Europa

Trump e il Tao G7 dell’Europa che verrà

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Il G7 di Taormina, come quelli che lo hanno preceduto, e quelli che lo seguiranno, è stato la solita passerella delle case regnanti democratiche, supportate dagli odierni cicisbei, le aziende di moda che colgono l’occasione per celebrare il cattivo gusto di questa sfrontata società dei ricchi. Tuttavia, non è stato un vertice inutile, perché ha messo in evidenza, come mai in passato, le contraddizioni che attraversano il gruppo di testa del capitalismo mondiale, identificato per figura retorica come Occidente. Contraddizioni che, diciamolo subito, fanno ben sperare in un prossimo futuro. Chi maggiormente incarna queste contraddizioni è Donald Trump. Un presidente detestato da tutti i sinceri democratici, cioè da tutto l’establishment che, globalizzando e liberalizzando, ha condotto il mondo nell’attuale palude. Ma detestato anche da tutti i sinceri regimi autoritari, a cominciare dalla Cina, che vede come il fumo negli occhi ogni misura antiglobalizzatrice che possa mettere in pericolo i suoi floridi commerci. La politica di Trump, che con accuse traballanti i sinceri democratici americani vorrebbero far fuori quanto prima, nei suoi chiaroscuri si sta cominciando a delineare, e il G7 è stato un proscenio ideale per una sua prima rappresentazione.

Come ha mostrato a Taormina, con tutti i suoi atteggiamenti verbali e non verbali, Trump non è affatto contento del crescente peso economico della Germania che, squassando l’Europa, (scandalosamente, la Grecia continua a gemere), non solo mette in difficoltà il suo paese, ma getta la Russia nelle braccia della Cina. Quest’ultima è il secondo attore mondiale di cui Trump vuole contenere l’aggressività economica. La Germania ha avvertito immediatamente il pericolo, e infatti la Merkel, in chiusura del G7, ha già chiamato l’Europa a non fare più affidamento sull’America, e a prendere in mano il proprio destino. Che cosa ciò voglia dire non si sa bene. Sembra solo il monito rabbioso di chi non ha piani alternativi. È facile prevedere che per la Germania si stia avvicinando il tempo in cui dovrà uscire dalla sua comoda posizione di potenza egemone riluttante. Se vorrà essere tale, dovrà farlo a viso scoperto, e le risposte che riceverà non saranno tutte positive, innanzitutto al suo interno, dove la grande coalizione rischierà di trasformarsi in una tomba di ghiaccio, dalla quale i superstiti socialdemocratici alla fine dovranno scappare per non estinguersi del tutto.

Lo stesso si può dire della Cina, le cui merci, spesso dall’infimo valore d’uso, incorporano nel loro valore di scambio uno dei più alti tassi di sfruttamento dell’uomo sull’uomo, da parte di una “classe proprietaria”, debitamente allargata, che identifica l’“armonia sociale” con l’eternizzazione del proprio potere assoluto. Se la politica di Trump servirà a scuotere lo Stato che, dopo avere imbalsamato Mao, imprigiona in una nuvola di divieti il “grande spazio” sino-asiatico, avviando uno storico decentramento dalle possibili forme federali, sarà tutto di guadagnato non solo per la libertà, ma anche per l’uguaglianza, che non sia un orpello per promuovere una classe media dai comportamenti (a proposito di ambiente) ancora più consumistici di quella dello storico capitalismo metropolitano.

Tutte queste cose ovviamente Trump non le porta in dono come Babbo Natale. Trump è il plutocrate demagogo che sappiamo, e il suo scopo è di riportare in auge il complesso militare-industriale, di cui in questo momento è il commesso viaggiatore. Un accordo con la Russia, che Trump in ogni modo cercherà di chiudere, verterebbe sicuramente anche su “condivisioni” militari, e altrettanto ai paesi del sud Europa verrebbe offerto su questo terreno una via d’uscita dall’asfissia austeritaria. Ciò ovviamente preoccupa, altrettanto quanto preoccupano gli inarrestabili trionfi in Borsa della Silicon Valley, i cui imprenditori della sovrastruttura hanno fittamente mercificato la vita quotidiana dell’intero pianeta. È innegabile però che il capovolgimento delle priorità globalizzatrici che Trump intende operare riapre, con i suoi “effetti indesiderati”, la partita per tutti gli attori in gioco, grandi e piccoli. Certe dinamiche sarà difficile poterle controllare, e se ne vede già l’esempio in Inghilterra, dove i postumi della Brexit stanno avviando la May, come dicono gli ultimi sondaggi, allo stesso destino di Cameron.

In tutto questo, quale dovrebbe essere il ruolo della nostra cara Italia? L’Italia, che a Taormina ha così diligentemente svolto il ruolo di padrona di casa, dovrebbe staccarsi dalla crescente integrazione economica (manifatture per l’esportazione) e ora anche politico-istituzionale (proporzionale “tedesco”) con la Germania, se avesse una classe governante che ha a cuore l’interesse nazionale. Ma dov’è la borghesia italiana? E mancando la borghesia, si capisce che manchi anche una sinistra degna del nome. Bisogna aspettare dunque che la spinta venga dall’esterno. Dalla Francia, dove Mélanchon ha raccolto una forza che può mettere in crisi il fragile equilibrio cristallizatosi attorno all’esile Macron, la cui unica carta, come si è visto a Taormina, è di baciare la pantofola a Frau Merkel. Dall’Inghilterra, dove la tracotanza dei conservatori può regalare a Corbyn la più onorevole e più salutare delle sconfitte. Dalla Spagna e dal sorprendente Portogallo. L’Europa, insomma, è in fermento, e che l’Occidente tramonti, francamente è affare di Oswald Spengler e dei suoi nipotini. In ogni caso, il domani non sembra risiedere nei paesi dalle colossali economie emergenti ma, senza perciò essere eurocentrici, in quell’Europa dei Gramsci e degli Spinelli, solo per nominarne alcuni, che appare come l’unico posto al mondo dove la ripresa della “guerra di movimento” non sarebbe il grand guignol di massacri e teste mozzate, ma un effettivo avanzamento di forme economiche sociali e politiche realmente nuove.

Dopo il PD, c’è ancora vita!

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C‘è un’aria di mestizia in giro, ma lo scioglimento del PD, anche se ancora in fieri, è un evento fausto. Finisce la lunga subordinazione politica e culturale della sinistra a un centro liberaloide, di cui è stata espressione per un buon trentennio “la Repubblica”, che ancora domenica, 19 febbraio 2017, in extremis, ha lanciato l’ultima offa, con una celebrazione andywarholiana di Gramsci. Ma non è più tempo, la realtà è ormai troppo reale per poter essere nascosta sotto la tonaca di qualche papa laico. Tutto sta a vedere ora cosa vuole fare questa sinistra della ritrovata autonomia. E qui bisogna essere molto esigenti su alcuni punti che non è difficile individuare.

Primo, la lotta di classe non è finita, l’ha solo vinta il capitale. Copyright, Luciano Gallino. E già Bobbio, benché in modo meno pugnace e più olimpico, aveva segnalato il problema, richiamando la sinistra all’eguaglianza. Ma, anche al giorno d’oggi, in cui produzione e riproduzione sfumano l’una nell’altra, non si può tutto racchiudere in una redistribuzione che getti qualche manciata di sabbia nell’accumulazione, magari via reddito di cittadinanza. Una simile misura non farebbe uscire dalla reificazione economica, ma creerebbe solo una platea di individui, la cui estraneazione avrebbe un prezzo che il capitale si può permettere per salvaguardare la sua ragion di vita, ovvero il comando sul lavoro, che a tal scopo, corazzato di tecnica, oggi frantuma, degrada e distrugge, ma la cui libera fruizione (quindi, lavoro di cittadinanza, no grazie!) proprio per questo deve restare l’obiettivo prioritario. Perciò, e siamo al punto secondo, bisogna liberarsi di tutte le incrostazioni democraticistiche di questi anni. È Altiero Spinelli a distinguersi dai “democratici” e a parlare di “dittatura del partito europeo” nel Manifesto di Ventotene, che va letto in tutte le sue parti. E il contenuto di questa “dittatura” è nettamente anticapitalistico: «la proprietà privata dev’essere abolita, limitata, corretta, estesa caso per caso» (p. 30). E ancora: «non si possono più lasciare ai privati le imprese che, svolgendo un’attività monopolistica, sfruttano la massa dei consumatori» (p. 31). Google, Facebook, Amazon, Apple, de vos fabula narratur. E quindi non basta più il virtuismo liberal-liberistico del professor Monti, che irrora multe milionarie dal suo scranno di Bruxelles. Ci vuole un’azione più continua, mirata e penetrante. Perciò, e siamo al punto terzo, l’obiettivo di una “dittatura” europea non più del capitale, ma del lavoro, non può che essere l’opera del “partito”. Qui bisogna dire chiaro le cose come stanno, e cioè che, su questo punto, Lenin e Althusser sono più attuali di (una certa lettura di) Gramsci. A lungo ci si è baloccati con l’egemonia, che era un modo per camuffare la propria impotenza. Ma non si può fare la “guerra di posizione” quando l’avversario pratica la “guerra di movimento”. Bisogna dunque strappare di mano all’avversario l’anello federalista europeo per tirare la catena in senso opposto, che è il suo senso naturale. Il federalismo non può essere la maschera a ossigeno che, com’è accaduto in questi sessant’anni, tiene in vita l’esausto spirito del capitalismo cristiano-germanico. Questo accanimento terapeutico sta portando l’Europa dritta in bocca al passato: nazionalismo, qualunquismo, razzismo, fascismo, nazismo.  

Tutto bene, anzi, tutto male, perché queste esigenze passano ancora per il collo di bottiglia elettorale della democrazia in atto. Bisogna perciò premere ed esigere da chi finalmente sta mollando gli ormeggi sbagliati degli anni scorsi che la prossima legge elettorale sia quanto più proporzionale è possibile. Senza questa libertà di scelta, il “partito”, ma in generale i partiti, nascono depotenziati, pure macchine per andare al governo (M5Stelle, da ultimo, docet). Bisogna esigere invece che i partiti tornino ad essere strumenti del conflitto. E non per una mistica del conflitto. Il conflitto deve avere una meta tangibile, che è l’Europa federale non capitalistica. Ma questo obiettivo si può ottenere se ora, subito, l’elettore per primo si libera della cattiva cultura politicistica della “governabilità”, che mani interessate hanno sparso in questi decenni. L’antrace della governabilità è l’introiezione da parte del governato della proibizione di ricercare la propria autonomia. L’elettore, il cittadino, non si deve invece preoccupare della governabilità, ma della sua corretta rappresentanza nel conflitto di classe. Sapere la sera delle elezioni chi governerà sin da domani, è un loisir che abili manipolatori concedono volentieri a masse addestrate allo spettacolo mediatico. Solo che, dopo, c’è il cetriolo. E, invece, Belgio e Spagna dimostrano che gli affari correnti del capitale, che comprende anche la vita economica quotidiana, possono essere egregiamente sbrigati per lunghi periodi dalle burocrazie ministeriali. La nuova sinistra che si sta tanto faticosamente liberando dall’abbraccio del pitone, va messa dunque alla prova su questo punto. E c’è solo da sperare che nei prossimi giorni, nelle prossime settimane, il coraggio ritrovato non venga sopraffatto da qualche compromesso antistorico dell’ultim’ora.

Ritorno a Ventotene: tanti auguri a Matteo Renzi

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Il prossimo 22 agosto, l’Italia incontrerà Germania e Francia a Ventotene “per ripartire con convinzione sull’Ue dei valori e degli ideali”. Parole di Matteo Renzi all’ultima Direzione del Partito democratico. È un lodevolissimo intento, ma Ventotene, lo spirito di Ventotene, il Manifesto di Ventotene, non sono uno scherzo. Proviamo a rileggerlo nei suoi punti salienti. La missione di un’Europa libera e unita, scrivono Spinelli, Rossi e Colorni, è di sviluppare il processo storico contro la disuguaglianza ed i privilegi sociali. Perciò, non la “politica europea”, non i suoi vertici, non le sue scartoffie che viaggiano quotidianamente tra Bruxelles e Strasburgo, ma la rivoluzione europea dovrà portare avanti questa missione, che è una missione socialista, in quanto si proprone l’emancipazione delle classi lavoratrici, ispirandosi al principio secondo il quale le forze economiche non debbono dominare gli uomini, ma debbono essere da loro dominate. Che fare? Risposta della rivoluzione europea: abolire l’occlusione economica! Questo programma deve essere incarnato non dalla Commissione europea, non dal board dei capi di governo, non dai sacerdoti dell’austerità, ma da un partito rivoluzionario che deve attingere e reclutare nella sua organizzazione solo coloro che abbiano fatto della rivoluzione europea lo scopo principale della loro vita. Dunque, non carrieristi, ma rivoluzionari devoti alla causa euroepa. Non sono ammessi quindi Presidenti di Commissione che, cessato il loro mandato, passano a lavorare per Goldman Sachs. Ma andiamo avanti. Questo partito attinge la sicurezza di quel che va fatto, dalla coscienza di rappresentare le esigenze profonde della società moderna. Quindi, non è un partito che “prende partito” a priori, arbitrariamente, ma è un partito che raccoglie, accumula, immagazzina le forze che consentono di “prendere partito”. Prendere partito per la rivoluzione europea, che è una rivoluzione socialista fatta da rivoluzionari votati all’idea di Europa. E qui viene il bello. Non con i dinoccolati discorsi nel paludato Parlamento europeo, non con i narcisistici interventi negli infuocati talk show, non con le peregrine Costituzioni che i popoli giustamente spernacchiano, ma tramite la dittatura di questo partito rivoluzionario europeo si forma il nuovo Stato e attorno ad esso la nuova democrazia. Dittatura? Sì, proprio così, con un concetto che, a quanto pare, gli autori del Manifesto non disdegnano di trarre da un Lenin filtrato da Gramsci1, dittatura non della Troika, della finanza, delle grandi banche, che anzi vanno nazionalizzate, come recita il primo punto del programma economico del Manifesto, ma dittatura del partito rivoluzionario che persegue lo scopo di sviluppare il processo storico contro la disuguaglianza ed i privilegi sociali. Grecia, de te fabula narratur. Questo partito non deve girarsi i pollici, aspettando che il processo si compia. Al contrario, esso deve rivolgere la sua operosità anzitutto verso i due gruppi sociali più spontaneamente europeisti, vale a dire la classe operaia e gli intellettuali. Qui, chissà perché, viene ancora in mente Gramsci, ma non sarà per questo che, in tutti questi anni, non di dittatura del partito rivoluzionario europeo, ma di dittatura del capitale, Commissione europea, board dei capi di governo, sacerdoti dell’austerità, globalisti di ogni risma e contrada, hanno lavorato per atterrare e disperdere classe operaia e intellettuali? Ma non cediamo ai sospetti e restiamo al Manifesto. Solo sulla base di questa dittatura del partito rivoluzionario europeo che, come abbiamo detto, è un partito che “prende partito” non arbitrariamente, ma nel divenire del processo storico europeo, che è un processo socialista, cioè egualitario, solo su questa base le libertà politiche potranno veramente avere per tutti un contenuto concreto e non solo formale. E quale sarà questo contenuto di una rivoluzione che qualche supercilioso sta già squalificando come la solita, impossibile, catastrofica, pauperistica, rivoluzione egualitaria? Il contenuto di queste libertà politiche sarà che la massa dei cittadini avrà una indipendenza ed una conoscenza sufficiente per esercitare un efficace e continuo controllo sulla classe governante. Testuale. E ci si chiede: questo ideale rivoluzionario europeo consistente nella reciprocità tra governanti e governati, tra dirigenti e diretti, non è l’asse portante dei Quaderni del carcere di Antonio Gramsci? Se solo in tutti questi anni, nel nome abusato dell’Europa, fosse stata esercitata non la dittatura del capitale, ma quella del partito rivoluzionario europeo, un partito a quanto pare gramsciano con venature addirittura leniniste, un partito per il quale la riforma economica non è il fine, ma il mezzo per la riforma politica, se solo anche una piccola parte di ciò fosse stato attuato, non avremmo oggi alle porte la minaccia dei “populisti” che urlano contro la “casta”, pronti a subentrarle, non appena l’avranno sloggiata dagli scranni che essa sempre più precariamente ancora occupa. Caro Matteo Renzi, il 22 agosto 2016 prossimo venturo, a Ventotene, sulla portaerei in cui per motivi di sicurezza si svolgerà il vertice europeo da te promosso, riuscirai a iscriverti e a fare iscrivere Hollande e Merkel al partito rivoluzionario europeo? Tanti auguri!

  1. I. Pasquetti, Altiero Spinelli tra Gramsci, Nenni e Berlignuer, “Eurostudium”, ottobre-dicembre 2008, p. 47. []

Brexit, il nuovo inizio dell’Unione Europea

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L’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea è quel fulmine che mancava per purificare l’aria ammorbata che da anni soffoca il continente. Essa anzitutto avrà delle positive conseguenze sulla stessa Gran Bretagna, poiché scuoterà dalle fondamenta questa decrepita e altezzosa democrazia che, a dimostrazione della loro fossilizzazione culturale, molti liberali e democratici ad ogni pie’ sospinto additano ancora come modello. Un paese che, con Londra, sopravvive quale roccaforte di quella canaglia sociale che è il capitale finanziario, e che ricatta Scozia, Galles ed Irlanda del Nord in nome di una unità statale sempre meno in grado di assicurare sicurezza e sviluppo, ma ancora abbastanza in grado di condizionarne le dinamiche. Un paese, inoltre, che con il suo violento sistema elettorale maggioritario, che fa andare in brodo di giuggiole gli adepti dell’ortodossia costituzionale liberaldemocratica, per decenni ha reso impossibile l’espressione parlamentare di cospicue e innovative minoranze, dando invece sempre voce alle false “maggioranze” prone all’ideologia del “legame transatlantico speciale” (guerra in Iraq), dell’opportunismo europeo (mance e sovvenzioni economiche) e della più becera conservazione sociale (“la società non esiste” di Margaret Thatcher). È un bene, quindi, che un arcaico modello democratico perda prestigio, perché pone le premesse per un rinnovamento ideale e pratico della stessa democrazia, per non parlare della sinistra, costretta a sopravvivere sotto le spoglie di quella “terza via”, che ha fatto solo le fortune personali di Tony Blair.

Quanto all’Europa, l’uscita della Gran Bretagna dall’UE costringerà Germania, Francia e Italia a venire fuori dagli equivoci, dagli attendismi e dai particolarismi con cui hanno cercato di far fronte alle dinamiche del capitalismo globale. Poiché gli antieuropeisti di ciascuno di quei tre paesi cercheranno di trarre vantaggio dall’esito del referendum inglese, le forze europeiste dovranno cambiare spartito per ritrovare slancio, e questo non potrà che avvenire rimettendo in discussione Maastricht e i suoi principi antisociali monetaristici. L’Unione Europea se vorrà sopravvivere dovrà diventare un’Europa che metta al suo centro non l’astratto sogno federalistico, non l’illusione della potenza finanziaria, ma il benessere della società in tutte le sue componenti, di cui quindi si dovranno stimolare non gli spiriti animali, che da secoli causano all’Europa solo lutti e disastri, ma le forze produttive, in primis quella demografica.

Questo bel quadretto non significa un’Europa ritirata e mansueta, che porge l’altra guancia al primo che passando la schiaffeggia. L’Europa invece dovrà essere estremamente pugnace innanzitutto con la Cina, che con il suo spiccio capitalismo confuciano crede di potersi assicurare l’egemonia mondiale. Ad ogni tavolo di trattativa commerciale con questo grande paese, dovrà stare sempre seduto il Ministro del Lavoro europeo, questo sì urgente necessità istituzionale di una rinnovata Unione Europea, ben più del ministro del tesoro o dell’interno richiesto ormai un giorno sì e uno no dagli europeisti alla Eugenio Scalfari. Alla Cina non dovrà più essere consentito di usare la merce lavoro per alimentare i consumi affluenti della sua classe media, assicurati (per ora) dai decadenti europei. Questi circoli viziosi devono essere spezzati, e la Cina dovrà essere posta di fronte alle sue responsabilità: se vuole il “progresso”, cominci dai diritti sociali, magari ritornando a prendere lezione dal miglior Mao.

La stessa durezza dovrà essere posta nelle trattative per il Trattato di commercio transatlantico, di cui già si conoscono le pecche, per usare un eufemismo, e in generale con gli Stati Uniti, che sfruttando il lascito egemonico della seconda guerra mondiale, tengono l’Europa ad un lungo, ma ben visibile guinzaglio, come si è visto all’epoca della guerra in Iraq del secondo Bush, e soprattutto nella vicenda ucraina. L’Unione Europea non può essere nemica della Russia, poiché tale inimicizia trasforma il comunitarismo russo in pulsione autoritaria e fascista. Putin è un punto di equilibrio assai precario in tal senso, e spingere oltre significherebbe per l’UE trovarsi a convivere con un paese che farebbe da modello per tutti i fascismi che albergano nelle profondità capitalistico-borghesi dell’Europa latina e carolingia. La nuova Unione Europea dovrà quindi essere amica della Russia, e dovrà provvedre da sé alla propria sicurezza, che dovrà tradursi principalmente in una collaborazione a tutti i livelli con i paesi arabi e africani. E affinché questa collaborazione non sia solo una collaborazione tra Stati (basta, casi Regeni!) ma tra popoli, dovranno dialogare le religioni, quella cattolico-romana, quella ortodossa e quella islamica. Il ruolo pubblico delle religioni su cui si arrovellano liberal-democratici onesti come Jürgen Habermas, è questo, favorire la fuoriuscita definitiva dai rapporti coloniali, e incentivare la coesione culturale, morale, economica e sociale dell’Europa e dell’Africa. Se questo dialogo si incardina, Daesh, che la criminale stupidità mediatica qualifica di Stato Islamico, deperirà in poco tempo.

La Brexit, dunque, non è un disastro, ma la possibilità concreta di un nuovo inizio. Certo, a patto di aprire gli occhi, e di svegliarsi da vecchi sogni illusori e sbagliati. Altrimenti è facile prevedere che l’Europa ancora una volta sarà preda di guitti e buffoni, cui poi la storia accaduta attribuirà loro, anche se portavano sotto il naso dei ridicoli baffetti, una grandezza immeritata.

Scalfari, Prodi e l’Europa che verrà

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In un colloquio con Romano Prodi, apparso a pagina 8 de “la Repubblica” del 3 ottobre 2015, Eugenio Scalfari se ne è uscito con questa analogia storica tra gli Stati Uniti d’America del dopo Guerra civile e i per lui auspicabili Stati Uniti d’Europa del mondo globale: «Quando i nordisti di Lincoln vinsero la guerra contro i sudisti, per molti anni il potere fu degli Stati del Nord, ma poi si diffuse a tutto il Paese. Così avverrebbe anche nell’Europa federale. Se mettiamo insieme Italia, Francia e Spagna esisterebbe un blocco mediterraneo che potrebbe avere gran peso sulla politica della Europa federata». A sua volta, Prodi ha rincalzato: «È il solo futuro auspicabile, senza il quale i Paesi europei saranno barchette di carta nel mare della società globale, Germania compresa». Ora, fra i due, non si sa a chi assegnare la palma, se a Scalfari per la sua prodigiosa cultura storica, o a Prodi per la sua ferrea memoria di grande statista. Bisogna ricordare, infatti, che, nel 1997 egli, assieme a Ciampi, fu letteralmente mandato a quel paese da Aznar, al quale i due proponevano un’alleanza per mitigare le condizioni tedesche all’ingresso nell’euro dei paesi del “blocco mediterraneo”. Se non ha funzionato allora, non si vede perché dovrebbe funzionare oggi o nel futuro, tanto più che la crisi greca ha mostrato che tra i paesi del “blocco meditarraneo” non c’è nessuna solidarietà. Quanto a Scalfari, è ben vero che, dopo la sconfitta nella Guerra civile, per molti anni il potere fu degli Stati del Nord, ma in proposito sentiamo cosa dice lo storico: «Alla fine della prima decade del XX secolo il Sud poteva trarre un ben misero bilancio: del tutto isolato dalla vita politica nazionale, non era più riuscito a esercitare il minimo influsso sulla direzione del paese cui un tempo aveva fornito quasi per intero la classe dirigente»1. Dal 1865, anno in cui il Sud fu vinto e soggiogato, alla prima decade del XX secolo fanno, se non sbaglio, più di cinquant’anni. Ecco, il futuro che Scalfari ci prospetta è un cinquantennio di miseria e di emarginazione. Come dire, quando saremo tutti morti, il potere si diffonderà a tutta l’Europa. E, allora, piuttosto che sognare la grande corazzata degli Stati Uniti d’Europa, in un mondo per altro dove Cina e Brics arrancano e la globalizzazione perde di velocità, non sarebbe il caso di capire perché, da Ventotene a Maastricht, l’Europa anziché trovarsi assisa in cima al mondo, si trova sprofondata nell’austerità e nella stagnazione? Nel 1930, quando gli Stati Uniti giacevano nella catastrofe della Grande Depressione, un gruppo di dodici poeti e scrittori fra i maggiori del tanto disprezzato Sud pubblicò un libro di enorme e duratura risonanza, dal titolo I’ll Take My Stand. The South and the Agrarian Tradition. Come riporta lo storico, «l’intento e il pensiero che pervadevano tutti i dodici scritti erano in sostanza che l’America del capitalismo finanziario, della spculazione sfrenata, della corsa al guadagno e ai beni materiali, l’America insomma dei vincitori della Guerra civile aveva condotto il paese intero a una catastrofe senza precedenti»2. È vero, nel 1945 la “guerra civile europea” si concluse con la sconfitta di tutti che aprì le porte ad un podesttà straniero, quell’America che anche grazie alla guerra si trasse fuori dalla “catastrofe” cui l’aveva condotto il modello di società impostosi con la sua Guerra civile, e che ora, rianimato, esportava nel Vecchio Mondo, al quale per altro non era estraneo. E, allora, se i valori “nordisti” della finanza, della speculazione e del profitto che hanno guidato sin qui la costruzione della “pacifica Europa” fossero valori che, di qua e di là dell’Atlantico, si rivelano essere valori sbagliati, al posto dei quali invece avremmo bisogno dei valori “sudisti” di un’economia delle cose e dei bisogni, votata a nutrire non l’idolo astratto della potenza, ma la vita concreta di individui per i quali, come scriveva uno di quei dodici poeti, un podere non è necessariamente un luogo per produrre ricchezza, ma per produrre granoturco?

  1. R. Luraghi, La spada e le magnolie. Il Sud nella storia degli Stati Uniti, Roma, Donzelli, 2007, p. 128 []
  2. ivi, p. 149 []