Europa

Scalfari, Prodi e l’Europa che verrà

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In un colloquio con Romano Prodi, apparso a pagina 8 de “la Repubblica” del 3 ottobre 2015, Eugenio Scalfari se ne è uscito con questa analogia storica tra gli Stati Uniti d’America del dopo Guerra civile e i per lui auspicabili Stati Uniti d’Europa del mondo globale: «Quando i nordisti di Lincoln vinsero la guerra contro i sudisti, per molti anni il potere fu degli Stati del Nord, ma poi si diffuse a tutto il Paese. Così avverrebbe anche nell’Europa federale. Se mettiamo insieme Italia, Francia e Spagna esisterebbe un blocco mediterraneo che potrebbe avere gran peso sulla politica della Europa federata». A sua volta, Prodi ha rincalzato: «È il solo futuro auspicabile, senza il quale i Paesi europei saranno barchette di carta nel mare della società globale, Germania compresa». Ora, fra i due, non si sa a chi assegnare la palma, se a Scalfari per la sua prodigiosa cultura storica, o a Prodi per la sua ferrea memoria di grande statista. Bisogna ricordare, infatti, che, nel 1997 egli, assieme a Ciampi, fu letteralmente mandato a quel paese da Aznar, al quale i due proponevano un’alleanza per mitigare le condizioni tedesche all’ingresso nell’euro dei paesi del “blocco mediterraneo”. Se non ha funzionato allora, non si vede perché dovrebbe funzionare oggi o nel futuro, tanto più che la crisi greca ha mostrato che tra i paesi del “blocco meditarraneo” non c’è nessuna solidarietà. Quanto a Scalfari, è ben vero che, dopo la sconfitta nella Guerra civile, per molti anni il potere fu degli Stati del Nord, ma in proposito sentiamo cosa dice lo storico: «Alla fine della prima decade del XX secolo il Sud poteva trarre un ben misero bilancio: del tutto isolato dalla vita politica nazionale, non era più riuscito a esercitare il minimo influsso sulla direzione del paese cui un tempo aveva fornito quasi per intero la classe dirigente»1. Dal 1865, anno in cui il Sud fu vinto e soggiogato, alla prima decade del XX secolo fanno, se non sbaglio, più di cinquant’anni. Ecco, il futuro che Scalfari ci prospetta è un cinquantennio di miseria e di emarginazione. Come dire, quando saremo tutti morti, il potere si diffonderà a tutta l’Europa. E, allora, piuttosto che sognare la grande corazzata degli Stati Uniti d’Europa, in un mondo per altro dove Cina e Brics arrancano e la globalizzazione perde di velocità, non sarebbe il caso di capire perché, da Ventotene a Maastricht, l’Europa anziché trovarsi assisa in cima al mondo, si trova sprofondata nell’austerità e nella stagnazione? Nel 1930, quando gli Stati Uniti giacevano nella catastrofe della Grande Depressione, un gruppo di dodici poeti e scrittori fra i maggiori del tanto disprezzato Sud pubblicò un libro di enorme e duratura risonanza, dal titolo I’ll Take My Stand. The South and the Agrarian Tradition. Come riporta lo storico, «l’intento e il pensiero che pervadevano tutti i dodici scritti erano in sostanza che l’America del capitalismo finanziario, della spculazione sfrenata, della corsa al guadagno e ai beni materiali, l’America insomma dei vincitori della Guerra civile aveva condotto il paese intero a una catastrofe senza precedenti»2. È vero, nel 1945 la “guerra civile europea” si concluse con la sconfitta di tutti che aprì le porte ad un podesttà straniero, quell’America che anche grazie alla guerra si trasse fuori dalla “catastrofe” cui l’aveva condotto il modello di società impostosi con la sua Guerra civile, e che ora, rianimato, esportava nel Vecchio Mondo, al quale per altro non era estraneo. E, allora, se i valori “nordisti” della finanza, della speculazione e del profitto che hanno guidato sin qui la costruzione della “pacifica Europa” fossero valori che, di qua e di là dell’Atlantico, si rivelano essere valori sbagliati, al posto dei quali invece avremmo bisogno dei valori “sudisti” di un’economia delle cose e dei bisogni, votata a nutrire non l’idolo astratto della potenza, ma la vita concreta di individui per i quali, come scriveva uno di quei dodici poeti, un podere non è necessariamente un luogo per produrre ricchezza, ma per produrre granoturco?

  1. R. Luraghi, La spada e le magnolie. Il Sud nella storia degli Stati Uniti, Roma, Donzelli, 2007, p. 128 []
  2. ivi, p. 149 []

Europa, a proposito del suo contributo al mondo di domani

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Con onestà pari all’ostinazione con cui prevede che il mondo finirà inghiottito nel buco nero della tecnica, Emanuele Severino riconosce che «proporsi l’unità politica dell’Europa è comunque mirare a una politica che garantisca la gestione unitaria, dunque efficiente, del capitalismo europeo»1. Guido Rossi trova giustamente stimolante quest’analisi, e alla potenza della tecnica oppone giudiziosamente quella dell’idea. Peccato però che l’idea alla quale si appella, sia quella di un’Europa politica federalista, la quale secondo Rossi addirittura «potrà ristabilire l’ordine mondiale, dopo la fine della pax Britannica e il declino della pax Americana»2. In questi voli pindarici, Rossi è in buona compagnia. La pensa così Habermas, e la pensa così Scalfari, per citarne solo alcuni. Scalfari, in particolare, nei suoi articoli domenicali prospetta un mondo globalizzato governato da un direttorio composto da USA, UE, Russia, India e Cina. È una prospettiva che si ammanta di realistica saggezza, ma che in realtà occulta dati di fatto essenziali. Un tale direttorio, infatti, è tutt’altro che una meta di stabilità, per fatti logici e storici. Il fatto logico è che il federalismo non è portatore né di reciprocità tra governanti e governati, né di pace tra le nazioni. Il federalismo comporta una verticalizzazione del potere, e dà luogo a Stati che perseguno in vario modo la potenza. Basta ripassarsi la storia degli Stati Uniti, ma anche solo della Confederazione elvetica, per avere molte conferme storiche. Si dirà, ma come, la pacifica Svizzera persegue la potenza? A parte che la pacifica Svizzera è fra i paesi con la più alta diffusione di armi da fuoco, che fanno la loro comparsa nelle non infrequenti esplosioni psicotiche che rodono quel paradiso terrestre. Ma questa è una violenza interna. Ciò che conta è che con la potenza finanziaria dei suoi gnomi, la Svizzera ha prefigurato ciò che oggi sta diventando l’Europa con l’euro, il quale è la sublimazione finanziaria di ciò che un tempo fu la potenza militare. La sublimazione è un processo difficilmente controllabile, così a Rossi con le migliori intenzioni scappa di dire che l’Europa finalmente federale ristabilirà l’ordine mondiale. Come volevasi dimostrare. Un altro fatto che Scalfari occulta con la sua prospettiva di un direttorio mondiale composto dai cinque “grandi”, è che Russia, India e Cina non sono né Stati né nazioni, ma solo “grandi spazi”. In Russia, c’è chi, come Aleksandr Dugin, ascoltato consigliere di Putin, rivendica questo fatto, parlando di “grande spazio eurasiatico”. Ora, il “grande spazio” è stabile come un castello di carte. Non è un caso che la millenaria Cina è colta dal terrore davanti alla fermezza con cui un uomo solo come Liu Xiaobo rivendica, sebbene, come lui stesso riconosce, con l’antiquato linguaggio della scienza politica occidentale, la “democratizzazione” della Cina, cioè la scomposizione ed emancipazione delle molte etnie che formano il suo spazio imperiale, di cui ciò che fu il glorioso Partito comunista cinese si è ridotto ad essere l’ultimo, ringhioso cane da guardia. Lo stesso si può dire dell’India, dove la presenza in superfice di istituzioni rappresentative rende solo più flessibili le oscillazioni profonde del castello di carte. Un mondo retto da un direttorio di tal fatta è dunque un mondo in cui popoli e nazioni saranno governati con il bastone del lavoro servile e con la carota di qualche lustrino consumistico. Non meraviglia che Scalfari non veda tutto ciò, essendo egli fermatosi nella sua analisi del capitalismo alla nozione puramente polemica di “razza padrona”. Severino, invece, nella sua analisi delle prospettive europee e mondiali, non ha nessuna remora a ricollegarsi alle analisi di Marx sul denaro, anche se la redazione del Corriere gli fa i brutti scherzi, come Landini al Marchionne di Maurizio Crozza. In una didascalia che dovrebbe spiegare all’inclita chi è Karl Marx, di cui si riproduce la classica icona del Carlo barbuto, il redattore scrive infatti che costui «nel suo famoso libro Il Capitale elaborò un’analisi dell’economia industriale moderna che oggi appare superata». Come mai allora il Corriere pubblica un articolo che si rifà alle tesi di tale “superato” filosofo? Tornando alle cose serie, il capitalismo di cui Severino con tanta spregiudicatezza vede lo stato di crisi terminale, è lo stesso sistema che, specie in questa fase di capitalismo assoluto, non ammette né pace, né reciprocità tra governanti e governati, ovvero le due cose di cui più ha bisogno il mondo di domani. Se c’è dunque un contributo che l’Europa può dare a tale mondo a venire, è quello di coltivare e sviluppare le differenze, ma in modo tale che ogni differenza sia una lingua universale in cui tutte le altre possano essere comprese e tradotte. È quello cui aspirarono gli uomini dell’Umanesimo, del Rinascimento e dell’Illuminismo, ma fermandosi per vincoli strutturali davanti all’invalicabile limite delle piccole cerchie intellettuali. La sfida ora è di scrivere quel grande libro passando dall’intelletto individuale alla mente collettiva.

  1. E, Severino, La tecnica unirà l’Europa, “Corriere della sera”, 3.8.2015, p. 30 []
  2. G. Rossi, L’Europa si salverà solo se sarà federale, “Il Sole-24 Ore”, 9.8.2015, pp. 1 e 14 []

Tsipras sulla via di Dubcek

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Dopo la capitolazione greca, dovrebbe ormai essere chiaro che l’Unione europea è la cittadella del più tetragono capitalismo assoluto. Le prove si rinvengono facilmente sulle labbra candide dei migliori turiferari: «Come ci si sente nel ventre di un protettorato, lo scopriranno i deputati greci in Parlamento stamattina quando sarà chiesto loro di votare in due giorni più leggi che negli ultimi cinque mesi. Non sarà un’impressione aribitraria la loro ma un dato di fatto, a credere a Robert Fico. Ieri mattina all’uscita dal vertice di Bruxelles, il premier slovacco ha descritto la soluzione individuata per la Grecia così: un “protettorato” e, ha aggiunto, “non c’è niente di male in tutto questo”». E ancora: «Vista da Berlino, o dall’Aja, non c’è solo la repressione di una sommossa europea goffamente condotta da Tsipras. C’è soprattutto una dose tipicamente protestante di ruvida educazione ai riluttanti, nel loro interesse»1. Dunque, presunzione assoluta di verità, tanto da sapere meglio dei greci qual è il loro interesse. Ma ciò che bisogna notare nella vicenda del duo Tsipras-Varoufakis, è che per sei mesi le avanguardie di forze disperse ma potenti si sono potute aggirare nei meandri di questa fortezza, tenendo ai tavoli degli altezzosi principi che in essa comandano discorsi “inauditi”. Lo dimostra il fatto che Varoufakis non è stato mai confutato de dicto, ma in re, ovvero nelle sue pose motociclistiche, trattamento che nessun media europeo osa riservare alla carrozzella da cui il ministro delle finanze tedesco lancia i suoi sguardi di torvo asceta del valore di scambio. Quando, dopo il referendum del 5 luglio, la coppia Tsipras-Varoufakis si è scissa, l’inopinata “violazione di territorio” è apparsa ancora più chiara. Tsipras, che aveva cercato un’“Europa dal volto umano”, si è avviato al destino di un Dubcek, sottoposto al waterboarding delle trattative di Bruxelles come il cecoslovacco lo fu con il viaggio che Breznev gli impose nella Mosca imperiale dell’epoca2. Varoufakis, invece, ha rivelato dell’esistenza di un piano di riserva, cioè, assieme ad altre misure, della emissione dei famosi titoli di credito fiscali attraverso cui riguadagnare la sovranità monetaria. Nel caso greco, non c’è stato coraggio o conoscenze sufficienti per avviare una simile misura, e il falco Schaeuble ha fulmineamente rivolto l’arma contro gli intrusi, proponendo lui dei “pagherò” emessi dai greci che sarebbero però degli ulteriori debiti3. Per questa volta, dunque, la mano è persa, ma non c’è dubbio che di tutto ciò faranno tesoro quelle forze potenti ma attualmente disperse di cui si diceva. La natura totalitaria dell’Unione Europea è il punto debole di questa associazione di economie liberistiche. Essa non ammette un contro-discorso al suo interno, ed accumula quindi una crescente tensione verso parti di sé che, o perché provenienti dalla tradizione o perché restie ad accettare la religione liberoscambistica, è necessitata ad espellere. Come i terremoti, non si può dire quando questa tensione tra natura umana e capitalismo, evidentemente non coincidenti, scaricherà la sua energia. Dal 1968 alla caduta del Muro di Berlino passarono trent’anni. Inutile quindi le previsioni. Ciò che è certo è che l’Unione Europea per sua intrinseca natura non può derogare dal suo assolutismo capitalistico, che alimenta divorando se stessa (austerity), poiché solo così riesce a produrre quella potenza che le permette, nella totalizzante religione della merce cui è votata, di competere nella “globalizzazione”, cioè di alimentare la competizione intercapitalistica mondiale. Quando quel terremoto arriverà, è facile prevedere che l’assolutismo capitalistico europeo, proprio per la sua natura totalitaria, si rovescerà repentinamente nel suo contrario, nel senso che i discorsi “inauditi” prolifereranno sul suo corpo ischeletrito, ormai incapace di opporsi alle forze contrarie che con il suo autofagismo ha fatto nascere.

  1. F. Fubini, “Voto a passo di corsa sul pacchetto. Ma il governo è già in disfacimento”, Corriere della sera, 14.7.2015, p. 3 []
  2. L’espressione “waterboarding mentale” è di una corrispondenza del Guardian. Cfr. “Greek crisis: surrender fiscal sovereignty in retunr for bailout, Merkel tells Tsipras” []
  3. Grecia, Schaeuble suggerisce emissione ‘pagherò’” []

Europa, cose semplici

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Nella domenica in cui, come nelle vecchie trame ottocentesche, i creditori si sono presi pure gli orecchini di una Grecia ridotta sul lastrico, sono successe molte cose nel piccolo mondo antico dei giornali italiani. Per esempio, tal David Vincenzetti, venuto all’onor della cronaca per essersi fatto hackerare i dati della sua azienda di hackeraggio di Stato, ha dato del “cattivo ragazzo” a Julian Assange, auspicandone l’arresto, dal momento che pubblicherebbe documenti rubati1. E certo la ricettazione è assai più riprovevole di vendere “sicurezza” a governanti dai modi spicci. Comunque, qualcuno si dovrebbe incaricare di far sapere a Vincenzetti che Assange è di fatto agli arresti da tre anni. Che gli debbono fare, di più, tagliargli la mano, come nello Stato islamico? Poi, non è mancato in prima pagina, con prosieguo a lenzuolo nelle pagine interne, il sempre valente Panebianco che ha auspicato per l’Italia una giurisdizione non più prona alla dominante cultura anti-impresa2. Tradotto, una magistratura che non rompa più i cosiddetti con i suoi decreti di chiusura di aziende inquinanti, di malaffare, et similia. Il Papa e Naomi Klein, dunque, se ne stiano buonini con le loro ubbìe ambientalistiche, perché qui c’è da fare impresa. Cose da grandi. Ora, la magistratura non ha bisogno di essere difesa, anche perché, quando vuole, è feroce, come quando processa con l’imputazione di terrorismo i sabotatori delle escavatrici al lavoro in Val di Susa per la Tav. Ma fa un certo effetto leggere appena dopo questa lenzuolata, una lettera del procuratore Spataro, che richiama i principi costituzionali in base ai quali la magistratura è chiamata a svolgere quell’opera di controllo che tanto disturba Panebianco3. Ma Spataro non li legge i giornali? Allora, che parliamo a fare? Ah, già, la sua lettera era pubblicata sullo stesso numero in cui era apparso l’appello pro-impresa di Panebianco. È l’obiettività, bellezza. Mangiando, ci si sporcano le labbra, e con il tovagliolo ce li si forbisce. Poi, Christian Salmon ci ha deliziato spiegandoci cos’è il neomarketing dello storytelling4, praticamente un logo o brand al cubo, anche qui con buona pace della povera Naomi Klein, che abbaino pure lei e i suoi sempre più sfiatati accoliti. E se uno pensa che migliaia di ragazzi africani rischiano la vita, alla volta dell’Europa in quelle barche fatiscenti, attratti dallo “stile di vita europeo” che comprende di poter comprare uno smartphone che ti racconti una storia, beh, viene da invocare lingue di fuoco apocalittiche che scendendo dal cielo brucino in un sol colpo i cinici e gli stupidi di questa epoca di accecati. L’acme di questa domenica speciale lo si è toccato, però, con Eugenio Scalfari che ha scoperto una cosa che, giustamente, gli sembra impossibile, e cioè che «ci sono anche alcuni personaggi di sinistra che, affascinati da Tsipras, vorrebbero quanto meno ricostruire una sorta di comunismo d’antan che abbia l’Europa come terreno seminativo e si proponga di combattere il capitalismo»5. Ma signori miei, si può essere così sprovveduti da proporsi simili obiettivi, quando invece basta fare una bella federazione, gli Stati Uniti d’Europa, in cui, in quattro e quattr’otto, si mette mano ad una politica di crescita, ovviamente accompagnata da misure di equità sociali, poi si vara un bilancio unico europeo, modificando tutti i trattati che ci sono da modificare, a partire da quello di Lisbona, ricordate?, ci si mette a capo un ministro del Tesoro unico, così Draghi c’ha con chi scambiare due chiacchiere, e poi naturalmente si vara il debito sovrano, che non guasta, e poi l’Unione bancaria europea, la garanzia sui depositi e la vigilanza centralizzata, già per altro in corso d’opera, e infine si chiude con la nuova Costituzione dell’Europa federale, elaborata, indovinate da chi?, ma da un’Assemblea costituente eletta ça va sans dire con il voto proporzionale. Semplice, no? Ahò, mica è complicato come il comunismo!

  1. “Corriere della sera”, 12 luglio, 2015, p. 17 []
  2. “Corriere della sera”, 12 luglio 2015, p. 1 e 24 []
  3. “Corriere della sera, 12 luglio 2015, p. 25 []
  4. “la Repubblica”, 12 luglio 2015, p. 41 []
  5. “la Repubblica”, 12 luglio 2015, p. 25 []

La lettera di Tsipras al popolo greco

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Greche e greci,
da sei mesi il governo greco conduce una battaglia in condizioni di asfissia economica mai vista, con l’obiettivo di applicare il vostro mandato del 25 gennaio a trattare con i partner europei, per porre fine all’austerity e far tornare il nostro paese al benessere e alla giustizia sociale. Per un accordo che possa essere durevole, e rispetti sia la democrazia che le comuni regole europee e che ci conduca a una definitiva uscita dalla crisi.

In tutto questo periodo di trattative ci è stato chiesto di applicare gli accordi di memorandum presi dai governi precedenti, malgrado il fatto che questi stessi siano stati condannati in modo categorico dal popolo greco alle ultime elezioni. Ma neanche per un momento abbiamo pensato di soccombere, di tradire la vostra fiducia.

Dopo cinque mesi di trattative molto dure, i nostri partner, sfortunatamente, nell’eurogruppo dell’altro ieri (giovedì n.d.t.) hanno consegnato una proposta di ultimatum indirizzata alla Repubblica e al popolo greco. Un ultimatum che è contrario, non rispetta i principi costitutivi e i valori dell’Europa, i valori della nostra comune casa europea. È stato chiesto al governo greco di accettare una proposta che carica nuovi e insopportabili pesi sul popolo greco e minaccia la ripresa della società e dell’economia, non solo mantenendo l’insicurezza generale, ma anche aumentando in modo smisurato le diseguaglianze sociali.

La proposta delle istituzioni comprende misure che prevedono una ulteriore deregolamentazione del mercato del lavoro, tagli alle pensioni, nuove diminuzioni dei salari del settore pubblico e anche l’aumento dell’IVA per i generi alimentari, per il settore della ristorazione e del turismo, e nello stesso tempo propone l’abolizione degli alleggerimenti fiscali per le isole della Grecia.

Queste misure violano in modo diretto le conquiste comuni europee e i diritti fondamentali al lavoro, all’eguaglianza e alla dignità; e sono la prova che l’obiettivo di qualcuno dei nostri partner delle istituzioni non era un accordo durevole e fruttuoso per tutte le parti ma l’umiliazione di tutto il popolo greco.

Queste proposte mettono in evidenza l’attaccamento del Fondo Monetario Internazionale a una politica di austerity dura e vessatoria, e rendono più che mai attuale il bisogno che le leadership europee siano all’altezza della situazione e prendano delle iniziative che pongano finalmente fine alla crisi greca del debito pubblico, una crisi che tocca anche altri paesi europei minacciando lo stesso futuro dell’unità europea.

Greche e greci,
in questo momento pesa su di noi una responsabilità storica davanti alle lotte e ai sacrifici del popolo greco per garantire la Democrazia e la sovranità nazionale, una responsabilità davanti al futuro del nostro paese. E questa responsabilità ci obbliga a rispondere all’ultimatum secondo la volontà sovrana del popolo greco.

Poche ore fa (venerdì sera n.d.t.) si è tenuto il Consiglio dei Ministri al quale avevo proposto un referendum perché sia il popolo greco sovrano a decidere. La mia proposta è stata accettata all’unanimità.

Domani (oggi n.d.t.) si terrà l’assemblea plenaria del parlamento per deliberare sulla proposta del Consiglio dei Ministri riguardo la realizzazione di un referendum domenica 5 luglio che abbia come oggetto l’accettazione o il rifiuto della proposta delle istituzioni.

Ho già reso nota questa nostra decisione al presidente francese, alla cancelliera tedesca e al presidente della Banca Europea, e domani con una mia lettera chiederò ai leader dell’Unione Europea e delle istituzioni un prolungamento di pochi giorni del programma (di aiuti n.d.t.) per permettere al popolo greco di decidere libero da costrizioni e ricatti come è previsto dalla Costituzione del nostro paese e dalla tradizione democratica dell’Europa.

Greche e greci, a questo ultimatum ricattatorio che ci propone di accettare una severa e umiliante austerity senza fine e senza prospettiva di ripresa sociale ed economica, vi chiedo di rispondere in modo sovrano e con fierezza, come insegna la storia dei greci. All’autoritarismo e al dispotismo dell’austerity persecutoria rispondiamo con democrazia, sangue freddo e determinazione.

La Grecia è il paese che ha fatto nascere la democrazia, e perciò deve dare una risposta vibrante di Democrazia alla comunità europea e internazionale.
E prendo io personalmente l’impegno di rispettare il risultato di questa vostra scelta democratica qualsiasi esso sia.
E sono del tutto sicuro che la vostra scelta farà onore alla storia della nostra patria e manderà un messaggio di dignità in tutto il mondo.

In questi momenti critici dobbiamo tutti ricordare che l’Europa è la casa comune dei suoi popoli. Che in Europa non ci sono padroni e ospiti. La Grecia è e rimarrà una parte imprescindibile dell’Europa, e l’Europa è parte imprescindibile della Grecia. Tuttavia un’Europa senza democrazia sarà un’Europa senza identità e senza bussola.
Vi chiamo tutti e tutte con spirito di concordia nazionale, unità e sangue freddo a prendere le decisioni di cui siamo degni. Per noi, per le generazioni che seguiranno, per la storia dei greci.
Per la sovranità e la dignità del nostro popolo.

Alexis Tsipras

 

Fonte: Newsletter Micromega 28.6.2015 h 02:02