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Gramsci e la sinistra oltre la sinistra

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Si ha notizia di di un convegno dal titolo “Il ruolo della sinistra nel pensiero gramsciano, alternativa ideologica o responsabilità di governo?”, organizzato a Lecce, il 24 giugno prossimo, da La Puglia in Più, il “movimento” del senatore Dario Stefàno, ex di Sinistra Ecologia Libertà, cui dovrebbero partecipare Luigi Zanda del Partito Democratico, Gennaro Migliore, a sua volta ex di SEL, ora Pd, e Massimo Zedda, rimasto invece Sel, ma soprattutto rimasto manovriero sindaco di Cagliari, che nelle sue note biografiche su Wikipedia ci tiene a far sapere che il papà era certamente un ex dirigente del PCI sardo, ma amico di Giorgio Napolitano. Tutto a posto, dunque, i quarti di nobiltà ci sono tutti, e le danze possono iniziare. Il titolo del convegno è chiarissimo, e il punto interrogativo del tutto retorico. Queste brave persone bramano le responsabilità di governo e, qualsiasi cosa sia, rifuggono dall’alternativa ideologica. Vogliono però la benedizione di Gramsci, e si interrogano perciò sul “ruolo della sinistra nel pensiero gramsciano”. Cioè, scusa, Antonio, te lo chiediamo dalla Puglia, terra che ti vide sofferente prigioniero, ma la sinistra deve stare a sinistra o a destra? O al centro? O deve andare al di là della sinistra e della destra? Pare che a questo punto Gramsci abbia alzato per un attimo gli occhi dal Quaderno scomparso che stava in quel momento redigendo a beneficio della sinistra riformista, e abbia chiesto: “Ma il mio scrittarello sulla Questione meridionale l’avete letto?”. Qui Gennaro Migliore, che è il più intellettuale di tutti, ha cominciato a scorrere l’operetta nella più recente edizione Studium, e ad un certo punto ha letto: “Ma è anche importante e utile che nella massa degli intellettuali si determini una frattura di carattere organico, storicamente caratterizzata; che si formi, come formazione di massa, una tendenza di sinistra, nel significato moderno della parola, cioè orientata verso il proletariato rivoluzionario. L’alleanza tra proletariato e masse contadine esige questa formazione; tanto più la esige l’alleanza tra il proletariato e le masse contadine del Mezzogiorno”. Si è fatto un gran silenzio. Zanda e Zedda hanno cominciato a zompare sui telefonini, e Stefàno stava lì, con l’aria di dire “eh, ma io sono un ex”. È rimasto solo Migliore, che è proprio un ragazzo sincero, e a un certo punto ha detto: “Ma, Antonio, scusa tanto, ma questo proletariato rivoluzionario, queste masse contadine, dove te le piglio? Qui, nei dintorni, al massimo c’è un pugno di neri che lavorano come schiavi nelle campagne”. Allora, Gramsci ha avuto pietà di lui, e gli ha detto: “Va bene, vedrò di metterci una parolina buona, in questo Quaderno scomparso che sto scrivendo”. Così pare che il 24 giugno prossimo, a Lecce, in terra di Puglia, ricomparirà il Quaderno trafugato, riscritto da Gramsci per la nuova sinistra che va oltre la sinistra.

L’egemonia e i suoi slittamenti

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Che su “Il Giornale”, organo della alquanto decaduta Casa Arcore, si scriva che «il fallimento della rivoluzione inaugurata nel 1994 da Silvio Berlusconi – ovvero il tentativo di creare una destra credibile in grado di governare il paese – non è riuscito anche per la mancata capacità del Cavaliere di sottrarre alla sinistra l’egemonia che essa si è costruita in 70 anni all’interno della società civile»1, dovrebbe essere una buona notizia per la sinistra, se però nel frattempo non fosse stata fatta prigioniera dall’avventuriero di cui si fa fatica a pronunciare il nome. Eppure, Berlusconi, nella sua rivoluzione, iniziata, com’è noto, ben prima della formale “discesa in campo”, non ha scherzato. Si è mangiata l’Einaudi, ha ridotto i professori universitari a bambini che compilano moduli da mane a sera, stava anche per comprarsi “la Repubblica”, e chissà come l’Italia sarebbe stata differente se anche quest’operazione gli fosse riuscita. Oggi non avremmo un papa laico che predica il suo nietzschianesimo da ordine costituito, e mezza sinistra non sarebbe ipnotizzata dai lustrini da ceto medio fantasmatico che quel giornale stampa ogni giorno nelle sue pagine centrali. Questo per dire che effettivamente è un peccato che Berlusconi non sia stato in grado di portare a termine il suo lavoro. Oggi ci sarebbe tutto da ricostruire daccapo, e invece da un lato c’è la frustrazione dell’impotenza, e dell’altro l’indolenza di chi è stato tramortito ma non ucciso. Ma Berlusconi aveva davvero questa voglia di scalzare l’egemonia culturale della sinistra, per sostituirla con quella di «una destra credibile in grado di governare il paese»? Non c’è una punta di schematismo intellettuale in questo ragionamento, ispirato da una pur apprezzabile lettura spregiudicata di Gramsci? Non bisogna dimenticare che Berlusconi è stato fatto fuori non dalla resistenza della sinistra, ma dalla lettera della BCE e dai sorrisini di Merkel e Sarkozy. Insomma, mentre destra e sinistra sognano ancora di poter costruire o ripristrinare una propria egemonia, il fronte dello scontro si è spostato, perché un terzo incomodo è intervenuto, che costringe quasi destra e sinistra ad una oggettiva convergenza. Nell’articolo sopra citato, si sostiene che «se Matteo Salvini – che ha ormai de facto assunto il ruolo di leader del centrodestra – vorrà sfidare concretamente il Partito Democratico (erede del PCI di Togliatti e Berlinguer) non gli basterà vincere le elezioni ma dovrà sottrarre a quest’ultimo il monopolio della cultura». Ma se quel terzo incomodo l’avesse vinta, Salvini potrebbe anche mettersi a studiare volenterosamente Gramsci, ma non avrebbe più nulla da sottrarre al Partito democratico, per il semplice fatto che quest’ultimo intanto sarebbe divenuto il terminale di un comando eteronomo, promanante dai ben noti ma quanto mai oscuri centri decentrati dell’odierno capitalismo assoluto (in mancanza di meglio, si perdoni il tecnicismo ideologico). E non è finita. Davvero il Partito democratico, divenuto intanto non per caso Partito della Nazione, vorrà essere quel terminale che si è appena detto? Vi sono tanti segnali di un trasformismo giocato non più a Roma, ma a Bruxelles, volto a riaffermare tra le righe di un discorso ortodossamente liberistico il ruolo di uno Stato che rassicura il mondo affaristico (ponte sullo Stretto), libera gli spiriti animali (legge sul lavoro, spregevolmente denominata job act), si agita per ricostruire qualcosa che richiami l’IRI (manovre sulla Cassa depositi e prestiti), mima il thatcher-blayro-reaganismo (decreto antisindacale per l’assemblea dei dipendenti del Colosseo), e si potrebbe continuare. Flessibilità, insomma, anzi, flessuosità, di un mondo la cui massima pare sempre quella di Tancredi del Gattopardo, e che forse è la chiave dello stesso berlusconismo. Non per caso Eugenio Scalfari, dall’alto della sua sedia gestatoria, si duole ogni domenica che l’ex-strillone fiorentino non sia un federalista europeo, ma solo un confederalista. Ma, oggi, se si vogliono preservare le ragioni della storica contesa egemonica tra destra e sinistra, è meglio essere federialisti o confederalisti? Ed ecco, allora, che anche il detestabile bamboccio fiorentino va guardato con una certa attenzione nella oggettiva funzione di ostacolo che può temporaneamente svolgere. E questo per dire che, oltre agli apparati culturali del cortile di casa, resta un gran lavoro da fare per integrare tutti questi slittamenti transfrontalieri nel fecondo quadro dell’egemonia.

  1. G. Repaci, Matteo Salvini legga Gramsci,Il Giornale”, 29 settembre 15 []

Syriza e i problemi dell’egemonia

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Se si guarda alla tipologia del potere capitalistico, nelle due varianti parlamentare e fascista, si vede che dagli anni Ottanta del secolo sorso, c’è stato un progressivo svuotamento di quella parlamentare e un ritorno in forme criptiche di quella fascista, grazie ad una immersione del momento coercitivo in fondamenta economiche, istituzionali e ideologiche più ampie e profonde. Il compatto capitalismo assoluto che ne è sortito, ha spinto la sinistra a introiettare l’alternativa ciclotimica tra un cambiamento che non incideva nella realtà, e un governo cui sfuggiva il potere effettivo. A seconda che prevalesse l’uno o l’altro polo, essa si divideva in fazioni contrapposte, che si rimproveravano reciprocamente di essere in preda ad idealismo, frustrazione ed ingenuità, o a realismo, adattamento, astuzia di basso conio. L’assolutismo della realtà capitalistica è stato l’ostacolo che, provocando la sua scissione in fazioni contrapposte, ha tolto alla sinistra nella sua interezza la possibilità di una riflessione teorica che fosse anche una prassi adattata. Syriza, nata con lo scopo ambizioso di superare questa divisione, ha finito solo per assicurare una carriera politica al manovriero Tsipras. L’assolutismo capitalistico è dunque inscalfibile, oppure c’è stata un’incapcità soggettiva di perseguire quello scopo? Certo, non è facile uscire da una depressione trentennale, e questo tanto più, quanto più il riflesso abbagliante della realtà è che il capitalismo continua a reggere di fatto la totalità delle regolazioni sociali. Eppure, la crisi capitalistica apertasi nel 2007 non è un sogno ad occhi aperti, ma un incubo reale, altrettanto reale quanto la pervasività della realtà capitalistica. Si potrebbe allora affermare che il significato dell’odierna crisi, che fa seguito ad altre ormai consegnate ai libri di storia, è che, in contraddizione con quanto quotidianamente suggerisce la sua stessa ontologia, il capitalismo non potrà mai pervenire a quella chiusura sistemica che l’ideologia dell’autoregolazione di mercato e dei flussi globali suggerisce. Se l’indimostrabilità del capitalismo si apparenta del dibattito logico-teologico, la “distruzione creatrice” et similia sembrano teorie fatte apposta per i miscredenti che, per timore del giudizio sociale, continuano ad andare a messa. Quel che è certo, però, è che una crepa nella realtà c’è, in cui la sinistra può infilarsi, buttandosi alle spalle la sua annosa, disperante ciclotimia. Ma come avviare quelle pratiche di una nuova realtà sociale, che le facciano superare ad un tempo la propria autofissazione alienata e la falsa ontologia esistente? Evocando nomi suggestivi come quelli di Gramsci e Berlinguer, Tsipras era partito predicando la necessità di un nuovo pensiero egemonico, ma ha finito per biascicare le solite formule del politico di professione. Sull’argomento non ci sono lezioni da dare, ma riflessioni da avanzare, colloqui da tenere, discorsi da scambiare, anche come terapia di quella depressione che sembra inguaribile. Nell’epoca del marketing, la prima difficoltà che il nuovo pensiero egemonico incontra è che l’egemonia è un concetto composito: critico e analitico, da un lato, finalistico e normativo, dall’altro. È come dire “Bevete Coca Cola, diventerete schifosamente grassi”. Bisogna perciò scomporre il concetto, ed evidenziare come nel suo lato critico e analitico, esso corrisponde all’egemonia in atto, in quello finalistico e normativo alla nuova egemonia. L’egemonia in atto si presenta come una realtà monolitica, ma in effetti essa è un “testo bilingue”, il “mercato” e la corrispondente “traduzione interlineata” dell’economia critica. È essenziale che quest’ultima balzi fuori dalle ridotte in cui è stata confinata, e mostri la parzialità di una scienza economica che celebra i suoi fasti nelle business schools e nei premi Nobel. Ma la nuova egemonia non può essere solo uno scontro intellettuale, ma deve essere soprattutto una “filologia vivente” che parla il linguaggio intellettuale e morale della “riforma economica”. Su questo terreno, la partita si gioca tra gli “schemi naturalistici” dell’egemonia in atto e il “controllo metalinguistico” dell’agire storico collettivo. L’egemonia in atto è basata sul conformismo spontaneo “dell’esistenza ambiente di condizioni e di pressioni simili”. La nuova egemonia non può che essere la “compartecipazione attiva e consapevole”, resa possibile dal rapporto di reciprocità tra governanti e governati, e dagli istituti che ne garantiscono l’esercizio. La nuova egemonia, dunque, non è genericamente la “democrazia”, ma quell’assetto sociale in cui si realizza consensualmente la “riforma economica”. Questo fatto del consenso, porta a postulare la necessità di un’egemonia di transizione, che non può che essere strategica, nel senso che si articola in patti associativi tesi ad imporre la norma di reciprocità, sul cui riconoscimento verte il conflitto egemonico. Oltre che concetto critico-analitico e finalistico-normativo, l’egemonia è dunque una prassi che comporta il conflitto. Con quali modalità si può manifestare questo conflitto? Anche qui, la vicenda di Syriza offre spunti di riflessione. Pare che nel gruppo ristretto del primo governo Tsipras si siano fatti piani di sequestro dell’oro della Banca di Grecia per far fronte al prevedibile blocco che sarebbe seguito ad un eventuale rifiuto del memorandum. La questione è se una simile mossa avrebbe avuta una sua legittimità, tale da non configurarsi come atto puramente arbitrario di una parte contro l’altra. Le elezioni politiche di gennaio e il referenudm di luglio, per quanto ambivalenti nel mandato, restare nell’euro ma rifiutare l’austerità, offrivano senz’altro una tale legittimità, ma il punto è il “secondo colpo”: un tale atto di forza avrebbe garantito nell’immediato gli interessi della maggioranza dei greci, oppure avrebbe dato luogo ad un crollo tale da fornire agli adepti dell’egemnoia in atto la migliore prova della inaggirabilità della realtà esistene? La risposta a questa domanda non può consistere solo nell’azzardo del leader, ma nella costruzione di ulteriori patti associativi, certamente garantiti dal leader, che precedono e seguono l’eventuale atto di forza. La forza in sé diventa un atto banditesco se non è capace di raccogliere la maggioranza attorno al principio di reciprocità, che si articola in patti che garantiscono temporanemanete interessi che l’evolversi stesso della situazione tende a trasformare. Tsipras non l’ha fatto, scegliendo la via della vecchia politica. Ma la vicenda greca ha evidenziato senza ambiguità i dati del problema, mostrando come il rifiuto di usare la forza in un quadro dinamico di legittimità porta non alla “democrazia”, ma alla sottomissione di una parte all’altra che ribadisce gli assetti esistenti. I nuovi movimenti, da Podemos al new old labour di Corbyn alla “coalizione sociale” di cui si fantastica in Italia, non possono non tenere conto di ciò, pena un ritorno al mutualismo, se non peggio, una ricaduta nel politicismo che non li differenzierebbe in nulla dalle ormai stantie pratiche della sinistra del dopoguerra. Durante questo periodo, quando il fine egemonico non è stato ripudiato ufficialmente, com’è accaduto nelle Bad Godesberg in cui di volta in volta sono incorse varie sezioni della sinistra europea, l’egemonia di transizione è stata praticata in modo tale che la forza subalterna proponente, anziché assimilare la forza di governo dominante, è stata assimilata dall’egemonia in atto. Il mezzo è così divenuto il fine, e l’egemonia si è ridotta ad una “ragion di partito”, mascherata da un vago solidarismo umanitario. Nella sua versione più alta questo è stato il caso del togliattismo, mentre uno dei casi più miserandi di subordinazione del fine al mezzo è stato il blayrismo, che ha trasformato il partito in una macchina di governo, interessato solo a detenere il potere, cioè a servire gli interessi contrari alla propria base elettorale, giudicata “arretrata” e quindi bisognosa di “riforme”. Questo “centro” ottenuto usando la sinistra per soddisfare gli interessi della destra, ha distrutto la fiducia tra il popolo della sinistra e le sue organizzazioni. Compito prioritario è dunque un’intensa lotta ideologica volta a ristabilirla, poiché solo su di essa si potrà fondare una conquista del governo che, all’interno di quel quadro di legittimità dinamico sopra evocato, preluda all’egemonia come fine, cioè ad una democrazia che ecceda economicamente quella liberale, e si distingua culturalmente dalle forme di comunismo storico.

Europa: federazione o confederazione?

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Ieri, domenica 7 dicembre, Eugenrio Scalfari, in un’intera pagina di “Repubblica”, ha detto una cosa molto semplice che si può riassumere così: Draghi è per la federazione europea, Renzi per la confederazione. Poi Scalfari si è ulteriormente dilungato sui motivi di queste differenti scelte, che si possono riassumere anch’essi in poche parole: Draghi è per la federazione europea perché permette all’Europa di giocare un ruolo nello scenario mondiale, Renzi è per la confederazione perché vuole salvaguardare il suo potere di uomo di stato, che nel caso della federazione scadrebbe a quello di un qualsiasi governatore di uno stato americano. Scalfari cena spesso con Draghi al lume della ragione, come tiene a far sapere, e altrettanto tiene a far sapere che di tanto in tanto incontra Renzi, che gli sta simpatico, anche se non lo può vedere. Egli è dunque, come dire, informato sui fatti e le persone, e quindi possiamo credergli quando ci spiega le differenti strategie di questi due grand’uomini. Si vorrebbe solo osservare che l’Europa federale vagheggiata da Scalfari non è l’angelo della pace che l’umanità attende da duemila anni. Se l’Europa si federa, significa che avrà un esercito, e finalmente una politica estera con cui la Mogherini non si potrà più baloccare. L’Europa così avrà certamente un ruolo nel contesto mondiale, il che tradotto significa che si confronterà e molto probabilmente si scontrerà con gli Stati Uniti e con la Cina. Pensare che le cose possano andare diversamente, significa vivere sulla luna. Pensare che gli Stati Uniti, la Cina e l’Europa federata possano dare vita ad un governo mondiale è un sogno puerile, e fa specie che uomini molto navigati possano nutrirlo. Invece è molto più probabile che tra queste tre entità si scateni una competizione, anche guerresca, se è il caso. Non c’è bisogno di essere Lenin per capirlo. La storia inoltre insegna che il federalismo arma i popoli, anziché disarmarli. Lasciamo stare la Svizzera, dove pure ogni cittadino tiene a casa il suo fucile di bravo soldato in sonno, ma il passaggio degli Stati Uniti da stato confederale a stato federale, avvenuto con la Guerra Civile, ha dato luogo allo stato imperialista più potente e guerresco della storia. Insomma, il bel raccontino che ci ha fatto Scalfari sulle lungimiranti intenzioni di Draghi, anziché rassicurarci, ci ha allarmati. Questo non significa che preferiamo l’Europa degli staterelli, dove tutti i Renzi possono fare coccodé. Ma se l’Europa vuole proprio fare qualcosa, perché non comincia a risolvere i suoi problemi con la Russia? Si tratta di una civiltà e di una potenza territorialmente contigua, e culturalmente con tante cose in comune. Certo, noi stiamo delegando la disciplina matrimoniale ai gay, mentre loro sono per i valori tradizionali della civiltà cristiana, ma la Russia ha l’atomica e, come si sa, tante materie prime. Un blocco tra Europa occidentale ed Europa eurasiatica avrebbe ben più che un ruolo nel contesto mondiale, con il vantaggio che ognuno potrebbe restare padrone a casa sua. C’è da augurarsi che l’imperialismo europeo non si ridesti, e con la moneta porti a termine la rivincita sul 1945. Meraviglia molto che uomini che hanno vissuto in quegli anni, spieghino ai giovani come ritornarci per vie traverse. Con questo, non stiamo dicendo che Draghi è un Mefistofele che sta preparando l’inferno. È solo un banchiere che primeggia nel nanismo della politica. Renzi purtroppo non è un gigante. Ecco, questo è l’unico punto su cui Scalfari ha ragione.

P.S. In un’intervista rievocativa dei suoi novant’anni, apparsa sullo stesso numero di “Repubblica”, Alfredo Reichlin ha affermato che la sinistra «ha fallito. La sua crisi rientra nel più generale declino della civiltà europea. È finita l’occidentalizzazione del mondo». Quindi, la sinistra era un’articolazione dell’imperialismo europeo. Insomma, Lenin, ancora lui, non aveva capito niente.

La sinistra e i deboli

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Il diritto di proprietà è più arcaico, legato com’è all’ozio del padrone, mentre il diritto del lavoro è più moderno, poiché si afferma nello scontro tra lo schiavo e il padrone, che è uno scontro, come mostra Hegel, che illumina pure la coscienza del padrone. Che ciò non sia mera speculazione filosofica, lo si vede bene nella pratica dei giuristi romani i quali, di fronte alla questione di chi fosse l’oggetto, se di chi lo aveva posseduto da sempre, o di chi lo aveva modificato con il proprio lavoro, in epoca più recente facevano prevalere la seconda soluzione, a differenza di quanto accadeva in un’età più risalente quando, essendo ancora il lavoro disprezzato come pratica vile, si faceva prevalere il diritto proprietario. È vero che non bisogna scomodare le grandi cose del passato per i miseri casi del presente, ma non si può fare a meno di pensare ad esse sentendo Matteo Renzi declamare che la sinistra sta «dalla parte dei più deboli»1. Ma quali deboli?! Nel tanto esecrato Novecento, gli operai e i contadini sono stati protagonisti non perché deboli, ma perché si battevano per far prevalere, sull’arcaico diritto di proprietà, il ben più moderno diritto del lavoro. Erano quindi gli agenti di una trasformazione sociale che apriva per tutti, padroni ed operai, orizzonti più larghi ed universali. È questo il nocciolo del discorso di Gramsci sulla funzione dirigente dei subalterni, in rottura con un certo socialismo sentimentale, nel quale invece con rivendicazioni “debolistiche” come quelle del Gianburrasca fiorentino si ricade con tutti e due i piedi. Ma cosa gliene importa a Renzi di tutte queste storie, lui è mica un “margheritino” che si impunta sull’adesione del PD al “socialismo europeo”, lui è spregiudicato, per lui il “socialismo” è solo un taxi che gli serve a fare un certo tratto di strada della sua bella carriera di uomo di potere, e poi scenderà, e farà il gesto dell’ombrello, tra gli applausi del pubblico in delirio.

  1. M. Renzi, Ecco la mia sinistra: sta con i più deboli e non ha bisogno di esami del sangue, “la Repubblica”, 22 novembre 2014 []