Gramsci

Egemonia, debito pubblico, Europa

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Ormai comincia ad essere storicamente acclarato che il debito pubblico che grava sull’Italia non dipende dalla presunta spesa pubblica esplosa, nel secolo scorso, durante i crepuscolari anni Ottanta della Prima Repubblica, ma è stato il risultato della scelta politica, operata all’inizio di quel decennio, di rimanere ancorati all’allora Sistema monetario europeo (SME), cosa che comportava per l’Italia di adeguare i propri tassi di interesse a quelli vigenti nei mercati europei (soprattutto tedeschi), e di ridurre il differenziale inflazionistico tra l’Italia e gli altri paesi europei. D’altra parte, il differenziale inflazionistico era causato, anche qui, non dalla monetizzazione del debito, che tale scelta rendeva non più fittizio ma reale, bensì da fattori precedenti, quali lo shock petrolifero del 1973, da un lato, e, dall’altro, da ciò che pudicamente gli storici dell’economia chiamano il «duro scontro distributivo in corso nel paese»1. Detto in chiaro, la dura lotta di classe, che in quel periodo faceva pendere la bilancia dal lato del salario, anziché del profitto. La scelta di restare nello SME, e poi nell’euro, fu dunque sin dall’inizio una brutale operazione interna di compressione salariale, come vide lucidamente Luciano Barca, padre del non meno lucido ma non sempre altrettanto efficace Fabrizio, all’epoca fra i principali collaboratori di Berlinguer. L’Europa perciò fu il nome seducente di una guerra che il capitale condusse contro il lavoro, al prezzo di un debito pubblico che, da allora, non potendosi rimuovere la causa scatenante, non fa che crescere. Ma, bisogna essere onesti: c’erano alternative? L’acuta analisi di Barca conteneva una alternativa politica? No, l’alternativa all’Europa del grande gioco capitalistico, i cui costi sarebbero stati pagati dal lavoro, era una lenta agonia inflazionistica, i cui costi anch’essi sarebbero stati pagati dal lavoro. Insomma, i ceti subalterni non avevano scampo, e l’unica zattera loro offerta fu un chimerico “nuovo modello di sviluppo” che l’allora sinistra, il cui nerbo era costituito da un sempre più stanco PCI, concretizzò in una serie di sterili documenti. La sinistra togliattiana, insomma, che dal dopoguerra perseguiva il progetto egemonico di una via italiana al socialismo, giunta all’appuntamento decisivo, si accorse di avere perso le chiavi di una lotta di classe nazionale-popolare, in grado cioè di unire alle lotte del lavoro la salvezza della nazione. Fu un facile gioco, allora, per le élites capitalistiche del tempo, denunciare la “deriva argentina” e far rilucere il miraggio di un’Europa dalla cui virtù tutti avrebbero guadagnato.

Il grande gioco capitalistico europeo, però, come un motore affannato dagli anni, batte ora in testa, con il duo franco-tedesco sempre più incapace di garantire un dividendo ai vari settori capitalistici nazionali confederati nel  progetto dell’UE. È insomma la volta del capitale a non essere più egemone, a non sapere più declinare il nesso nazionale-popolare che, nel progetto europeo, è il nesso tra i molteplici settori nazionali capitalistici, i quali portano in dote ciascuno l’egemonia sui ceti subalterni di propria spettanza. È dalla crisi di questa doppia articolazione del nesso nazionale-popolare, esemplificato dal declino del partito popolare e del partito socialista europei, che nasce la fiammata populista e sovranista, una disperata ritirata del capitale europeo nei singoli ridotti nazionali, dove si ingegna come può ad “ascoltare il popolo”, a cercare di rinsaldare, cioè, una egemonia perduta, con provvedimenti che, come i salassi di un tempo, non fanno che debilitare ulteriormente il malato. Con i redditi di cittadinanza, le flat tax e le quote cento, infatti, il debito pubblico non fa che crescere ulteriormente, e si inasprisce perciò lo scontro intercapitalistico tra gli “spendaccioni” che vogliono partecipare comunque al grande banchetto europeo, e i “rigoristi” che non intendono fare regali a frazioni del capitale che non sanno competere secondo le “regole”. È, insomma, la storica debolezza del capitalismo italiano che grava su tutta la società italiana, ma che, ancor più che negli anni Settanta ed Ottanta del secolo scorso, non innesca l’alternativa di una “riforma economica”, capace di far pendere dal lato dei subalterni il nesso nazionale-popolare. E, allora, domanda: è questa gracilità del capitalismo italiano che, rendendo asfittica la dialettica di capitale e lavoro, deprime politicamente gli stessi ceti subalterni, oppure c’è intrinsecamente nei ceti subalterni italiani una insufficienza complessivamente “culturale” che impedisce loro di trovarsi pronti agli appuntamenti storici? La penosa vicenda del M5S, con tutti i suoi velleitarismi, e con tutte le sue ambiguità, non mostra infatti in maniera eclatante tale insufficienza? E, d’altra parte, il capitale, con la Lega Nord divenuta Lega Italia, dando voce alla paura securitaria, alla xenofobia e al razzismo che nei subalterni riemerge quando la loro coscienza di classe è distrutta, il capitale, dicevamo, mostra tutta la sua ferocia, ma anche tutta la sua astuzia poiché, volgendo in senso populistico il concetto di Stato-nazione, arriva a proporsi come il baluardo della sovranità. Una partita, anche questa, però, condotta confusamente, dibattendosi convulsamente tra Russia, America e Cina, nel tentativo di sottrarsi alla pressione delle frazioni “rigoriste” del capitale europeo, da cui per altro dipende, così come stanno le cose, la possibilità per l’Europa di competere con gli altri continenti-mondi. Una competizione che appare, se non persa in partenza, sicuramente assai incerta, quando invece, per l’Europa, com’è ormai chiaro da un secolo a questa parte, la salvezza sarebbe, non di rinserrarsi nel suo fascismo perenne, così come fa ogni qualvolta è all’ordine del giorno la fuoriuscita dalla sua cupa alienazione capitalistica, ma di valorizzare finalmente quella critica dell’economia politica che, accendendo tante speranze nel mondo, l’ha resa unica ed universale.

  1. T. Fazi, Signoraggio, “divorzio”, debito pubblico: facciamo chiarezza una volta per tutte, http://www.marx21.it/index.php/italia/economia/29532-signoraggio-qdivorzioq-e-debito-pubblico-facciamo-chiarezza-una-volta-per-tutte []

Le lotte di classe acefale in Francia

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In Francia, da due mesi ormai le lotte di classe, dal cielo del parlamento e del dibattito pubblico sono debordate in strada nell’aperto conflitto con le forze dell’ordine. Ci sono diversi fattori che hanno spinto a questo esito. Anzitutto si è acuita la contraddizione di base di ogni rivoluzione, cioè il contrasto tra le forze produttive moderne e le forme capitalistiche di produzione (Marx). Il conflitto è scoppiato nel settore dei trasporti, dove la tecnologia fa intravvedere la possibilità di mezzi di trasporto meno inquinanti e automatizzati. Ma questo sviluppo di forza produttiva avviene senza che venga modificata la concezione individualistica del trasporto. Anzi, quest’ultima viene rinforzata: perché prendere un autobus affollato, se posso avere una macchina non inquinante e automatizzata? Se poi questa macchina è anche condivisa (car sharing), c’è pure la magia di una forma collettiva di trasporto individuale. La premessa occulta di tutta questa costruzione è che non esistano tecnologie che possano rendere i mezzi di trasporto pubblico non inquinanti, automatizzati e comodi da prendere. Impostata la tecnologia sulla fruizione privata del trasporto, i vincoli che ne discendono (strade fornite di sensori, ecc.) limitano l’innovazione alla ristretta cerchia urbana, contro la più estesa e disagiata campagna. La tecnologia diventa così la base falsamente oggettiva di una inevitabile disuguaglianza, che trasforma in anti-moderni coloro che, subendola, si ribellano. C’è insomma un nesso strutturale, tecnologico e sovrastrutturale che eternizza la vecchia concezione egemonica, legittimando l’appropriazione capitalistica dell’avanzamento tecnologico. Le punte più aperte della filosofia idealistica contemporanea riconoscono l’esistenza delle forme capitalistiche di produzione, ma semplificano quel nesso opponendo la “tecnica” al “capitalismo” (Severino). In realtà, la tecnica è al servizio dell’egemonia, poiché serve a tacitare nuove concezioni, la cui oggettivazione metterebbe in crisi le forme capitalistiche di produzione. La protesta dei gilet gialli si esprime immediatamente come difesa della vecchia macchina diesel, inquinante ed essa stessa portatrice di una concezione individualistica, ancorché rurale, del trasporto. Indirettamente, però, la loro lotta evidenzia il limite di un assetto egemonico la cui permanenza ostacola l’intera totalità sociale, poiché crea diseguaglianze e favorisce la sola concezione che va d’accordo con l’appropriazione capitalistica, quella individualistica. Qui si coglie un significato essenziale del contrasto tra le forze produttive moderne e le forme capitalistiche di produzione che, se inteso economicisticamente, si perde: la lotta di classe avviene sul terreno ampio dell’egemonia, poiché la protesta contro la diseguaglianza e l’ingiustizia non può risolversi in un puro atto redistributivo, ma deve essere in grado di rimettere in questione intere concezioni che reggono la prassi sociale in ogni suo settore.

Le odierne lotte di classe in Francia presentano però un carattere politico specifico che spiega perché stentino a radicarsi sul terreno della lotta egemonica, e ristagnino nella rabbiosa lotta di strada. La Francia, da un buon cinquantennio, controlla la forma capitalistica di produzione grazie al sistema politico gollista che, in nome dell’ideologia repubblicana antifascista, tiene ai margini la tradizione passatista e risucchia al centro ogni velleità di cambiamento. Questo gioco però si è esaurito con la presidenza Hollande, in cui quel che restava del socialismo, con il suo totale ralliement alle esigenze produttive e al modo di vita imposto dal capitalismo finanziario europeo (austerità + consumo), ha definitivamente dilapidato ogni residua possibilità di condurre vittoriosamente anche solo un barlume di lotta di classe nelle istituzioni esistenti (Engels). Di fronte a questa immane disillusione a sinistra, e al residuo ma sempre più stanco persistere del discrimine antifascista a destra, la sortita di Macron (En marche) si è rivelata quindi, più che un incitamento (en marche!), una marche en solitaire, l’ultima fiammata di un sistema politico in cui minoranze privilegiate tiranneggiano, al netto di forme democratiche sempre più vuote, una maggioranza che si percepisce, quando non è effettivamente, più povera.

Una maggioranza, ecco un terzo fattore dell’esito conflittuale ma scarsamente egemonico delle attuali lotte di classe in Francia, che è tale perché, oltre al fronte proletario, la cui coscienza è stata però distrutta dall’opportunismo delle sue rappresentanze politiche, vi confluisce l’ampio ceto medio sparso in tutto il territorio nazionale, l’erede sociologico di ciò che nella Francia ottocentesca era l’immensa classe contadina, la quale non fu mai capace di nessuna iniziativa conseguentemente rivoluzionaria (Marx). Un po’ per questo suo carattere storico, un po’ per il carattere composito del fronte in cui confluisce, le lotte di classe che essa sta conducendo da due mesi a questa parte, appaiono acefale, un affrontamento che resta accanita lotta di strada, a volte sfociante in episodi truci ma militarmente impari, e sinora senza sbocco politico, poiché la richiesta di dimissioni del presidente della repubblica appare a tutti un salto nel vuoto, dal momento che solo il rabbuiato e paternalistico sparire e riapparire di De Gaulle davanti al maggio ’68 è l’unico modello di via d’uscita dalle crisi sperimentato dalla V repubblica. Vorrà il giovane Macron tentare questa strada? Visibilmente non ne ha la capacità, poiché ogni suo scomparire e ricomparire viene interpretato come l’arroganza di un debole Luigi XVI. E d’altra parte, le sue dimissioni aprirebbero la strada ad una lotta confusa tra raggruppamenti politici che da tempo indulgono in una più o meno aperta negazione di una netta demarcazione tra destra e sinistra, le quali non sono specie naturali, ma categorie che vanno difese e coltivate al fine di una corretta prassi politica. È insomma l’interregno “populista”, il lungo e caotico periodo intermedio tra egemonia in atto e nuova egemonia, che in Francia dilaga nello scontro di strada senza sbocco, e in Italia nel “contratto di governo” che prelude alla ciclica stabilizzazione moderata. In mancanza di un adeguato canale egemonico, culturale ed organizzativo, un’enorme energia rivoluzionaria viene così dissipata, senza che possa tornare utile ad incardinare la “riforma economica” (Gramsci), da cui trarrebbero vantaggio non solo le classi oppresse, ma l’intero assetto europeo contemporaneo, che ristagna invece in un plumbeo clima penitenziale, reso ancora più stridente dall’obbligo di godere in tutti i luoghi di consumo di cui quotidianamente abbisogna l’austerità per autoalimentarsi.

I giorni bui dell’egemonia

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A che punto è l’egemonia nell’epoca della lotta di classe sghemba? I quadranti su cui osservarla sono molteplici, nazionali, continentali, mondiali. Singoli paesi che spiccano per i contraccolpi che subiscono, e gruppi di nazioni dentro cui si rimescolano antichi rapporti di forza, in una storia che sembra non finire mai. Si prenda il Brasile dove, a differenza del Venezuela, è emersa l’incapacità del Partito dei lavoratori di trasformare dieci anni di governo in un “blocco storico”, cioè in un nuovo “ordine spirituale” da tramutare in regole che facessero da antemurale al prevedibile ritorno della Vandea bianca, il “popolo” degli ex-immigrati colonizzatori, per buona parte italiani, che ancora solo cinquant’anni fa, la domenica, dopo essere andati a messa, uscivano a caccia di “negri” come si va a caccia di cinghiali. Invece, sono stati i vecchi ordinamenti giuridici dell’egemonia in atto, in cui lo stesso magistrato fa le indagini ed emette il giudizio, a consentire la revanche, nella forma del più classico parlamentarismo: il giudice che ha condotto l’operazione Lava Jato immediatamente cooptato nel nuovo governo, con gli incarichi dell’Interno e della Giustizia. Non c’è qui neanche bisogno di aprire i sacri testi, da Pareto a Lenin, per scorgere all’opera lo Stato come macchina speciale di repressione che, nell’alternanza della spoliazione, premia i suoi fedeli servitori con cariche e promozioni. Tutto naturalmente in nome dell’onestà, la stessa che in Italia il “popolo” ha invocato nelle piazze e cercato nelle urne, premiando i pentastelluti. Ma non bisogna farsi fuorviare dalle parole, perché qui la domanda di onestà esprimeva non il ritorno di una Vandea, ma la lotta di classe tipicamente italiana del popolo “minuto” contro il popolo “grasso”, una lotta tutta interna all’immenso ceto proprietario cresciuto come l’adipe negli anni, in cui l’esile strato borghese, che come una schiuma galleggia su quel torbido mare, cerca la salvezza in un cosmopolitismo di belle pose e mosse accorte. Per contraccolpo, si fa avanti un sovranismo sbuffante di insofferenza verso l’Europa a trazione germanica, senza calcolare che se cade l’Europa, si spezza anche l’Italia. O davvero i gialloverdi pensano di tenere unita l’Italia con il prezzemolino del “reddito di cittadinanza”, per farne una piattaforma da vendere al miglior offerente, Putin o Trump che sia? Sul “reddito di cittadinanza” bisognerebbe pur dire che in realtà è un “obbligo di lavoro”, ma proseguendo nella panoramica sull’egemonia nell’epoca della lotta di classe storta, negli USA Trump simboleggia il ritorno dell’egemonia in atto che, rinsaldata la dittatura nella struttura, subordina a sé nella soprastruttura il “popolo”, cioè tutti quei ceti ricacciati dalla “crisi” nel sottosuolo dell’indigenza, ma che continuano a credere nel “sogno americano”. Una perfetta miscela che consente ai ricchi di diventare più ricchi con l’applauso dei poveri. In ciò, l’Europa è più seria, perché impone un capitalismo penitenziale che serve a salvaguardare le storiche distanze tra élite e masse, queste ultime private di qualsiasi impulso contro-egemonico. Scomparsa la coscienza di classe, è rimasta solo la lotta di classe che la parte vincente conduce con un accanimento persecutorio, ciò che fa dell’egemonia la crosta sottile di un immenso inferno ribollente di rancore. E qui si impone un chiarimento. L’egemonia è nello Stato e fuori dallo Stato. È pubblica ed è privata. È nello Stato, e quindi è pubblica, perché è uno dei due momenti dello Stato, il consenso, complementare al momento della forza. Ma è fuori dallo Stato, quindi è privata, perché l’egemonia è assicurata dagli apparati egemonici della società civile – impresa, famiglia, media, social, Chiesa, movimenti, partiti, ecc. I populisti, con il pretesto di ripulirlo dalle pretese lordure, vanno all’attacco dello Stato, lo svuotano, lo occupano, proclamano di volerlo riportare alla sua originaria funzione pubblica, ma poiché il loro intento non è di spezzare nella struttura l’appropriazione privata del plusvalore, ma di sostituire in tale compito i “grassi” con i “magri”, di fatto lo sottomettono alla privatezza della società civile. La società civile così si statalizza, nel senso che gli apparati egemonici diventano, come lo Stato, fortezze da cui partono continuamente raid che annientano e polverizzano coloro che si battono per la contro-egemonia, cioè per la fine del ciclo spoliatorio. Se prima trincee e casematte erano edifici e vie risplendenti di fascinose insegne, utili ad assicurare consenso verso la fortezza madre, lo Stato, ora sono gironi e bolge che rigurgitano di ogni sorta di dannati – consumismo obbligatorio, gioco d’azzardo compulsivo, pornografia reiterata. Ai più questo magma dà l’impressione di una società “liquida”, ma in realtà è più solida che mai, addirittura pietrificata in un ordine strutturale tanto più iniquo quanto più immutabile.

Immigrati

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Alla fine degli anni Venti, in un’Europa in cui aveva trionfato il fascismo e che avrebbe visto di lì a poco trionfare il nazismo, Gramsci si poneva la domanda su cosa può succedere alla “città”, se cresce non per la sua stessa forza genetica, ma per immigrazione: «potrà compiere la sua funzione dirigente o non sarà sommersa, con tutte le sue esperienze accumulate, dalla conigliera contadina?»1.

Una domanda simile ci si può porre oggi in un’Europa invecchiata, che si sente assalita dagli immigrati, dove trionfano i populismi, prima in Ungheria, poi in Austria, oggi in Italia, e chissà, domani in Germania. Una sinistra incapace del crudo realismo di Gramsci, e perciò ridotta al lumicino, fa finta di non vedere, ma fra cento anni ci sarà qualcuno in grado di leggere la poesia italiana, francese, tedesca o bulgara? In quali forme deve avvenire l’accoglienza, senza mettere in discussione la “funzione dirigente” della “città”, con tutte le sue esperienze accumulate?

Intanto, il paragone con l’Europa degli anni Trenta, che la domanda di Gramsci consente, chiarisce cos’è il populismo. È il fascismo che non pretende più di essere il tutto, ma si adatta ad essere una formula parlamentare. Il fascismo era e si proclamava irreversibile, tanto è vero che si contavano con cifre romane gli anni dell’era fascista. Il populismo è reversibile, e fa ridere chi, mettendo assieme l’accrocco di un bizzarro governo, proclama di stare facendo la storia. In realtà, basta un punto decimale nei sondaggi, e tutto il castello di carte viene giù. Questa volatilità dovrebbe essere una buona notizia per la sinistra, se non fosse appunto ridotta al lumicino.

Un punto di ripartenza potrebbe essere una riflessione seria su come ricostruire la “funzione dirigente” su cui si interrogava Gramsci. Se gli immigrati che arrivano restano una massa amorfa da buttare nella fornace del sottosuolo produttivo, questa “funzione dirigente” resta lettera morta, la “città europea” deperisce demograficamente e culturalmente, e in anche meno di cent’anni nessuno si interesserà più alla poesia italiana, francese, tedesca o bulgara. Se invece tra immigrati e nativi si stabilisce un “patto di cittadinanza”, l’Europa rinascerà non solo demograficamente, ma anche culturalmente e, come insegna la storia in cui i nativi hanno saputo salvaguardare la loro “funzione dirigente”, le liriche bulgare, ma anche francesi e di tutti gli altri popoli europei, arricchite di nuove tonalità e venature, avranno i loro appassionati lettori, il cui numero sarà pure cresciuto, poiché comprenderà immigrati che le leggerano e le comporrano con passione e perizia probabilmente maggiore dei nativi, spesso distratti o addiritura ignoranti della propria cultura.

È inutile quindi continuare ad arrovellarsi apocalitticamente con le cifre sui redditi presenti e futuri dei “sub-sahariani” confontati con quelli dei ricchi europei, e a sbirciare inquieti nelle loro culle piene a confronto di quelle vuote dei ricchi ma sterili europei2. Se i “sub-sahariani” hanno deciso che l’Europa è la loro meta, non basteranno certo delle giudiziose ma astratte politiche di aiuti «mirate rigorosamente a creare in loco lavoro per i giovani»3. È un rigore che per quei giovani non ha alcuna attrattiva. Può essere molto più attrattivo invece per loro quel “patto di cittadinanza” di cui dicevamo prima, che gli dia diritti e doveri.

Ma, ecco il punto, gli europei hanno una chiara coscienza di tali diritti e doveri? Sparare in testa ad un immigrato che fruga tra vecchie lamiere per costruirsi un tetto meno precario, dove passare le notti che intercorrono tra un giorno e l’altro di schiavitù salariale, quale coscienza di diritti e doveri rivela nei nativi? E quale coscienza di diritti e doveri rivela marginalizzare un “negro”, trasformandolo in spacciatore, stupratore ed omicida tutto da dimostrare, di una ragazza che, passando per una comunità di recupero a dir poco inaffidabile, non si sa come sia finita in quella situazione estrema, non senza prima essere stata adescata, con il rassicurante schermo della prostituzione occasionale, da un bravo nativo del luogo?

Il “patto di cittadinanza” allora non interroga solo l’immigrato, ma anzitutto il nativo. La “città europea” può esercitare la sua “funzione dirigente” se chiarisce a se stessa i diritti e i doveri che debbono valere poi per chi viene da fuori. Da questo punto di vista, più avanti sembrano i nuovi subalterni, nelle vesti di quegli immigrati che lottano a mani nude per migliorare le loro condizioni di lavoro, con un’energia e una conoscenza delle lotte passate che tanti subalterni nativi sembrano aver perduto. A dimostrazione che la “funzione dirigente” della “città europea” può essere paradossalmente meglio salvaguardata da una spontanea e rinnovata “coscienza di classe”, i cui portatori sono proprio quei nuovi subalterni che i nativi, assai poco propensi ad una riflessione sulle proprie debolezze e magagne, pretenderebbero di “dirigere”.

  1. A. Gramsci, Lettere dal carcere, Torino, Einaudi, 19734, p. 281, lettera alla moglie Julka, senza data, ma verosimilmente scritta il 3 giugno 1929 []
  2. F. Fubini, Il divario che spinge a muoversi non si colmerà neanche tra 50 anni, «Corriere della sera», 2e giugno 2018, p. 6 []
  3. Ibidem []

Un Gramsci lungo quarant’anni

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F. L. P. (30 aprile 2018 06:40): Anche se so che non sarai d’accordo mi fa piacere lo stesso inviarti l’articolo su Gramsci che il 27 aprile l’edizione online del Corriere della Sera ha pubblicato annunciandolo contemporaneamente  nell’edizione cartacea.

F. A. (30 aprile 2018 12:25): In effetti, dissento. Come da quarant’anni a questa parte, continuo a dissentire. Ma devo riconoscere che sei l’unico con cui vale la pena di discutere, nella desolazione della gramsciologia, che in tutti questi anni dal tuo Gramsci del 1979 non è riuscita a confutarti, e ho dovuto provarci io con un articolo che sicuramente non ti ha fatto piacere1. Ma non abbiamo sempre detto che prima di tutto viene l’etica della discussione scientifica? Peccato che hai questa visione così unilaterale del marxismo. Io per un certo periodo me ne sono allontanato, ma leggendo Piaget mi dicevo: “ma queste cose le conosco”. Poi mi sono reso conto che il furbacchione aveva occultamente incorporato Marx nella sua psico-socio-genesi e sedeva sornione nell’azzimato establishment svizzero. Credimi, il totalitarismo è una falsa pista. E capisco che la provocazione è il sale della discussione, ma non c’è bisogno di supporre note segrete per indovinare il tormento di un capo vinto quale fu Gramsci. Credo che il suo tormento dovrebbe invece farci riflettere sul nostro paese, così pronto a rigettare ai margini, incarcerando o santificando, chi ne contesta la sindrome autoritaria.

F. L. P. (1 maggio 2018 10:56): Il dissenso è più importante del consenso. Si impara di più da chi dissente. Se si vuole imparare. Se invece si vuole solo insegnare il consenso è indubbiamente la bussola fondamentale. Detta questa banalità liberal-popperiana (ti ricordi?) e, adesso posso aggiungere, anche gramsciana, poche cose sulla sostanza. Marxismo, comunismo, socialismo, liberalismo, democrazia, capitalismo, fascismo, e tutti i termini del lessico politico sono in grado di significare tutto e il contrario di tutto. Per questo ogni volta che si usano bisogna stare attenti al significato con cui si stanno dicendo. Gramsci è marxista? Formulata così è domanda insensata. Se Gramsci è il punto di partenza di un nuovo marxismo come fa a non essere marxista? Elementare, Watson. Sono giochetti verbali che non aiutano a capire. Allora, d’accordo, i Quaderni sono opera marxista. Anche opera comunista? Ma certo. Contento? Benissimo. Mi puoi adesso spiegare che cosa significava essere comunista negli anni Trenta? Si poteva essere comunisti e non leninisti? Per quello che ne so, un comunista non leninista in quegli anni si definiva e veniva chiamato socialista o qualcosa di simile. A me basta che tu riconosca che se i Quaderni fossero stati pubblicati negli anni Trenta, ossia quando furono scritti, Gramsci sarebbe stato immediatamente espulso dai ranghi del comunismo e, nella patria del comunismo, avrebbe pure fatto una brutta fine. Il dissenso può far parte di un marxismo e/o comunismo critico?  “Comunismo critico” è la formula magica che usa Liguori.  Ma certo, anche se non ho mai capito cosa significhi “comunismo critico” ma nessuno è perfetto e ciascuno di noi ha i propri limiti cognitivi e io limiti ne ho tanti. Perché, ad esempio, non chiamarlo “gentiliano critico”? Con tutti i significati politici che l’aggettivo “gentiliano” ha. Ti assicuro che non sarebbe difficile etichettare il pensiero di Gramsci in questo modo e spiegarlo a partire da Gentile. Cosa ci guadagneremmo? Nulla. Una volta appagate le nostre ansie ideologiche e stabilito che Gramsci (soprattutto quello dei Quaderni) è un comunista critico o un gentiliano critico proviamo a dare un contenuto all’aggettivo “critico”? Ecco a me interessa il vino e non la botte con relativa etichetta.

F. A. (1 maggio 2018 20:52): Non possiamo discutere attardandoci sempre a definire le parole che usiamo. Le usiamo sino a quando funzionano, e questo dovrebbe bastare. Il marxismo di Gramsci è una questione storiografica ma anche attuale. Negli anni Venti e Trenta i comunisti vissero un periodo settario. Elaborare pensieri originali in lingua marxista divenne pericoloso. Gramsci, se non arrestato, avrebbe sicuramente potuto correre dei rischi nel suo campo. Non sappiamo infatti che piega avrebbe preso il suo scontro con Togliatti. Ma, in spregio alle nome vigenti, venne arrestato, la sua vita cambiò, da capo divenne un’icona. Non era ciò che voleva, e questa fu la sua tragedia. I Quaderni e le Lettere (straziante quando alla moglie indirizza lunghe trattazioni politiche) divennero la sua redazione, il suo Comitato Centrale, la sua scuola di partito. Un gigantesco discorso in solitudine attraverso cui però restò sempre miracolosamente attaccato ad una precisa corrente di pensiero. Tanto è vero che, a metà dei Quaranta, fu possibile recepirlo in tale corrente. Non fu una ricezione indolore, anzi fu carica di equivoci, ma bisogna riconoscere che, senza questi equivoci, il marxismo e il comunismo in Italia non avrebbero avuto il seguito che ebbero tra i Cinquanta e i Settanta. Questi equivoci hanno poi portato all’estinzione del marxismo e del comunismo in Italia, dagli Ottanta in poi? Questione aperta che ci porta all’oggi. Cina, Cuba, Vietnam, Corea del Nord, Venezuela con qualche riserva nominale, sono paesi che si dichiarano comunisti e si rifanno al marxismo. Se ci tengono a dichiararsi tali, non possiamo dire che si tratta solo di una sopravvivenza verbale. In Venezuela, addirittura, ma in tutta l’America latina, Gramsci e la sua egemonia sono un punto di riferimento ideologico costante. C’è solo da augurarsi che questo fermento non diventi mai, di nuovo, dottrina di Stato, come c’è il rischio che accada in Cina, dove il marxismo, da intellettuali vicini a chi governa, è elaborato nella sua accezione deterministica. Ma sinché c’è lotta ideologica, c’è speranza. Certo, Gramsci è anche quello dei cultural studies, dei subaltern studies, dei teorici del sistema-mondo, e c’è il Gramsci liberale per il quale ti batti tu. Ma siccome Gramsci resta una estensione originale del marxismo, tutti questi usi di Gramsci, anche in negativo, testimoniano di una permanente irradiazione egemonica di questa corrente di pensiero. Qui, di nuovo, tu mi chiederai cos’è il marxismo. È qualcosa di talmente vivo, che Croce cercò di ammazzarlo, all’inizio del secolo scorso. E, per farlo, si alleò con il montante marginalismo di Böhm-Bawerk, salvo poi trovarsi disarmato nella polemica con Einaudi su liberismo e liberalesimo. Questa lezione dovrebbe bastare. A meno che non la si pensi come tutti quei teorici che, dal nostro Pareto a von Mises, hanno ispirato il detto di Margareth Thatcher: la società non esiste, esiste solo l’individuo. Ma allora bisogna essere conseguenti, e non parlare di individuo, ma di un corpo-organismo che nasce, cresce, si muove nello spazio-tempo in maniera più o meno incongrua rispetto alle sue finalità, e ad un certo punto deperisce, senza avere però alcun diritto di reclamare il conforto finale nemmeno dei propri cari.

F. L. P. (1 maggio 2018 21:09): Bene, mi pare che ci siamo detti civilmente l’essenziale. Una sola piccola annotazione. Non ti pare eccessivo chiamare comunista il regime cinese? Se fosse così, la definizione dei termini credo sia necessaria. Diversamente da quello che pensi. Per coerenza perché non chiamare neocomunista il fascismo?

F. A. (1 maggio 2018 23:20:07): Ma non sono io che definisco comunista la Cina, ma sono loro che ci tengono a definirsi tali. Non mi pare corretto poi assimilare l’attuale regime cinese al fascismo. Il fascismo coartava una “società civile” che si era formata spontaneamente, il comunismo cinese nella versione di Deng stimola la formazione di una “società civile” che in Cina è sempre stata carente. Non mi pare una differenza da poco.

  1. La teoria dell’espressività in Gramsci. A proposito della Gramsci-Wittgenstein connection, «Paradigmi», anno XXXI, nuova serie, 2-2013, maggio-agosto, pp. 151-168. Una precedente versione era già apparsa in «Critica marxista», n. 6, novembre-dicembre 2012, pp. 54-63, tradotta poi in giapponese, «La Città Futura», 2013, organo della Gramsci Tokio Society, http://gramsci-tokyo.com/会報/2013.aspx. []