Capitalismo

La metafisica del capitalismo di Emanuele Severino

Download PDF

Ad Emanuele Severino, metafisico sommo, bisogna riconoscere il coraggio di essere uno dei pochi che, riferendosi all’odierna realtà del profitto privato, che con la sua dittatura soffoca la ricerca di ogni altra forma alternativa di produzione, non ricorre a perifrasi ed eufemismi, “economia di mercato” e quant’altro, ma usa il termine crudo e veritiero di “capitalismo”.

Nelle sue opere, Severino ha evidenziato quello che potremmo chiamare il paradosso del capitalismo1, e in un suo intervento giornalistico di qualche tempo fa lo ha collegato al fondamentalismo e al terrorismo islamico2.

Secondo Severino, dal punto di vista capitalistico, il fondamentalismo e il terrorismo islamico sono forme degenerate del passato. Il capitalismo, invece, è il tempo intermedio tra il passato e il futuro, in cui esso ristagna per ignoranza filosofica. Infatti, se il capitalismo, spinto dalla sua intrinseca natura utilitaristica, non rifiutasse l’“inutile” conoscenza filosofica, vedrebbe che l’agire non ha alcun limite intrinseco, come invece pretende la falsa conoscenza del passato. D’altra parte, se acquisisse tale nuova conoscenza filosofica, e trapassasse nella pura e incontrollata potenza dell’agire, esso cesserebbe di essere capitalismo e diverrebbe altro da sé, cioè uno strumento subordinato della tecnica.

Per Severino, il paradosso del capitalismo è lo stesso in cui è intrappolato l’Islam. L’Islam identifica il capitalismo con Satana, ma non vede che rispetto a sé, e alla stessa religione cristiana, il vero Satana è la voce filosofica, l’inutile “voce del sottosuolo”, come egli la chiama con una metafora dostoevskiana, la quale chiarisce la potenza della tecnica, mettendo così la tecnica nella posizione di poter abolire tutti i limiti posti dal passato, che la voce ha dimostrato inesistenti, e quindi anche i limiti che l’Islam pone alla tecnica in nome del passato.

L’Islam, però, sostiene Severino, avrebbe un vantaggio rispetto al capitalismo, quando usa terroristicamente la tecnica moderna contro gli infedeli. Tuttavia, esso non solo è in ritardo rispetto alla gestione capitalistica della tecnica, ma, come già detto, pone a sua volta limiti alla tecnica ancora più rigidi di quelli che il capitalismo le pone non ascoltando la voce del sottosuolo in nome dell’utile immediato. Come il capitalismo, dunque, e nel conflitto con il capitalismo, anche l’Islam si avvia all’estinzione.

Certo, conclude Severino, l’Occidente, che è il luogo in cui per prima la voce filosofica del sottosuolo ha fatto conoscere l’illimitatezza della tecnica, può giungere al massimo della sua potenza rispetto all’Islam. Ma quando questo accadesse, quando il capitalismo si imponesse su ogni avversario, sia esso il cristianesimo o l’Islam, in quel momento cesserebbe di esistere, perché a vincere non sarebbe il capitalismo, bensì la tecnica dalla potenza illimitata, liberata cioè anche dai limiti che il capitalismo, in quanto età di mezzo che ignora l’inutile voce filosofica del sottosuolo, ancora le pone.

Come si vede, tutto ruota attorno alla “voce del sottosuolo”. E che cos’è tale voce, se non una trasfigurazione della conoscenza delle leggi oggettive della struttura? Severino probabilmente si ritrarrebbe contrariato da un simile accostamento “storico-materialistico”, ma tutto il suo ragionamento vi converge. La sua concezione della tecnica, suo storico cavallo di battaglia che egli cavalca senza la perfida malafede del mago di Todtnauberg, ne è una prova evidente. Per Severino, infatti, la tecnica non è solo la cultura, il sistema politico e il modo di vita, ma anche il modo di produzione che succederà al capitalismo, mettendo così fine al processo storico, divenuto un eterno presente.

E quindi non appaia fuori luogo opporgli la giustezza dell’affermazione di Gramsci, circa l’egemonia di Lenin come «grande avvenimento metafisico»3, perché organizza la dispersa volontà umana per finalizzarla non allo sviluppo economicistico, cioè tecnico, delle forze produttive, bensì allo stabilirsi di rapporti sociali da cui possa derivare lo sviluppo integrale della cognizione umana. La tecnica è dunque il destino dell’uomo se l’uomo resta prigioniero delle entificazioni produttive generate da un ascolto sbagliato della “voce del sottosuolo”. Al contrario, la tecnica diviene solo uno strumento se l’agire è impostato in modo ontologicamente corretto, cioè non scisso dall’ascolto, ma incorporato nell’organizzazione egemonica. Bisogna quindi distinguere tra agire e organizzazione. L’agire è illimitato, e quindi soggetto alla corruzione della tecnica. L’organizzazione è una potenza percettivo-motoria subordinata agli scopi “inutili” della cognizione umana. L’agire si reifica e ingloba in sé asservendolo l’agente; l’organizzazione è il controllo continuo da parte dell’agente del divenire dell’azione. L’agire è l’essere che si pietrifica, l’organizzazione è il divenire che sfida il nulla in cui l’azione può precipitare se non è istante per istante diretta alla sua “inutile” finalità.

Ovviamente, questa conclusione leninian-gramsciana per Severino è uno scandalo, lui che da una vita nega il divenire. Ma l’essere per il quale egli da una vita si batte è illusorio, poiché, pur scorgendo con le sue lenti metafisiche le condizioni materiali della cognizione umana, Severino rifugge dall’organizzazione egemonica. Si dirà che tutto il corso storico degli ultimi decenni giustifica tale rifuggire. Non è forse fallita in tutti gli scacchieri l’organizzazione egemonica? Non sta addirittura fallendo sotto i nostri occhi, oggi, in quell’America Latina che sembrava avviata verso il socialismo del XXI secolo?

Così, Severino, in suo ulteriore, recentissimo intervento, ha buon gioco nell’affermare che «non funziona l’idea che ci possa essere una forma storica così persuasiva e forte da impedire la dissoluzione delle cose del mondo»4. Ad un certo punto, infatti, la “voce filosofica del sottosuolo”, ovvero i Leopardi, i Dostoevskij, i Nietzsche, intervengono a mostrare «l’impossibilità di ogni eterno, di ogni unità definitiva del mondo»5. Ma, viene qui da obiettare, Severino, come abbiamo già prima ricordato, non ha forse passato tutta la sua vita filosofica a mostrare che la follia dell’Occidente è stata di allontanarsi dall’essere di Parmenide? In questo suo ultimo intervento, Severino illustra la pretesa dell’uomo di divenire altro da ciò che è, con il mito di Adamo che mangia la mela di Eva per divenire, da uomo che è, il Dio che vuole essere5. Con questo mito profondamente radicato nella tradizione occidentale, l’uomo ha allora inscritto tutta la civiltà sotto il segno di una colossale alienazione. E qui si chiarisce, allora, che in realtà Severino vuole emendare questo errore, curare questa follia, non con l’essere, non con un ritorno all’essere, ma con una modulazione tutta sua della “voce del sottosuolo”, ossia con il nulla che altro non è, se non la morte. Con quella morte che, come egli stesso ammette, lo mette di buon umore, e di cui teme solo il dolore e l’agonia5.

Un macabro ghigno, dunque, che Severino ha buon gioco di rivolgere pure all’Europa. Infatti, se tutti i grandi eventi della storia sono un tentativo di superare l’angoscia della separazione delle cose, che il divenire causa rispetto all’unità originaria dell’essere, e se tutte le figure della storia europea sono un tentativo di unificazione per superare la separatezza degli elementi che caratterizzano la terra del tramonto, allora, così come l’Occidente, anche l’Europa è nata vecchia, cioè sotto il segno dell’errore, della follia di voler unificare la dissoluzione delle cose del mondo5.

La scommessa di Severino è dunque che l’alienazione originaria da cui proviene l’Europa, l’Occidente, e ormai la civiltà mondiale, sia reintegrabile non tramite l’infinita e positiva pluralità di una forma che si trae incessantemente dal nulla che vorrebbe inghiottirla, ma nella morte che il divenire apporta alle cose, poiché è tramite la morte che, negando la spinta dissolutrice originaria, si può tornare all’essere. È un viluppo logico che, ogni volta che si attenua la spinta costruttrice dell’organizzazione egemonica, sembra elevarsi a verità storica. Ma la scommessa storica, in cui a ben pensarci consiste la vita dell’uomo, sta proprio nello smentire istante per istante quel viluppo logico che, senza quello sforzo contrario, attirerebbe l’uomo nella spaventevole beatitudine della morte.

  1. Da ultimo, in E. Severino, Dike, Milano, Adelphi, 2015, pp. 189-190. []
  2. E. Severino, Sfida tra Islam e Occidente. Il vincitore è la tecnica, “Corriere della sera”, 10 aprile 2016, supplemento “La Lettura”, pp. 6-7. []
  3. Quaderni del carcere, ediz. cr. Gerratana, 7, § 35, p. 886. []
  4. A. Gnoli, Intervista a Emanuele Severino, “la Repubblica”, 19 marzo 2017, p. 70. []
  5. Ibidem. [] [] [] []

Renzi, il piccolo “a”

Download PDF

«Non credevo che potessero odiarmi così tanto». Questa frase, ormai celebre, con cui Renzi ha accolto la disfatta referendaria, pare che fosse rivolta alla minoranza del partito, pronta a fare fronte comune con gli avversari cinquestelle e forzisti, pur di vederlo nella polvere1. Ma Massimo Recalcati, fresco ideologo leopoldino, ne ha dato l’interpretazione autentica, allargando l’obiettivo a tutto il paese: «Quello che mi ha colpito è la natura autodistruttiva di questo odio. Il suo rifiuto di ogni canalizzazione simbolica»2. Ma in quale canale simbolico si sarebbe dovuto riversare questo presunto odio autodistruttivo? Recalcati richiama lo schema simbolico dell’Edipo, il figlio che uccide il padre. Ma lo interpreta come il padre che accetta di farsi uccidere dal figlio. La mancata simbolizzazione che lamenta, è in questo rifiuto del padre di farsi uccidere da Renzi. È strano, Recalcati appena può, lamenta l’evaporazione del padre come uno dei mali della nostra epoca. Poi, però, tesse le lodi di un parricida mancato come Renzi. C’è qualcosa che non quadra. Davvero Renzi era questo eroe edipico adamantino? Eugenio Scalfari e Giorgio Napolitano non sono davvero due giovanotti, eppure Renzi li ha eletti a suoi mentori, il primo nell’ultima fase della sua avventura referendaria, il secondo sin dal suo esordio di governo. Più che un figlio che vuole uccidere il padre, Renzi sembra un ragazzo viziato che apprende da vecchi zii l’arte degli intrighi. C’è poco di edipico nell’avventura di Renzi, e molto di matriarcato. Il figlio belloccio, esuberante e scapestrato al quale non la madre, ma la mamma permette tutto, perché quello che fa torna utile a tutti: nessun padre, tutti figli, tutti a farsi gli affari propri, in un’orgia di potere. Nei mille giorni di governo, ecco infatti cosa Renzi pensava di aver fatto: «riportare l’Italia al vertice dello scenario europeo e mondiale, al suo posto»3. Nella matrice dei quattro discorsi di Lacan, che Recalcati dovrebbe conoscere bene, Renzi allora non è riuscito ad occupare il posto del padre-padrone perché egli in realtà è l’oggetto piccolo “a”, cioè il posto della produzione, del godimento che rimane al di fuori di ogni significazione possibile. Lacan chiama questo posto il buco inaggirabile, una zona oscura attorno alla quale il soggetto fa il giro senza mai poterla dire, significare4. Ecco, l’azione di governo di Renzi, più che un parricidio mancato, è stata questo girare attorno al buco, senza riuscire a significarlo. Più che penetrare il godimento, Renzi è stato penetrato dal godimento. Il suo iperattivismo era in realtà una furiosa passività. Ma qual è la ragione di questo rovesciamento della matrice discorsiva? Qui la clinica politica va integrata con il discorso dell’egemonia. Nella divisione mondiale della produzione o godimento, l’egemonia appartiene al blocco capitalistico americano e ai suoi vassalli, fra cui spicca l’Unione europea. L’Italia che torna al vertice dello scenario europeo e mondiale significa l’Italia che torna ad essere vassallo produttivamente efficiente, e a ciò dovevano servire le “riforme” del lavoro, della scuola, dell’amministrazione e, suggello finale, della Costituzione. Queste riforme, dunque, non dovevano uccidere il padre, ma elevare l’oggetto “a” del godimento a simulacro del discorso del padre, cioè ad instaurare il regime usurpatore del discorso del capitalista che, per Lacan, come Recalcati dovrebbe ben sapere, è il discorso fondamentale della società contemporanea, dove il consumo degli oggetti è visto come il modo di narcotizzare il soggetto nella ripetizione di un godimento fasullo, che porta l’illusione di un falso riempimento, di un falso soggetto completo5. Il fallimento di Renzi, allora, non è nell’aver mancato di uccidere il padre, che il discorso del capitalista ha già svuotato in partenza, ma nell’aver mancato la missione per la quale era stato ingaggiato, stabilizzare in un’area cruciale del blocco produttivo mondiale l’egemonia del simulacro del discorso del padre, ovvero l’egemonia del godimento infinito, nichilistico, che sbocca nella pulsione di morte. Quello che Renzi e la sua corte, ivi compresi gli ideologi, denunciano allora come odio, odio immane, odio non simbolizzato, è in realtà il rifiuto di una impostura, che è percepito come odio perché il mondo porta la colpa di resistere al proprio delirio mortifero. Si obietterà: ma allora il 60% di No è tutto da ascrivere al rifiuto del discorso del capitalista? Qui non bisogna cadere nella trappola dell’“accozzaglia”. La contro-egemonia ha i suoi spontanei strumenti di consenso, i suoi propri canali di simbolizzazione. Ed è un fatto che tanto nei referendum del 2011, quanto nel referendum del 4 dicembre, l’egemonia produttivistica del godimento cieco è stata battuta dalla contro-egemonia di un discorso del padre autentico, se con ciò si intende la resistenza per aprire ad un ordine nuovo proiettato verso la vita che desidera, un discorso del padre dunque che si fa madre. L’egemonia, spiegava Gramsci, è la capacità di saper attrarre nel proprio campo frazioni del campo avverso, facendo patti nella loro lingua6. Non sembri troppo ottimistico riconoscere che nel 2011 e il 4 dicembre ci sia stata questa capacità diffusa e spontanea di comitati, associazioni e sindacati più o meno di base, di attrarre strategicamente frazioni del campo avverso attorno a contenuti riconosciuti o compresi magari solo in parte, ma che soddisfacevano interessi e bisogni trasversali. E, in proposito, sarebbe interessante un’indagine socio-semantica sulla diffusione di un’espressione ormai quasi usurata come “bene comune”, se è vero, come è capitato di ascoltare a chi scrive, che anche un amministratore di condominio, impegnato nella titanica impresa della sostituzione di un’antenna televisiva centralizzata, per convincere i riottosi condomini, si sia espresso dicendo che “ormai, la televisione è un bene comune”. Non sarà certo questa innocente perorazione a strappare dalle mani della Rai e di Mediaset l’anello decisivo della comunicazione mediatica, ma la sinistra che ricerca il suo basamento egemonico, piuttosto che perdersi nell’infinita ricombinazione dei gruppi dirigenti selezionati dal crisma elettorale, dovrebbe guardare con più attenzione alle spinte contro-egemoniche spontanee che nei due tornanti decisivi sopra richiamati si sono così energicamente espresse.

  1. M. T. Meli, L’amarezza del giorno più lungo: “Non credevo che mi odiassero così”, “Corriere della sera”, 5.12.2016, p. 6. []
  2. D. Cianci, Intervista a Massimo Recalcati: “Un paese vittima dell’odio, che gode nella distruzione”, “l’Unità”, 7.12.2016, p. 4. []
  3. G. De Marchis, La solitudine del premier. “Sotto assedio io non ci sto”. Ma c’è l’opzione rilancio, “la Repubblica”, 5.12.2016, p. 3. []
  4. J. Lacan, Il seminario. Libro XVII. Il rovescio della psicanalisi, Torino, Einaudi, 2001. []
  5. J. Lacan, Du discours psychanalytique, in G. B. Contri (a cura di), Lacan in Italia 1953- 78, La Salamandra, Milano 1978, pp. 32-55 (trad. it. pp. 187-201). []
  6. A. Gramsci, Quaderni del carcere, edizione critica a cura di V. Gerratana, Torino, Einaudi, 1975, 4 voll., vol. I, p. 646, (Q. 5). []

Brutto carattere

Download PDF

Sabato 24 gennaio, al Cairo, nei pressi della fatidica piazza Tahrir, mentre sfilava un piccolo corteo del Partito dell’Alleanza popolare socialista egiziana, è stata uccisa dalla polizia l’«attivista», come viene asetticamente definita dai media, Shaimaa al-Sabbagh, 32 anni, che chiedeva «pane, libertà e giustizia sociale», e manifestava «contro i Fratelli e contro Sisi», l’attuale presidente ex-generale1. Un esile fiore tra zolle pietrose che cozzano ciecamente l’una contro l’altra, ma quanto basta per ricordarsi che le “primavere arabe” sono state anche una richiesta di quella “libertà” che tanto pesa ai tanti Houellebecq d’Occidente. Che cosa sarebbe accaduto in Italia se, nel 1948, i Fratelli musulmani dell’epoca, cioè la Democrazia cristiana, avessero fallito la prova di governo? Magari il generale Graziani sarebbe diventato presidente del consiglio, e Luigi Gedda sarebbe stato sbattuto in galera. Ma da lungo tempo la Chiesa era già un organismo politico, e così i cattolici, dopo la falsa partenza di Sturzo all’inizio degli anni Venti, poterono con De Gasperi adagiarsi nel loro comodo “cattolicesimo democratico”. È questo retroterra di religione “riformata” che, nel corso del 2011, è mancato alle forze politiche arabe di ispirazione musulmana, che si sono invece trovate ad opporre l’aspra morale del Corano ad una società dalla doppia coscienza, quella verbale del rispetto rituale dei dettami del Profeta, e quella pratica segnata da una sfrenata “ragione strumentale”, per di più ostacolata dai detriti della vecchia subordinazione coloniale, e quindi carica di risentimento nazionale. Ma la religione politicamente “riformata” non ha assicurato il Paradiso in terra agli italiani. Negli anni Cinquanta e Sessanta, sono stati a decine gli “attivisti” uccisi dalla polizia, o dalla mafia, mentre manifestavano chiedendo “pane, libertà e giustizia sociale”, alla ricerca di un sentiero di mezzo tra l’astuta, e nell’immediato salvifica, “ragione politica” democristiana, e le forze dello “sfrenato movimento” neocapitalistico che si espressero nel “boom economico”. L’Italia era nata con un brutto carattere. Sin dall’Italietta pre-fascista, infatti, gli italiani furono xenofobi quando non razzisti, maschilisti e quindi anche omofobi, portati alle rodomontate militaristiche, “liberali” ma di un liberalesimo che, in un attimo, ancor prima di poter chiarire con Gramsci, che il drappo rosso agitato dagli operai era quello della “reciprocità”, si tramutò in un anticomunismo che il fascismo eresse a regime, divenendo così l’“autobiografia della nazione”. Il fascismo, che si ergeva a riformatore del carattere nazionale, in realtà ne fu l’erede, esasperandone solo i tratti. Esso chiedeva agli italiani di credere, obbedire e combattere, di praticare il culto della guerra e della bella morte, di essere virili ginnasti, di “fare figli come conigli”, di immedesimarsi nella politica incarnata dal Duce, di considerare gli italiani il popolo eletto. Il neocapitalismo, invece, quando arrivò, chiese di comprare “beni di consumo”, macchine e televisori in primis, di divertirsi, di fregarsene della politica, di non fare figli per non dover dispensare consigli, insomma di godersela. La vera riforma del carattere nazionale l’ha operata perciò il neocapitalismo dei consumi, che già incubava con la Topolino, e che la pelosa generosità del piano Marshall dei “liberatori” d’Oltreatlantico fece esplodere. E tutto questo, da Pasolini in poi, è certamente vero. Ma quando si parla di carattere nazionale, se ne parla sempre sub specie aeternitatis. Intanto è curioso che, in questo carattere nazionale, il fanatismo della tradizione, l’esaltazione dell’eroe che si immola, la sottomissione della donna, il gusto della guerra permanente e l’ideale del Libro e del moschetto, sono il portato di un fondamentalismo non religioso, bensì laico, cioè l’angusto liberalesimo risorgimentale tralignato in fascismo. Ma il problema del carattere nazionale, se si vuole continuare a ragionare con questa categoria tanto suggestiva quanto indeterminata, è il suo futuro. Da quando Pasolini, con la metafora della “scomparsa delle lucciole”, denunciò la “mutazione antropologica” che aveva affetto gli italiani, non si è più fatto un passo avanti. Se si vuole uscire dalla lamentatio, bisogna guardare al terzo tempo, che viene dopo il fondamentalismo liberalfascista e l’anomia del capitalismo consumistico. Oggi, il capitalismo è assoluto, perché il consumo non procura più godimento, ma sofferenza. Con il suo “debito” da ripagare, gira a vuoto. È fallito, ma non si è ancora manifestato chi ne proclami il fallimento. La fase che vive il “carattere nazionale”, dunque, è l’interludio di una rabbiosa speranza, e l’esile fiore della giustizia che, nei pressi di piazza Tahrir, è travolto da forze ciclopiche che la storia non ha ancora digerito, è lo stesso che stenta a sbocciare nel suolo inquieto di un’Italia dal brutto carattere.

  1. http://www.corriere.it/esteri/15_gennaio_25/cairo-piazza-tahrir-attivista-uccisa-corteo-stata-polizia-governo-nega-e1faf80c-a46b-11e4-9025-a3f9ec48a2fa.shtml []

Quando il capitalismo parla

Download PDF

In un suo documento sulla crisi in Europa, la banca d’affari JP Morgan ha manifestato tutta la sua riprovazione per i sistemi politici della periferia meridionale europea, instaurati dopo la caduta delle dittature fasciste. Secondo JP Morgan, le Costituzioni di questi paesi mostrano una forte influenza delle idee socialiste, e presentano tipicamente le seguenti caratteristiche: esecutivi deboli nei confronti dei parlamenti, governi centrali deboli nei confronti delle regioni, tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori, licenza di protestare se vengono proposte sgradite modifiche dello status quo, tecniche clientelari di costruzione del consenso. Secondo questa benefica istituzione, la crisi economica ha mostrato a quali conseguenze portino queste nefaste caratteristiche. I paesi della periferia hanno ottenuto successi solo parziali nel seguire percorsi di riforme economiche e fiscali, e si sono visti esecutivi limitati nella loro azione dalle Costituzioni (Portogallo), dalle autorità locali (Spagna), dalla crescita di partiti populisti (Italia e Grecia). Non si tratta certo di discorsi da ubriaconi, e faremmo bene a prenderli sul serio. Ma la notizia è un’altra. Il resoconto di questo documento, che va ad arricchire il corpus della allegra letteratuta calvinista, è apparso solo nel taglio basso della seconda pagina di “Repubblica” di ieri, con uno di quei titoli che hanno fatto la fortuna di questo giornale: «JP Morgan shock: “Basta costituzioni antifasciste”». Il vero shock però è che nessuna delle tronitrinuanti penne di “Repubblica” è stata mobilitata per commentare adeguatamente le analcoliche analisi di JP Morgan, salvo delegare al povero redattore di turno di condire la notizia con l’olio leggero di qualche rigo ironico. A guardar bene, però, l’autentico shock è che, lo stesso giorno, gli organelli impazziti della sinistra italiana in disfacimento, da “l’Unità” a “Il Fatto quotidiano” a “il manifesto”, non hanno neanche dato la notizia. Lo stesso giorno, invece, sul sito dell’Huffington Post Italia, new organ house of the new italian labour party, Matteo Renzi annunciava che si prepara ad essere il nuovo Tony Blair. Insomma, parafrasando Heidegger, quando il Capitalismo parla, non si può che stare ad ascoltare il Dire originario.