Genocidio, terrorismo, Nobel per la pace e altri merletti

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Il sempre verde Raniero La Valle sostiene sul Fatto Quotidiano del 9 ottobre 2025 che Netanyahu è stato sconfitto perché il genocidio del popolo palestinese non è avvenuto, fermato in corso d’opera dalla mobilitazione mondiale e dal piano di pace imposto da Trump. Non so se l’esperta Francesca Albanese consente che un non esperto come il sottoscritto possa prendere la parola sull’argomento, ma quanto sostiene trionfalmente La Valle mostra quanto sia mal posta la discussione sul genocidio che sarebbe stato perpetrato a Gaza e, sol che si abbia a cuore la realtà per quella che è, impone di rivedere la controversa definizione di questo crimine politico.

La Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio adottata dalle Nazioni Unite il 9 dicembre 1948 definisce il genocidio in base a cinque caratteristiche:

1) uccisione di membri del gruppo;

2) lesioni gravi all’integrità fisica o mentale di membri del gruppo;

3) il fatto di sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di vita intese a provocare la sua distruzione fisica, totale o parziale;

4) misure miranti a impedire nascite all’interno del gruppo;

5) trasferimento forzato di fanciulli da un gruppo a un altro.

Stando a questa definizione, lo Stato israeliano stava sicuramente perpetrando un genocidio. Se si guarda però ai genocidi sui quali esiste un ampio consenso internazionale, si vede che sono i seguenti:

– l’Olocausto

– il genocidio cambogiano

– i massacri etnici avvenuti durante le guerre jugoslave, in particolare quello di Srebrenica

– il genocidio del Ruanda.

A questi si può aggiungere il genocidio armeno perpetrato tra il 1915 e il 1916 dai Giovani Turchi di Atatürk.

Ora, se si fa attenzione a questo secondo elenco, in particolare all’Olocausto, si vede che la loro caratteristica è di essere certamente un’aggressione armata contro una popolazione inerme, condotta però in maniera segreta o comunque mascherata nelle proprie finalità annientatrici, in modo da rendere impossibile o comunque estremamente difficile non solo una simmetrica difesa armata ma anche una mobilitazione esterna a sostegno della popolazione aggredita. L’Olocausto in questo senso è paradigmatico, e tutti gli altri gli si avvicinano ma non lo equivalgono.

Se torniamo alla Palestina, l’esercito israeliano ha orribilmente aggredito i palestinesi di Gaza, e Israele nel suo complesso esercita su tutta la Palestina un dominio sterminatore, ma i palestinesi, a loro gloria e con immenso eroismo, rispondono attivamente come possono, missili, armi proprie e improprie, ma soprattutto con le loro vite, e non solo di pochi eletti ma dell’intera popolazione. In Palestina dunque c’è in atto un conflitto tra due forze diseguali, in cui quella preponderante attua degli stermini che a lungo andare ridurranno i palestinesi allo stato degli Indiani d’America, e quella più debole oppone una resistenza accanita che si serve non solo delle poche armi a disposizione ma anche della politica, dalle trattative diplomatiche al sostegno internazionale.

Tutta la discussione sul genocidio a Gaza è dunque mal posta e, a ben guardare, sminuisce la straordinaria abilità politica dei palestinesi, sia dei dirigenti che dell’intero popolo. I palestinesi di Gaza e in generale i palestinesi non sono vittime ma combattenti. Se poi l’Occidente ha bisogno delle vittime per mobilitarsi, ciò attiene al suo pietoso stato mentale regredito a un bolso sentimentalismo e a un giuridicismo isterico.

Naturalmente, dire che Israele non commette un genocidio ma che cerca di piegare una forza che le resiste strenuamente, significa che il 7 ottobre, per quanto cruento e feroce nelle sue forme, è stato un atto non di terrorismo ma di resistenza. E che un bambino palestinese di quattordici anni già spari, ammesso che sia vero, non assolve gli israeliani dalla loro politica criminale. Se essi non esercitassero il loro illegittimo dominio sterminatore sulla popolazione palestinese, i bambini palestinesi sarebbero ben contenti di giocare alla playstation.

Ha ragione dunque l’ottimo, sempiterno La Valle a dire che è qualunquistico rifiutarsi di dare un nome alle cose, ma è evidente da quanto sin qui detto che genocidio e terrorismo non sono nomi che servono a indicare cose ma solo etichette adatte a rinfocolare le spente passioni di un Occidente senza bussola.

Un’ennesima prova di questo scombussolamento è questa del Nobel per la pace 2025 assegnato a María Corina Machado, venezuelana nota per le sue iniziative in combutta con potenze straniere volte a rovesciare il legittimo governo del suo paese. I soloni svedesi hanno così voluto dirci che essi apprezzano gli attacchi di Trump al Venezuela mascherati da guerra al narcotraffico con cui il Venezuela non ha nulla a che fare, ma non gli assegnano il Nobel pancipacifico perché, con i suoi volgari dazi e con la sua nerboruta politica interna, non lo ritengono all’altezza delle loro forbite maniere “democratico-globaliste”.

E dunque possiamo concludere che il Nobel per la pace 2025 è in realtà un Nobel per la guerra. Complimenti.

Un racconto di guerra

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Mentre i figli del Gotha ucraino sgamano l’arruolamento in guerra studiando all’estero, come del resto insegna il figlio di Netanyahu che soggiorna nell’ospitale Florida lasciando che sia la bassa forza del suo paese a vedersela con gli incubi del massacro dei palestinesi poi smaltiti nelle “vacanze italiane”, mentre l’Europa pensa di tirarsi fuori dai suoi sempre più gravi problemi socioeconomici sostituendo l’austerità con il riarmo volto a provocare un agognato attacco russo che lo giustifichi a posteriori, i russi di ogni età e condizione vanno in guerra a difendere l’esistenza del proprio paese che invece una muta di cani affamati vorrebbe smembrare per impossessarsi delle sue immense ricchezze ed eliminare la sua potenza, fra i principali ostacoli ai disegni di dominio mondiale di un mondo occidentale tanto più decadente quanto più aggressivo. È quanto testimonia questo asciutto e drammatico racconto di guerra che pubblico sfidando la prevedibile accusa di far parte della “propaganda di Putin”.

 

Lo storico Yuri Kuleshov andò a combattere per la sua nativa Oblast’ di Kursk con il figlio. Il loro gruppo resistette per quasi due settimane, frenando l’avanzata nemica nei pressi di Russkoye Porečny.

Nella vita civile, Yuri è storico, medievalista, esperto di armi, esperto di armi a tempo pieno e responsabile del settore di assistenza militare presso il Museo-Riserva del Campo di Kulikovo.

La sua specializzazione è la storia militare dell’Orda d’Oro nell’Europa orientale. Ha partecipato a spedizioni e organizzato convegni accademici.

Uno dei principali progetti di Yuri è stato il convegno internazionale “Cultura militare nel contesto archeologico”, tenutosi nel 2022. Nonostante le sanzioni, studiosi provenienti da Spagna, Ungheria e altri paesi europei hanno partecipato al convegno.

I principali collaboratori e partner di Yuri sono storici ed esperti di armi turchi, che studiano le battaglie dell’XI secolo, la conquista di Costantinopoli e le battaglie tra i turchi selgiuchidi e l’Impero bizantino. Ma tutto questo è accaduto in tempo di pace.

Nella primavera del 2024, il figlio maggiore di Yuri comunicò al padre che sarebbe andato all’SVO [Operazione Militare Speciale]. La motivazione del ventiduenne era ovvia. Molti amici di Yuri erano già in zona di guerra.

Padre e figlio partirono insieme, ma in segreto, confidandosi solo con il nonno e il figlio più giovane di Yuri Kuleshov. Informarono la moglie, la madre e altri parenti della spedizione. In realtà, andarono in Cecenia: prima a Grozny, dove si unirono all’unità Akhmat.

L’addestramento in Cecenia durò solo un mese, ma fu molto intenso. Il figlio di Yuri era un atleta, un sollevatore di pesi e fisicamente ben preparato. Assimilò rapidamente tutto ciò che gli insegnavano.

Dopo l’addestramento, padre e figlio si ritrovarono nella regione di Kharkiv, vicino a Vovchansk. Non appena le Forze Armate ucraine iniziarono l’offensiva nella regione di Kursk, il gruppo Kuleshov fu trasferito in quella direzione.

Nella notte tra l’8 e il 9 agosto, un’unità composta da padre e figlio fu localizzata a otto chilometri da Sudža, nel villaggio di Cherkasskoye Porechnoye. Dovevano attraversare il fiume Sudža per raggiungere l’altra sponda, controllata dalle Forze Armate ucraine. Diversi gruppi di Akhmat attraversarono il fiume Sudža. L’obiettivo era localizzare e distruggere l’equipaggiamento nemico.

«Abbiamo trascorso le prime 24 ore a identificare le posizioni e i percorsi dei veicoli, poi abbiamo iniziato a lavorare. Le nostre prede includevano due veicoli blindati Hummer, due veicoli blindati Kazaki e un pick-up Nissan con a bordo delle truppe. Il gruppo, che comprendeva Yuri e suo figlio, trascorse tre notti e quattro giorni. Dopo aver completato le nostre manovre, le Forze Armate ucraine iniziarono a setacciare il villaggio, cercando di scoprire dove fossimo. Avevano sede nella scuola e nel centro comunitario del villaggio. Il quarto giorno, finalmente riuscirono a localizzarci. Il nostro gruppo perse lì sei soldati e ne trasportammo cinque gravemente feriti».

 

«Ho chiuso gli occhi del bambino e mi sono diretto verso le nostre posizioni»

Il gruppo si divise. Alcuni combattenti furono uccisi durante la ritirata, il comandante fu ferito e Yuri assunse il comando. Il gruppo emerse dal fienile in fiamme; tutto il resto fu distrutto da mine e droni.

Quando il gruppo di Yuri si avvicinò al ponte sul Sudzha, divenne chiaro che le unità a guardia avevano abbandonato le loro posizioni e solo tre soldati di Akhmat lo difendevano. I feriti furono evacuati e il resto del gruppo rimase a combattere per il ponte. La battaglia infuriò per tre giorni e le truppe ucraine non riuscirono ad attraversare il fiume.

L’avanzata nemica continuò: le posizioni furono bombardate con carri armati e altre armi. A un certo punto, si decise di inviare un gruppo al ponte per osservare il nemico; Yuri e suo figlio si offrirono volontari.

Si rivelò impossibile ottenere lì un punto d’appoggio: l’intera strada fu distrutta da un incendio durante la notte. Il gruppo entrò in una delle case, ma la posizione si rivelò insostenibile: le finestre erano sigillate con materiale isolante, impedendo ai soldati di osservare l’area circostante – le Forze Armate Ucraine avrebbero potuto avvicinarsi inosservate.

E lo fecero.

Yuri sentì lo scricchiolio dell’ardesia sotto i piedi di qualcuno che si avvicinava. Ne seguì una colluttazione e Kuleshov rimase ferito.

«Hanno circondato la casa su tre lati e ho deciso di chiamare via radio un gruppo di supporto, altrimenti saremmo morti lì. Il gruppo di evacuazione arrivò e li colpì alle spalle – loro abbandonarono i loro e fuggirono».

Il gruppo non poté fuggire allo stesso modo: tutto era in bella vista. Mentre i soldati medicavano i feriti, un drone atterrò, distruggendo una stanza. Ne seguì un secondo. Il gruppo di Yuri tentò di evadere e si ritrovò sotto il fuoco dei mortai.

Dopo uno dei lanci, il figlio di Yuri rimase ferito: si ruppe un braccio e una scheggia gli finì nella gamba. Durante l’esplosione successiva, anche Yuri fu ferito, al ginocchio e all’inguine. Gli uomini riuscirono a nascondersi tra le macerie della casa.

Quella notte, i Kuleshov feriti si resero conto di non avere altro posto dove nascondersi. Cercando di sfuggire ai droni, Yuri si rifugiò in un angolo del cortile e suo figlio dietro un’autocisterna.

Poi i droni ripresero a volare: avevano individuato gli uomini e iniziarono nuovi attacchi. Il giovane Kuleshov aveva le gambe rotte, ma assicurò al padre di stare bene. Yuri perse conoscenza diverse volte e, quando si svegliò la mattina, vide che suo figlio non respirava.

«Ho perso di nuovo i sensi, poi ho ripreso i sensi. Ho guardato l’orologio: erano le cinque e mezza. Mi sono appoggiato alla mitragliatrice, mi sono alzato, ho chiuso gli occhi di mio figlio e mi sono diretto verso le nostre posizioni».

Yuri, gravemente ferito, dovette percorrere a piedi 15 chilometri per raggiungere l’ospedale. Si nascose dai droni tra i cespugli di ribes e in una zona boschiva. Lì, due dei suoi soldati di Akhmat lo trovarono: lo fasciarono e gli diedero del tè. Ma dovettero andarsene: le Forze Armate ucraine avevano iniziato un attacco.

Un altro compagno fu chiamato da una postazione lontana, che aiutò Yuri a camminare. Gli uomini si riconobbero: erano sullo stesso volo da Mosca a Grozny.

Raggiunsero il punto di evacuazione, ma non c’erano mezzi di trasporto, quindi dovettero proseguire. Si diressero verso una stazione di soccorso medico permanente gestita dal Ministero della Difesa.

«Ma anche lì dissero che l’equipaggiamento era bruciato e che i rinforzi non sarebbero arrivati: era troppo pericoloso andarci. Ci riposammo per un’ora e poi proseguimmo verso il villaggio più vicino, attraverso una zona boscosa, perché muoversi in campo aperto era impossibile a causa dei droni nemici».

Solo verso sera, grazie all’aiuto dei soldati incontrati, Yuri finì all’ospedale di Soldatskoye, da dove fu trasferito a Kursk. Lì, nel centro regionale, ricevette finalmente cure mediche complete.

Yuri trascorse tre giorni in ospedale, poi fu trasferito a Mosca.

Il figlio di Yuri morì. Lui crede che tutto sia destino, e questo è il suo destino: lasciare la vita nella sua terra natale. Tutte le lacrime sono state versate, ma il ricordo di suo figlio rimane per sempre.

“Sinodik” https://t.me/AptiAlaudinovAKMAT/14309

fonte: https://colonelcassad-livejournal-com.translate.goog/10077883.html?_x_tr_sl=auto&_x_tr_tl=it&_x_tr_hl=it&_x_tr_hist=true

Sull’insegnamnto “scolastico” della filosofia

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Nell’anticipazione, pubblicata dal Domenicale del Sole 24 Ore del 7 settembre scorso, della sua conferenza al Festival della Filosofia di Carpi e Sassuolo in programma tra il 19 e il 21 settembre prossimi, Catherine König-Pralong si rifà a Pierre Bourdieu che, nei suoi scritti, attacca l’“illusione scolastica” che caratterizzerebbe l’insegnamento della filosofia nella scuola e all’Università, ancora succube della tradizione medioevale che addestrava gli studenti a praticare esercizi logici di argomentazione, in un distacco inconsapevole rispetto al significato sociale di questa pratica.

A parziale confutazione di questa tesi, la relatrice sostiene che a partire dagli anni Novanta, la filosofia, sempre più praticata fuori dalle Università europee e americane, come accade in Africa, ha iniziato a calarsi nella realtà sociale mettendo in contatto le diverse tradizioni linguistiche, al fine di produrre un effetto di spaesamento con cui far venire alla luce il suo modo di produzione e i suoi effetti politici.

Entrambe le tesi sono sghembe e distorcono le questioni in gioco. Anzitutto, come ricorda la stessa relatrice, Bourdieu non può fare a meno di osservare che il distacco che lui denuncia, risponde all’esigenza di sottrarsi ai vincoli e agli scopi pratici della necessità economica. La “scuola”, cioè etimologicamente il punto di vista disinteressato del tempo libero, è dunque la premessa indispensabile della riflessione filosofica. Ma il momento “scolastico” non necessariamente deve reificarsi nell’istituzione. Esso può essere parallelo e addirittura imbricato con l’azione. Marx non dice di non più interpretare il mondo, ma solo che è giunto il momento di trasformarlo. Non viene dunque abolita l’interpretazione ma non viene nemmeno esaltata l’azione per l’azione, cosa che invece ha sempre fatto un certo pensiero di destra che, da un lato, acceca la riflessione, dall’altro, usa la scuola e la filosofia ridotta a “scolastica” per fini autoritari.

Quanto alle disputationes medioevali, la loro artificiosità era in parte un effetto oggettivo della pervasività della realtà con cui la filosofia doveva confrontarsi. Se nel Medioevo la realtà pervasiva era la religione, oggi è il capitalismo contro cui però appare spuntata l’arma interculturale. Non basta tradurre le differenti tradizioni se non si contesta la loro base comune. Certo, la tradizione africana non è immediatamente capitalistica e fra di essa e la tradizione occidentale si frappone il colonialismo. Ma la tradizione africana non è di per sé nemmeno anticapitalistica. È solamente precapitalistica e bisognerebbe vedere quanto in essa, se lasciata libera di svilupparsi, avrebbe condotto verso esiti simili al capitalismo occidentale. La riflessione interculturale ben venga se serve ad arricchire di domande il pensiero storico-genetico. Altrimenti è solo un gioco elegante, buono per i trasferimenti dei professori dalle Università dei paesi colonizzati a quelle dei paesi colonizzatori.

Tornando alla tradizione medioevale delle disputationes, se la si riprende non per praticare esercizi formali di argomentazione  ma per indurre a riflettere sulle contraddizioni in cui si è implicati, non si realizza una integrazione logica di individui socialmente programmati, come sosteneva Bourdieu scagliandosi contro l’insegnamento filosofico scolastico, ma al contrario si offrono gli strumenti interpretativi per contestare una tale integrazione. Nel confronto con una realtà che in un certo momento storico si presenta massicciamente “totale”, è più efficace agire all’interno dell’istituzione che attaccarla frontalmente dall’esterno. Quest’azione certamente da sola non basta, ma ciò esula dal problema dell’insegnamento della filosofia e può semmai servire a porre la questione di una strategia rivoluzionaria complessiva che combini l’azione dentro e fuori le diverse istituzioni. Insomma, nient’altro che una ripresa delle buone pratiche leniniste, che però comportano un centro unico organizzatore purtroppo attualmente non alle viste.

Intervista

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Professore, come sta?

 «Bene».

Incontriamo il professor Aqueci in un pomeriggio di fine estate nella località, il cui nome ci chiede di mantenere riservato, dove da molti anni trascorre il periodo estivo. Autore di numerosi libri e di articoli apparsi in riviste italiane e straniere, ha legato il suo nome al varo di un’area di ricerca da lui denominata “semioetica”, in cui mette in connessione temi etici e linguistici in una prospettiva “dialettica”. Qui ripercorriamo con lui alcuni passaggi della sua vita di docente e di studioso in cui è maturata questa connessione che egli vede fecondata da una permanente tensione politica.

 Sappiamo che è in pensione.

 «Sì, da quasi un anno».

 Da professore, speriamo, e non da studioso.

 «Da professore, certo. È finito un impegno durato trent’anni».

E che sensazione ha provato?

 «Mah, c’è chi parla di morte civile, chi di piccola fine. A pensarci bene, per me è stata una liberazione».

E chi la teneva prigioniero?

«Le dico solo questo, da anni ormai l’“impegno” era diventato “carico”. Il “carico didattico”».

Pesava, eh?

«Pesava il “carico” e pesavano i “prodotti”, altro termine caratteristico con cui venivano indicati i libri, gli articoli, i saggi che ci capitava di scrivere e che dovevamo rendicontare per misurare la nostra produttività».

“Prodotti”?

«Sì, i “prodotti della ricerca”. Non la voglio annoiare, ma burocrazia informatizzata e aziendalismo accademico sono state negli ultimi quindici, vent’anni, le grate dietro cui è stata imprigionata l’Università. Se a ciò si aggiungono gli antichi costumi, che sempre piace indossare, del baronaggio e del nepotismo, il quadro è completo.

Capisco la “liberazione”. Ma prima com’era l’Università?

«Un posto dove ci si divertiva moltissimo a studiare. E non sui libri, ma discutendo. Di tutto. E soprattutto di politica, senza la quale c’è solo erudizione».

Lei ha iniziato all’estero.

 «Sì, dopo la laurea sono andato in Svizzera con una borsa di scambio, lo strumento con cui a quell’epoca si partiva a studiare nei vari paesi europei. La struttura che mi ospitava era il Centre de recherches sémiologiques diretto da Jean-Blaise Grize, fra i più stretti collaboratori di Piaget. A quel tempo, la semiologia era la reginetta delle discipline. Ma la semiologia di Grize era un po’ speciale. Sotto quell’etichetta, lui portava avanti la sua “logica naturale”, una “dialettica” sui generis su cui ho scritto un articolo che gli piacque molto».

Quanto è rimasto al Centre?

«In veste varia, borsista, ricercatore, dottorando, circa dieci anni, sino a quando non ho preso il dottorato, che in Italia cominciava appena ad esistere. Ma ho rischiato varie volte di dovermene tornare prima».

In che senso, scusi?

«Beh, una sera, con dei colleghi svizzerotti con cui avevo fatto amicizia, abbiamo cominciato a tirare sassi contro i vetri della Facoltà per vedere chi aveva la mira più precisa. I vicini hanno chiamato la polizia che però è stata molto comprensiva, soprattutto con me che avevo un permesso B, quello provvisorio che ti ritirano subito se non ti comporti bene. Il poliziotto ci ha detto solo che, se avevamo tanta voglia di tirare sassi, che li andassimo a tirare al lago lì vicino».

Ma professore… E che altro combinava?

«Eh, c’erano gli scherzi telefonici. Nelle stanze, avevamo due linee telefoniche indipendenti. Allora, una volta, sempre con i colleghi svizzerotti, m’è venuto di comporre due numeri e metterli in contatto rovesciando le cornette. La cosa ha funzionato e, nelle settimane successive, abbiamo affinato il modulo su vari disgraziati, sino a quando non abbiamo pensato di mettere in contatto il preside con il rettore che si odiavano a morte. Hanno passato tutto il tempo a farsi i salamelecchi e a interrogarsi su come poteva essere successo che si parlassero senza che nessuno dei due avesse chiamato l’altro. Siamo andati avanti per parecchio. Ricordo, in particolare, un povero prete mandato bruscamente a quel paese dal suo involontario interlocutore, nonostante giurasse di essere stato interrotto dalla sua telefonata mentre recitava le orazioni. Ma un’anziana signora, che avevamo preso di mira, ci ha fatto passare la voglia quando ha sussurrato che aveva chiesto alla polizia di mettere sotto controllo il suo telefono. Probabilmente ci ha preso in giro, ma è bastato perché smettessimo».

C’è altro, professore?

«Sì, ma non ve lo dico. Non è scattata ancora la prescrizione».

Addirittura?

«Scherzo, naturalmente».

Non ha mai pensato di restare in quel paese di bengodi dove si divertiva così tanto?

«Guardi, nella cittadina in cui mi trovavo, vedevo circolare tutto solo, in utilitaria, il ministro degli esteri della Confederazione, che era di quelle parti. Ecco, io mi immaginavo che fosse possibile instaurare quella semplicità a Roma».

Ma, professore, a Roma c’è il papa…

«Certo. E a Milano c’era la “Milano da bere” …»

Beh, ora c’è il “bosco verticale” …

«Appunto, sempre lì siamo…»

Insomma, se n’è pentito o no di essere rientrato in Italia?

«Onestamente, no. Personalmente, non mi è andata male, anche se ho perso un sacco di tempo ad aspettare le “priorità”».

Che cosa sono le “priorità”?

«All’epoca, i “capi” facevano circolare le liste con le “priorità”, fissate con criteri più o meno arbitrari, di chi doveva andare a occupare per primo i rari posti disponibili. E ci si doveva acconciare a perdere concorsi che si potevano vincere, e se non si partecipava a quegli inutili rodei, qualcuno in agrodolce ti rimproverava di aver fatto sfoggio di “saggia improntitudine”. Insomma, te la facevano pagare con un supplemento di “priorità”».

La sua “priorità” quando è maturata?

«Nel 1995, quando sono diventato ricercatore. Poi però ho fatto il resto abbastanza in fretta».

Cioè?

«Sì, in pochi anni, l’associazione su Semiotica e a seguire l’ordinariato su Filosofia morale. Aggiungo che, già da ricercatore, tenevo l’Etica della comunicazione, materia che la Facoltà introdusse su mia richiesta gentilmente appoggiata da chi all’epoca sovraintendeva all’area filosofica».

Ah, ecco la semioetica…

«Ma questo è l’aspetto formale. In realtà ci lavoravo da parecchio prima che la “priorità” maturasse. L’impostazione stava nel dottorato, dove per dissodare quell’arida pietraia della Sociologia di Pareto, oggetto della tesi, mi ero dovuto sobbarcare questioni dell’una e dell’altra disciplina. E così, cerca, cerca un termine per unificare quell’andirivieni, m’è venuto “semioetica”».

Della “semioetica” oggi si parla come capacità umana di ascoltare l’altro e capacità di critica responsabile, oppure anche come teoria della censura intesa come conflitto tra differenti sfere di valore, oppure ancora come riflessione sulla deontologia della semiotica e analisi critica dei fenomeni culturali.

«Non è quello che intendo io, ma il termine che ha preso a circolare – addirittura a Torino c’è un insegnamento che si chiama così – evidentemente ha colto un bisogno oggettivo di connettere le due aree partendo da diverse esigenze».

Certamente. Ma lei cosa intende, quel è la sua prospettiva?

«Io mi sono mantenuto basso e ho posto anzitutto una questione metodologica. La semioetica non è uno sviluppo della semiotica e neppure della filosofia morale, ma fuoriesce da entrambe le aree disciplinari. Di qui l’approdo alla prospettiva “dialettica”, cioè al recupero di tutte le tappe del pensiero storico-genetico che naturalmente a tutt’oggi culmina nel marxismo».

D’accordo, questa è la cornice. Ma nel quadro che ci dipinge?

«Beh, in effetti questo superamento delle restrizioni disciplinari produce un paesaggio più fluido, nel senso che il rapporto normativo, raffigurato nella sua dimensione discorsiva, diviene un oggetto nuovo che acquista un’inedita concretezza».

Ma in che senso?

«Nel senso che la semioetica guarda al rapporto normativo come qualcosa non da conservare ma da trasformare. In pratica, dice: ribellatevi!».

E il messaggio arriva?

«Sinché ho insegnato, in aula il messaggio è arrivato “forte e chiaro”, ed era divertente vedere come quel pubblico quasi sempre prevalentemente femminile, spinto a riflettere sulle contraddizioni sperimentate nella vita quotidiana, non indietreggiasse neanche davanti al tema scabroso della violenza con cui a volte si è costretti a ribellarsi».

Lei allevava delle amazzoni rivoluzionarie…

«Perché no? Del resto, il metodo era del tutto pacifico…».

Che metodo?

«Beh, dicevo sempre che la filosofia morale sotto l’egida della semioetica non è una filastrocca di teorie o un’infilata di concetti speculativi ma una pratica, una pratica discorsiva, certo, ma una pratica che dovevamo sperimentare nei nostri rapporti, dibattendo su temi su cui maggiormente ci poteva essere un conflitto».

Ma in questo metodo non c’era qualcosa dell’artificiosità delle disputationes medioevali?

«Ricordo che l’epoca delle disputationes è stato un’epoca di grandi trasformazioni, e comunque l’artificiosità sfumava quando c’era chi si alzava e abbandonava l’aula per la troppa tensione. Un fallimento, ma significativo».

Insomma, provocava il suo pubblico.

«In linguaggio accademico, direi che ci servivamo del discorso per agire collettivamente sui valori. Ma questa era la premessa. Lo svolgimento sta in quel che è rimasto di questo lavoro in quelle menti».

Lei cosa pensa che sia rimasto?

«Singolarmente molto, collettivamente poco. La contraddizione fondamentale del nostro tempo, il potere che ci schiaccia, non può essere risolta da un pugno di lezioni».

Lei però nei suoi libri non parla mai del potere in generale ma…

«Scusi se la interrompo, ma la ringrazio dell’osservazione, vedo che ha letto attentamente i miei libri. Prima ho usato genericamente la parola “potere” per sbrigarmi. È chiaro che ciò che ci opprime è il potere capitalistico. Un mio libro si intitola Capitalismo e cognizione sociale. La mia intenzione iniziale era di intitolarlo Semioetica e cognizione sociale. Ma durante il corso una studentessa fra le più attente se ne è venuta fuori dicendo: “stiamo parlando continuamente di capitalismo, e così sono andata ad approfondire questo argomento”. È lì che ho deciso di cambiare il titolo».

Cioè, professore, che cosa vuol dire? Non giriamoci intorno ma…

«Esatto. Questa realtà è così pervasiva che già il nominarla (capitalismo e non  economia di mercato) è un atto rivoluzionario».

Evito di chiederle se, oltre a nominarla, si può fare qualcos’altro. Piuttosto, adesso a cosa sta lavorando?

«I progetti sono tanti ma bisogna andare a chiudere».

Già. Come si vede, dopo la pensione?

«Immerso nella luce abbacinante dell’oscurità universale».

Professore, le arriverà una bolletta spaziale!

«Lì non si paga, è tutto a carico del comune…».

Va bene, professore, la ringraziamo del tempo che ci ha dedicato e le auguriamo una buona prosecuzione delle sue vacanze.

«Grazie a voi e a presto!».

Rivoluzione. Un aggiornamento.

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L’aggressione dell’Iran da parte di Israele invita a riflettere su cos’è la rivoluzione. Lo Stato islamico iraniano deriva non da una conquista o da creazione di frontiere da parte di potenze esterne bensì da uno svolgimento interno della sua storia, ovvero dalla Rivoluzione del 1979 in cui il popolo iraniano riversò le sue molteplici istanze economiche, sociali e culturali, via via poi subordinate alla edificazione di una forma di Stato finalizzata al perseguimento di una politica di potenza regionale alla quale il veicolo della religione islamica assicurava un’eco mondiale. Negli ultimi decenni è emerso il concetto di rivoluzione colorata per riferirsi a moti di piazza per un cambio di governo in nome di maggiore democrazia e sviluppo economico, che in realtà consentono a élite d’opposizione locali in combutta con forze politiche esterne di rovesciare governi legittimi. Il caso di scuola è quello dell’Ucraina dove la prospettiva dell’adesione alla Nato e all’UE ha consentito alle forze interne russofobe di impadronirsi del governo e alle forze esterne che le manovravano di insediarsi ai confini della Russia al fine di condizionarla e, se possibile, di disintegrarla per appropriarsi delle sue ricchezze energetiche e liquidarla in quanto potenza mondiale e centro culturale diverso rispetto alle correnti ideologiche dominanti dell’Occidente euro-americano. Il concetto di rivoluzione colorata è stato utilizzato anche per descrivere le rivoluzioni arabe del 2011, in questo modo però disconoscendo l’autentico moto popolare che le ha caratterizzate, soprattutto in Tunisia ed Egitto, cui nessuna forza interna è riuscita però a dare voce, favorendo così il ritorno delle vecchie classi dirigenti asservite agli interessi dell’Occidente euro-americano oppure semplicemente sfociando nel caos, come in Libia, dove meglio possono prosperare quegli stessi interessi. Tornando all’Iran, il tentativo di suscitare in esso una rivoluzione colorata, strumentalizzando autentiche richieste di libertà nei costumi della vita quotidiana di ampi strati della popolazione iraniana, è sempre fallito e questo spiega il passaggio all’aggressione diretta da parte di Israele, con lo scopo di decapitare dopo Hezbollah e Hamas anche l’Iran che li sosteneva. Se la Rivoluzione iraniana del 1979 si è ingolfata in una politica di potenza regionale, ci si deve interrogare sulla natura della potenza che le si oppone. Israele non è uno Stato nato da una rivoluzione. Esso origina dal fantasma culturale della terra promessa che ha trovato un veicolo in un particolare nazionalismo europeo, il sionismo. Insediatosi privatisticamente in un territorio da secoli retto da laschi governi imperiali, nel corso dei decenni tale nazionalismo vi ha eretto uno Stato di potenza, dotato addirittura dell’arma atomica, con modalità sempre più razzistiche e coloniali che negli ultimi tempi hanno assunto la caratteristica della sostituzione etnica, sia con l’occupazione di ogni possibile territorio da parte dei coloni israeliani sia con lo sterminio di donne e bambini palestinesi. Da ultimo, in combutta con l’Occidente euro-americano, nel cui sistema di dominio mondiale Israele svolge un ruolo essenziale, ci si è spinti a immaginare la deportazione dell’intera popolazione gazawa, ma quanto sin qui riportato basta a dimostrare come la legittimità dello Stato di Israele è paradossalmente minore di quella dello Stato iraniano, anche se la sua forma è democratica rispetto a quella dispotica dell’Iran. Da ciò non deve derivare il venir meno della possibilità che Israele risieda in quelle terre. La storia vive di mille percorsi e di altrettanti fatti compiuti. I palestinesi, ma in generale i popoli del Medio Oriente che non accettano il predominio di Israele, dovrebbero interrogarsi sul fallimento dei loro tentativi di emancipazione, non tutti riconducibili alla disparità delle forze in campo. L’Iran, ad esempio, dovrebbe interrogarsi sui caratteri della sua rivoluzione e capire perché essa, dopo avere liquidato le forze laiche e di classe, alla fine ha finito per fondarsi su un principio teologico. Purtroppo, per quanto se ne sa, non si vedono all’orizzonte nuove forze politiche portatrici di una visione critica su questo punto e quelle esistenti o dipendono da valori esterofili o sono legate alle minoranze interessate ad affrancarsi dallo Stato centrale. In Medio Oriente la critica del principio teologico investe non solo i limiti dei moti di emancipazione popolare ma anche la stabilità delle borghesie arabe del petrolio nonché la stessa Israele dove l’integralismo religioso è parte integrante del governo e forse ormai forza culturale egemone nella società israeliana. Si accennava prima al legame di Israele con l’Occidente euro-americano, di cui Israele è non solo il guardiano in un’area energetica cruciale ma anche l’indispensabile collaboratore di punta in campi decisivi della ricerca scientifica, della tecnologia militare e dello spionaggio. In quest’ultimo campo, si registra ormai una saldatura tra i “metodi” del Mossad e quelli dei servizi segreti ucraini. Il vero avversario dei popoli mediorientali è dunque Israele nella misura in cui esso si collega all’Occidente euro-americano e in particolare agli Stati Uniti, lo Stato che, sin da quando con la guerra civile di metà secolo XIX la nazione americana divenne la nazione yankee, ha fatto della potenza il suo dio al quale votare tutte le proprie risorse materiali e spirituali. Oggi si intravedono le avvisaglie di una nuova guerra civile che potrebbe avere il segno opposto. Ma il processo sarà lungo e dall’esito incerto. Quando questo tempio dell’imperialismo mondiale crollerà, il moto rivoluzionario potrà riprendere il suo corso verso un mondo in cui i rapporti di reciprocità prevarranno su quelli di asservimento e di dominio. In questa luce, la lotta dei popoli mediorientali, pur così contraddittoria e disperata, non sarà stata vana.