Gramsci

Il mosaico esploso

Download PDF

La realtà in questo momento è un mosaico esploso. Inutile cercarci un filo logico, semmai nella realtà ci fosse una logica, direbbe il realscettico che lasciamo volentieri alla sua scontata saggezza. I valori che difende il giudice costituzionale americano Alito sono gli stessi per i quali il patriarca ortodosso russo Kirill sostiene la guerra di Putin. Entrambi sono anti-abortisti. Non è uno scontro ma un incontro di civiltà se non fosse che di mezzo c’è la varietà delle sovrastrutture. La nobiltà del diritto contro la barbarie della guerra. Ma la guerra, sotto forma di “guerra giusta”, diretta o per procura, è lo strumento con cui l’Occidente secolarizzato, che rivendica l’aborto e la gestazione per altri, alias utero in affitto, come propri tratti distintivi, si impone al mondo esigendo che si uniformi agli alti standard dello Stato di diritto. Ma non è una “guerra giusta” anche quella di Putin? Non è una “guerra giusta” quella che si prefigge di anticipare una possibile aggressione? Il terreno si fa malfido. Torniamo all’incontro di civiltà. Per molti è un convergere di inciviltà, un ritorno vertiginoso all’oppressione delle donne. Come negarlo? Ma quanti di costoro sono disposti ad ammettere che altrettanto barbaro e incivile è prendere in affitto un utero come se fosse un appartamento dove poter passare i nove mesi d’attesa della nascita di un bebè? Si dirà, perché stigmatizzare un commercio che fa felice chi così si procura la progenie e fa guadagnare la donna che vende la propria funzione riproduttiva? Non è forse utile e addirittura lecito tutto ciò che diminuisce la sofferenza umana? E in questo caso diminuisce la sofferenza di chi non può procreare altrimenti e di chi può trarsi fuori dall’indigenza e così magari poter pagare gli studi ai propri figli assicurandogli di poter ascendere socialmente. Ma la diminuzione di sofferenza, qualsiasi essa sia, fisica, mentale o sociale, la si deve calcolare solo per l’individuo o anche per la collettività? Ammettiamo che un certo numero di individui ottenga reciprocamente una diminuzione di sofferenza ordinando un figlio a pagamento e vendendo per tale prestazione la propria capacità riproduttiva. Salvo nel raro caso del dono, questo circuito non comincia e finisce in un valore d’uso, ma attivando un tempo di produzione che coincide con quello riproduttivo genera una massa di valori di scambio che, come recita la dottrina, si erge come cosa esterna ed estranea agli stessi individui che la producono. Questa ricchezza sociale alienata, come tutte le ricchezze di tal genere, comporta una divisione del lavoro e uno scambio ineguale che ha come effetto di sistema una massa di sfruttati e una minoranza di sfruttatori indipendentemente dalle intenzioni morali degli individui all’origine di tale alienazione. La loro ricerca di felicità non è dunque all’origine del bene comune, come sostiene dal Settecento a oggi il bravo borghese che magnifica i vizi privati generatori di pubbliche virtù, ma determina un’infelicità collettiva poiché crea un sistema di rapporti sociali basati sul dominio e lo sfruttamento insiti nella produzione e appropriazione di plusvalore. Senza accorgersene, tali individui sono passati dalla bioetica all’economia politica, dalla rivendicazione morale dei propri diritti individuali all’edificazione ontologica della propria servitù collettiva. Si dirà, ma qual è l’istanza che può stabilire l’infelicità di una collettività solo perché è determinata dalle leggi del plusvalore? Chi può dire che gli ucraini presi nel loro insieme sono infelici perché i ricchi dell’Occidente affittano l’utero delle loro donne così contribuendo in maniera consistente alla formazione del loro prodotto interno lordo? Può la critica dell’economia politica fondare un giudizio di valore? No, non può. E per fortuna della critica dell’economia politica Putin, ben consigliato da Dugin, non si basa su di essa per sottrarre l’Ucraina all’influenza dell’Occidente. Ma la critica dell’economia politica può chiarire la base oggettiva del nazionalismo che dilania l’Ucraina, svelare la manipolazione che si cela dietro l’eterna promessa borghese dell’ascesa sociale, portare alla luce il contrasto tra diritti dell’individuo ed esigenze della collettività. Sta poi alla saggezza del popolo apprezzare le verità della critica, sottrarsi alle trappole del plusvalore, attuare i diritti dell’individuo salvaguardando l’intero sociale. Ma chi è il popolo? La massa indistinta? La sua classe dirigente? I suoi sapienti? Gramsci sosteneva che “tutti gli uomini sono filosofi” e assegnava alla politica, cioè alla lotta di classe guidata dal partito della nuova egemonia non più capitalistica, il fine di determinare le condizioni affinché tale potenzialità potesse esplicarsi. Uno degli effetti del mosaico esploso è l’illusione che tali condizioni si realizzino nella partecipazione sic et simpliciter allo “spazio pubblico”. Una pre-condizione è diventata il fine ultimo. Tutti allora ad azzuffarsi per dire la propria. E c’è pure chi tenta la furbata. Si prenda il partito in ascesa dei Fratelli d’Italia che, dopo aver messo Gramsci nel proprio Pantheon, riformula il suo motto in “tutti gli uomini di valore sono fratelli”, dove il valore che doveva essere il risultato diventa invece il prerequisito. Ma si sa, i fratelli di Giorgia hanno ascendenze elitarie che all’epoca si inverarono nell’energia popolare dei fasci di combattimento. Eia! La Meloni fa le facce buffe se le si chiede dei suoi antenati del ventennio mussoliniano. E ha ragione. Loro non c’entrano niente con quel fascismo. Bisognerebbe chiederle del neofascismo e di tutte le sue collusioni con mafia, gladio e massoneria, al netto dell’immaginetta di Borsellino che certo non può bastare a rendere presentabile una storia. Ma, a proposito ancora di mosaico esploso, questo discorso fa parte dell’indicibile di un mondo che grazie a quelle collusioni ancora oggi è al potere e al cui comando Giorgia e i suoi valorosi fratelli, fedeli alleati ma indomiti patrioti, brigano per subentrare.

Cent’anni di PCI

Download PDF

Quando il PCI nacque, cent’anni di solitudine fa, aveva già al suo interno le due tendenze che ne hanno segnato il corso ovvero l’astrattismo di Bordiga e il concretismo di Gramsci, fra cui oscillavano le diverse individualità di un composito gruppo dirigente da cui nel lungo periodo emergerà Togliatti. Astrattismo e concretismo sono termini dello stesso Bordiga, grande dirigente politico e grande teorico marxista1. L’astrattismo comportava un partito che, ancorato in una visione radicalmente immanentistica del cosmo, dell’uomo e della storia, aveva come scopo di realizzare il fine di una rivoluzione che trasferisse il potere, non nella fabbrica, ma nello Stato, dai proprietari dei mezzi di produzione agli autentici lavoratori. Questo comportava un’azione armata («assalto a Questure e Prefetture») il cui carattere non rivoltoso ma rivoluzionario sarebbe dovuto derivare dal contesto mondiale, come era accaduto in Russia. Corollario di tale astrattismo era il rifiuto totale del parlamentarismo, «potenza storica borghese» la cui accettazione comportava la deviazione opportunistica dal fine supremo della rivoluzione. Con tale visione, il concretismo di Gramsci condivideva il radicale immanentismo, nonché il fine rivoluzionario di un mutamento di potere nella struttura, da conseguirsi però nella fabbrica e di riflesso nella società civile, attraverso un partito i cui intellettuali organici avrebbero dovuto fluidificare il momento di forza insito nel rovesciamento dei rapporti di produzione. La prospettiva di Bordiga di un’armata politica che si coordina con quella degli altri fronti nazionali verso il fine mondiale della rivoluzione sfiorì quasi subito, e intervenne il periodo dell’espulsione dal partito, del confino ad opera del fascismo, del ritiro a vita privata. A liberazione avvenuta, il suo astrattismo, benché a volte apparisse un talmud della rivoluzione, diede il meglio di sé nell’analisi teorica. E non ci si riferisce qui tanto ai suoi aspetti polemici, dall’analisi del carattere capitalistico dell’URSS alla denuncia dell’equivoco dell’antifascismo, ma alla delineazione di un marxismo anti-produttivistico quale critica di un capitalismo tanto più popolare e affluente, quanto più oligarchico e immiserente. Ma, ripetiamolo, ciò non era più azione politica, se non nella forma di una critica “metafisica” della realtà sociale capitalistica, di cui solo oggi si può cominciare ad apprezzare l’attualità. Più insidiosa era invece l’azione di Gramsci, il cui concretismo rimandava all’infinito lo scontro armato nel frattempo che, combinando azione strutturale e sovrastrutturale, aveva l’ambizione di trasformare l’intero organismo sociale. Era una guerra di movimento travestita da guerra di trincea. Egli andava dunque fermato, imputandogli proprio ciò che rifiutava, ovvero l’azione bruta volta a sovvertire violentemente i poteri dello Stato. L’ultimo suo atto politico è l’indicazione dell’Assemblea costituente, in linea con la sua trasfigurazione della forza militare in capacità di assimilazione della controparte per il conseguimento del proprio fine rivoluzionario. La sua morte e i cambiamenti intervenuti con la Seconda guerra mondiale determinano il secondo tempo di questo concretismo, alla cui testa si pone Togliatti. Ma i cambiamenti che egli apporta sono decisivi. Anzitutto viene depotenziata la concezione radicalmente immanentistica con cui salvaguardare la purezza del fine rivoluzionario. In secondo luogo, il parlamentarismo da strumento tattico diviene il terreno d’elezione in cui produrre il cambiamento di potere nella struttura. In terzo luogo, il partito diviene una massa organizzata la cui azione rivoluzionaria si scarica però nel gioco elettorale. Di qui il sorgere di formule politiche quali l’attuazione del contenuto “avanzato” della Costituzione, la democrazia progressiva, le riforme di struttura, il dialogo con i cattolici democratici. L’illusione è di poter erodere progressivamente la controparte ma di fatto ci si impantana in un immobilismo in cui è la controparte che erode progressivamente il partito. Giungiamo così agli anni Settanta, quando Berlinguer tenta in due modi di divincolarsi dalle ristrettezze del concretismo che ha ereditato. Anzitutto propone il “compromesso storico” quale rivitalizzazione delle formule politiche togliattiane. Il successo elettorale del 1976 acuisce però la contraddizione politica, poiché rende ancora più sospettosa la controparte del pericolo di essere assimilata e subordinata al fine, per altro perseguito in maniera sempre più nebulosa, del cambio di potere nella struttura. La chiusura di questa prospettiva, simboleggiata dalla torbida uccisione di Aldo Moro, induce Berlinguer a una cauta e sfumata ripresa dell’astrattismo originario, puntando sulla “diversità comunista” che, rinnovando il legame con i lavoratori (vicinanza agli operai della Fiat, referendum sulla scala mobile), ingloba fenomeni nuovi come il femminismo, l’ecologismo e, sotto le spoglie della “questione morale”, un antipartitismo che non giunge mai al rifiuto del parlamentarismo ma è utile a marcare le distanze tra il partito che comunque dà a vedere di essere ancora il vero erede della rivoluzione e gli altri partiti ormai non più borghesi ma comunque corrotti. La morte improvvisa non consente a Berlinguer di sviluppare questo “ritorno alle origini” e, abbandonata ogni ipotesi di “terza via”, prende invece il sopravvento, favorito dal crollo internazionale del movimento operaio in tutte le sue componenti, un concretismo politicistico ammantato di realismo che fa piazza pulita di ogni residuo rivoluzionario e si concentra sull’esito più scontato del parlamentarismo, ovvero la conquista del governo con cui gestire le compatibilità di un sistema fissate altrove e di cui, nella migliore delle ipotesi, ci si illude di lenire gli effetti socialmente più insostenibili. Cessato così il PCI, la sinistra è da trent’anni un edificio disabitato che rissosi eredi non riescono a spartirsi. Ma il fatto che il PCI abbia occupato in passato gli spazi maggiori di tale edificio non dà alcun titolo alle sigle succedutesi sulla sua salma, Pds, Ds, PD, di pretendere di essere la sinistra. Tali divenienze da un’essenza ormai essiccata sono invece degli ingombri che da un lato forniscono agli avversari l’alibi per confrontarsi con una sinistra che tacciano di “comunismo” quando fa loro comodo, dall’altro impediscono il riformarsi di una sinistra che riprenda il nucleo scientifico del suo programma storico, cioè la critica del valore e di tutte le categorie economiche e sociali che da esso derivano. Certo, nella situazione odierna appare titanico il compito di forgiare conseguentemente il partito come un’organizzazione che non è determinata ma determina il suo riferimento sociale, ma davvero troppo insulsa si è dimostrata l’idea di un partito permeato dalla società civile per non desiderare di andare in qualche modo nella direzione opposta di un minimo di delimitazione, anche perché sembra essere il solo modo per tradurre in pratica una scelta ideologica che, nell’incipiente disfarsi degli attuali equilibri internazionali, appare non più rinviabile, ovvero che fare tra l’irreversibile declino del decrepito mondo cristiano-capitalistico-borghese e l’incedere apparentemente inarrestabile dell’ambiguo mondo confuciano sino-asiatico. Le formulette sull’Europa sono buone per scaldarsi il cuore davanti al camino spento di casa e d’altra parte non si vedono all’orizzonte giganti in grado di caricarsi sulle spalle l’impresa di un compimento della rivoluzione in Occidente. Ma questa che prima è stata un’incerta previsione storica e poi è divenuta uno spettro da combattere con ogni mezzo appare ogni giorno che passa come la sola via per sottrarre non solo l’Occidente ma gli stessi popoli d’Oriente a lunghi decenni avvenire di una nuova e più opprimente “libera schiavitù”.

  1. http://www.fondazionebordiga.org/testi/intervista.html []

Stato e ambiente

Download PDF

Una interpretazione non edulcorata del concetto di egemonia in Gramsci non può fare a meno di distinguere tra l’egemonia in atto e la nuova egemonia. L’egemonia in atto è la realtà di fatto caratterizzata dal “mercato determinato”, in cui la merce-lavoro è insuperabilmente subordinata al capitale. La nuova egemonia è la prassi politica che persegue la “riforma economica” del “mercato determinato”, attraverso i necessari adattamenti strutturali e sovrastrutturali. Una tale interpretazione non può fare a meno altresì di riconoscere che, tra queste due forme di egemonia, Gramsci individua il tempo di un lungo interregno, durante il quale il conflitto egemonico si presenta in “forme incongrue e inefficienti”. La “riforma economica”, allora, si impantana in un alternarsi di liberismo e statalismo, intesi come forme alternative di “mercato determinato”, finalizzate a perpetuare la riproduzione del capitale, la cui esistenza è sempre insidiata dalla intrinseca tendenza alla caduta del saggio di profitto1.

Questa interpretazione può sembrare un cumulo di schemi astratti. Ma non si è neppure finito di mettere in evidenza l’interregno di transizione tra le due forme di egemonia, che la realtà si incarica di mostrarne l’esistenza, con fenomeni che si richiamano ad esso addirittura nel nome. Si prenda il caso del transition movement, “un movimento trans-locale di comunità che si uniscono per reimmaginare e ricostruire il nostro mondo”, che attraverso iniziative, conferenze periodiche, reti e organizzazioni più o meno informali e permanenti, prende piede nei paesi in cui maggiormente si manifesta la presa di coscienza circa l’insostenibilità della “crescita perpetua”, con cui il capitale cerca di contrastare la surricordata intrinseca tendenza alla caduta del saggio di plusvalore2. Può darsi che questo movimento, ed altri simili che popolano e hanno popolato in questi anni l’interregno di transizione, siano incongrui e inefficienti. Non a caso si rimprovera loro di essere una risposta ipocritamente morale all’emergenza e alla disperazione, essendo incapaci di includere strati più ampi oltre il loro nucleo di attivisti della “classe media”3. È probabile però che tale incapacità derivi anche dall’inesistenza, a parte resti fossilizzati di gloriosi eserciti, di un serio partito di classe che, andando oltre l’odierna sinistra nominale, offra loro una credibile alleanza.

Ma veniamo a un altro aspetto dell’interregno egemonico, l’alternarsi di liberismo e statalismo come modo per perpetuare la riproduzione del capitale. Dopo il lungo ciclo liberistico, iniziato negli anni Ottanta del secolo scorso, si moltiplicano ora i segnali di un ritorno dello statalismo, proprio sul terreno dell’insostenibilità ecologica della “crescita perpetua”. Infatti, se essa è l’orizzonte morale dei bravi ragazzi della classe media, per il capitale è l’opportunità per invertire il ciclo, passando dal liberismo allo statalismo. Limitandoci al quadrante europeo, l’industria esportatrice della zona euro, nonostante la sua feroce compressione dei costi, in tempi di guerre commerciali comincia a soffrire. Quale migliore idea, allora, da parte delle influenti Confindustrie tedesche, francesi e italiane riunite in conclave, di farsi sostenere con dazi, giustificati dai maggiori costi per abbattere nei cicli produttivi le emissioni di CO2, contro chiunque fuori dall’Europa produca con energia meno cara e più inquinante? Questo virtuoso intento “protettivo”, già fatto proprio dalla nuova Commissione promotrice del green new deal, non si ferma qui. Bisogna mettersi al passo nella produzione “ecologica” del “futuro”, batterie al litio per l’auto elettrica, auto autonoma, intelligenza artificiale, innovazione medicale, reti digitali, internet delle cose, cyber-sicurezza. Poco importa che questo “futuro” sia un ammasso di feticci decisi “altrove”, ed imposti con mille astuzie ad una maggioranza tanto desiderante, quanto disorganizzata. È il terreno della “concorrenza”, e per il capitalismo basta e avanza. Quale migliore occasione, allora, di richiedere aiuti di Stato per progetti tecnologici di cooperazione paneuropea? Da un consorzio sull’intelligenza artificiale ai finanziamenti statali per lo sviluppo delle batterie al litio, ecco dunque che prende forma una nuova politica industriale dell’Unione Europea, dirigista, certo, ma, chiosa l’accondiscendente giornalista, necessaria4. In questa guerra intercapitalistica, si potrebbero analizzare altre forme con cui in altri quadranti capitalistici lo Stato esce dall’ombra liberistica, ma la domanda è che cos’è lo Stato in questo nuovo ciclo statalista? Prima di rispondere, però, è necessario soffermarsi su un punto apparentemente lontano dal nostro argomento, ovvero come la scienza dimostra l’insostenibilità ecologica della “crescita perpetua”. Gli scienziati ragionano in termini di punti di non ritorno, calcolabili in differenti scale temporali (decine di migliaia, migliaia, centinaia, decine di anni), e di cascate globali di punti di non ritorno, che si avverano quando il superamento dei punti di ribaltamento in un sistema aumenta il rischio di provocarli in altri sistemi5. Ad esempio, la perdita di ghiaccio marino nell’Artico sta amplificando il riscaldamento regionale, e il riscaldamento dell’Artico e lo scioglimento della Groenlandia stanno spingendo un flusso di acqua dolce nel Nord Atlantico. Ciò avrebbe potuto contribuire a un rallentamento del 15% a partire dalla metà del XX secolo dell’Atlantic Meridional Overturning Circulation (AMOC), una parte fondamentale del trasporto globale di calore e sale dall’oceano. Il rapido scioglimento della calotta glaciale della Groenlandia e l’ulteriore rallentamento dell’AMOC potrebbero destabilizzare il monsone dell’Africa occidentale, innescando la siccità nella regione africana del Sahel. Un rallentamento dell’AMOC potrebbe anche asciugare l’Amazzonia, interrompere il monsone dell’Asia orientale e causare l’accumulo di calore nell’Oceano Antartico, che potrebbe accelerare la perdita di ghiaccio nell’Antartico6. Ora, dopo tutta questa serie di condizionali probabilistici, gli scienziati concludono che vi sono ricerche che mostrano che tali collegamenti esistono per il 45% delle possibili interazioni tra sistemi. Non solo. Essi ammettono anche che i punti di non ritorno e le cascate globali dei punti di ribaltamento non sono una novità nel sistema terrestre. Anzi, le evidenze paleografiche mostrano che nel corso dei millenni il sistema terrestre è stato instabile su più scale temporali, con forzature causate da cambiamenti nell’orbita terrestre7. Chiusi nella torre d’avorio dei loro modelli e delle loro riviste, in cui dibattono tra pari, gli scienziati non si rendono conto che simili affermazioni sono una manna per i politici, il cui mandato è di perpetuare il sistema capitalistico. Se i punti di non ritorno sono eventi probabilistici, se siamo sotto il 50% delle possibili cascate globali di punti di non ritorno, se la stessa natura, nel suo autonomo dinamismo, ha provocato e può provocare punti di non ritorno e cascate globali di punti di non ritorno, perché dovremmo cambiare l’approccio al problema climatico e proibirci di ragionare in termini economici di costi-benefici, unico modo per perpetuare la valorizzazione del capitale? Insomma, esiste una “retorica” intrinseca alla scienza, fondata su conoscenze probabili, modelli da migliorare, fiducia da acquisire in essi con nuove ricerche e nuovi dati che, estrapolata nell’agone politico, anziché giocare contro i comportamenti pur documentabili che influenzano il cambiamento climatico, finiscono per rafforzarli, come dimostra il fallimento di tutte le conferenze climatiche dal 1995 ad oggi. Tanto dovrebbe bastare per abbandonare l’illusione “conoscitiva” che basta ascoltare la scienza perché i governi si convincano della svolta ecologica, illusione condivisa da chi pensa che basta coniugare le evidenze ecologiche fornite dalla scienza con le affermazioni “profetiche” di Marx ed Engels, per avere un nuovo movimento di classe di ispirazione “verde”8. Che esistano cause dirette e indirette, legate ai processi produttivi capitalistici, che provocano il riscaldamento globale e il conseguente cambiamento climatico, è una utile conoscenza che la scienza fornisce con i suoi propri metodi logico-sperimentali. Ma tale conoscenza può diventare un tassello di un discorso politico volto a cambiare il rapporto tra l’uomo e la natura, e tra l’uomo e i suoi simili, solo se esiste un operatore in grado di far passare dall’ascolto oracolare della scienza, alla lotta per conquistare il potere politico in grado di raggiungere quello scopo, valorizzando anche le conoscenze scientifiche. Certo, il fatto che si ricorra alla scienza tout court, così per altro compromettendone la credibilità, per far passare la verità politica della disumanità del capitalismo, attestata indubitabilmente dal suo trattare l’individuo, e la natura in cui esso si riproduce, non come fine ma come semplice mezzo, è il segno della disperazione che caratterizza l’interregno di transizione, da imputare anche alla diserzione di chi doveva presidiare tale linea di demarcazione. Ma non è più il tempo delle recriminazioni. Viene invece il tempo di quell’operatore pragmatico in grado di riaffermare la verità politica della disumanità capitalistica, con cui smascherare il tentativo strumentale del capitalismo di crescere attraverso la decrescita. Un tentativo in cui, come abbiamo visto, lo Stato esce da dietro le quinte in cui si era celato nella fase liberistica e, in forme nuove, si riappropria del palcoscenico. Per limitarci al quadrante europeo, lo Stato del simulacro della decrescita è un combinat burocratico-giuridico ed economico-finanziario che si articola in classi politiche portatrici di un unico idioma, nella sua artificialità scisso dai popoli e dalle singole culture nazionali. In ciò, le vecchie sovranità e le loro burocrazie, ad esempio, la magistratura, svolgono un ruolo ambiguo, a volte oggettivamente anti-capitalistico, ma senza sbocco politico, come nel caso di intervento su vecchi processi produttivi industriali, vedi il caso Ilva, a volte pro-capitalistico, come nel caso della repressione dei movimenti No Tav, No Tap, No Muos, ecc. È un’illusione quindi trincerarsi dentro il vecchio Stato dell’interesse e della sicurezza nazionali. Bisogna invece dissolvere lo Stato a livello della sua astratta combinatoria. E la storicità di questo processo non può attingersi recedendo nei recinti nazionali, ma promuovendo la rivoluzione europea. A tale scopo non bastano certo le onde spumeggianti ma evanescenti dei movimenti. C’è bisogno invece di quell’operatore permanente ed organizzato che è il Partito. Mentre lo Stato è un falso universale che nasconde la dittatura di una minoranza, il Partito è la parte che aspira al tutto, la cui verità è assicurata dalla “riforma economica” che libera lo sviluppo sociale delle forze produttive. Nel raggiungimento di questo scopo, è naturale che vi siano avanzate e ritirate, scontri e tregue, vittorie e disfatte. Una grave crisi del processo egemonico è stato di credere che una disfatta, per quanto di grandi proporzioni, coincidesse con la “fine della storia”. In realtà, si avviava una fase durante la quale, all’ordine del giorno, c’è lo smascheramento dei simulacri dell’interregno: la forza mascherata di consenso, la globalizzazione come falso universalismo, la tecnologia come sostituto dell’etica. In tale compito, il Partito trova la sua ragion d’essere “intermedia”, che non si concretizza nella ritirata nella “cultura”, sfera in cui si poteva condurre la “battaglia delle idee” sino a quando, nella sua separatezza, c’era una borghesia che la coltivava, ma nella promozione del reciproco riconoscimento di tutte le pratiche che già si sottraggono alla malìa dei simulacri, di modo che la “riforma economica”, quando in più favorevoli rapporti di forza si porrà all’ordine del giorno, non sia uno shock, ma l’apice di un processo per il cui compimento basteranno poche scorciature.

 

  1. F. Aqueci, L’egemonia nel confronto di Gramsci con Vailati e Pareto, in Id., Il Gramsci di un nuovo inizio, Quaderno 12, Supplemento al n. 19 (settembre-dicembre 2018) di «AGON», Rivista Internazionale di Studi Culturali, Linguistici e Letterari, http://agon.unime.it/quaderni/quaderno-12/ []
  2. M. Vlasov, Dialogues about post–growth futures – notes on the transition conference in Umeå / November 18.2019, https://www.suchresearch.net/blog/2019/11/18/dialogues-about-post-growth-futures-notes-on-the-transition-conference-in-ume []
  3. Ibidem. []
  4. F. Fubini, Soldi pubblici e difesa delle aziende nazionali. Così sta nascendo l’Europa post-liberista, «Corriere della sera», 12 dicembre 2019, pp. 1 e 12. []
  5. T. M. Lenton, J. Rockström, O. Gaffney, S. Rahmstorf, K. Richardson, W. Steffen & H. J. Schellnhuber, Climate tipping points – too risky to bet against, «Nature», Vol. 575, 28 November 2019, pp. 592-595. []
  6. Ibidem. []
  7. Ibidem. []
  8. R. Andrés, El crimen del Amazonas y las ideas de Marx y Engels “por el futuro”, http://www.laizquierdadiario.com/El-crimen-del-Amazonas-y-las-ideas-de-Marx-y-Engels-por-el-futuro []

Prezzi, valore, egemonia. A proposito di una recente distinzione

Download PDF

Con uno scavo nella struttura formale del concetto di egemonia, recentemente si è proposto di distinguere tra l’egemonia-consenso e l’egemonia-direzione1. L’egemonia-consenso consisterebbe nel potere democratico fondato sulla partecipazione e sulla trasparenza dei meccanismi decisionali; l’egemonia-direzione, nel saper offrire le soluzioni più efficienti e convincenti ai problemi sociali ed economici. Quest’ultima, si tradurrebbe in una “razionalità sostanziale” che starebbe alla base di una tecnocrazia in cui, dopo il declino dei partiti di massa e la crescente irrilevanza dei parlamenti, dominerebbe l’élite degli “esperti”, lontani dalle contraddizioni e dalle istanze della politica e delle “masse”, queste ultime troppo ignoranti per capire sia il proprio interesse che la direzione da far prendere alla società. Contro questa deriva elitaria, si propone allora di rafforzare il potere democratico a tutti i livelli, locale, nazionale e transnazionale, mettendo la rappresentanza al centro delle riforme istituzionali, e potenziando lo Stato di diritto rispetto alle nuove sfide.

La “razionalità sostanziale” che si ritiene alla base dell’odierna tecnocrazia, è già stata analizzata molti anni fa dai teorici della razionalità, che ne hanno trattato sotto la dizione di “razionalità adattiva”2. Al contrario di chi ne denuncia la potenza e la pervasività, i teorici della razionalità sono preoccupati dei suoi limiti, che si propongono di superare con misure ad hoc. Fra queste misure, ci sono l’utilizzazione della razionalità insita nei prezzi di mercato, l’adozione della ricerca operativa, della gestione aziendale e dell’intelligenza artificiale dei computers, l’estensione ad altri ambiti dei procedimenti per contraddittorio tipici dei sistemi giudiziari. Effettivamente, tutto ciò che può configurare un pernicioso “governo dei tecnici”. I teorici della razionalità adattiva ritengono però che mezzi altrettanto efficaci per superare i limiti di tale forma di razionalità siano una conoscenza adeguata dei procedimenti politici e istituzionali propri dello Stato di diritto, nonché l’affermarsi di mass media che non diano spazio alle novità quotidiane e all’effimero, ma agiscano adottando procedimenti come il contraddittorio dei sistemi giudiziari sopra richiamato.

Come si vede, è difficile tagliare l’anguria perfettamente a metà, perché i tecnocrati o, quanto meno, coloro che forniscono una filosofia di sfondo all’egemonia-efficienza, sono preoccupati anch’essi dell’egemonia-consenso, dello Stato di diritto e delle istituzioni democratiche. Come si spiega questa bizzarra confluenza? L’impressione è che la distinzione tra egemonia-consenso e egemonia-efficienza sia una barriera troppo fragile per scalzare il fondamento teorico della razionalità adattiva o sostanziale che dir si voglia. Essa infatti si basa sulla riduzione del fatto economico strutturale a un fattore fra gli altri, tramite l’enucleazione del solo aspetto della razionalità insita nei prezzi di mercato. La sfera produttiva, dove è in ballo la formazione del valore e la sua appropriazione privata, viene così occultata e fatta sparire in una conoscenza sociale che vede nel prezzo l’utile meccanismo per risparmiare informazione (se pago un tot, non ho bisogno di indagare ulteriormente sull’origine della merce acquistata, su chi l’ha prodotta, quando è stata prodotta, secondo quali modalità, ecc.). Il resto, viene da sé, compresa la riduzione della storia ad appendice culturale dell’evoluzione naturale, di cui un tetragono darwinismo possiede la chiave teorica. La distinzione tutta sovrastrutturale tra egemonia-consenso e egemonia-direzione non sembra cogliere il nocciolo di questa costruzione ideologica. Appuntandosi sul solo livello della politica e delle sue istituzioni, non si avvede che i teorici della razionalità adattiva arrivano in anticipo su questo terreno, occultando la struttura in un sovrastruttura dipinta come la prosecuzione di processi naturali, che possono essere saggiamente migliorati facendo affidamento sugli stessi strumenti cognitivi forniti dalla natura (livelli di attenzione, ecc.).

Questi esiti nulli di pur nobili battaglie ideologiche mostrano che nell’analisi egemonica è sempre indispensabile tenere fermo l’elemento della “riforma economica”. A rinforzo polemico della distinzione tra egemonia-consenso e egemonia-direzione, si sostiene che la “teoria critica” avrebbe sbagliato sia a confondere la burocrazia con la tecnocrazia, sia a seguire Weber sulla strada della separazione della razionalità strumentale da quella sostanziale. Qualsiasi cosa ciò voglia dire, non si può non osservare che la “teoria critica” ha affrontato le distinzioni weberiane da molti decenni, almeno dal Lukács di Storia e coscienza di classe3. Ritornando al pericolo della tecnocrazia imperante, esso non sembra consistere tanto nel deperimento dello Stato di diritto, di cui, come abbiamo visto, sono preoccupati da tempo anche i teorici della razionalità adattiva. E, en passant, tale pericolo non sta neppure nel Gestell aborrito dall’idealismo reazionario cripto-nazista di Heidegger4 né, con ben altra dignità, nel compimento della follia dell’Occidente nel quale vagheggia leopardianamente di annegare Severino5. Il pericolo della tecnocrazia è la pietrificazione dell’ideologia proprietaria, che avviene, come abbiamo accennato, naturalizzando la sfera della produzione, cioè sciogliendone la specificità storica, attestata dai modi di produzione, in una speciosa continuità con l’evoluzione naturale. Perciò, nella lunga e confusa transizione verso la nuova egemonia, oggi come non mai bisogna provocatoriamente affermare la necessità di portare dall’esterno la coscienza di tale pietrificazione alla classe, qualsiasi cosa essa sia oggi sociologicamente. Laddove tale esteriorità non è l’opera pedagogica e autoritaria di un qualche soggetto precostituito, ma è l’operazione di presa di coscienza che la classe opera su se stessa. Questo è ciò che si trae da una lettura sine ira et studio del Che fare? di Lenin. Che poi tale operazione non possa esaurirsi in interiore homine, ma debba avere un luogo dove organizzarsi, sia esso un movimento, un partito o un novello Principe, questa è una necessità cui sinora nessuno è riuscito a sottrarsi. E, comunque, fa parte della tattica e della strategia politica inventare eventualmente luoghi nuovi dove accogliere tale presa di coscienza, evitando magari di cadere nelle allucinazioni di partiti digitali et similia6.

 

  1. “Tecnocrazia e democrazia. L’egemonia al tempo della società digitale” di Francesco Antonelli, https://www.letture.org/tecnocrazia-e-democrazia-l-egemonia-al-tempo-della-societa-digitale-francesco-antonelli/ []
  2. H. Simon, La ragione nelle vicende umane, (1983), trad. it. Bologna, Il Mulino, 20192. []
  3. Su questo punto, cfr. F. Aqueci, Semioetica, Roma, Carocci, 2016, p. 85 sgg. []
  4. https://www.duemilaventi.net/heidegger-cabalista-gli-abissi-contemporanei/ []
  5. https://www.duemilaventi.net/la-metafisica-del-capitalismo-emanuele-severino/ []
  6. https://www.duemilaventi.net/le-false-promesse-del-partito-digitale/ []

Il futuro tra passato e presente

Download PDF

…divagando tra passato e presente se prima il problema in Italia era la mancata nascita dello Stato territoriale ora è l’assenza del partito di classe se prima la domanda era perché nel ‘500 non sorge in Italia la monarchia assoluta dopo la domanda diviene perché nel ‘900 all’inizio degli anni Venti la rivoluzione di classe fallisce e dopo non c’è più alcun tentativo serio di reimpostare la questione intreccio di debolezza della controparte capitalistica che genera una classe disgregata e di mitologia rivoluzionaria astratta il mito sovietico-internazionalista sorta di surrogato del tradizionale cosmopolitismo italiano ideologia di una classe senza consenso nella società l’equivalente della mancanza di territorio per lo Stato durante i lunghi secoli che precedono l’unificazione in Machiavelli il popolo viene incorporato nei governanti come milizia il partito di classe come milizia che però governa il limite del Machiavelli nella sua proposta di una monarchia assoluta borghese popolare antifeudale e anti-ecclesiastica è di avere solo alluso alla “riforma economica” (superamento dei privilegi feudali saldatura di città e campagna integrazione delle classi rurali nella struttura statale) ma oggi come impostare la “riforma economica” se la componente popolare divenuta piccolo ceto medio proprietario senza più la certezza dell’ascesa sociale è in preda a rabbia e frustrazione che alimentano nuovi Stenterelli i furbissimi che ci tengono a far sapere che sono furbissimi Berlusconi Renzi Salvini errore di avere smantellato il partito per farlo sommergere dalla società ipsi dixerunt costituzionalisti politologi teorici della politica e altri consigliori di tal sorta cui sulla sinistra estrema fanno eco i fautori dell’immersione nella società con i presidi sociali del lungo periodo ma come disse il saggio nel lungo periodo saremo tutti morti tornando al passato più recente il mito sovietico diventa un peso non tanto quale portatore di dogmi rivoluzionari ma in quanto vincolo geopolitico quando cioè la rivoluzione viene incapsulata nella guerra fredda per cui la vittoria della rivoluzione è la vittoria dello Stato russo-sovietico nella competizione con gli Stati Uniti e risalendo ad un passato più remoto come nel Cinquecento in Italia la Chiesa che pure possiede un suo territorio e una sua forma statuale non funge da elemento unificatore di tutto il territorio italiano analogamente nel Novecento l’URSS non riesce ad unificare il campo rivoluzionario mondiale l’impedimento ad una Chiesa quale monarchia assoluta estesa a tutto il territorio italiano viene dagli stati europei per il pericolo di una unificazione della penisola sotto le insegne papali ma anche dallo stesso universalismo cattolico analogamente l’internazionalismo rivoluzionario per divenire ideologia unificatrice mondiale avrebbe richiesto un vincolo meno forte al limite nessun vincolo statuale-territoriale con lo Stato russo-sovietico quindi “rivoluzione permanente” ma carattere astratto di questa formula perché non sorretta da una analisi concreta dei vari quadranti in cui tale rivoluzione avrebbe dovuto compiersi tenendo conto degli scarti temporali ecc. di qui l’“egemonia” ma in assenza di un centro unificatore delle varie lotte egemoniche in assenza di una Internazionale egemonista l’egemonia diventa ideologia nazionale via nazionale al socialismo policentrismo eurocomunismo socialismo dai caratteri cinesi ecc. ecc. tutte formule più o meno di successo che però indeboliscono e annebbiano la prospettiva richiedendo ardui atti di fede come nel caso della Cina dove il gigantesco sviluppo delle forze produttive dovrebbe generare una spontanea modificazione dei rapporti di produzione mondiali campa cavallo se oggi Cuba e Venezuela sprigionano ancora una attrazione rivoluzionaria è perché pur nelle difficoltà in cui si dibattono sfruttando le ambiguità e gli interessi della Russia e della stessa Cina riescono ad abbozzare un minimo di coordinazione ma il limite è di non riuscire a venir fuori dalla logica di un confronto Nord-Sud tutto americano e bisogna vedere se una autentica rivoluzione in Venezuela che superi il petro-chavismo non debba fondarsi su un rigoroso anti-estrattivismo lì davvero il socialismo è una questione ecologica per tornare all’Italia bisogna vedere se una possibile riaggregazione nazionale non possa e debba ripartire dal Sud arretrato-disgregato per trasformarlo in una piattaforma da cui muovere verso il Nord difeso da fortezze e casamatte produttive domanda di Gramsci se con il processo unitario risorgimentale non ci sia stata una perdita secca di ciò che rappresentava ciascuna delle entità statuali che vennero inglobate domanda che si ritrova nell’indipendentismo meridionale odierno nelle risorgenze borboniche ecc. ma in queste tendenze manca qualsiasi analisi politico-statuale di classe si tratta di un’ideologia reattiva del piccolo ceto medio meridionale in odio al leghismo nordista che lascia immutata la grande disgregazione la riorganizzazione del Mezzogiorno non può essere l’opera di un presunto potere terzo esterno al di sopra della mischia di classi e fazioni l’Europa ché essa stessa è una fazione ma deve essere l’opera di un potere popolare di parte una moderna milizia di classe che proceda ad unificare l’esistente verso una universalità legittimata dalle tendenze oggettive dello sviluppo storico in questo senso bisogna vedere cosa si può trarre dall’allentarsi di vincoli ed alleanze internazionali sclerotizzate il vincolo americano e Nato per annodare un’alleanza con Russia e Cina venendo incontro al loro bisogno di una proiezione nel Mediterraneo e di un corridoio verso l’Europa continentale una simile prospettiva sebbene piena di ombre e pericoli sarebbe più realistica di un dialogo in nome di una comune presunta mediterraneità con i paesi dell’altra sponda Egitto Libia Tunisia ecc. sconvolti da turbolenze di ogni tipo e sinora incapaci di staccarsi dall’alternativa dispotismo o caos questione meridionale quindi come questione nazionale di nuove alleanze internazionali…