Gramsci

Stato e ambiente

Download PDF

Una interpretazione non edulcorata del concetto di egemonia in Gramsci non può fare a meno di distinguere tra l’egemonia in atto e la nuova egemonia. L’egemonia in atto è la realtà di fatto caratterizzata dal “mercato determinato”, in cui la merce-lavoro è insuperabilmente subordinata al capitale. La nuova egemonia è la prassi politica che persegue la “riforma economica” del “mercato determinato”, attraverso i necessari adattamenti strutturali e sovrastrutturali. Una tale interpretazione non può fare a meno altresì di riconoscere che, tra queste due forme di egemonia, Gramsci individua il tempo di un lungo interregno, durante il quale il conflitto egemonico si presenta in “forme incongrue e inefficienti”. La “riforma economica”, allora, si impantana in un alternarsi di liberismo e statalismo, intesi come forme alternative di “mercato determinato”, finalizzate a perpetuare la riproduzione del capitale, la cui esistenza è sempre insidiata dalla intrinseca tendenza alla caduta del saggio di profitto1.

Questa interpretazione può sembrare un cumulo di schemi astratti. Ma non si è neppure finito di mettere in evidenza l’interregno di transizione tra le due forme di egemonia, che la realtà si incarica di mostrarne l’esistenza, con fenomeni che si richiamano ad esso addirittura nel nome. Si prenda il caso del transition movement, “un movimento trans-locale di comunità che si uniscono per reimmaginare e ricostruire il nostro mondo”, che attraverso iniziative, conferenze periodiche, reti e organizzazioni più o meno informali e permanenti, prende piede nei paesi in cui maggiormente si manifesta la presa di coscienza circa l’insostenibilità della “crescita perpetua”, con cui il capitale cerca di contrastare la surricordata intrinseca tendenza alla caduta del saggio di plusvalore2. Può darsi che questo movimento, ed altri simili che popolano e hanno popolato in questi anni l’interregno di transizione, siano incongrui e inefficienti. Non a caso si rimprovera loro di essere una risposta ipocritamente morale all’emergenza e alla disperazione, essendo incapaci di includere strati più ampi oltre il loro nucleo di attivisti della “classe media”3. È probabile però che tale incapacità derivi anche dall’inesistenza, a parte resti fossilizzati di gloriosi eserciti, di un serio partito di classe che, andando oltre l’odierna sinistra nominale, offra loro una credibile alleanza.

Ma veniamo a un altro aspetto dell’interregno egemonico, l’alternarsi di liberismo e statalismo come modo per perpetuare la riproduzione del capitale. Dopo il lungo ciclo liberistico, iniziato negli anni Ottanta del secolo scorso, si moltiplicano ora i segnali di un ritorno dello statalismo, proprio sul terreno dell’insostenibilità ecologica della “crescita perpetua”. Infatti, se essa è l’orizzonte morale dei bravi ragazzi della classe media, per il capitale è l’opportunità per invertire il ciclo, passando dal liberismo allo statalismo. Limitandoci al quadrante europeo, l’industria esportatrice della zona euro, nonostante la sua feroce compressione dei costi, in tempi di guerre commerciali comincia a soffrire. Quale migliore idea, allora, da parte delle influenti Confindustrie tedesche, francesi e italiane riunite in conclave, di farsi sostenere con dazi, giustificati dai maggiori costi per abbattere nei cicli produttivi le emissioni di CO2, contro chiunque fuori dall’Europa produca con energia meno cara e più inquinante? Questo virtuoso intento “protettivo”, già fatto proprio dalla nuova Commissione promotrice del green new deal, non si ferma qui. Bisogna mettersi al passo nella produzione “ecologica” del “futuro”, batterie al litio per l’auto elettrica, auto autonoma, intelligenza artificiale, innovazione medicale, reti digitali, internet delle cose, cyber-sicurezza. Poco importa che questo “futuro” sia un ammasso di feticci decisi “altrove”, ed imposti con mille astuzie ad una maggioranza tanto desiderante, quanto disorganizzata. È il terreno della “concorrenza”, e per il capitalismo basta e avanza. Quale migliore occasione, allora, di richiedere aiuti di Stato per progetti tecnologici di cooperazione paneuropea? Da un consorzio sull’intelligenza artificiale ai finanziamenti statali per lo sviluppo delle batterie al litio, ecco dunque che prende forma una nuova politica industriale dell’Unione Europea, dirigista, certo, ma, chiosa l’accondiscendente giornalista, necessaria4. In questa guerra intercapitalistica, si potrebbero analizzare altre forme con cui in altri quadranti capitalistici lo Stato esce dall’ombra liberistica, ma la domanda è che cos’è lo Stato in questo nuovo ciclo statalista? Prima di rispondere, però, è necessario soffermarsi su un punto apparentemente lontano dal nostro argomento, ovvero come la scienza dimostra l’insostenibilità ecologica della “crescita perpetua”. Gli scienziati ragionano in termini di punti di non ritorno, calcolabili in differenti scale temporali (decine di migliaia, migliaia, centinaia, decine di anni), e di cascate globali di punti di non ritorno, che si avverano quando il superamento dei punti di ribaltamento in un sistema aumenta il rischio di provocarli in altri sistemi5. Ad esempio, la perdita di ghiaccio marino nell’Artico sta amplificando il riscaldamento regionale, e il riscaldamento dell’Artico e lo scioglimento della Groenlandia stanno spingendo un flusso di acqua dolce nel Nord Atlantico. Ciò avrebbe potuto contribuire a un rallentamento del 15% a partire dalla metà del XX secolo dell’Atlantic Meridional Overturning Circulation (AMOC), una parte fondamentale del trasporto globale di calore e sale dall’oceano. Il rapido scioglimento della calotta glaciale della Groenlandia e l’ulteriore rallentamento dell’AMOC potrebbero destabilizzare il monsone dell’Africa occidentale, innescando la siccità nella regione africana del Sahel. Un rallentamento dell’AMOC potrebbe anche asciugare l’Amazzonia, interrompere il monsone dell’Asia orientale e causare l’accumulo di calore nell’Oceano Antartico, che potrebbe accelerare la perdita di ghiaccio nell’Antartico6. Ora, dopo tutta questa serie di condizionali probabilistici, gli scienziati concludono che vi sono ricerche che mostrano che tali collegamenti esistono per il 45% delle possibili interazioni tra sistemi. Non solo. Essi ammettono anche che i punti di non ritorno e le cascate globali dei punti di ribaltamento non sono una novità nel sistema terrestre. Anzi, le evidenze paleografiche mostrano che nel corso dei millenni il sistema terrestre è stato instabile su più scale temporali, con forzature causate da cambiamenti nell’orbita terrestre7. Chiusi nella torre d’avorio dei loro modelli e delle loro riviste, in cui dibattono tra pari, gli scienziati non si rendono conto che simili affermazioni sono una manna per i politici, il cui mandato è di perpetuare il sistema capitalistico. Se i punti di non ritorno sono eventi probabilistici, se siamo sotto il 50% delle possibili cascate globali di punti di non ritorno, se la stessa natura, nel suo autonomo dinamismo, ha provocato e può provocare punti di non ritorno e cascate globali di punti di non ritorno, perché dovremmo cambiare l’approccio al problema climatico e proibirci di ragionare in termini economici di costi-benefici, unico modo per perpetuare la valorizzazione del capitale? Insomma, esiste una “retorica” intrinseca alla scienza, fondata su conoscenze probabili, modelli da migliorare, fiducia da acquisire in essi con nuove ricerche e nuovi dati che, estrapolata nell’agone politico, anziché giocare contro i comportamenti pur documentabili che influenzano il cambiamento climatico, finiscono per rafforzarli, come dimostra il fallimento di tutte le conferenze climatiche dal 1995 ad oggi. Tanto dovrebbe bastare per abbandonare l’illusione “conoscitiva” che basta ascoltare la scienza perché i governi si convincano della svolta ecologica, illusione condivisa da chi pensa che basta coniugare le evidenze ecologiche fornite dalla scienza con le affermazioni “profetiche” di Marx ed Engels, per avere un nuovo movimento di classe di ispirazione “verde”8. Che esistano cause dirette e indirette, legate ai processi produttivi capitalistici, che provocano il riscaldamento globale e il conseguente cambiamento climatico, è una utile conoscenza che la scienza fornisce con i suoi propri metodi logico-sperimentali. Ma tale conoscenza può diventare un tassello di un discorso politico volto a cambiare il rapporto tra l’uomo e la natura, e tra l’uomo e i suoi simili, solo se esiste un operatore in grado di far passare dall’ascolto oracolare della scienza, alla lotta per conquistare il potere politico in grado di raggiungere quello scopo, valorizzando anche le conoscenze scientifiche. Certo, il fatto che si ricorra alla scienza tout court, così per altro compromettendone la credibilità, per far passare la verità politica della disumanità del capitalismo, attestata indubitabilmente dal suo trattare l’individuo, e la natura in cui esso si riproduce, non come fine ma come semplice mezzo, è il segno della disperazione che caratterizza l’interregno di transizione, da imputare anche alla diserzione di chi doveva presidiare tale linea di demarcazione. Ma non è più il tempo delle recriminazioni. Viene invece il tempo di quell’operatore pragmatico in grado di riaffermare la verità politica della disumanità capitalistica, con cui smascherare il tentativo strumentale del capitalismo di crescere attraverso la decrescita. Un tentativo in cui, come abbiamo visto, lo Stato esce da dietro le quinte in cui si era celato nella fase liberistica e, in forme nuove, si riappropria del palcoscenico. Per limitarci al quadrante europeo, lo Stato del simulacro della decrescita è un combinat burocratico-giuridico ed economico-finanziario che si articola in classi politiche portatrici di un unico idioma, nella sua artificialità scisso dai popoli e dalle singole culture nazionali. In ciò, le vecchie sovranità e le loro burocrazie, ad esempio, la magistratura, svolgono un ruolo ambiguo, a volte oggettivamente anti-capitalistico, ma senza sbocco politico, come nel caso di intervento su vecchi processi produttivi industriali, vedi il caso Ilva, a volte pro-capitalistico, come nel caso della repressione dei movimenti No Tav, No Tap, No Muos, ecc. È un’illusione quindi trincerarsi dentro il vecchio Stato dell’interesse e della sicurezza nazionali. Bisogna invece dissolvere lo Stato a livello della sua astratta combinatoria. E la storicità di questo processo non può attingersi recedendo nei recinti nazionali, ma promuovendo la rivoluzione europea. A tale scopo non bastano certo le onde spumeggianti ma evanescenti dei movimenti. C’è bisogno invece di quell’operatore permanente ed organizzato che è il Partito. Mentre lo Stato è un falso universale che nasconde la dittatura di una minoranza, il Partito è la parte che aspira al tutto, la cui verità è assicurata dalla “riforma economica” che libera lo sviluppo sociale delle forze produttive. Nel raggiungimento di questo scopo, è naturale che vi siano avanzate e ritirate, scontri e tregue, vittorie e disfatte. Una grave crisi del processo egemonico è stato di credere che una disfatta, per quanto di grandi proporzioni, coincidesse con la “fine della storia”. In realtà, si avviava una fase durante la quale, all’ordine del giorno, c’è lo smascheramento dei simulacri dell’interregno: la forza mascherata di consenso, la globalizzazione come falso universalismo, la tecnologia come sostituto dell’etica. In tale compito, il Partito trova la sua ragion d’essere “intermedia”, che non si concretizza nella ritirata nella “cultura”, sfera in cui si poteva condurre la “battaglia delle idee” sino a quando, nella sua separatezza, c’era una borghesia che la coltivava, ma nella promozione del reciproco riconoscimento di tutte le pratiche che già si sottraggono alla malìa dei simulacri, di modo che la “riforma economica”, quando in più favorevoli rapporti di forza si porrà all’ordine del giorno, non sia uno shock, ma l’apice di un processo per il cui compimento basteranno poche scorciature.

 

  1. F. Aqueci, L’egemonia nel confronto di Gramsci con Vailati e Pareto, in Id., Il Gramsci di un nuovo inizio, Quaderno 12, Supplemento al n. 19 (settembre-dicembre 2018) di «AGON», Rivista Internazionale di Studi Culturali, Linguistici e Letterari, http://agon.unime.it/quaderni/quaderno-12/ []
  2. M. Vlasov, Dialogues about post–growth futures – notes on the transition conference in Umeå / November 18.2019, https://www.suchresearch.net/blog/2019/11/18/dialogues-about-post-growth-futures-notes-on-the-transition-conference-in-ume []
  3. Ibidem. []
  4. F. Fubini, Soldi pubblici e difesa delle aziende nazionali. Così sta nascendo l’Europa post-liberista, «Corriere della sera», 12 dicembre 2019, pp. 1 e 12. []
  5. T. M. Lenton, J. Rockström, O. Gaffney, S. Rahmstorf, K. Richardson, W. Steffen & H. J. Schellnhuber, Climate tipping points – too risky to bet against, «Nature», Vol. 575, 28 November 2019, pp. 592-595. []
  6. Ibidem. []
  7. Ibidem. []
  8. R. Andrés, El crimen del Amazonas y las ideas de Marx y Engels “por el futuro”, http://www.laizquierdadiario.com/El-crimen-del-Amazonas-y-las-ideas-de-Marx-y-Engels-por-el-futuro []

Prezzi, valore, egemonia. A proposito di una recente distinzione

Download PDF

Con uno scavo nella struttura formale del concetto di egemonia, recentemente si è proposto di distinguere tra l’egemonia-consenso e l’egemonia-direzione1. L’egemonia-consenso consisterebbe nel potere democratico fondato sulla partecipazione e sulla trasparenza dei meccanismi decisionali; l’egemonia-direzione, nel saper offrire le soluzioni più efficienti e convincenti ai problemi sociali ed economici. Quest’ultima, si tradurrebbe in una “razionalità sostanziale” che starebbe alla base di una tecnocrazia in cui, dopo il declino dei partiti di massa e la crescente irrilevanza dei parlamenti, dominerebbe l’élite degli “esperti”, lontani dalle contraddizioni e dalle istanze della politica e delle “masse”, queste ultime troppo ignoranti per capire sia il proprio interesse che la direzione da far prendere alla società. Contro questa deriva elitaria, si propone allora di rafforzare il potere democratico a tutti i livelli, locale, nazionale e transnazionale, mettendo la rappresentanza al centro delle riforme istituzionali, e potenziando lo Stato di diritto rispetto alle nuove sfide.

La “razionalità sostanziale” che si ritiene alla base dell’odierna tecnocrazia, è già stata analizzata molti anni fa dai teorici della razionalità, che ne hanno trattato sotto la dizione di “razionalità adattiva”2. Al contrario di chi ne denuncia la potenza e la pervasività, i teorici della razionalità sono preoccupati dei suoi limiti, che si propongono di superare con misure ad hoc. Fra queste misure, ci sono l’utilizzazione della razionalità insita nei prezzi di mercato, l’adozione della ricerca operativa, della gestione aziendale e dell’intelligenza artificiale dei computers, l’estensione ad altri ambiti dei procedimenti per contraddittorio tipici dei sistemi giudiziari. Effettivamente, tutto ciò che può configurare un pernicioso “governo dei tecnici”. I teorici della razionalità adattiva ritengono però che mezzi altrettanto efficaci per superare i limiti di tale forma di razionalità siano una conoscenza adeguata dei procedimenti politici e istituzionali propri dello Stato di diritto, nonché l’affermarsi di mass media che non diano spazio alle novità quotidiane e all’effimero, ma agiscano adottando procedimenti come il contraddittorio dei sistemi giudiziari sopra richiamato.

Come si vede, è difficile tagliare l’anguria perfettamente a metà, perché i tecnocrati o, quanto meno, coloro che forniscono una filosofia di sfondo all’egemonia-efficienza, sono preoccupati anch’essi dell’egemonia-consenso, dello Stato di diritto e delle istituzioni democratiche. Come si spiega questa bizzarra confluenza? L’impressione è che la distinzione tra egemonia-consenso e egemonia-efficienza sia una barriera troppo fragile per scalzare il fondamento teorico della razionalità adattiva o sostanziale che dir si voglia. Essa infatti si basa sulla riduzione del fatto economico strutturale a un fattore fra gli altri, tramite l’enucleazione del solo aspetto della razionalità insita nei prezzi di mercato. La sfera produttiva, dove è in ballo la formazione del valore e la sua appropriazione privata, viene così occultata e fatta sparire in una conoscenza sociale che vede nel prezzo l’utile meccanismo per risparmiare informazione (se pago un tot, non ho bisogno di indagare ulteriormente sull’origine della merce acquistata, su chi l’ha prodotta, quando è stata prodotta, secondo quali modalità, ecc.). Il resto, viene da sé, compresa la riduzione della storia ad appendice culturale dell’evoluzione naturale, di cui un tetragono darwinismo possiede la chiave teorica. La distinzione tutta sovrastrutturale tra egemonia-consenso e egemonia-direzione non sembra cogliere il nocciolo di questa costruzione ideologica. Appuntandosi sul solo livello della politica e delle sue istituzioni, non si avvede che i teorici della razionalità adattiva arrivano in anticipo su questo terreno, occultando la struttura in un sovrastruttura dipinta come la prosecuzione di processi naturali, che possono essere saggiamente migliorati facendo affidamento sugli stessi strumenti cognitivi forniti dalla natura (livelli di attenzione, ecc.).

Questi esiti nulli di pur nobili battaglie ideologiche mostrano che nell’analisi egemonica è sempre indispensabile tenere fermo l’elemento della “riforma economica”. A rinforzo polemico della distinzione tra egemonia-consenso e egemonia-direzione, si sostiene che la “teoria critica” avrebbe sbagliato sia a confondere la burocrazia con la tecnocrazia, sia a seguire Weber sulla strada della separazione della razionalità strumentale da quella sostanziale. Qualsiasi cosa ciò voglia dire, non si può non osservare che la “teoria critica” ha affrontato le distinzioni weberiane da molti decenni, almeno dal Lukács di Storia e coscienza di classe3. Ritornando al pericolo della tecnocrazia imperante, esso non sembra consistere tanto nel deperimento dello Stato di diritto, di cui, come abbiamo visto, sono preoccupati da tempo anche i teorici della razionalità adattiva. E, en passant, tale pericolo non sta neppure nel Gestell aborrito dall’idealismo reazionario cripto-nazista di Heidegger4 né, con ben altra dignità, nel compimento della follia dell’Occidente nel quale vagheggia leopardianamente di annegare Severino5. Il pericolo della tecnocrazia è la pietrificazione dell’ideologia proprietaria, che avviene, come abbiamo accennato, naturalizzando la sfera della produzione, cioè sciogliendone la specificità storica, attestata dai modi di produzione, in una speciosa continuità con l’evoluzione naturale. Perciò, nella lunga e confusa transizione verso la nuova egemonia, oggi come non mai bisogna provocatoriamente affermare la necessità di portare dall’esterno la coscienza di tale pietrificazione alla classe, qualsiasi cosa essa sia oggi sociologicamente. Laddove tale esteriorità non è l’opera pedagogica e autoritaria di un qualche soggetto precostituito, ma è l’operazione di presa di coscienza che la classe opera su se stessa. Questo è ciò che si trae da una lettura sine ira et studio del Che fare? di Lenin. Che poi tale operazione non possa esaurirsi in interiore homine, ma debba avere un luogo dove organizzarsi, sia esso un movimento, un partito o un novello Principe, questa è una necessità cui sinora nessuno è riuscito a sottrarsi. E, comunque, fa parte della tattica e della strategia politica inventare eventualmente luoghi nuovi dove accogliere tale presa di coscienza, evitando magari di cadere nelle allucinazioni di partiti digitali et similia6.

 

  1. “Tecnocrazia e democrazia. L’egemonia al tempo della società digitale” di Francesco Antonelli, https://www.letture.org/tecnocrazia-e-democrazia-l-egemonia-al-tempo-della-societa-digitale-francesco-antonelli/ []
  2. H. Simon, La ragione nelle vicende umane, (1983), trad. it. Bologna, Il Mulino, 20192. []
  3. Su questo punto, cfr. F. Aqueci, Semioetica, Roma, Carocci, 2016, p. 85 sgg. []
  4. https://www.duemilaventi.net/heidegger-cabalista-gli-abissi-contemporanei/ []
  5. https://www.duemilaventi.net/la-metafisica-del-capitalismo-emanuele-severino/ []
  6. https://www.duemilaventi.net/le-false-promesse-del-partito-digitale/ []

Il futuro tra passato e presente

Download PDF

…divagando tra passato e presente se prima il problema in Italia era la mancata nascita dello Stato territoriale ora è l’assenza del partito di classe se prima la domanda era perché nel ‘500 non sorge in Italia la monarchia assoluta dopo la domanda diviene perché nel ‘900 all’inizio degli anni Venti la rivoluzione di classe fallisce e dopo non c’è più alcun tentativo serio di reimpostare la questione intreccio di debolezza della controparte capitalistica che genera una classe disgregata e di mitologia rivoluzionaria astratta il mito sovietico-internazionalista sorta di surrogato del tradizionale cosmopolitismo italiano ideologia di una classe senza consenso nella società l’equivalente della mancanza di territorio per lo Stato durante i lunghi secoli che precedono l’unificazione in Machiavelli il popolo viene incorporato nei governanti come milizia il partito di classe come milizia che però governa il limite del Machiavelli nella sua proposta di una monarchia assoluta borghese popolare antifeudale e anti-ecclesiastica è di avere solo alluso alla “riforma economica” (superamento dei privilegi feudali saldatura di città e campagna integrazione delle classi rurali nella struttura statale) ma oggi come impostare la “riforma economica” se la componente popolare divenuta piccolo ceto medio proprietario senza più la certezza dell’ascesa sociale è in preda a rabbia e frustrazione che alimentano nuovi Stenterelli i furbissimi che ci tengono a far sapere che sono furbissimi Berlusconi Renzi Salvini errore di avere smantellato il partito per farlo sommergere dalla società ipsi dixerunt costituzionalisti politologi teorici della politica e altri consigliori di tal sorta cui sulla sinistra estrema fanno eco i fautori dell’immersione nella società con i presidi sociali del lungo periodo ma come disse il saggio nel lungo periodo saremo tutti morti tornando al passato più recente il mito sovietico diventa un peso non tanto quale portatore di dogmi rivoluzionari ma in quanto vincolo geopolitico quando cioè la rivoluzione viene incapsulata nella guerra fredda per cui la vittoria della rivoluzione è la vittoria dello Stato russo-sovietico nella competizione con gli Stati Uniti e risalendo ad un passato più remoto come nel Cinquecento in Italia la Chiesa che pure possiede un suo territorio e una sua forma statuale non funge da elemento unificatore di tutto il territorio italiano analogamente nel Novecento l’URSS non riesce ad unificare il campo rivoluzionario mondiale l’impedimento ad una Chiesa quale monarchia assoluta estesa a tutto il territorio italiano viene dagli stati europei per il pericolo di una unificazione della penisola sotto le insegne papali ma anche dallo stesso universalismo cattolico analogamente l’internazionalismo rivoluzionario per divenire ideologia unificatrice mondiale avrebbe richiesto un vincolo meno forte al limite nessun vincolo statuale-territoriale con lo Stato russo-sovietico quindi “rivoluzione permanente” ma carattere astratto di questa formula perché non sorretta da una analisi concreta dei vari quadranti in cui tale rivoluzione avrebbe dovuto compiersi tenendo conto degli scarti temporali ecc. di qui l’“egemonia” ma in assenza di un centro unificatore delle varie lotte egemoniche in assenza di una Internazionale egemonista l’egemonia diventa ideologia nazionale via nazionale al socialismo policentrismo eurocomunismo socialismo dai caratteri cinesi ecc. ecc. tutte formule più o meno di successo che però indeboliscono e annebbiano la prospettiva richiedendo ardui atti di fede come nel caso della Cina dove il gigantesco sviluppo delle forze produttive dovrebbe generare una spontanea modificazione dei rapporti di produzione mondiali campa cavallo se oggi Cuba e Venezuela sprigionano ancora una attrazione rivoluzionaria è perché pur nelle difficoltà in cui si dibattono sfruttando le ambiguità e gli interessi della Russia e della stessa Cina riescono ad abbozzare un minimo di coordinazione ma il limite è di non riuscire a venir fuori dalla logica di un confronto Nord-Sud tutto americano e bisogna vedere se una autentica rivoluzione in Venezuela che superi il petro-chavismo non debba fondarsi su un rigoroso anti-estrattivismo lì davvero il socialismo è una questione ecologica per tornare all’Italia bisogna vedere se una possibile riaggregazione nazionale non possa e debba ripartire dal Sud arretrato-disgregato per trasformarlo in una piattaforma da cui muovere verso il Nord difeso da fortezze e casamatte produttive domanda di Gramsci se con il processo unitario risorgimentale non ci sia stata una perdita secca di ciò che rappresentava ciascuna delle entità statuali che vennero inglobate domanda che si ritrova nell’indipendentismo meridionale odierno nelle risorgenze borboniche ecc. ma in queste tendenze manca qualsiasi analisi politico-statuale di classe si tratta di un’ideologia reattiva del piccolo ceto medio meridionale in odio al leghismo nordista che lascia immutata la grande disgregazione la riorganizzazione del Mezzogiorno non può essere l’opera di un presunto potere terzo esterno al di sopra della mischia di classi e fazioni l’Europa ché essa stessa è una fazione ma deve essere l’opera di un potere popolare di parte una moderna milizia di classe che proceda ad unificare l’esistente verso una universalità legittimata dalle tendenze oggettive dello sviluppo storico in questo senso bisogna vedere cosa si può trarre dall’allentarsi di vincoli ed alleanze internazionali sclerotizzate il vincolo americano e Nato per annodare un’alleanza con Russia e Cina venendo incontro al loro bisogno di una proiezione nel Mediterraneo e di un corridoio verso l’Europa continentale una simile prospettiva sebbene piena di ombre e pericoli sarebbe più realistica di un dialogo in nome di una comune presunta mediterraneità con i paesi dell’altra sponda Egitto Libia Tunisia ecc. sconvolti da turbolenze di ogni tipo e sinora incapaci di staccarsi dall’alternativa dispotismo o caos questione meridionale quindi come questione nazionale di nuove alleanze internazionali…

Se subalterno diventa un insulto

Download PDF

«L‘Italia leghista è un rivolgimento profondo, sociale e culturale prima ancora che politico, come testimonia il voto nelle ex regioni rosse. Già in passato le classi subalterne si illusero di trovar tutela nella trincea della nazionalità. Non finì bene». Così ha twittato Gad Lerner, qualche giorno fa, sollevando lo sdegno di tutto l’universo social-mediatico per l’offesa portata, con quel “classi subalterne”, a coloro che alle recenti elezioni europee avevano votato massicciamente Lega. Classi subalterne. Com’è potuto accadere che un termine fra i più importanti del contributo di Gramsci alla marxiana scienza della lotta di classe (copyright, Louis Althusser), sia divenuto un insulto classista? Gramsci fa sempre brutti scherzi. I suoi termini sono a doppio taglio, e si vede che Lerner orecchia. Se avesse letto bene Gramsci, avrebbe compreso che classi subalterne è un concetto, al tempo stesso, descrittivo e normativo. Descrive il fatto sociologico della divisione tra governanti e governati, ma esprime una rivendicazione politica di identità dei governati, al fine del proprio riscatto. Ora, un tempo i subalterni erano orgogliosi di essere tali perché credevano, istruendosi e lottando, di potere battere i dominanti e abolire il dominio per conto di tutto il genere umano. Ma oggi sono rabbiosi e frustrati perché, pur avendo lottato e pur essendosi istruiti, tutto ciò non è accaduto, e la loro condizione è peggiorata. Perciò, sentirsi dare del subalterno non li gratifica, anzi ricorda loro una condizione che rifiutano, e non ammettono che li riguardi. Non sono forse l’infallibile popolo sovrano, come esige da loro il discorso democratico? Ed è forse un caso che “classe dirigente” è invece una locuzione di successo? Tutti aspirano ad entrare nella classe dirigente, tanto è vero che primarie e parlamentarie sono sempre affollatissime. Impegno civile? Può darsi. Ma perché escludere che la legittima voglia di riscatto oggi si traduca semplicemente e brutalmente nella voglia di andare a comandare? Rabbia e frustrazione, dunque, oggi, nei subalterni, ma anche egoismo, perché sono passati dal girone del consumismo e dell’ascesa sociale, le cui conquiste si sono rivelate effimere sotto l’urto della crisi economica. Si sono aperte così fratture, e se il subalterno immigrato reclama i diritti di sopravvivenza, il subalterno nativo rivuole indietro ciò che nel frattempo era diventato, almeno in parte, un privilegio. Ci si interroga su come tornare a parlare agli operai. Con il semplice ma efficace discorso della verità, si potrebbe rispondere con Bertolt Brecht. Ma dai tempi di Brecht, la condizione dei subalterni è molto cambiata, e ricorda quella ambivalente della nevrosi. Prima i subalterni dovevano prendere coscienza. Coscienza della propria condizione di classe. E la presa di coscienza, essendo un’operazione razionale, era relativamente semplice, anche se emotivamente costosa. Oggi l’operazione è più complessa, perché non si tratta più di presa di coscienza, ma di un transfert che ricomponga un vissuto lacerato da rimozioni vecchie e nuove. In parte, questa è l’emotività che vorrebbero recuperare i “fagiolini”, i discepoli di Massimo Fagioli, lo psicanalista eterodosso che praticava l’analisi collettiva anonima. Solo che non ci si può crogiolare nel tempo infinito di una psicoterapia di massa. L’azione politica, che resta pur sempre un conflitto dove si vince o si perde, ha le sue urgenze, e il Moderno Principe cui Gramsci affida le sorti dei subalterni non può diventare il Grande Analista. Al massimo, affinché la politica non si disumanizzi, com’è tragicamente accaduto in passato, si può pensare ad una energica “terapia comportamentale”, che allevii i sintomi più lancinanti di cui soffre la sinistra – mancanza di uomini d’azione, divisione insanabile tra estremisti e moderati, incapacità di scegliere scopi e di adeguarvi i mezzi, verbalismo, narcisismo, opportunismo. Una terapia comportamentale, una “manipolazione buona” che, riportando la nevrosi ad un livello accettabile, renda di nuovo possibile ricostituire un esercito di combattenti, perché di questo infine si tratta, di un combattimento dove la controparte non ha mai disarmato, e mai disarmerà, perché tutta la realtà fattuale sta dalla sua parte. Ed è solo con la lotta che è possibile dimostrare che si tratta di una realtà effettuale sbagliata.

I giorni bui dell’egemonia (2)

Download PDF
Solo la forza politica, fondata sull’espansione economica,
può essere la base per un’espansione culturale
                                              (Gramsci, Q. 8, § 106, p. 1004)

 

Di summit in summit, si precisa il progetto di Nuova Via della Seta che la Cina propone al mondo. Ultimamente, infatti, Xi Jinping ha proclamato che essa deve basarsi sulla trasparenza delle condizioni degli investimenti e sulla sostenibilità ambientale1. Nessun accenno, però, non solo ai diritti civili, il che non meraviglia, ma anche ai diritti sociali dei lavoratori del suo paese e dei paesi in cui dovrebbero avvenire gli investimenti previsti dalla One Belt One Road. Tutto sacrificato, dunque, in nome dello sviluppo delle forze produttive, che evidentemente i governanti cinesi ritengono sia possibile protrarre ulteriormente solo promuovendolo anche nel resto del mondo. Questa nuova base economica mondiale in via di edificazione dovrebbe portare con sé una diffusione altrettanto planetaria del chinese way of life. Un modello che, per quanto attaccato dallo sviluppo economico stesso, si basa ancora oggi sull’armonia tra individuo, famiglia e società, in cui fondamentali sono i legami di parentela. Vi sono concorrenti su questo terreno egemonico con i quali il chinese way of life dovrà confrontarsi? Ed esiste un terreno egemonico alternativo a quello a guida cinese che si prospetta per i prossimi decenni?

Oggi, la struttura del capitalismo è caratterizzata dal predominio del capitale finanziario sul capitale industriale, dal sovrapporsi della banca alla fabbrica, della borsa alla produzione di merce, del monopolio al capitano d’industria, e anche quando appaiono nuovi capitani d’industria in nuovi settori produttivi, essi subito si tramutano in monopolisti. Per indicare la pervasività di questo sistema, che riconduce il resto della società alla sua misura “aziendale”, si è escogitata l’espressione di capitalismo assoluto. Ma il capitalismo assoluto è anche il disordine che da tale assolutezza deriva. L’assolutismo monarchico dei secoli XVI-XVII era progressivo, poiché fondava l’ordine degli stati nazionali, dentro cui veniva disciplinata la vita economica della borghesia in ascesa. L’assolutismo capitalistico di fine XX, inizio XXI secolo, disgrega tale ordine, svuota lo stato nazionale e, in diverse guise, si costituisce in potere mondiale autonomo, dai più risalenti monopoli della produzione industriale, con i loro tipici intrecci finanziari, ai più recenti monopoli della produzione informatica, con il loro esibito anarco-capitalismo.

Ci si può chiedere se questo sfrenato disordine sia un vizio del capitalismo odierno, o se è invece la sua normalità2. La storia mostra che si tratta della sua normalità, poiché questo disordine non si presenta oggi per la prima volta. Era già apparso all’epoca della prima grande crisi degli stati europei, sboccata nella guerra del ’15-’18. La fase successiva, iniziata nel 1945, e durata sino a tutti gli anni Settanta del XX secolo, vide il tentativo da parte degli stati europeo-occidentali, in cui grande peso avevano i movimenti dei lavoratori, di imbrigliare tale tendenza tramite la “coalizione antifascista” che, nel corso della seconda guerra mondiale, aveva prevalso sulla soluzione alternativa, portata avanti dal nazifascismo, di un ordine corporativo fondato sul suolo, sul sangue e sulla tradizione. Dopo la dissoluzione dell’URSS e la drastica riduzione del campo degli stati socialisti, tale coalizione è stata definitivamente accantonata negli anni Dieci del XXI secolo, quando il potere finanziario è passato all’attacco delle Costituzioni antifasciste3, avvertite come un vincolo ormai ingiustificato dagli attuali rapporti di forza.

Quali sono i contraccolpi nel campo ideologico di questo capitalismo del disordine? Una reazione caratteristica soprattutto dei vecchi stati nazionali dell’Occidente è il sovranismo. Tali stati, di fronte all’esaurirsi della “coalizione antifascista”, tentano ora la soluzione del suolo, del sangue e della tradizione, sconfitta e scartata all’epoca della seconda guerra mondiale. Il sovranismo, perciò, in tutte le variegate forme in cui si presenta, ivi comprese quelle che cercano di porre rimedio al fallimento degli stati nazionali socialisti, vedi la Russia di Putin, è l’erede storico del nazifascismo, cui allude più o meno esplicitamente, mondandolo ovviamente dei suoi tratti più truci.

Ma si oppongono al capitalismo assoluto anche gli stati periferici che, sorti dalla disgregazione del sistema coloniale, e basandosi su una forza economica variamente conseguita, dal possesso di fonti energetiche, allo sfruttamento di immense riserve di forza lavoro a buon mercato, si richiamano a tradizioni differenti. L’Islam, perciò, non come religione, ma come ideologia politica degli stati petroliferi del Medio Oriente, combatte il capitalismo assoluto altrettanto quanto il sovranismo, ma con più determinazione e ferocia, anche perché così facendo cerca di unificare una tradizione dispersa in più quadranti territoriali e politici. E altrettanto lo combatte la Cina neo-confuciana, non negandolo violentemente, ma cercando di assimilarlo in un nuovo ordine mondiale di cui essa si propone come il pilastro portante.

Il chinese way of life è dunque solo una delle potenze ideologiche che si contendono la scena. Ma si chiarisce qui che, assieme al sovranismo e all’islamismo, il confucianismo, a dispetto del suo richiamo al comunismo e alla dottrina marxista, appartiene al novero delle potenze ideologiche regressive. Esso infatti fa dipendere lo sviluppo delle forze produttive da una “armonia” il cui centro propulsore non è l’individuo arricchito da liberi e infiniti rapporti sociali, ma l’“occhio sociale” che, grazie ai nuovi strumenti informatici, riconduce tutto ad un ordine burocratico e poliziesco di cui lo stato-partito è garante4. Ecco perché, allora, in nome della priorità dello sviluppo della base economica, vengono sacrificati senza tanti scrupoli le conquiste sociali del Novecento, cui lo stesso maoismo diede un essenziale contributo. Ed ecco perché lo sviluppo delle forze produttive può essere affidato ad accordi fra governi, indipendentemente del loro orientamento sociale. Ciò che conta non è modificare i rapporti di produzione, ma far scorrere il capitale. Dell’internazionalismo socialista resta così solo un simulacro, che ben si accorda con il globalismo, di cui però si progetta di imbrigliare l’intrinseco disordine con l’armonia burocratico-poliziesca assurta a modello mondiale.

Non è difficile prevedere che il capitalismo assoluto si faccia beffe di tali briglie fabbricate con la stessa materia di cui esso è composto. Ma la domanda da porsi è se nell’ora in cui le forze progressive vivono la loro più grave crisi, è possibile imporre un terreno egemonico alternativo a quello che si contendono le tre fiere ideologiche sopra individuate. Le democrazie liberali sono oggi deboli e vacillanti come, trenta anni fa, gli stati socialisti alla vigilia del loro crollo. Gli stati socialisti si sono ridotti a Cuba e al Venezuela, che subiscono l’embargo insensato da parte delle stesse democrazie liberali, le quali invece di ritirare l’appoggio incondizionato a quel capitalismo assoluto che le ha corrose dall’interno, e convergere con quei due stati socialisti per avanzare assieme verso nuovi modelli sociali, agiscono ciecamente con i vecchi riflessi della guerra fredda, come dimostrano le inerzie e le viltà verificatesi nei confronti del Venezuela, un paese pacifico in cerca del suo modello sociale che viene stritolato dalla logica pregiudiziale di schieramenti non solo obsoleti, ma incapaci di opporsi a quelle tendenze ideologiche, il sovranismo, l’islamismo, il confucianismo, che sono le vere minacce per le democrazie liberali.

Domina perciò non tanto il “pensiero unico”, ma il vecchio pensiero, e tarda ad affermarsi una riflessione spregiudicata sulle conseguenze nefaste della contrapposizione tra liberalesimo e socialismo che ha contrassegnato il Novecento, e che ancora oggi perdura nel momento del massimo pericolo. Tale contrapposizione ha minato l’egemonia dell’Occidente, rendendo gretto il liberalesimo e primitivo il socialismo. Si tratta di una frattura da ricomporre, ma non certo nella forma di una santa alleanza difensiva. Al contrario, la ricomposizione non può che essere offensiva, volta ad affermare il principio di una libertà non più individualistica, e di un’uguaglianza non più economicistica. Una sintesi che, quando e se avverrà, deve avvenire sul terreno politico della reciprocità:

Ma la tendenza democratica, intrinsecamente, non può solo significare che un operaio manovale diventa qualificato, ma che ogni «cittadino» può diventare «governante» e che la società lo pone, sia pure «astrattamente», nelle condizioni generali di poterlo diventare; la democrazia politica tende a far coincidere governanti e governati (nel senso del governo col consenso dei governati), assicurando a ogni governato l’apprendimento gratuito della capacità e della preparazione tecnica generale necessarie al fine (Gramsci, Q. 12, § 2, p. 1547).


 

  1. https://www.repubblica.it/esteri/2019/04/26/news/cina_xi_corregge_la_via_della_seta_zero_corruzione_e_piu_sostenibilita_-224874211/ []
  2. A. Gramsci, La relazione Tasca e il congresso camerale di Torino, in Id., L’Ordine Nuovo 1919-1920, Torino, Einaudi, 1975, p. 130. []
  3. https://www.wallstreetitalia.com/jp-morgan-all-eurozona-sbarazzatevi-delle-costituzioni-antifasciste/ []
  4. S. Pieranni, Le vite a punti dei cinesi all’ombra del partito, “il manifesto”, 23.9.2018, p. 8. []