egemonia è la prassi politica che persegue la “riforma economica” del “mercato determinato”, attraverso i necessari adattamenti strutturali e sovrastrutturali. Una tale interpretazione non può fare a meno altresì di riconoscere che, tra queste due forme di egemonia, Gramsci individua il tempo di un lungo interregno, durante il quale il conflitto egemonico si presenta in “forme incongrue e inefficienti”. La “riforma economica”, allora, si impantana in un alternarsi di liberismo e statalismo, intesi come forme alternative di “mercato determinato”, finalizzate a perpetuare la riproduzione del capitale, la cui esistenza è sempre insidiata dalla intrinseca tendenza alla caduta del saggio di profitto1.

Questa interpretazione può sembrare un cumulo di schemi astratti. Ma non si è neppure finito di mettere in evidenza l’interregno di transizione tra le due forme di egemonia, che la realtà si incarica di mostrarne l’esistenza, con fenomeni che si richiamano ad esso addirittura nel nome. Si prenda il caso del transition movement, “un movimento trans-locale di comunità che si uniscono per reimmaginare e ricostruire il nostro mondo”, che attraverso iniziative, conferenze periodiche, reti e organizzazioni più o meno informali e permanenti, prende piede nei paesi in cui maggiormente si manifesta la presa di coscienza circa l’insostenibilità della “crescita perpetua”, con cui il capitale cerca di contrastare la surricordata intrinseca tendenza alla caduta del saggio di plusvalore2. Può darsi che questo movimento, ed altri simili che popolano e hanno popolato in questi anni l’interregno di transizione, siano incongrui e inefficienti. Non a caso si rimprovera loro di essere una risposta ipocritamente morale all’emergenza e alla disperazione, essendo incapaci di includere strati più ampi oltre il loro nucleo di attivisti della “classe media”3. È probabile però che tale incapacità derivi anche dall’inesistenza, a parte resti fossilizzati di gloriosi eserciti, di un serio partito di classe che, andando oltre l’odierna sinistra nominale, offra loro una credibile alleanza.

Ma veniamo a un altro aspetto dell’interregno egemonico, l’alternarsi di liberismo e statalismo come modo per perpetuare la riproduzione del capitale. Dopo il lungo ciclo liberistico, iniziato negli anni Ottanta del secolo scorso, si moltiplicano ora i segnali di un ritorno dello statalismo, proprio sul terreno dell’insostenibilità ecologica della “crescita perpetua”. Infatti, se essa è l’orizzonte morale dei bravi ragazzi della classe media, per il capitale è l’opportunità per invertire il ciclo, passando dal liberismo allo statalismo. Limitandoci al quadrante europeo, l’industria esportatrice della zona euro, nonostante la sua feroce compressione dei costi, in tempi di guerre commerciali comincia a soffrire. Quale migliore idea, allora, da parte delle influenti Confindustrie tedesche, francesi e italiane riunite in conclave, di farsi sostenere con dazi, giustificati dai maggiori costi per abbattere nei cicli produttivi le emissioni di CO2, contro chiunque fuori dall’Europa produca con energia meno cara e più inquinante? Questo virtuoso intento “protettivo”, già fatto proprio dalla nuova Commissione promotrice del green new deal, non si ferma qui. Bisogna mettersi al passo nella produzione “ecologica” del “futuro”, batterie al litio per l’auto elettrica, auto autonoma, intelligenza artificiale, innovazione medicale, reti digitali, internet delle cose, cyber-sicurezza. Poco importa che questo “futuro” sia un ammasso di feticci decisi “altrove”, ed imposti con mille astuzie ad una maggioranza tanto desiderante, quanto disorganizzata. È il terreno della “concorrenza”, e per il capitalismo basta e avanza. Quale migliore occasione, allora, di richiedere aiuti di Stato per progetti tecnologici di cooperazione paneuropea? Da un consorzio sull’intelligenza artificiale ai finanziamenti statali per lo sviluppo delle batterie al litio, ecco dunque che prende forma una nuova politica industriale dell’Unione Europea, dirigista, certo, ma, chiosa l’accondiscendente giornalista, necessaria4. In questa guerra intercapitalistica, si potrebbero analizzare altre forme con cui in altri quadranti capitalistici lo Stato esce dall’ombra liberistica, ma la domanda è che cos’è lo Stato in questo nuovo ciclo statalista? Prima di rispondere, però, è necessario soffermarsi su un punto apparentemente lontano dal nostro argomento, ovvero come la scienza dimostra l’insostenibilità ecologica della “crescita perpetua”. Gli scienziati ragionano in termini di punti di non ritorno, calcolabili in differenti scale temporali (decine di migliaia, migliaia, centinaia, decine di anni), e di cascate globali di punti di non ritorno, che si avverano quando il superamento dei punti di ribaltamento in un sistema aumenta il rischio di provocarli in altri sistemi5. Ad esempio, la perdita di ghiaccio marino nell’Artico sta amplificando il riscaldamento regionale, e il riscaldamento dell’Artico e lo scioglimento della Groenlandia stanno spingendo un flusso di acqua dolce nel Nord Atlantico. Ciò avrebbe potuto contribuire a un rallentamento del 15% a partire dalla metà del XX secolo dell’Atlantic Meridional Overturning Circulation (AMOC), una parte fondamentale del trasporto globale di calore e sale dall’oceano. Il rapido scioglimento della calotta glaciale della Groenlandia e l’ulteriore rallentamento dell’AMOC potrebbero destabilizzare il monsone dell’Africa occidentale, innescando la siccità nella regione africana del Sahel. Un rallentamento dell’AMOC potrebbe anche asciugare l’Amazzonia, interrompere il monsone dell’Asia orientale e causare l’accumulo di calore nell’Oceano Antartico, che potrebbe accelerare la perdita di ghiaccio nell’Antartico6. Ora, dopo tutta questa serie di condizionali probabilistici, gli scienziati concludono che vi sono ricerche che mostrano che tali collegamenti esistono per il 45% delle possibili interazioni tra sistemi. Non solo. Essi ammettono anche che i punti di non ritorno e le cascate globali dei punti di ribaltamento non sono una novità nel sistema terrestre. Anzi, le evidenze paleografiche mostrano che nel corso dei millenni il sistema terrestre è stato instabile su più scale temporali, con forzature causate da cambiamenti nell’orbita terrestre7. Chiusi nella torre d’avorio dei loro modelli e delle loro riviste, in cui dibattono tra pari, gli scienziati non si rendono conto che simili affermazioni sono una manna per i politici, il cui mandato è di perpetuare il sistema capitalistico. Se i punti di non ritorno sono eventi probabilistici, se siamo sotto il 50% delle possibili cascate globali di punti di non ritorno, se la stessa natura, nel suo autonomo dinamismo, ha provocato e può provocare punti di non ritorno e cascate globali di punti di non ritorno, perché dovremmo cambiare l’approccio al problema climatico e proibirci di ragionare in termini economici di costi-benefici, unico modo per perpetuare la valorizzazione del capitale? Insomma, esiste una “retorica” intrinseca alla scienza, fondata su conoscenze probabili, modelli da migliorare, fiducia da acquisire in essi con nuove ricerche e nuovi dati che, estrapolata nell’agone politico, anziché giocare contro i comportamenti pur documentabili che influenzano il cambiamento climatico, finiscono per rafforzarli, come dimostra il fallimento di tutte le conferenze climatiche dal 1995 ad oggi. Tanto dovrebbe bastare per abbandonare l’illusione “conoscitiva” che basta ascoltare la scienza perché i governi si convincano della svolta ecologica, illusione condivisa da chi pensa che basta coniugare le evidenze ecologiche fornite dalla scienza con le affermazioni “profetiche” di Marx ed Engels, per avere un nuovo movimento di classe di ispirazione “verde”8. Che esistano cause dirette e indirette, legate ai processi produttivi capitalistici, che provocano il riscaldamento globale e il conseguente cambiamento climatico, è una utile conoscenza che la scienza fornisce con i suoi propri metodi logico-sperimentali. Ma tale conoscenza può diventare un tassello di un discorso politico volto a cambiare il rapporto tra l’uomo e la natura, e tra l’uomo e i suoi simili, solo se esiste un operatore in grado di far passare dall’ascolto oracolare della scienza, alla lotta per conquistare il potere politico in grado di raggiungere quello scopo, valorizzando anche le conoscenze scientifiche. Certo, il fatto che si ricorra alla scienza tout court, così per altro compromettendone la credibilità, per far passare la verità politica della disumanità del capitalismo, attestata indubitabilmente dal suo trattare l’individuo, e la natura in cui esso si riproduce, non come fine ma come semplice mezzo, è il segno della disperazione che caratterizza l’interregno di transizione, da imputare anche alla diserzione di chi doveva presidiare tale linea di demarcazione. Ma non è più il tempo delle recriminazioni. Viene invece il tempo di quell’operatore pragmatico in grado di riaffermare la verità politica della disumanità capitalistica, con cui smascherare il tentativo strumentale del capitalismo di crescere attraverso la decrescita. Un tentativo in cui, come abbiamo visto, lo Stato esce da dietro le quinte in cui si era celato nella fase liberistica e, in forme nuove, si riappropria del palcoscenico. Per limitarci al quadrante europeo, lo Stato del simulacro della decrescita è un combinat burocratico-giuridico ed economico-finanziario che si articola in classi politiche portatrici di un unico idioma, nella sua artificialità scisso dai popoli e dalle singole culture nazionali. In ciò, le vecchie sovranità e le loro burocrazie, ad esempio, la magistratura, svolgono un ruolo ambiguo, a volte oggettivamente anti-capitalistico, ma senza sbocco politico, come nel caso di intervento su vecchi processi produttivi industriali, vedi il caso Ilva, a volte pro-capitalistico, come nel caso della repressione dei movimenti No Tav, No Tap, No Muos, ecc. È un’illusione quindi trincerarsi dentro il vecchio Stato dell’interesse e della sicurezza nazionali. Bisogna invece dissolvere lo Stato a livello della sua astratta combinatoria. E la storicità di questo processo non può attingersi recedendo nei recinti nazionali, ma promuovendo la rivoluzione europea. A tale scopo non bastano certo le onde spumeggianti ma evanescenti dei movimenti. C’è bisogno invece di quell’operatore permanente ed organizzato che è il Partito. Mentre lo Stato è un falso universale che nasconde la dittatura di una minoranza, il Partito è la parte che aspira al tutto, la cui verità è assicurata dalla “riforma economica” che libera lo sviluppo sociale delle forze produttive. Nel raggiungimento di questo scopo, è naturale che vi siano avanzate e ritirate, scontri e tregue, vittorie e disfatte. Una grave crisi del processo egemonico è stato di credere che una disfatta, per quanto di grandi proporzioni, coincidesse con la “fine della storia”. In realtà, si avviava una fase durante la quale, all’ordine del giorno, c’è lo smascheramento dei simulacri dell’interregno: la forza mascherata di consenso, la globalizzazione come falso universalismo, la tecnologia come sostituto dell’etica. In tale compito, il Partito trova la sua ragion d’essere “intermedia”, che non si concretizza nella ritirata nella “cultura”, sfera in cui si poteva condurre la “battaglia delle idee” sino a quando, nella sua separatezza, c’era una borghesia che la coltivava, ma nella promozione del reciproco riconoscimento di tutte le pratiche che già si sottraggono alla malìa dei simulacri, di modo che la “riforma economica”, quando in più favorevoli rapporti di forza si porrà all’ordine del giorno, non sia uno shock, ma l’apice di un processo per il cui compimento basteranno poche scorciature.

 

  1. F. Aqueci, L’egemonia nel confronto di Gramsci con Vailati e Pareto, in Id., Il Gramsci di un nuovo inizio, Quaderno 12, Supplemento al n. 19 (settembre-dicembre 2018) di «AGON», Rivista Internazionale di Studi Culturali, Linguistici e Letterari, http://agon.unime.it/quaderni/quaderno-12/ []
  2. M. Vlasov, Dialogues about post–growth futures – notes on the transition conference in Umeå / November 18.2019, https://www.suchresearch.net/blog/2019/11/18/dialogues-about-post-growth-futures-notes-on-the-transition-conference-in-ume []
  3. Ibidem. []
  4. F. Fubini, Soldi pubblici e difesa delle aziende nazionali. Così sta nascendo l’Europa post-liberista, «Corriere della sera», 12 dicembre 2019, pp. 1 e 12. []
  5. T. M. Lenton, J. Rockström, O. Gaffney, S. Rahmstorf, K. Richardson, W. Steffen & H. J. Schellnhuber, Climate tipping points – too risky to bet against, «Nature», Vol. 575, 28 November 2019, pp. 592-595. []
  6. Ibidem. []
  7. Ibidem. []
  8. R. Andrés, El crimen del Amazonas y las ideas de Marx y Engels “por el futuro”, http://www.laizquierdadiario.com/El-crimen-del-Amazonas-y-las-ideas-de-Marx-y-Engels-por-el-futuro []

Una rivoluzione contro il popolo

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Un vero Stato etico è quello che programma il suicidio dello Stato. Questo, il punto di vista di Gramsci, così chiaramente espresso: «Ma in realtà solo il gruppo sociale che pone la fine dello Stato e di se stesso come fine da raggiungere, può creare uno Stato etico, tendente a porre fine alle divisioni interne di dominati ecc. e a creare un organismo sociale unitario tecnico-morale»1. Eppure c’è chi da questo passo tira l’idea di un cambiamento in cui «i comunisti, grazie alla cultura e al ruolo degli intellettuali, allarghino il più possibile il consenso, fino a farsi gradualmente stato»2. Sembra un marchiano fraintendimento, ma qui più che l’errore interpretativo conta il bisogno ideologico che con esso si manifesta. Oggi c’è voglia di Stato. Lo vogliono coloro che si sentono oppressi da quello Stato non Stato che è l’Unione Europea, e lo vogliono coloro che per paura che l’Unione Europea si sfasci, vogliono un grande Stato federale. Lo vogliono gli ucraini filorussi, che non accettano il “cambio di civiltà” e proclamano le loro “repubbliche autonome”, e lo vogliono gli ucraini filoccidentali, che affermando lo Stato indipendente ucraino, possono mettersi sotto le ali della Nato e dell’Unione Europea. Lo vogliono gli islamisti che, dalla Siria e dall’Iraq, hanno proclamato il “califfato”, e lo vogliono i curdi, che con lo Stato possono difendersi dalla barbarie islamista e riscattarsi da una servitù secolare. E si potrebbe continuare. Oggi i popoli non vogliono spezzare lo Stato, ma restaurarlo. Cos’è questa voglia di Stato? Forse che è la voglia di parlamenti, di burocrazie, di apparati? Per nulla, anzi, i parlamenti e i partiti sono disprezzati, le burocrazie odiate, gli apparati detestati. Cos’è, allora, questa voglia di Stato? Oggi lo Stato, dicono alcuni, è ciò che, incarnando la “civiltà”, fa ritornare il popolo alla comunità originaria, dove un leader interpreta la sua volontà, e gli permette di partecipare al suo destino3. Ma qual è il destino del popolo? Il popolo oggi sa che deve trovarsi un territorio, che deve riprodursi, che deve mangiare e bere, che deve soddisfare le sue fantasie e i suoi desideri, oggi il popolo sa tutte queste cose, tranne qual è il suo destino. Il popolo è come un bambino perso nel buio, che aspetta chi lo prenda per mano e lo conduca in salvo. Ma coloro che si offrono a ciò, i capi, non sanno loro stessi dove andare, perché il popolo ignora il suo destino. Come si può interpretare qualcosa che si ignora? Allora, per brama di comando, i capi adulano il popolo, e gli fanno credere di poterlo salvare. Il popolo subodora l’inganno, e li odia a morte, ma è costretto ad amarli, perché sono loro gli interpreti del suo destino. In questo inferno populistico, la vera rivoluzione allora non può che essere quella del popolo contro se stesso. Il popolo oggi è il parassita di se stesso. Deve abbattere se stesso per scuotersi dall’ignoranza del proprio destino. Nessuno può dire al popolo qual è il suo destino, se non il popolo stesso abbattendo la propria ignoranza. Ma cosa si può fare perché ciò non resti solo un’aspirazione morale? Il popolo dovrebbe tornare a fare politica, riscoprire la società, ma il popolo ha altro per la testa. Deve soddisfare le sue fantasie e i suoi desideri, come gli impone l’imperativo consumistico, ma deve provvedere anche alla sua miseria e ai suoi bisogni, che sono tornati a crescere. Il popolo, nella pancia e nella testa, è sfruttato come non mai da un secolo a questa parte. Ecco, allora, che sorge il bisogno primitivo dello Stato. Lo Stato come strumento per spezzare lo sfruttamento, per sottrarsi all’ingiustizia. Sottomettersi a quella vecchia canaglia dello Stato, per avere quella giustizia che sempre lo Stato ha negato.

  1. Q. 8, § 179, p. 1050). []
  2. D. Fusaro, Antonio Gramsci,, Milano, Feltrinelli, 2015, p. 126. []
  3. A. Dugin in dialogo con Alain de Benoist, Eurasia. Vladimir Putin e la grande politica, Napoli, Controcorrente, 2014 []