Dugin

Ucraina, prima che i cannoni tuonino

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Prima che in Ucraina i cannoni tuonino, come sembra desiderare ardentemente il gregge belante del massmediume occidentale, conviene tornare a riflettere su eurasismo e scontro di civiltà, i due poli ideologici attorno a cui si sta giocando questo ulteriore capitolo del mondo venuto fuori malamente dal dopo guerra fredda. Nel primo ventennio del XXI secolo la regola dell’astensione enunciata da Samuel Huntington secondo la quale gli Stati guida delle civiltà devono astenersi dall’intervenire nei conflitti interni ad altre civiltà è stata violata numerose volte1. Basti pensare ai casi dell’Afghanistan, dell’Iraq e della Libia dove l’intervento occidentale, degli Stati Uniti in particolare, ha causato altrettante guerre e decenni di instabilità. Huntington suggeriva anche ai governanti occidentali di accettare la Russia come stato guida dell’Ortodossia e come grande potenza regionale con interessi legittimi alla sicurezza dei propri confini meridionali2. Quanto accaduto in Ucraina dal 2004 in poi, con una grave accelerazione dal 2014 a oggi, contraddice in pieno a questo consiglio e, come si vede dall’attrito di questi giorni, crea una faglia di “scontro di civiltà” particolarmente pericolosa. L’Ucraina è certamente una pietra di inciampo per l’eurasismo. Da Trubetskoj a Dugin, l’eurasismo si è sempre presentato come un concetto reale che riscuote l’adesione spontanea, se non di tutti i popoli che vanno da Lisbona a Vladivostok, certamente dei popoli slavi. Ma il conflitto ucraino tra le regioni occidentali e quelle orientali evidenzia un limite di tale pretesa adesione spontanea che in parte era emerso nei Balcani negli anni Novanta del secolo scorso quando al momento della dissoluzione della Jugoslavia la Serbia guardava alla Russia mentre croati e soprattutto sloveni si volsero subito verso il prestigioso marco tedesco. Altrettanto certamente, però, in Ucraina tale limite di influenza è stato in parte compensato dalla spontanea adesione della Crimea alla Russia con il referendum di approvazione dell’annessione che l’Occidente ha invece bollato come un’invasione e con l’aspirazione delle regioni orientali della stessa Ucraina a mantenere gli storici legami con la Russia. Gli eurasisti possono ben dire, perciò, che la ribellione del centro governativo ucraino è dovuta alla sobillazione dell’americanismo e di organi politici e militari quali la Nato e, al traino degli Stati Uniti, l’ambigua e neghittosa Unione Europea. Questo offre il destro agli eurasisti per non rinunciare all’idea della Grande Europa che deve essere «un potere geopolitico sovrano, dotato di un’identità culturale affermata, che coltiva i propri modelli sociali e politici (basati sui principi dell’antica tradizione democratica europea e sui valori morali del cristianesimo), con proprie capacità di difesa (compreso il nucleare) e con propri accessi strategici alle energie fossili e alternative, così come alle risorse minerarie e organiche»3. Ecco dunque l’idea di una democrazia “particolare”, le cui strutture economiche dipendono dalle particolarità storiche, culturali e climatiche, e il cui leader trae legittimità, più che da procedure elettorali, dalla capacità di comprendere e interpretare la volontà del popolo, permettendogli di realizzare il suo destino. A questo proposito, sorgono tre questioni, la prima di natura ideologica, la seconda riguardante i rapporti internazionali, la terza le prospettive di uno sviluppo sottratto a contrapposizioni di civiltà da difendere o affermare. Riguardo alla questione di natura ideologica, sostenere come fa Francis Fukuyama4 che l’Ucraina oggi è lo Stato in prima linea nella battaglia geopolitica globale fra democrazia e autoritarismo impone di chiarire il significato di questi termini alla luce non di astratte definizioni ma delle concrete realizzazioni storiche. Non è la prima volta che viene evocata la battaglia fra democrazia e autoritarismo, essa anzi è un motivo ricorrente da quando il capitalismo ha preso coscienza della sua dimensione mondiale. Un momento importante di tale presa di coscienza è l’enunciazione alla fine della Prima guerra mondiale dell’ideologia democratica della Società delle Nazioni a opera del presidente americano Woodrow Wilson, a proposito della quale Gramsci rilevava che la democrazia non persegue una liberazione ideale da un generico autoritarismo, ma opera concretamente per sottrarre l’individuo dalle costrizioni autoritarie collettive dipendenti da strutture economiche precapitalistiche allo scopo di instaurare la cosmopoli capitalistica per una più sfrenata gara all’arricchimento individuale5. Nel corso dei decenni questo rilievo critico ha trovato la sua verifica nel fatto che la democrazia si è sempre più strettamente associata all’americanismo, che pretende di imporsi come ideologia universale sia economicamente con il condizionamento del consumo, sia militarmente occupando e intervenendo in nome dello Stato di diritto, della guerra giusta, della difesa dei diritti umani, della lotta al terrorismo che, sia detto per inciso, esso pratica machiavellicamente tutte le volte che gli serve. Dugin e gli eurasisti hanno dunque buon gioco nel denunciare l’ideologia della “società aperta”, dei diritti dell’uomo, dell’economia di mercato e del sistema democratico liberale, come l’ideologia propria del cosmopolitismo occidentale, che con la globalizzazione gli Stati Uniti pretendono di imporre come una verità universale obbligatoria6. La questione è se volgersi senza indugio alla Tradizione con la t maiuscola, come gli eurasisti la indicano, sia la via giusta per respingere l’americanismo. L’americanismo è, al tempo stesso, un appello agli spiriti animali dell’individuo e il loro disciplinamento al fine di un’incessante intensificazione della riproduzione capitalistica. Su questa base naturalistica in cui la norma serve per potenziare gli istinti subordinandoli alla produzione del plusvalore si fonda la sua spinta modernizzatrice.  Cosa oppone il tradizionalismo propugnato dagli eurasisti a questo naturalismo tecnicamente “rivoluzionario”? Il richiamo alla Tradizione farebbe pensare a una barriera di usi, costumi, istituzioni, valori culturali creati spontaneamente dall’energia popolare e accumulatisi nel corso del tempo, ma nella sua sofisticata costruzione Dugin fa appello a nozioni quali la «passionarietà» come sovra-determinazione energetica degli scopi d’azione, il «luogo-sviluppo» come dipendenza dell’organismo sociale dal contesto in cui nasce, il «capo» come interprete dell’aggregato popolare raffigurato come «comunità di destino» in cui si risolve ogni «civiltà»7. Emozioni, legame naturale, massa demografica sono dunque gli elementi di un naturalismo speculare e opposto al naturalismo dell’americanismo. Tanto l’uno è cognitivo, artificiale e individualistico, tanto l’altro è emotivo, istintuale e collettivo. Dugin dichiara di condividere «la critica della società borghese e il rifiuto del sistema capitalista liberale», precisando al tempo stesso che gli sono «completamente estranei la dogmatica delle classi, il progressismo, il materialismo storico e dialettico»8. Ma rifiutare il sistema capitalista liberale senza mettere in discussione il suo fondamento naturalistico, opponendogli anzi un naturalismo “irrazionale” travestito di Tradizione, significa esporsi senza difese all’intrinseca forza eversiva dell’americanismo, il cui controllo al fine di preservare la Tradizione reificata costringerà a una permanente e arbitraria stretta autoritaria. Per questo, il rifiuto sprezzante del materialismo storico appare solo come un vacuo sfoggio di bricolage ideologico che impedisce di affrontare i problemi veri della società capitalistica, in primo luogo il problema dell’alienazione di cui nell’eurasismo c’è solo un riflesso distorto nel richiamo al legame comunitario. Come si è visto nel Novecento nella parabola storica dei partiti comunisti in Occidente, tale legame non può scaturire dall’auto-imposizione della norma produttiva dell’americanismo poiché il suo rovesciamento dialettico, che avrebbe dovuto assicurare l’egemonia ai subalterni, è facilmente neutralizzato dal permissivismo del consumo9. Ma esso non può neanche sorgere da una comunità particolaristica che, non avendo rielaborato il retaggio naturale dei comportamenti istintuali ed emotivi, si condanna all’autoritarismo di una tradizione tanto più reificata, quanto più incapace di reggere all’erosione della spinta americanistica. Qui veniamo alla questione dei rapporti internazionali in gioco nel conflitto ucraino poiché il rifiuto dell’Occidente contro l’avviso di Huntington di riconoscere il ruolo della Russia quale stato guida dell’Ortodossia con interessi legittimi alla sicurezza dei propri confini meridionali non solo fomenta la latente pulsione autoritaria derivante dalle contraddizioni dell’eurasismo sopra evidenziate, ma tale autoritarismo, in parte per la rilevante disponibilità economica dei governanti russi, in parte per attrazione ideologica, soprattutto in Europa fa da modello per tutti gli autoritarismi che, senza dover ricordare le vicende storiche novecentesche del fascismo e del nazismo, albergano nelle sue profondità capitalistico-borghesi, manifestandosi oggi nelle vesti di un sovranismo che rende ancora più fragili le basi della democrazia minate dal suo troppo stretto connubio con il permissivismo del consumo e le tendenze imperialistiche americane. Al contrario, la collaborazione dell’Occidente e in particolare dell’Europa con la Russia depotenzierebbe l’eurasismo quale cornice ideologica di un certo revanscismo che l’ostilità occidentale alimenta negli attuali governanti russi, e l’Ortodossia che Huntington raccomandava di riconoscere quale retroterra culturale della Russia, anziché dividersi com’è nefastamente accaduto tra una Chiesa ortodossa russa e un’altra ucraina, potrebbe in alleanza con la confessione cattolico-romana ma anche con quella islamica giocare un ruolo nella coesione culturale, morale, economica e sociale di un’area vasta comprendente gli Stati Uniti, l’Europa e la Russia, entità altrimenti destinate a rinchiudersi, come preconizzato da Huntington e Dugin sulla base delle loro opposte fosche prospettive, nella particolarità artificiosa e conflittuale dei loro “mondi a parte”. Il ruolo pubblico delle religioni su cui si arrovellano laici onesti come Jürgen Habermas, al di là di un laicismo astratto che chiede alla religione di ridursi a dimensione privata individuale, potrebbe così trovare una sua concreta realizzazione storica come sfondo di quello sviluppo integrale della cognizione sociale che la contrapposizione in nome di civiltà da difendere o affermare rischia di affossare. E veniamo così a qualche notazione finale circa la terza questione riguardante le prospettive di uno sviluppo sottratto alle ipoteche di schieramenti pregiudizialmente conflittuali. Secondo Francis Fukuyama, la ragione fondamentale per cui gli Stati Uniti e il resto del mondo democratico dovrebbero sostenere l’Ucraina è che, anche se in difficoltà, si tratta di una vera democrazia liberale alla quale il popolo russo si potrebbe ispirare come un modello ideologico alternativo all’attuale regime di Putin. Fukuyama aggiunge che la crisi ucraina trascende i confini europei perché anche la Cina sta osservando la risposta occidentale e valuta i rischi che correrebbe se si avventurasse a reincorporare Taiwan10. In questa posizione, a parte la superficialità con cui si sorvola sul nazionalismo ucraino venato da evidenti pulsioni nazifasciste che fa da bastione a quella che viene etichettata come vera democrazia liberale, si può notare la distorsione che provoca la geopolitica nel trattare le singole questioni non in riferimento ai loro contesti, ma come modelli di scontro che possono valere anche per quadranti differenti e lontani. Essere aggressivi sull’Ucraina non dipende allora dalle effettive ragioni del contesto europeo ma da quanto la Cina può inferire riguardo a Taiwan circa la propensione dell’Occidente all’uso della forza. Il risultato è che tutte le questioni si uniformano a un livello di tensione che intensifica la tensione di ciascuna questione con il risultato del diffondersi di un’ostilità generalizzata. La democrazia liberale che si erge al centro di questo universo di inimicizie come la guardiana dei veri “valori”, il mercato, la concorrenza, il cosmopolitismo, la razionalità, finisce così per esacerbare il problema che vuole risolvere, ovvero la contrapposizione tra modernità e tradizione, tra urbanesimo e ruralismo, tra città e campagna, tra individuo e collettività, tra presente e storia. In tutto questo la Russia, benché vi siano al suo interno forze rilevanti che si sentono legate all’Europa e all’Occidente e pensano alla Russia come terza gamba dell’Occidente insieme all’Europa e agli Stati Uniti, con la voce dei suoi ideologi più reazionari che trovano rispondenza nei reazionari europei, vedi la consonanza con i sovranisti, finisce per proporsi altrettanto strumentalmente come la paladina della tradizione, della ruralità, della campagna. del legame comunitario, della storia. E se questa ideologia non passa in Polonia e nelle regioni occidentali dell’Ucraina, dove domina il secolare nazionalismo anti-russo, più facilmente passa in Ungheria o in Serbia, ma anche nell’Europa meridionale dove, come si è visto plasticamente nella recente riunione in teleconferenza tra Putin e i rappresentanti delle maggiori industrie di Stato italiane che hanno soavemente ignorato il flebile niet dell’attuale Presidente del Consiglio, fa da lubrificante per gli accordi commerciali. La minaccia anti-moderna russa è dunque in buona parte creata dall’Occidente e in particolare dagli Stati Uniti che, rifiutandosi di riconoscere l’aspirazione della Russia a far parte con la sua peculiarità dell’Occidente e alienandosi nei suoi strumentali “valori” capitalistici, offre alle forze più retrive della Russia il pretesto per mantenere il paese in una stasi ideologica dove può prosperare la sfacciata oligarchia sorta con la dissoluzione dell’URSS. La cura che Dugin a nome dell’eurasismo propone è di tornare al concetto di Impero in opposizione a quello di Stato nazionale e di affermare la demotia contro la democrazia rappresentativa. La demotia comporta un movimento sovranista che rigetti l’influenza di centri di governo esterno. Quanto all’Impero, coincidendo con la “civiltà”, esso ha la missione di far ritornare il popolo alla comunità originaria, dove il leader, interpretando la sua volontà, gli permette di realizzare il suo destino. Ma qual è il destino del popolo? Il popolo oggi sa che deve trovarsi un territorio, che deve riprodursi, che deve mangiare e bere, che deve soddisfare le sue fantasie e i suoi desideri, sa tutte queste cose concupiscibili e irascibili a eccezione di quale sia il suo destino. Di conseguenza, coloro che si offrono di interpretarne la volontà, i capi, non sanno loro stessi dove andare, perché il popolo ignora il suo destino. Come si può interpretare qualcosa che si ignora? Per brama di comando, allora, i capi adulano il popolo facendogli credere di poterlo salvare, ma il popolo subodora l’inganno e li odia a morte pur essendo costretto ad amarli, perché come vuole l’ingannevole dottrina imperante sono loro gli interpreti del suo destino. In questo inferno populistico, la vera rivoluzione allora non può che essere quella del popolo contro se stesso. Il popolo oggi è il parassita di se stesso. Deve abbattere se stesso per scuotersi dall’ignoranza del proprio destino. Nessuno può dire al popolo qual è il suo destino, se non il popolo stesso abbattendo la propria ignoranza e per far questo il popolo deve tornare a “fare politica” anche se, dovendo soddisfare le fantasie e i desideri che gli impone l’imperativo consumistico e dovendo provvedere alla sua miseria e ai suoi bisogni che sono tornati a crescere, ha altro per la testa. Il popolo, nella pancia e nella testa, è sfruttato come non mai ma, come fecero le generazioni che con idee chiare e distinte costruirono le cooperative, i sindacati, i partiti, è solo il popolo che con rinnovate idee scientifiche sulla permanente natura alienata e classista della società capitalistica può spezzare il suo sfruttamento e sottrarsi all’ingiustizia che ormai da tempo l’affligge. Ecco perché gli eserciti che si addensano nelle regioni meridionali tra Russia e Ucraina non hanno niente a che fare con gli interessi del popolo e servono solo a ritardare l’ora che pure urge della sua resurrezione.

  1. S. Huntington,  Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale (1996), trad. it. Milano, Rizzoli 2004, p. 465. []
  2. Ibidem. []
  3. https://www.geopolitica.ru/it/article/manifesto-di-chisinau-la-costruzione-della-grande-europa []
  4. F. Fukuyama, Why Ukraine Matters, «American Purpose», 24.1.2022, https://www.americanpurpose.com/blog/fukuyama/why-ukraine-matters/ []
  5. A. Gramsci, I cattolici italiani, “Avanti!” ed. piemontese, 22.12.1918, in A. Gramsci, Scritti Politici, a cura di Paolo Spriano, vol. 1, Roma, Editori Riuniti 1978 pp. 224-228, http://www.nuovopci.it/classic/gramsci/catit.htm. []
  6. A. De Benoist, A. Dugin, Eurasia. Valdimir Putin e la grande politica, Napoli, Controcorrente 2014, p. 75; A. Dugin, Continente Russia, in C. Mutti, Recensione a G. Zjuganov, Stato e potenza, http://www.claudiomutti.com/printable.php?id_news=84. []
  7. A. De Benoist, A. Dugin, Eurasia. Valdimir Putin e la grande politica, cit., p. 110. []
  8. Ibidem []
  9. A. Del Noce, Il suicidio della rivoluzione, Torino, Aragno 2004. []
  10. F. Fukuyama, Why Ukraine Matters, cit. []

Una sinistra di sinistra. A proposito dell’eurasiatismo di Aleksandr Dugin

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Alla fine della Prima guerra mondiale, Gramsci denunciava l’«ideologia wilsonisma della Società delle Nazioni» come «l’ideologia propria del capitalismo moderno, che vuole liberare l’individuo da ogni ceppo autoritario collettivo dipendente da strutture economiche precapitalistiche, per instaurare la cosmopoli borghese in funzione di una più sfrenata gara all’arricchimento individuale»1. Oggi, Aleksandr Dugin, teorico dell’eurasismo, denuncia l’ideologia della “società aperta”, dei diritti dell’uomo, dell’economia di mercato e del sistema democratico liberale, come l’ideologia propria del cosmopolitismo occidentale, che con la globalizzazione gli Stati Uniti pretendono di imporre come una verità universale obbligatoria2. La differenza tra le due posizioni è che Gramsci si interessò dell’americanismo, per appropriarsi della sua “grammatica” modernizzatrice e rovesciarla di segno, mentre invece Dugin respinge l’americanismo e si volge senza indugio alla Tradizione, come egli la scrive con la t maiuscola. Dopo quarant’anni di compromesso keynesiano, trenta di reagan-thatcher-blairismo e sette di “crisi economica” conclamata, con le dovute cautele e gli opportuni distinguo si può anche convenire con Augusto Del Noce che il tentativo modernizzatore di Gramsci, portato avanti dai suoi eredi politici, in tutte le loro molteplici trasformazioni, è stato assorbito e neutralizzato dalle tendenze in atto del capitalismo assoluto3. Ma quale può essere l’esito del tradizionalismo di Dugin? Alla luce della crisi ucraina, nella quale la Russia ha alluso ad una logica “eurasista”, si può ben dire che esso è destinato ad un fallimento ancora più definitivo. Le sanzioni economiche e il crollo del prezzo del petrolio stanno mettendo in ginocchio la Russia, la quale ha così potuto toccare con mano la fragilità di ambizioni alimentate da un’ideologia “passionaria”, come il particolarismo universalistico di Dugin. Di passata, non si può non notare che la sovradeterminazione energetica degli scopi d’azione che, al seguito di Gumilev, Dugin chiama «passionarietà»4, nonché la nozione di «luogo-sviluppo», centrale nell’eurasismo, richiamano il «non logico» e la «persistenza degli aggregati» di Vilfredo Pareto5, il che giustifica la supposizione che l’eurasismo sia una forma di naturalismo mascherato che, nella versione “heideggeriana” di Dugin, con il suo appello ad un «capo» che si faccia interprete della «comunità di destino» che ogni «civiltà» rappresenta, diventa anche un programma politico-ideologico irrazionale apertamente rivendicato. Perciò, la sinistra di destra che Dugin predica, cioè una sinistra egualitaria che sposa valori di destra, quali il localismo, il comunitarismo e il tradizionalismo, è un pasticcio ideologico che alla prova della realtà non regge. Dugin dichiara di condividere con i comunisti «la critica della società borghese e il rifiuto del sistema capitalista liberale», ma precisa che gli sono «completamente estranei la dogmatica della classi, il progressismo, il materialismo storico e dialettico»6. Lasciando da parte i comunisti, una specie politica attualmente in letargo, si può però dire che il bricolage ideologico non porta da nessuna parte e causa solo confusione, quella stessa che tragicamente regna sul campo di battaglia ucraino. Criticare il sistema capitalistico e rifiutarsi di fare i conti con il materialismo storico è come pretendere di scalare una montagna con le scarpe da passeggio. Al primo lastrone di ghiaccio, si precipita in uno degli infiniti crepacci di cui è disseminata la notte dei tempi, e lì, come fa Dugin7, si resta a rimuginare tutte le storie dei patriarchi, mentre in cima il futuro balla la sua danza sfrenata.

 

  1. A. Gramsci, I cattolici italiani, “Avanti!” ed.piem., 22.12.1918, in A. Gramsci, Scritti Politici, a cura di Paolo Spriano, vol. 1, Editori Riuniti, Roma 1978 pp 224-228, http://www.nuovopci.it/classic/gramsci/catit.htm []
  2. A. De Benoist, A. Dugin, Eurasia. Valdimir Putin e la grande politica, Napoli, Controcorrente, 2014, p. 75; A. Dugin, Continente Russia, cit. in C. Mutti, Recensione a G. Zjuganov, Stato e potenza, http://www.claudiomutti.com/printable.php?id_news=84 []
  3. A. Del Noce, Il suicidio della rivoluzione, [1978], Torino, Aragno, 2004, pp. 221 sgg. []
  4. A. De Benoist, A. Dugin, Eurasia. Valdimir Putin e la grande politica, cit., p. 40 []
  5. V. Pareto, Trattato di sociologia generale, (1916) Torino, Utet, 1988 []
  6. A. De Benoist, A. Dugin, Eurasia. Valdimir Putin e la grande politica, cit., p. 110. []
  7. A. De Benoist, A. Dugin, Eurasia. Valdimir Putin e la grande politica, cit., pp. 115-122. []

Eurasismo: l’ostacolo ucraino

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  L’Ucraina è un grosso ostacolo al disegno eurasiatico di Putin, e in generale per l’ideologia eurasiatica. Da Trubetskoj a Dugin, l’eurasismo si è sempre presentato come un concetto reale, che ha il consenso spontaneo dei popoli, se non di tutti i popoli che vanno da Lisbona a Vladivostok, certamente dei popoli slavi1. Ma la ribellione ucraina, che ha scisso in due quel paese, mostra che l’eurasismo suscita contrasti, e questo lo indebolisce perché significa che la sua egemonia non è spontanea, come pure sosteneva. In parte, la questione si era posta nei Balcani, negli anni Novanta del secolo scorso, quando la Serbia era più propensa a guardare alla Russia, mentre croati e soprattutto sloveni si volsero subito verso l’ambìto marco tedesco. Ma a che cosa si oppone l’eurasismo? L’eurasismo si oppone all’americanismo. Tanto questo afferma i valori dell’individuo, della globalizzazione e dei diritti umani universali, tanto l’eurasismo afferma i valori della comunità, dei mondi a parte e del pluralismo antropologico2. È il valore comunitario che spiega la confluenza di estrema sinistra ed estrema destra nel sostegno ai filo-russi d’Ucraina. Solo che, almeno in una visione “ortodossa”, per l’estrema sinistra la comunità è una costruzione “razionale”, per l’estrema destra, invece, un prodotto della “tradizione”. Al momento, queste particolarità ideologiche sono sospese, e nessuno può dire se un domani riprenderanno il sopravvento, o avverrà una fusione permanente. Contro questa fusione, milita intanto l’estrema destra che sostiene, anche sul campo, i nazionalisti filo-occidentali di Kiev. Qui può la “razionalità” sedimentata dal ricordo storico dei nazisti che, alleati di Hitler, combatterono contro i “bolscevichi”, nella seconda guerra mondiale, cui fa da contrappeso l’accusa di Putin a quelli di Kiev di essere dei “nazisti”. Ma tornando al contrasto tra eurasismo ed americanismo, non sono solo i contenuti ideologici a differenziare i due movimenti. Essi si differenziano anche per il loro rapporto con l’egemonia. L’eurasismo, l’abbiamo detto, rivendica il consenso spontaneo dei popoli in cui risiede lo spirito eurasiatico, ma non pretende di essere il vertice dello sviluppo dello spirito umano. Al contrario, esso proclama la coesistenza tra le varie culture umane3, e questo la dice lunga su certa disinformazione nostrana, che vuole la Russia protesa a ricostruire l’impero zarista o sovietico, dimenticando che questi imperi non furono mai un sistema coloniale mondiale, come quello, ad esempio, britannico, ma una fortezza circoscritta ad un territorio contiguo, per quanto immenso fosse. L’eurasimo, insomma, si batte per il mantenimento di un “mondo a parte”, e in generale dei “mondi a parte”, ed ecco perché suscita simpatia in coloro che vedono la “globalizzazione” come un pericolo, laddove “globalizzazione” è sinonimo di americanismo. Come dicevamo, per l’eurasismo, l’Ucraina è una grossa difficoltà, in parte però ricompensata dalla spontanea adesione alla Russia, il centro eurasiatico slavo, della Crimea e delle regioni orientali della stessa Ucraina, e non è un falso dire “spontanea” perché è inverosimile che Putin, per quanto rotto ai “metodi” sovietici, abbia manipolato l’80% della popolazione di quei territori, al momento del referendum4. Gli eurasisti possono ben dire, perciò, che la ribellione di Kiev, avvenuta sovvertendo con manifestazioni di piazza un governo democraticamente eletto, come non si può non riconoscere, è dovuta alla sobillazione dell’americanismo e dei suoi organi politici e militari, la Nato in testa, ma anche l’Unione europea, percepita come un’appendice mercantilistica dell’americanismo. Qui si può notare l’altra differenza che dicevamo circa il rapporto con l’egemonia. L’americanismo, infatti, pretende di essere norma universale e si arma per imporla, sia metaforicamente, con la forza dell’economia e del consumo, sia militarmente, occupando e intervenendo in nome della guerra giusta, della difesa dei diritti umani, della lotta al terrorismo. È vero che in Ucraina non è ancora intervenuto militarmente, ma la minaccia di costruire basi Nato, per quanto su “pressante” richiesta di forze “interne”, è un drappo rosso agitato davanti agli occhi di Putin, un mezzo per costringerlo ad una logica da guerra fredda, e far scadere l’eurasismo ad orpello ideologico delle sue mire geopolitiche. Ma tornando alle differenze tra le due ideologie, possiamo riassumere dicendo che l’eurasismo si fonda sull’egemonia in atto, l’egemonia assicurata dai legami comunitari tradizionali. L’americanismo, invece, si fonda sulla nuova egemonia, sull’egemonia che deve essere costruita, e che impone ai popoli riforme e trasformazioni. Questo carattere tecnicamente “rivoluzionario” dell’americanismo fu visto da Gramsci, che lo giudicò come l’espressione più genuina della vita moderna, a differenza del bolscevismo staliniano che ai suoi occhi era rozzo e primitivo5. Certo, sorprende che egli non dedicò alcuna attenzione all’eurasismo. Difficile credere che si trattò solo di misconoscenza. Fra i suoi teorici c’era un linguista come Trubetskoj, anche se all’epoca non era così conosciuto come lo divenne dopo, e ciò avrebbe potuto attirare la sua attenzione, nei suoi contatti con la cultura russa (ma se è per questo, non pare che egli sia stato attratto dal formalismo russo). Forse c’è una ragione profonda, e cioè che l’americanismo con la sua apertura universale gli offriva un modello di ciò che egli pensava dovesse essere un movimento rivoluzionario in Occidente. Il proletariato doveva promuovere l’uomo nuovo, il Leonardo da Vinci di massa, e questo poteva accadere impadronendosi della grammatica dell’americanismo, con la sua attenzione per gli aspetti tecnici della produzione e per la standardizzazione del lavoro e della vita quotidiana. Questo forse fu anche un limite della riflessione di Gramsci, perché egli non vide che impadronirsi di tale grammatica, autoimporsi la sua norma nel “corpo”, non avrebbe liberato automaticamente il “cervello” dei subalterni, come egli si esprimeva6. In altre parole, non avrebbe loro assicurato automaticamente l’egemonia sulla società moderna, senza contemporaneamente affrontare il problema marxiano dell’alienazione. L’accento sul legame comunitario “tradizionale” proprio dell’eurasismo forse avrebbe potuto suggerirgli una sintesi, per cui la nuova egemonia non avrebbe dovuto essere solo l’impossessamento da parte dei subalterni della tecnica produttiva, economica linguistica o culturale che fosse, ma nel suo universalismo avrebbe dovuto rendere l’individuo a se stesso, disalienarlo, reintegrarlo nella comunità, che certamente non avrebbe più dovuto essere la comunità particolaristica delle singole tradizioni culturali, ma la comunità sorta dalla loro convergenza e fusione attorno al valore universale della relazione tra soggetto e oggetto, resa al suo libero movimento, quel movimento che, ancora da redattore dell’Ordine Nuovo, lo induceva a tradurre il panta rei eracliteo come “Tutto si muove!”7. E, forse, questa questione così apparentemente “metafisica”, è oggi la questione che nella polvere e nel sangue della guerra ucraina, dobbiamo ancora affrontare.

  1. N. Trubetskoj, Il nazionalismo paneurasiatico, «Eurasia», 1/2004, pp. 25-37; A. Dugin, L’idea eurasiatista, ivi, pp. 7-23; A. Dugin, La visione eurasiatistica, «Eurasia», 1/2005, pp. 7-24. []
  2. A. Dugin, L’idea eurasiatista, cit., e A. Dugin, La visione eurasiatistica, cit. []
  3. Cfr. sempre gli articoli di Dugin prima citati. []
  4. A posteriori, in un articolo gonfio di pregiudizi, si riconosce che «del resto, paradossalmente, Mosca avrebbe presumibilmente vinto un referendum crimeano affidato alle Nazioni Unite o all’Osce senza dover ricorrere a forze mascherate e incorrere nella generale riprovazione e nelle sanzioni economiche, tecnologiche e soprattutto finanziarie», laddove non si capisce dove stia il “paradosso”, se non nella preconcetta ostilità dell’articolista (F. Salleo, Lo strabismo di Putin, “la Repubblica”, 12.9.2014, p. 31). []
  5. Su questo punto, v. il recente libro di Angelo Rossi, Gramsci in carcere. L’itinerario dei Quaderni, Napoli, Guida, 2014, che discuteremo prossimamente. []
  6. V. nell’edizione critica di V. Gerratana (Torino, Einaudi, 1975, voll. 4) il Q. 22, § 12, pp. 2170-2171. []
  7. A. Gramsci, Lettere 1908-1926, Torino, Einaudi, 1992, p. 90, lettera al militante socialista Leo Galeno del febbraio 1918. []