La sinistra, l’Europa, lo Stato

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Nello scontro tra sovranismo ed europeismo, che dovrebbe toccare l’apice nelle elezioni del nuovo Parlamento europeo, la primavera prossima, cominciano ad emergere i suoi campioni, nelle persone del francese Macron e dell’italiano Salvini, e le tematiche, ovvero l’immigrazione e le connesse politiche fiscali e di bilancio, se è vero, come è stato chiarito, che «è la cecità fiscale e non la negazione della dignità umana che determina lo scontro intraeuropeo sull’immigrazione»1. Protagonisti e spettatori più o meno interessati convengono sul fatto che questo scontro archivia definitivamente la contrapposizione tra destra e sinistra. Il che è una constatazione sbilenca, poiché la destra non solo non è scomparsa, ma occupa tutto il campo, travestita come il lupo di Cappuccetto Rosso con la cuffietta tutta trine e merletti del sovranismo e con la gran bocca vorace dell’europeismo. In realtà, quel che è accaduto è che la sinistra, divorata dall’estremismo parolaio e dall’opportunismo riformista, è confluita sostanzialmente nell’europeismo, il che ha avuto come effetto che la lotta di classe, più viva e vegeta che mai, si è venuta svolgendo tutta nel campo della destra in forme grottesche e deformi. L’europeismo infatti è l’articolazione europea di quel capitalismo internazionale in cui, negli ultimi vent’anni, sono esponezialmente aumentate le concentrazioni monopolistiche e le transustaziazioni finanziarie, attraverso le quali la quota di ricchezza attribuita al lavoro è diminuita come forse non si vedeva dai tempi antecedenti la Prima guerra mondiale2. Le sperequazioni derivanti da questa ininterrotta e vittoriosa lotta di classe hanno trovato espressione in movimenti come, appunto, il sovranismo, ma anche il cosiddetto populismo, in cui, abbandonati a se stessi, si riconoscono operai, lavoratori, pensionati, ma anche il minuto capitale della piccola e media impresa, ancora legata ai processi industriali. Emblema di questa deforme lotta di classe è diventato il nuovo governo italiano, dove contro il grande capitale europeistico si sono alleati il sovranismo leghista e il populismo pentastelluto, i quali però, nel mentre che muovono contro il nemico comune, conducono una parallela lotta intestina, per decidere chi dovrà prendersi la maggior quota di ciò che sperano di lucrare nello scontro con il grande capitale finanziario e monopolistico. Bisognerà vedere infatti se passa l’accoppiata reddito di cittadinanza-pensioni d’oro, oppure flat tax-riforma Fornero, e decidere se dovrà vincere il corporativismo del Nord o l’assistenzialismo del Sud. Cosa deve fare allora la sinistra, una sinistra intenzionata a guarire dai cronici mali dell’opportunismo e dell’estremismo, per smascherare questa stucchevole commedia in cui al lavoro viene assegnato il ruolo del servo sciocco? In primo luogo, deve tornare a fissare il netto discrimine dell’anticapitalismo, sia esso grande o piccolo capitale. Ciò, ovviamente, non per alimentare la tendenza estremistica, ma al contrario per chiarire bene le basi su cui impostare discorsi ed alleanze. Così, la piccola e media impresa non deve diventare la divinità di un nuovo culto, come hanno fatto i pentastelluti, ma la forma momentanea di un rapporto di produzione con cui necessariamente allearsi, ma di cui vanno messi in luce liberamente ed ogni qual volta se ne presenti l’occasione, i limiti e la pericolosità in quanto nucleo riproduttivo di quel tessuto grande-capitalistico di cui poi essa stessa è vittima. Un po’ di dialettica, insomma, applicata alla propaganda. Una dialettica da applicare anche all’altro problema, che rischia altrimenti di trasformarsi in un vuoto dilemma, cioè se stare in Europa o no, se avere rapporti con l’europeismo o meno. Pensare di risolvere questo dilemma rispolverando la patria, equivale a fare concorrenza ad un prodotto di successo, il sovranismo, con un altro abborracciato alla meglio. E d’altra parte continuare a invocare una diversa Europa è solo una sterile scorciatoia verbale. L’Europa è questa che partecipa, recitando le belle formule della concorrenza e del libero mercato, al gran banchetto mondiale del capitalismo monopolistico-finanziario, come dimostra l’unico obiettivo che essa persegue, la stabilità monetaria che garantisce il mercantilismo dei paesi eurozona più performanti. Per fare ciò, essa ha però sviluppato delle istituzioni continentali, la BCE, la Commissione, ma anche il Parlamento. In Europa, allora, si deve stare, conducendo la lotta, come si sarebbe detto un tempo, con mezzi legali e illegali, dentro e fuori le sue istituzioni, contro e in alleanza con i movimenti che nel suo quadro si agitano, a seconda della migliore convenienza per far giungere con la maggiore nettezza possibile il proprio messaggio anticapitalistico. La finalità di questo rinnovato agire dialettico non può che essere quella che Spinelli e i suoi sodali fissarono nel loro Manifesto. A questo proposito, di recente, si è riconosciuto che «la peculiarità dell’architettura istituzionale europea è non essere retta da uno Stato, che poco si raccorda con il riferimento frequente alle idee federaliste del Gruppo di intellettuali che ha dato vita al Manifesto di Ventotene»3. Bisogna però intendersi sullo Stato. Se lo Stato è l’articolazione burocratica che garantisce nella lotta di classe l’esito vittorioso del capitale, ebbene l’UE così com’è attualmente possiede uno Stato del tutto rispondente allo scopo. Se invece per Stato si intende la macchina che spezza il dominio del capitale e favorisce l’esito vittorioso del lavoro, allora l’UE non ha evidentemente un tale Stato. Ora, i moralisti borghesi – non si saprebbe come meglio definirli, pensano ad uno Stato che riformi l’attuale Stato europeo restando sempre all’interno di una nebulosa “economia del benessere”. Un capitalismo filantropico che non si è mai visto all’opera nella storia, salvo in quei pochi decenni, tra il 1945 e il 1975, in cui l’alternativa sovietica era un pungolo ben vivo. Poiché oggi le condizioni storiche sono del tutto differenti, e il capitalismo si può addirittura permettere di deglobalizzarsi, come si vede con le rilocalizzazioni perseguite da Trump, bisogna allora ben fissare il significato del richiamo al federalismo del Manifesto di Ventotene. In quel testo, infatti, il futuro Stato federale europeo veniva concepito come una dittatura federale europea, laddove il termine decisivo è quello di dittatura, che ha un senso se collegato al contenuto anticapitalistico così evidente del Manifesto. Il termine dittatura in questo preciso significato anticapitalistico, omesso non solo nella retorica europeistica ma anche dagli odierni moralisti borghesi, gli uni e gli altri accontentandosi solo si mettere l’accento sul federalismo, come se una semplice formula istituzionale potesse da sola realizzare l’Europa unita, quel termine, dicevamo, indica quanto fosse forte in quegli anni Quaranta del secolo scorso la capacità egemonica della sinistra. Su quel termine poterono infatti convergere un leninista allievo di Gramsci come Spinelli e due borghesi antimonopolisti e progressisti come Colorni e Rossi. Quella egemonia derivava da tanti fattori, tra cui l’impressione del disastro della guerra e della distruzione europea, di cui le dinamiche del capitalismo monopolistico-finanziario erano responsabili in due riprese, nel ’14-’18 e nel ’39-’45. Oggi il capitalismo, quel sempiterno capitalismo monopolistico-finanziario che inestinguibile risorge sempre dalle sue ceneri, è responsabile di una guerra senza quartiere contro la società, di cui nega persino l’esistenza, mettendo tutto in capo ad un individuo che è tale, non come persona che si realizza nel rapporto di classe, ma se risponde ai canoni di uno sfrenato superomismo. E questa guerra continua anche quando il capitalismo deglobalizza, promettendo la rinascita dei legami sociali locali. Questa falsa promessa, infatti, serve solo a coprire il significato autentico dei dazi, che servono non a ricostruire i legami, ma ad ingrassare le oligarchie locali, pronte a sfrenarsi di nuovo nel proscenio mondiale, quando la guerra commerciale avrà decretato vincitori e vinti. C’è insomma di che alimentare un coerente discorso anticapitalistico, da condurre senza timidezza, denunciando i cortocircuiti per cui la classe operaia di Taranto, pur di salvare il salario, approva con un plebiscito un processo produttivo che continuerà a minare la salute delle proprie famiglie. E questo accade perché non bastano le opinioni personali del capocomico per sanare certe contraddizioni, anzi, la vicenda di Taranto mostra quanto sia mistificatoria la divisione del lavoro dentro il M5S, dove il guru sognatore propone soluzioni irrealizzabili, e il giovane politicante sigla accordi al ribasso. Dalla convinzione con cui la sinistra farà di nuovo propria la critica anticapitalistica, che una vicenda come quella di Taranto mostra essere l’unico discorso onesto che possa essere rivolto agli operai, discenderanno poi le nuove forme organizzative, su cui per troppo tempo, invece, si è concentrato il dibattito – le primarie, gli statuti, il partito liquido, e quant’altro, in cui hanno potuto trovare spazio azzeccagarbugli che in realtà erano solo gli agenti mascherati del peggior spirito del tempo.

  1. P. Savona, Una politeia per un’Europa diversa, più forte e più equa, PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI, DIPARTIMENTO PER LE POLITICHE COMUNITARIE, IL MINISTRO PER GLI AFFARI EUROPEI, http://www.politicheeuropee.gov.it/media/4295/per-uneuropa-piu-forte-e-piu-equa-2_versione-finale-impaginato.pdf, pp. 16-17. []
  2. D. Troilo, Un capitalismo che è negazione del libero mercato, «Corriere della sera», 30 agosto 2018, p. 29. []
  3. P. Savona, Una politeia per un’Europa diversa, più forte e più equa, cit, p. 8. []

Europa o rivoluzione?

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Secondo Alfredo D’Attorre, bisogna cogliere «il nucleo di verità che sta dietro il successo dei cosiddetti “populisti”», riconoscendo che «l’Europa reale costruita da Maastricht in poi si è rivelata distante dall’utopia di Ventotene non meno di quanto il socialismo reale lo sia stato da quello immaginato da Marx»1.

Anche i comunisti iraniani alla fine degli anni Settanta del secolo scorso volevano cogliere il «nucleo di verità» che stava dietro la rivoluzione khomeinista. Furono spazzati via, e nessuno si ricorda più di loro, mentre da quarant’anni il «nucleo di verità» degli ayatollah domina incontrastato l’Iran.

Bisogna stare attenti ai populisti, specie se sovranisti. Interloquire con loro, pensando di ammansirli con un «europeismo costituzionale», come pensa di fare ancora D’Attorre2, può rivelarsi una pericolosa illusione. Nel Manifesto di Chișinău, «Per la costruzione della Grande Europa», elaborato dai partecipanti alla Conferenza Internazionale «Dall’Atlantico al Pacifico: per un destino comune dei popoli eurasiatici», e reso pubblico nella cittadina moldava il 30 giugno 2017, si legge che la Grande Europa per la quale questi intellettuali d’ogni parte del Continente si battono, deve essere «un potere geopolitico sovrano, dotato di un’identità culturale affermata, che coltiva i propri modelli sociali e politici (basati sui principi dell’antica tradizione democratica europea e sui valori morali del cristianesimo), con proprie capacità di difesa (compreso il nucleare) e con propri accessi strategici alle energie fossili e alternative, così come alle risorse minerarie e organiche»3.

Spicca fra questi propositi il richiamo al nucleare militare, con cui corazzare la mite religione cristiana, su cui si basa l’antica tradizione democratica europea. Un bel nazionalismo grande-europeo, dunque, identitario e demotico, come spiega Aleksandr Dugin, ideologo massimo di questa impostazione, ovvero una democrazia in cui il leader trae la sua legittimità, non da procedure elettorali, ma dalla sua capacità di comprendere e interpretare la volontà del popolo, permettendogli di partecipare al suo destino. E se ancora non fosse chiaro, Dugin aggiunge che «le strutture economiche dipendono dalle particolarità storiche, culturali e climatiche». L’economia non deve avere dunque quella centralità che le assegna il materialismo storico4.

Un capo, dunque, e una comunità di destino, con tutte le classi al loro posto, così come le ha fatte la natura, e poi via al confronto multipolare con gli altri Stati-civiltà mondiali, brandendo pacifici missili nucleari a difesa degli accessi strategici alle energie fossili nonché alternative, così come alle risorse minerarie e ovviamente organiche. È con questi soavi monaci, discendenti dell’antica civiltà europea, che D’Attorre, e tutti gli odierni sostenitori del «nucleo di verità» populista e sovranista, intendono interloquire? Ad evitare brutte sorprese, forse sarebbe meglio riprendere la laica lezione di tutti coloro che, sulla scia di Marx, hanno teorizzato e praticato la scienza della lotta di classe, che risuona anche nella tutt’altro che utopica, bensì attualissima, proposta di una “dittatura federale” del Manifesto di Ventotene5. E questa ripresa sarebbe opportuna non certo per un pregiudizio ideologico, ma nella convinzione storicamente suffragata che solo il trascendimento rivoluzionario del nazionalismo grande-europeo, solo il trascendimento delle storiche divisioni di classe, solo il trascendimento del suo storico capitalismo proprietario, può rendere finalmente l’Europa quel continente di pace e di cooperazione che si vorrebbe invece edificare con i richiami a Costituzioni che restano lettera morta se non sono giorno per giorno vivificate da una lotta conseguente ed organizzata.

  1. A. D’Attorre, Sovranità non è una parola maledetta, «Italianieuropei», 3/2018. []
  2. Ibidem. []
  3. https://www.geopolitica.ru/it/article/manifesto-di-chisinau-la-costruzione-della-grande-europa []
  4. F. Aqueci, Tra Dugin e Huntington. Epistemologia dello scontro di civiltà, notizie di POLITEIA, XXXI, 119, 2015, pp. 10-23 []
  5. F. Aqueci, Semioetica, Roma, Carocci, 2017, cap. VIII. []

Immigrati

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Alla fine degli anni Venti, in un’Europa in cui aveva trionfato il fascismo e che avrebbe visto di lì a poco trionfare il nazismo, Gramsci si poneva la domanda su cosa può succedere alla “città”, se cresce non per la sua stessa forza genetica, ma per immigrazione: «potrà compiere la sua funzione dirigente o non sarà sommersa, con tutte le sue esperienze accumulate, dalla conigliera contadina?»1.

Una domanda simile ci si può porre oggi in un’Europa invecchiata, che si sente assalita dagli immigrati, dove trionfano i populismi, prima in Ungheria, poi in Austria, oggi in Italia, e chissà, domani in Germania. Una sinistra incapace del crudo realismo di Gramsci, e perciò ridotta al lumicino, fa finta di non vedere, ma fra cento anni ci sarà qualcuno in grado di leggere la poesia italiana, francese, tedesca o bulgara? In quali forme deve avvenire l’accoglienza, senza mettere in discussione la “funzione dirigente” della “città”, con tutte le sue esperienze accumulate?

Intanto, il paragone con l’Europa degli anni Trenta, che la domanda di Gramsci consente, chiarisce cos’è il populismo. È il fascismo che non pretende più di essere il tutto, ma si adatta ad essere una formula parlamentare. Il fascismo era e si proclamava irreversibile, tanto è vero che si contavano con cifre romane gli anni dell’era fascista. Il populismo è reversibile, e fa ridere chi, mettendo assieme l’accrocco di un bizzarro governo, proclama di stare facendo la storia. In realtà, basta un punto decimale nei sondaggi, e tutto il castello di carte viene giù. Questa volatilità dovrebbe essere una buona notizia per la sinistra, se non fosse appunto ridotta al lumicino.

Un punto di ripartenza potrebbe essere una riflessione seria su come ricostruire la “funzione dirigente” su cui si interrogava Gramsci. Se gli immigrati che arrivano restano una massa amorfa da buttare nella fornace del sottosuolo produttivo, questa “funzione dirigente” resta lettera morta, la “città europea” deperisce demograficamente e culturalmente, e in anche meno di cent’anni nessuno si interesserà più alla poesia italiana, francese, tedesca o bulgara. Se invece tra immigrati e nativi si stabilisce un “patto di cittadinanza”, l’Europa rinascerà non solo demograficamente, ma anche culturalmente e, come insegna la storia in cui i nativi hanno saputo salvaguardare la loro “funzione dirigente”, le liriche bulgare, ma anche francesi e di tutti gli altri popoli europei, arricchite di nuove tonalità e venature, avranno i loro appassionati lettori, il cui numero sarà pure cresciuto, poiché comprenderà immigrati che le leggerano e le comporrano con passione e perizia probabilmente maggiore dei nativi, spesso distratti o addiritura ignoranti della propria cultura.

È inutile quindi continuare ad arrovellarsi apocalitticamente con le cifre sui redditi presenti e futuri dei “sub-sahariani” confontati con quelli dei ricchi europei, e a sbirciare inquieti nelle loro culle piene a confronto di quelle vuote dei ricchi ma sterili europei2. Se i “sub-sahariani” hanno deciso che l’Europa è la loro meta, non basteranno certo delle giudiziose ma astratte politiche di aiuti «mirate rigorosamente a creare in loco lavoro per i giovani»3. È un rigore che per quei giovani non ha alcuna attrattiva. Può essere molto più attrattivo invece per loro quel “patto di cittadinanza” di cui dicevamo prima, che gli dia diritti e doveri.

Ma, ecco il punto, gli europei hanno una chiara coscienza di tali diritti e doveri? Sparare in testa ad un immigrato che fruga tra vecchie lamiere per costruirsi un tetto meno precario, dove passare le notti che intercorrono tra un giorno e l’altro di schiavitù salariale, quale coscienza di diritti e doveri rivela nei nativi? E quale coscienza di diritti e doveri rivela marginalizzare un “negro”, trasformandolo in spacciatore, stupratore ed omicida tutto da dimostrare, di una ragazza che, passando per una comunità di recupero a dir poco inaffidabile, non si sa come sia finita in quella situazione estrema, non senza prima essere stata adescata, con il rassicurante schermo della prostituzione occasionale, da un bravo nativo del luogo?

Il “patto di cittadinanza” allora non interroga solo l’immigrato, ma anzitutto il nativo. La “città europea” può esercitare la sua “funzione dirigente” se chiarisce a se stessa i diritti e i doveri che debbono valere poi per chi viene da fuori. Da questo punto di vista, più avanti sembrano i nuovi subalterni, nelle vesti di quegli immigrati che lottano a mani nude per migliorare le loro condizioni di lavoro, con un’energia e una conoscenza delle lotte passate che tanti subalterni nativi sembrano aver perduto. A dimostrazione che la “funzione dirigente” della “città europea” può essere paradossalmente meglio salvaguardata da una spontanea e rinnovata “coscienza di classe”, i cui portatori sono proprio quei nuovi subalterni che i nativi, assai poco propensi ad una riflessione sulle proprie debolezze e magagne, pretenderebbero di “dirigere”.

  1. A. Gramsci, Lettere dal carcere, Torino, Einaudi, 19734, p. 281, lettera alla moglie Julka, senza data, ma verosimilmente scritta il 3 giugno 1929 []
  2. F. Fubini, Il divario che spinge a muoversi non si colmerà neanche tra 50 anni, «Corriere della sera», 2e giugno 2018, p. 6 []
  3. Ibidem []

L’individualismo proletario e il realismo sofistico del «Fatto Quotidiano»

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«Il Fatto Quotidiano» di oggi, martedì 19 giugno 2018, pubblica l’articolo in forma di lettera, qui sotto riprodotta, di un rider che lavora per Deliveroo, il quale prega Di Maio di non distruggere la libertà assicuratagli dal suo lavoro «flessibile», con i buoni propositi del M5S di renderlo stabile, cioè permanentemente subordinato. Solo due osservazioni, prima di cedere il passo alla lettura.

Prima osservazione. L’articolo-lettera è probabilmente fasullo, ma importa poco. Esso sta nelle corde del «Fatto Quotidiano», che si compiace di immedesimarsi nella perfidia della realtà quando le intenzioni soggettive sono stucchevolmente buone, soprattutto se portate avanti da personaggi non più nelle simpatie del giornale. Una forma di realismo interessato più alla polemica contro qualcuno, che alla realtà effettiva. Oggi ne fa le spese Di Maio, che appare in grossa difficoltà nei confronti di Mangiafoco Salvini, ed è il caso quindi di cominciare a scaricarlo, lui e il M5S. Così «Il Fatto Quotidiano» può continuare ad accreditarsi come il tempio dell’imparzialità giornalistica. Esercizi di manipolazione molto sottili, ma anch’essi assai stucchevoli.

Seconda osservazione. Benché al «Fatto Quotidiano», nella sua sofistica quotidiana non gliene importi nulla della realtà capitalistica, con la sua operazioncella anti-dimaiana è costretto ad evidenziare un aspetto saliente dell’odierna mentalità operaia. C’è infatti abbastanza diffuso un individualismo proletario o, per dirla al rovescio, un mini-capitalismo della propria forza lavoro. Il salario viene accumulato dal lavoratore imprenditore di se stesso, prendendo in contropiede le molteplici occasioni di mercificazione della propria forza lavoro. Tanti pezzetti di alienazione, tante piccole subordinazioni al capitale, per un “piano di vita” che si vuole “autonomo”, ma che può essere giocato solo dentro la grande alienazione capitalistica del godimento, ovvero del consumo in tutte le sue forme, anche quelle del non consumo, com’è proprio di quegli stili di vita minimali e intellettualizzati, la cui sofisticazione è sostenibile solo se continua ad esistere la condizione della gran massa di coloro che, per quanto sempre più angariati, hanno un normale lavoro, con un capo che dà i turni, ecc. ecc. La condizione, quindi, che il rider di cui sotto, vero o finto che sia, rifiuta, disprezzando quella gran massa di subordinati, e introducendo così nella condizione subordinata il virus dell’individualismo che annichilisce la solidarietà da cui può nascere una “coscienza di classe”. Espressione che sicuramente farà sorgere un ghigno sulla faccia del nostro rider nichilista, o del redattore che l’ha inventato, a conferma che i nemici dei subalterni non stanno solo nel fronte opposto dei dominanti, ma anche tra le proprie file, ben mascherati da poveri sfruttati che il damino di San Vincenzo Luigi Di Maio vorrebbe inopinatamente trarre dalla loro felice miseria. Invano, perché siamo già oltre il M5S, ed è bene sintonizzarsi sull’orco Salvini. Ma contro quest’ultimo quali pieghe sofistiche della realtà andrà a scovare «Il Fatto Quotidiano»?

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“Caro ministro, occhio: col lavoro subordinato perderò la mia libertà”. Lettera di un fattorino a Luigi Di Maio

 Spettabile ministro, mi chiamo Piercarlo e faccio il rider per Deliveroo, le scrivo perché faccio parte di quelle migliaia di rider silenziosi che fin qui si sono limitati a guardare, mentre altri protestavano e si autoeleggevano rappresentanti di questa professione. Ho letto la bozza del suo decreto, e personalmente, credo sia sbagliata. Il nostro non è un lavoro subordinato, ma soprattutto se fosse un lavoro subordinato non potremmo avere la flessibilità di cui disponiamo oggi. Cerco di spiegarle come funziona, almeno per Deliveroo, la piattaforma per cui io lavoro. Oggi posso scegliere (con anticipo di una settimana) quando lavorare, se lavorare un’ora, zero, o 50 (previa disponibilità). Posso ridurre, a un minuto prima dell’inizio, una o più di una delle ore che ho prenotato, senza ricevere né ammonimenti, né richiami, né danni di reputazione nel rating. Posso inoltre, in caso di necessità, aggiungere un’ora non prenotata, per esempio per sostituire qualcuno, o per aumentata necessità. Con un contratto subordinato la mia libertà sparirebbe, diventerebbe un normale lavoro, con un capo che mi dà i turni, e io che devo accettarli, mi piaccia o meno. Deliveroo applica un sistema di cottimo (che lei vuole abolire) con garanzia di minimo orario. Deliveroo paga 5 euro lordi a consegna (4 netti), con garanzia di fornire al rider 1,5 ordini ogni ora. Se, per mancanza di ordini non ci si arriva, Deliveroo riconoscerà comunque l’equivalente: 7,5 euro lordi (6 netti). A maggio ho lavorato 58,4 ore, in base alle mia disponibilità, cancellando alcune ore prenotate per motivi personali (Deliveroo è il mio secondo lavoro). Ho incassato 574,58 euro lordi (459,67 netti), a fronte di 76 ordini consegnati (1,3 consegne di media ogni ora). In sostanza ho ricevuto una paga di circa 10 euro lordi l’ora (7,85 netti). Paga che, le posso assicurare, è superiore a molti lavori. Giusto ieri alla mia migliore amica è stato offerto un full time di 8 ore per 5 giorni a settimana, più reperibilità weekend, per 400 euro, ma non fa notizia: non era un rider, era un lavoro di segreteria. Ieri sera ho fatto 10 ordini in tre ore e ho percepito 48 euro netti, mance comprese, ossia più di 15 euro l’ora. Con un pagamento a ore, mettiamo 6 euro l’ora, avrei preso solo quelli, che mi impegnassi o meno. Esiste un mondo di ciclofattorini che vive davvero di un precariato intollerabile, ma non sono le app, è il nero. Spesso i ristoranti per cui consegno per Deliveroo mi chiedono se voglio fare anche le consegne per loro autonomamente, e la proposta è sempre quella, 2 euro in nero a consegna, disponibilità 24/7, ti chiamo, vieni, e consegni. Servono miglioramenti anche per le app di delivery, certo che sì: serve garantire assicurazione infortuni, e RC per tutti, con premi uguali per tutti. Serve garantire un minimo orario, serve togliere quel vergognoso tetto di 5.000 euro lordi l’anno che oggi la legge impone per le prestazioni occasionali. Bisogna valutare con l’Inps una soluzione per riconoscere le ore lavorate. Serve garantire trasparenza sull’eventuale rating del rider (come già oggi fanno alcune app), ma la prego, non snaturi ciò che è, ovvero un lavoro flessibile, che permette a migliaia di persone di poter aumentare le proprie entrate in assoluta e totale libertà. Ho creduto molti anni fa nel Movimento di cui lei oggi è capo politico, proprio perché era diverso, non era ipocrita, sapeva capire più di altri i cambiamenti della società, le nuove esigenze e le nuove professioni, perché non tutti vogliono stare in catena di montaggio sotto un capo che detta ordini, ci sono anche persone che nella vita fanno e hanno fatto scelte diverse, e suo compito è tutelare anche noi, non solo i dipendenti.

 Piercarlo, fattorino di Deliveroo

L’Università e il nuovo governo Lega-M5S. Fatti, non opinioni.

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Nella sua replica alla Camera, affrontando il «tarlo» del conflitto di interessi, ai deputati che lo contestavano, il presidente Conte ha rivolto le seguenti parole: «Vedere anche i vostri interventi volti a interrompere il mio discorso dimostra che ognuno di voi ha il suo conflitto o pensa di fare male»1. Al grido di «Casaleggio, Casaleggio» è partita subito la contestazione dell’opposizione, ma che cosa voleva dire Conte con quella frase? Intervistato da Floris, in una puntata della sua trasmissione diMartedì, nel corso della recente campagna elettorale, Conte ebbe a dire che la sua formazione ideale era di sinistra. A volerlo prendere sul serio, non è ultronea, quindi, come direbbe Conte con il suo eloquio professorale, l’interpretazione di quella frase, secondo la quale nella società borghese ciascuno è intrinsecamente portatore di un conflitto di interessi. Ma la formazione ideale di Conte appartiene al passato, una formazione evidentemente a braccio, come il suo discorso di replica alla Camera. Inoltre, egli, da don Abbondio quale appare essere, difficilmente sarebbe riuscito a strappare l’autorizzazione a Don Rodrigo e l’Innominato di poter esprimere apertamente il suo già di per sé confuso pensiero. Così, la frase che correttamente avrebbe dovuto essere «Vedere anche i vostri interventi volti a interrompere il mio discorso dimostra che ognuno di voi, in quanto portatore di interessi borghesi, ha il suo conflitto», è divenuta una sgangherata accusa morale: «ognuno di voi pensa di fare male». Ci mancava solo l’invito a confessarsi, e sarebbe apparso Padre Pio, santo di cui si dice il neopresidente sia fervente devoto.

Che il professor Conte sia assurto alla massima carica di governo del paese, è comunque fonte di speranza per i tanti professori universitari bistrattati in questi anni di ristrettezze e occhiuti controlli. Così, da apparato ideologico di Stato, preposto alla Bildung del Geist dello Zeit, l’Università si avvia ad essere più modernamente un apparato politico tout court, cioè un dipartimento della pubblica amministrazione che fornisce quadri intellettuali per le più diverse bisogna della classe politica di governo. Nel caso di Conte, necessitava una figura che consentisse alla Lega e al M5S di portare avanti il loro gioco politico, ovvero, come ha detto Grillo con elevato pensiero, di portare avanti «il confronto fra interessi diversi con mezzi diversi dalla violenza»2. Nel sottointeso, evidentemente, che la politica è violenza senza spargimento di sangue. È così fatto salvo l’orrore borghese per le arterie squarciate, senza per questo dissolvere l’aura di rivoluzione di cui si inebriano in questo periodo i cinquestelluti.

Il caso, invece, della ministra Trenta, offre un altro squarcio diversamente interessante. Qui siamo nel campo delle Università private, la Link dell’ex-ministro democristiano Scotti, dove la Trenta è stata vicedirettore del master in «Intelligence e sicurezza», sapere accademico in servizi segreti che la Trenta ha accumulato lavorando sin dagli anni Novanta per la Sudgest e Sudgestaid. Su tali società ci ragguaglia il suo attuale direttore generale Maurizio Zandri, ex Democrazia proletaria negli anni belli, un altro cui essere di sinistra ha girato in un certo modo. Lo Zandri, che è anche docente presso la stessa Link di «Cooperazione internazionale», ci informa che Sudgest e Sudgestaid hanno come compito «la formazione di dipendenti pubblici dove occorre superare un clima di guerra o retaggi di dittatura»3. Tra i tanti paesi in cui questi esperti hanno potuto dare il meglio di sé, oltre all’Italia del Sud con la gestione di beni confiscati alla mafia e recupero della legalità in zone di guerra come Corleone, c’è la Libia dove, su mandato del Ministero degli Esteri, hanno portato avanti programmi funzionali a politiche di “cooperazione”, ovvero, per dirla in chiaro, di messa in ordine del disordine che i bombardamenti francesi e i successivi scazzi tra le potenze europee avevano causato. Grande politica, Università, meglio se privata ma finanziata con fondi UE, affari, vengono così a costituire un vorticoso sistema di porte girevoli, dove trovano modo di inserirsi anche le società che arruolano mercenari che vanno a combattere o hanno combattuto nei paesi in cui la “cooperazione” va poi a mettere in ordine ciò che essi hanno sfasciato. È il caso dell’esecuzione di un progetto di disarmo in Libia, affidato tra gli altri a Gianpiero Spinelli, noto «per aver arruolato i quattro italiani rapiti in Iraq, vicenda segnata dall’uccisione di Fabrizio Quattrocchi nel 2004»4. Ma, a questo proposito, il buon ex demoproletario Zandri precisa che «per quanto so Spinelli era uno dei soci dell’azienda che incaricammo di individuare le aree per i nostri progetti», incarico a lui affidato «grazie alle relazioni con militari e le strutture di sicurezza dell’Eni». Legittima perciò la domanda finale di Zandri: «sarebbe questo reclutare mercenari?»5. No, effettivamente si tratta solo di mettere a frutto tutto un complesso di conoscenze teoriche e pratiche ai fini superiori della pace. E che male c’è a sfruttare, in ogni senso, i processi di pace in un mondo in cui tutti i giorni ci sono degli Spinelli, e i loro dante causa, che fanno la guerra?

Non sempre poi questi progetti di pace vanno per il verso giusto. Nel caso del progetto di disarmo in Libia, la felicemente ora ministra Trenta e il fu demoproletario Zandri compresero presto che «la consegna delle armi non veniva accettata. Con la nostra ambasciata, ci dicemmo: riconvertiamo il tutto per formare ex combattenti a diventare guide turistiche di Leptis Magna, Sabrata, Cirene. Elisabetta riuscì a far stringere un accordo tra ministeri libici di Interno e Cultura per assumerli»6. Ecco, questo sì che è ingegno. I soldi del progetto non vanno sprecati, e fa niente se le guide turistiche dei luoghi libici della grandezza romana nascondono sotto il materasso dei kalashnikov. Tutto ciò può solo aggiungere un pizzico di avventura per gli amanti di pietre antiche che si spingono sin laggiù, e fornire ulteriori spunti per l’intreccio di questo romanzo di guerra e pace, dove le risultanze della “cooperazione” vengono riversate nei corsi e nei master di Università in cui ex politici di lungo corso svezzano rampanti guerrieri dell’anti-casta. E quindi, come disse von Clausewitz, «la guerra è la prosecuzione della politica con altri mezzi», ovvero nella già vista ed ispirata parafrasi di Grillo, «la politica è il confronto fra interessi diversi combattuto con mezzi diversi dalla violenza». Anche qui, è tutta una questione di porte girevoli. A seconda di come la infili, ti può portare in un disadorno camerino di un teatro di periferia, o in un fastoso salone della presidenza della repubblica, carica alla quale, da buon comico, celiando ma non troppo, l’Elevato Buffone si è già candidato. Congiunto di Piersanti Mattarella, fatti più in là!

  1. D. Martirano, Fiducia a Conte, l’opposizione attacca, scontro sul conflitto di interessi, «Corriere della sera», 7 maggio 2018, p. 2. []
  2. B. Grillo, “Stiamo calmi, è solo la Politica e finalmente si torna a parlarne”, «Il Fatto Quotidiano», 29 maggio 2018, p. 5. []
  3. M. Caprara, L’ex capo di Trenta che militava in Democrazia proletaria, “Ecco cosa facevamo”, Zandri: in Iraq e Libia ci occupavamo di cooperazione, «Corriere della sera», 7 giungo 2018, p. 8. []
  4. Ibidem. []
  5. Ibidem. []
  6. Ibidem. []