religione della merce

Populismo

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Nelle rare ma significative interviste rilasciate da Roberto Casaleggio, alla domanda se mai il M5S si alleerà con quelli della lista Tsipras, come pure auspica che accada una delle sue maggiori esponenti, la giornalista Barbara Spinelli, il capo cinquestellato risponde sempre con la formula fissa «sono troppo lontani da noi, perché ideologicamente connotati». Purtroppo, a disdoro della classe giornalistica, nessun intervistatore ha posto la domanda immediatamente successiva, ovvero «che cosa intende per “ideologicamente connotati”?». Si deve perciò dedurre da altre sue affermazioni il senso di questa fatwa, in particolare dalla particolare attenzione che riserva alla piccola e media impresa, per la quale ha un programma dettagliato di privilegi e favori da realizzare spostando una quota consistente di spesa e di carico fiscale. La scelta di rappresentare gli interessi di questo segmento della classe imprenditoriale, il privilegiamento al limite dell’infatuazione adolescenziale per le nuove tecnologie produttive ad alta intensità cognitiva, la predilezione per i temi della “legalità”, dicono molto chiaramente che Grillo e Casaleggio non intendono assolutamente mettere in discussione il comando del capitale sul lavoro, e che intendono invece usare le classi subalterne come massa di manovra per un rivolgimento politico, che scalzi l’attuale élite politica governante a favora di una nuova che ridistribuisca le opportunità di guadagno. In ciò, essi rappresentano sicuramente l’essenza del populismo, se con questo termine si intende l’uso delle classi subalterne come massa di manovra da parte di capi che mirano ad un rivolgimento politico, senza mettere in discussione la struttura economica della società. Non solo le interviste di Casaleggio, ma anche quelle dei vari Le Pen, Orbán, Farage, ecc. ecc., sono in proposito molto chiare. Del resto, non è un caso che l’élite al governo tacci polemicamente di “populismo” questi movimenti. È un’onesta ammissione del timore di vedersi scalzati dal potere, che rivestono con l’accusa di peccato contro la religione democratica, insinuando il sospetto che vogliano instaurare delle dittature. Gli intellettuali partecipano a queste battaglie, avanzando le loro definizioni di populismo, che restano tutte dentro la religione democratica, vuoi che ammettano che esiste tale pericolo dittatoriale, vuoi che invece auspichino che la democrazia rappresentativa si colori un po’ di demcrazia diretta. Tutto perciò si svolge nel cielo della politica, una élite contro l’altra, senza che ci si debbe risvegliare dal culto dogmatico che ogni giorno si celebra con la religione della merce.

Omeomorfismi

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In questo inizio di millennio, la dialettica appare sempre più scatenata nella sarabanda delle sue inversioni. Si considerino i seguenti eventi: a Tunisi, tre ragazze del movimento internazionale delle femens, si denudano il seno davanti al Ministero della Giustizia, per protestare contro la detenzione di Amina, una giovane tunisina che le ha eroicamente precedute in quella stessa pratica; a Istanbul, turchi di ogni età, sesso e professione protestano, tra bandiere rosse tornate a garrire al vento e getti di idranti e lacrimogeni polizieschi, a difesa di un parco di seicento alberi, minacciato di distruzione per far posto ad un megacentro commerciale e ad una nuova moschea; a Francoforte, manifestanti, ai quali i pavidi media italiani non dedicano la minima attenzione, protestano davanti alla sede della BCE contro quel “pilota automatico”, evocato da Mario Draghi, che esautora i governi e rende l’economia una forza perfettamente aliena. Come direbbero i pedanti cultori dell’intelletto astratto, è la linea dei diritti che avanza, manifestandosi per “equivalenti omeomorfi” nei differenti contesti storici e geografici: diritti civili, ecologici, sociali. Ma queste “passioni” della mente sociale rischiano di imbozzolarsi nella loro soggettività se non si collegano alle profondità della struttura. La coscienza del parco a Instabul è nata quando Erdogan ha promosso l’uso massiccio delle carte di credito, e il seno nudo di Amina è il vettore del flusso di merci che preme per riversarsi nei cunicoli stretti della società tunisina. È irritante doverlo ricordare, ma la lingua dei diritti è parlata alla perfezione dal capitalismo assoluto. A modo suo, Erdogan sembra averlo capito, ma non è certo giustapponendo la moschea al centro commerciale che sfuggirà, da un lato, all’avversione del ceto medio “modernizzato” da lui stesso promosso, dall’altro, alle richieste sempre più stringenti di quel capitalismo che egli si illude di ricondurre alla ragion politica del Corano. Sono questi leader incapaci di sintesi dialettiche che rendono “invisibili” lotte come quelle dei ragazzi di Francoforte, relegate così ad una spontaneità che non turba la perfezione olimpica dell’oderna religione della merce.