Unione Europea

Ragioni russe e contraddizioni europee

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Per l’onorevole Pina Picierno, l’articolo che riproduco qui appresso, tratto dal sito Ukraina.ru, è sicuramente un esempio di propaganda putiniana. Credo invece che si tratti di un’esposizione pacata delle ragioni russe nell’attuale contrapposizione con l’Occidente europeo e di un’analisi seria e pungente delle contraddizioni in cui si è impigliata l’Unione Europea nel suo sostegno a Kiev. Pubblico questo articolo anche per solidarietà con Angelo D’Orsi, che in questi giorni ha dovuto fronteggiare da par suo un maldestro tentativo di censura a una sua conferenza a Torino sui temi caldi del rapporto tra Europa e Russia.

 

Pavel Kotov, La guerra per cui tutti si stanno preparando. Cosa attende la Russia e l’Europa? (https://ukraina-ru.translate.goog/20251112/voyna-k-kotoroy-gotovyatsya-vse-chto-zhdet-rossiyu-i-evropu-1071479584.html?_x_tr_sl=auto&_x_tr_tl=it&_x_tr_hl=it)

 

Si è tornato a parlare di una possibile guerra tra Europa e Russia. Questa volta, il presidente serbo Aleksandar Vučić non ha escluso la possibilità.

Le minacce di Mandon

Il presidente serbo è apparso sul canale televisivo Pink ed è stato invitato a commentare le dichiarazioni del capo di stato maggiore dell’esercito francese, Fabien Mandon, secondo cui gli europei devono essere preparati a uno scontro militare con la Russia “tra tre o quattro anni”.

“Analizzando i fatti, giungo alla conclusione che la guerra tra Europa e Russia sta diventando sempre più evidente”, ha affermato Vucic.

Secondo lui, “tutti si stanno preparando alla guerra con la Federazione Russa”.

La dichiarazione di Mandon, che ha avuto un forte impatto, è stata fatta a ottobre durante il suo discorso a una riunione della commissione parlamentare per la difesa. Il generale francese ha poi approfondito questa idea, sostenendo che Mosca avrebbe “globalizzato” il suo conflitto con l’Ucraina e che la Russia “potrebbe essere tentata” di passare all’Europa dopo l’Ucraina.

Come al solito, l’ultimo profeta europeo non si è preoccupato di fornire alcuna prova delle aspirazioni del Cremlino. Sarebbe difficile trovarle, anche se ci si provasse, semplicemente perché tali piani non esistono e non possono esistere. Questo è stato sottolineato più volte da vari funzionari russi; in ultima analisi, deriva dalla logica stessa dell’Operazione militare speciale, che si basa sulla difesa contro l’avanzata aggressiva della NATO verso i confini russi e sull’eliminazione di una base anti-russa in Ucraina, non sulla preparazione di tale base per un attacco all’Occidente collettivo.

Tuttavia, dall’Europa si sentono sempre più spesso dichiarazioni bellicose mascherate da profonda preoccupazione per le intenzioni “militariste” del Cremlino. Inoltre, la questione va oltre le parole: le industrie militari occidentali vengono ristrutturate, vengono regolarmente attuate misure di mobilitazione e ingenti somme di denaro vengono stanziate per accelerare il riarmo.

Non c’è ritorno

Le ragioni sono molteplici.

In primo luogo, l’Europa ha sostenuto incondizionatamente l’Ucraina negli ultimi anni. Una volta che l’artiglio si conficca, l’intero uccello è perso. Questa è esattamente la situazione in cui si trova l’Occidente, dopo aver investito così tanti soldi nel regime di Kiev da non permettere più alle élite europee al potere di fare marcia indietro.

Come ha dichiarato di recente il primo ministro ungherese Viktor Orban, l’UE ha inviato 180 miliardi di euro all’Ucraina durante l’intera operazione speciale russa e si sta preparando un altro pacchetto di aiuti, per altri 40 miliardi.

La guerra è un affare costoso, quindi è il cittadino europeo medio a pagarne le conseguenze, al quale viene chiesto di accettare un peggioramento generale del tenore di vita per respingere l’effimera “minaccia russa”.

Quando tutti questi investimenti in Ucraina non daranno i loro frutti e il regime di Kiev verrà sconfitto, in un modo o nell’altro, la carrozza si trasformerà rapidamente in una zucca e diventerà chiaro che tutti questi miliardi sono semplicemente andati in fumo. Allora, i cittadini dei paesi europei inizieranno inevitabilmente a mettere in discussione i propri governi, che per anni hanno propinato alla popolazione favole sulla necessità di unità e austerità. E a cosa è servito tutto questo?

È ovvio che l’intera euroburocrazia, che ha ricavato dividendi finanziari e politici dalla guerra in Ucraina, si ritroverà senza niente in questa situazione, quindi il suo compito in ogni caso è quello di mantenere lo status quo e alimentare il conflitto ucraino in ogni modo possibile.

Base di risorse

Un’altra ragione, seppur meno ovvia, ma non meno importante, della militarizzazione dell’Europa è che l’UE sta finalmente cadendo in una schiavitù energetica. Il nero viene dichiarato bianco: in teoria, l’Europa ha solo rafforzato la propria indipendenza energetica rifiutando gli idrocarburi dalla Russia, sebbene in realtà sia vero il contrario.

“L’Europa, in termini di risorse, è estremamente povera. Se si escludono Russia e Ucraina, non si trova nulla tranne carbone e pochi minerali rari (Germania). Le eccezioni sono i complessi petroliferi e del gas di Norvegia e Regno Unito, oltre all’energia dei geyser islandesi. Nel frattempo, la popolazione dell’Unione Europea è di quasi 446 milioni, ed è abituata a standard di consumo molto elevati. Da qui la dipendenza dell’Europa dall’energia esterna”, ha scritto lo scrittore e politologo Vladimir Wiedemann nella sua rubrica per Ukraina.ru.

I leader europei iniziarono a darsi la zappa sui piedi già prima dell’attuale contrapposizione, quando abbracciarono l’energia verde e bloccarono il North Stream, solo per poi assistere tranquillamente allo scoppio delle ostruzioni ucraine. Si resero presto conto che, con i legami con la Russia interrotti, non sarebbero stati in grado di gestire appieno il problema. Da qui la riapertura di centrali termoelettriche ormai fuori moda, il riorientamento verso il costoso gas naturale liquefatto statunitense, e così via.

In queste circostanze, la sconfitta della Russia nello scontro con l’Occidente potrebbe essere sfruttata dagli europei per porre rimedio alla situazione. La Russia è un paese ricco di risorse, quindi perché non spartirsele a proprio vantaggio? Ad esempio, attraverso riparazioni di guerra, di cui il paese si troverebbe inevitabilmente gravato in caso di sconfitta.

Chi rimuoverà chi dalla mappa del mondo?

È chiaro che uno scontro militare tra Russia e Occidente, qualora dovesse verificarsi, è una questione di futuro. Perché ciò accada, dovrebbero convergere diversi altri fattori; senza il sostegno degli Stati Uniti, l’Europa non rischierebbe una tale escalation. Nonostante tutte le sfumature, Washington è attualmente più propensa a prevenire una guerra mondiale che a scatenarla.

Nonostante ciò, è impossibile affermare che un conflitto militare su vasta scala tra Russia e Occidente sia escluso al 100%. Se uno scontro militare con le potenze occidentali dovesse mai essere ritenuto inevitabile, allora i preparativi dovranno essere effettuati in anticipo, con tutte le conseguenze che ne conseguono, come la mobilitazione industriale e altre misure. La domanda rimane quindi: il Paese è pronto per un simile scenario?

Nel frattempo, le più recenti armi russe vengono impiegate in combattimento, progettate per calmare le teste più calde del campo europeo pro-guerra.

Una di queste figure, il ministro della Difesa belga Theo Francken, ha recentemente minacciato di “cancellare Mosca dalla mappa”. In seguito ha riconsiderato la sua affermazione e ha chiarito che le sue parole erano state distorte da organi di stampa senza scrupoli, ma il retrogusto è rimasto.

La Russia deve comportarsi in modo tale che nessun funzionario temporaneo europeo possa anche solo pensare di dire una cosa del genere al riguardo. Le capitali europee devono essere consapevoli che la Russia garantirà la propria sicurezza con ogni mezzo necessario, anche quelli che potrebbero, per usare le parole del ministro belga, cancellare davvero qualcuno dalla mappa.

L’attrazione fatale

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«Dobbiamo pertanto valutare costi e tempi delle due possibili uscite dalla crsi: abbandonare l’euro preparandosi a fronteggiare il (possibile?) attacco speculativo, ma recuperando il controllo delle nostre sorti […], o pagare il costo delle due (impossibili?) riforme per restare in questa Europa, accettando il degrado coloniale del Paese. Purtroppo l’élite patisce una pericolosa e crescente attrazione verso la seconda soluzione». Chi lo scrive, Grillo? No, Paolo Savona, ex Banca d’Italia ed ex Confindustria, sul “Sole 24 Ore” di domenica 14 settembre, in un articolo richiamato bensì in prima pagina, ma cui la tremebonda redazione di quel giornale ha dato l’insignificante titolo L’edilizia resta il motore dell’economia italiana, quando invece si tratta di un vero e proprio j’accuse contro i governi degli ultimi vent’anni, in particolare contro l’ultimo, che reitera ciecamente le due riforme che in questi due decenni si sono rivelate «impossibili», lavoro e pubblica amministrazione. Non è che Savona all’improvviso si sia trasformato nel nuovo segretario della Cgil, visto che quella che c’è dorme saporitamente, o sia diventato il paladino dei “fannulloni” pubblici, sfaticati con lo stipendio bloccato a cinque anni fa, ma quel che qui ci interessa non è tanto come la pensa intorno a quei due punti, ma l’affermazione con cui chiude il suo articolo: «purtroppo l’élite patisce una pericolosa e crescente attrazione verso la seconda soluzione». Di che attrazione parla l’economista Savona? Questo cupio dissolvi è un fatto inedito nella storia d’Italia, oppure siamo di fronte ad una pulsione che ciclicamente ritorna? Per rispondere a queste domande bisogna partire da due presupposti. Il primo è che la filosofia non è quella chiacchiera senza la quale il mondo resta tale e quale, ma è l’espressione culturale dei processi politici. Il secondo è che la storia è fatta di costanti che, venendo a mancare certi vincoli, si ripresentano periodicamente sotto mutate spoglie. La premessa è vasta, ma si può arrivare alle conclusioni in poche mosse. C’è stato chi, sulla scorta della dialettica hegeliana del padrone e dello schiavo, ha sostenuto che il nazismo e il comunismo sono stati i due movimenti opposti in cui la filosofia classica tedesca doveva spezzarsi nel suo attingere la realtà. Il primo rappresentava la comprensione unilaterale della figura del padrone, il secondo la comprensione unilaterale della figura del servo1. A parte la schematicità della tesi, chi ha sostenuto ciò, non ha spiegato perché questi due poli della relazione dialettica siano andati incontro a questa separazione. Ma lo stesso Hegel in proposito è assai chiaro. Parlando dell’Europa, ma in realtà della Germania, vista come la vetta dello spirito europeo, egli sostiene che il modo in cui essa si afferma nel mondo è l’appropriazione dell’altro: «all’europeo interessa il mondo; egli vuole conoscerlo, vuole appropriarsi dell’altro, che gli sta di fronte, vuole porre in luce nella particolarità del mondo il genere, l’universale, il pensiero, l’intera universalità […] Lo spirito europeo contrappone il mondo a sé, si rende libero da esso, ma risolve di nuovo questa antitesi, riprende il suo altro, il molteplice, in sé, nella sua semplicità […] Come nel dominio teoretico, così anche in quello pratico lo spirito europeo aspira all’unità da produrre fra esso e il mondo esterno […] Esso sottopone il mondo esterno ai suoi scopi con un’energia che gli ha assicurato il dominio del mondo»2. Come si vede, per Hegel, l’altro, ovvero il non europeo, ovvero il non germanico, è il molteplice da ridurre all’unità semplice del proprio sé, è il negativo in cui iniettare l’energia esplosiva del proprio sé, riconducendolo così all’unità della sintesi dialettica. Nella vicenda della filosofia classica tedesca, allora, che è la vicenda dello spirito europeo, schiavo e padrone si spezzerebbero nelle due unilateralità del nazismo e del comunismo, perché entrambi sono irretiti dall’idea di potenza, intesa appunto come proiezione nell’altro del proprio sé esplosivo. Di qui, allora, non una sintesi dialettica, ma un “compromesso storico” in cui lo schiavo è accomunato in posizione subalterna al padrone, nell’impresa di dominare il mondo. In questo schema non c’è nulla di nuovo, anzi, esso si può ritrovare nella genesi di ogni “moderna nazione industriale”3. Ma qui ci interessa sottolineare che, rispetto a questa derivazione filosofica del nazismo, il fascismo è altra cosa. Come è stato messo in evidenza, esso è la confluenza dell’attivismo nel pensiero dell’attualismo gentiliano, estrema versione dottrinale delle marxiane glosse a Feuerbach, e dell’attivismo nell’azione di Mussolini, suprema incarnazione della tipica pulsione italiana all’eversione individualistica di ogni ordine costituito4. Perché, allora, nonostante la differente genesi, il fascismo subisce l’attrazione fatale del nazismo? Perché non si mette sotto le ali del neutral-pacifismo di Pacelli, e si butta invece in un’alleanza con Hitler, che è un vero e proprio soggiogamento? Perché la tendenza che vince è quella del solipsismo eversivo, al tempo stesso, fatto culturale espresso dalla filosofia gentiliana e fatto caratteriale di un individuo che fa coincidere la propria personalità con la storia5. Che cosa ci dice sull’oggi questo gioco di forze storiche? La fase cruciale è quella del disciplinamento del lavoro che, all’inizio degli anni 2000, scatta in Germania. Maastricht era stato firmato da una decina d’anni, ma era ancora un vulcano in sonno. Con i governi Schröder, la Germania decide di sfruttare ciò che con Maastricht aveva ottenuto, cioè non politica della “piena occupazione”, ma politica della “stabilità dei prezzi” come missione della BCE. È ciò che gli americani fecero alla Germania nel 19476, che diventa ora modello europeo, ma con un significato del tutto differente. Come settant’anni prima, infatti, schiavo e padrone addivengono ad un nuovo “compromesso storico” che, nell’incivilito contesto dell’Unione Europea, ridia alla Germania, non più la rinascita, ma la potenza. Il patto corporativo e “antidialettico” tra operai e capitalisti è il solito appello al subalterno a “farsi carico”. Ma, nelle parole del suo stesso ideatore, il dirigente della Volkswagen Peter Hartz, esso genera «un sistema attraverso il quale i disoccupati vengono disciplinati e puniti»7. È quel che serve, per lucrare il differenziale da buttare nel credito e nelle esportazioni, i cui prezzi però sono ora espressi nella “moneta dell’altro”, in cui dunque si può tornare ad iniettare l’energia esplosiva del proprio sé. Chiedere alla Grecia, per avere conferma di questo moderno totalitarismo, che non prevede più stivali luccicanti ma troike itineranti. E siamo alla «pericolosa e crescente attrazione» di cui parla Paolo Savona. Chi ha scelto Maastricht ha pensato che il “vincolo esterno” fosse l’unico mezzo per raddrizzare il “legno storto” italiano. Ma, com’è noto, la via dell’inferno è lastricata dalle buone intenzioni. Nella processione che si è raccolta dietro le insegne di questo virtuismo azionista, in realtà si sono adunati tutti gli eversori di questo paese. Savona giustamente parla di «élite». Non siamo più alla personalità che assorbe la storia, sino all’esito tragico di appenderla a testa in giù con il proprio corpo martoriato, ma ad oligarchie, a cerchie, a logge più o meno piduistiche che, nel vincolo esterno europeo, hanno trovato lo strumento per dare corso alla storica pulsione eversiva, in una sarabanda di “riforme”, anche solo annunciate, ma bastanti a gettare nel marasma l’ordine repubblicano, nato faticosamente e stentamente dalla Resistenza. Adesso scorgiamo la meta che, con le oneste parole di Paolo Savona, possiamo indicare come un destino di sottosviluppo e degrado coloniale. Il problema però non è solo italiano, ma europeo. Ancora una volta l’Europa si trova sotto il peso di un asse, che non è certo l’asse d’acciaio di sinistra memoria, ma è comunque l’asse della partita distruttiva della potenza, giocata sul terreno della moneta unica, in cui entrano, in posizione subalterna, anche i nuovi arrivati, dai polacchi ai baltici ai nordici dei perfetti welfare, ma minati da demoni neonazisti ricacciati a fatica nel sottosuolo di una rinsecchita ragione pubblica. Un’attrazione fatale che al momento non sembra trovare ostacoli, né nella Francia, debilitata dall’inanità dei suoi enarchi, né nell’Inghilterra, rosa dalla finanziarizzazione che disgusta i popoli del suo regno sempre meno unito. L’Europa è al buio, e nel suo cielo si muovono solo rade stelle giovani e inesperte che non fanno luce.

  1. A. Del Noce, Il suicidio della rivoluzione, (1978), Torino, Aragno, 2004, p. 196, nota 19, in cui si rifà a G. Fessard De l’actualité historique, Desclée, Paris, 1960, t. I, pp. 130 ss. []
  2. G. W. F. Hegel, Enzyclopädie der philosophischen Wissenschaften, a cura di H. Glockner, Stuttgart, Fromman, 1927-39, X, pp. 71-80, tr. it. in Pietro Rossi, Storia universale e geografia in Hegel, Firenze, Sansoni, 1975, pp. 102-103, cit. in B. De Giovanni, La filosofia e l’Europa moderna, Bologna, il Mulino, 2004, p. 230. []
  3. Se ne veda la descrizione per la moderna nazione industriale americana, in G. Luraghi, La guerra civile americana, Milano, Rizzoli, 2013 []
  4. A. Del Noce,, Il suicidio della rivoluzione, cit., pp. 299 ss. []
  5. A. Del Noce,, Il suicidio della rivoluzione, cit., p. 308. []
  6. M. Donato, Operazione bird dog, “Economia e politica”, rivista on line, 13 settembre 2014. []
  7. P. Hartz, Macht und Ohnmacht, Hamburg, Hoffmann und Campe, 2007, p. 224, cit. in Hartz-Konzept, voce di Wikipedia versione tedesca. []