Gorbaciov

Putin il barbaro. Tra Stalin e Gorbaciov

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Nel suo discorso di Pietroburgo di venerdì 17 giugno 2022, Putin ha detto che la Russia non sarà mai autarchica. Essa al contrario vuole affermare il suo capitalismo nazionale in un mondo policentrico. A tal fine, ha bisogno di uno Stato forte e di un’economia sviluppata. Non a caso ha invitato gli oligarchi a investire all’interno. Non vedete, ha detto loro sarcasticamente alludendo alle sanzioni, con quanta facilità potete perdere tutto ciò che avete accumulato all’estero? La prima cosa da evidenziare in questa visione è che Putin, rifiutando l’autarchia dei “mondi a parte”, non ha nessuna intenzione di aderire al canone centrale dell’eurasismo, anzi, vuole essere il promotore di un globalismo in cui però il potere sia contendibile. Questo è il secondo elemento da evidenziare. A lungo il potere mondiale è stato monopolizzato dall’Occidente, cioè dagli Stati Uniti. Guardando al sorgere di nuovi centri economici e politici, ma dando voce anche a un rinnovato sentimento di riscatto delle periferie del mondo, a un rinnovato movimento anti-coloniale, Putin contesta alla radice questo assetto. Il potere mondiale è una risorsa non più in regime di monopolio e la Russia vuole la sua parte. Quando si dice, dunque, Russia oligarchica, si sbaglia obiettivo. Putin semmai è interessato a un mondo oligarchico, un mondo di centri di potere che si affrontano e si contrastano. Questo accento sul potere e sui rapporti di forza richiama lo spietato realismo di Stalin. Così come richiama Stalin la straordinaria conoscenza della macchina dello Stato che consente a Putin di affrontare aspetti grandi e piccoli del suo funzionamento, dagli strumenti finanziari per promuovere il business al modo di amministrare la giustizia che non lo ostacoli (e qui lo si immagina in perfetta sintonia con l’amico Berlusconi) alla produzione dei trattori in regime di sanzioni. Per capire Putin, i media occidentali ricorrono a personaggi russi del passato più o meno remoto, Ivan il Terribile, Pietro il Grande, in generale propongono il paragone generico con la figura dello Zar. In realtà, Putin è un incrocio tra Stalin e Gorbaciov. Di Stalin, come abbiamo detto, ha il culto del potere e dei rapporti di forza, unito alla padronanza del funzionamento dell’apparato statale. Di Gorbaciov ha la capacità di mettersi nei panni dell’occidentale, di più, come Gorbaciov ha un sentire occidentale, e inoltre ha la sua visionarietà. Ma mentre Gorbaciov avanzava con il ramoscello d’ulivo del dialogo e la coda di paglia di un apparato ideologico morente, Putin avanza con la spada sguainata della forza e con le tavole della legge di una rinnovata tradizione. Gorbaciov non aveva più tempo e i suoi richiami a Lenin suonavano vuoti e senza vita. Putin ha tempo e la sua alleanza con l’Ortodossia ha un’eco che va al di là di quel mondo. Tacitamente, quanti cristiani occidentali non necessariamente fondamentalisti non si riconoscono nella guerra santa di Kirill al nichilismo della modernità capitalistica? Così, se Gorbaciov finì per apparire un debole ispirato dai circoli occidentali, Putin si propone come colui che, essendo egli stesso in parte occidentale, è in grado di colpire l’Occidente nei suoi punti critici e di trascenderlo. La prova della sintesi tra Stalin e Gorbaciov che Putin rappresenta, sta nel modo in cui egli ha trasformato l’arma atomica da minaccia assoluta a elemento tattico. Stalin ne fu paralizzato e nei pochi anni che gli restarono si divise tra l’inseguimento strumentale della pace e l’accettazione della corsa agli armamenti. Gorbaciov scelse l’opzione pacifista, in parte per cercare di convertire il proprio apparato economico verso le produzioni civili, in parte per sfidare l’Occidente al disarmo. Ma l’Occidente irrise alla sua visione “dialogica” e non ebbe pietà della sua contingente debolezza. La guerra fredda fu persa e per la Russia fu la catastrofe. Non solo per la Russia, a dire il vero. Qui si aprirebbe tutto il capitolo del movimento proletario internazionale che nell’URSS aveva il suo perno e che man mano che si sgretolava faceva riemergere le rocce barbariche dei centri di potere in lotta tra loro. Ed è un capitolo tutt’altro che secondario, anzi, è il venir meno di quell’elemento di razionalità mondiale che, alla fine, fa di Putin, incrocio tra Stalin e Gorbaciov ma privo dell’elemento comunista, un personaggio barbarico che si confronta con altrettanti barbari in uno spazio mondiale tornato a essere pienamente stato di natura in cui homo homini lupus.