Abortire

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L’abolizione del diritto costituzionale all’aborto da parte della Corte Suprema degli Stati Uniti ha fra i suoi effetti immediati l’allineamento tra cristiani conservatori occidentali e cristiani ortodossi orientali di rito russo in guerra contro la “democrazia” ucraina dell’utero in affitto. Una convergenza imbarazzante che, per i conflitti religiosi del passato e soprattutto per le attuali divisioni politiche, non può trasformarsi in alleanza organica di cui pure il cristianesimo potrebbe valersi nel confronto con le tendenze morali in atto. D’altra parte, se la morale libertina dell’aborto, dell’eutanasia, della procreazione mercificata, dell’omosessualità rivendicata e della fluidità di genere viene rintuzzata nella sua pretesa di elevarsi a morale di Stato, lo sfondo morale dello Stato torna a essere non già la morale laica della “decenza borghese” bensì quella repressiva del tradizionalismo retrivo. Ne consegue che le questioni morali dei singoli individui non verranno trattate nella loro unicità e concretezza, cui pure la morale borghese tendeva con le sue leggi prudenti o ipocrite che fossero, come la 194 italiana sull’interruzione di gravidanza, ma secondo la figura astratta del Dovere in contrapposizione a quella altrettanto astratta dei Diritti negli ultimi decenni giuridicamente prevalente. Questo conflitto tra proibizionismo e permissivismo è destinato a durare sino a quando non sarà possibile basare la morale sulla “particolarità universale”, intesa come giusto mezzo relativo a situazioni e soggetti la cui unicità arricchisce di volta in volta la norma generale collettiva. Questa etica mai conclusa e sempre in itinere, non casuistica ma concretamente universale, potrà affermarsi nella quotidianità se finalmente i bisogni della riproduzione saranno in equilibrio con le esigenze produttive. Sinora lo sviluppo delle forze produttive ha sbilanciato i fattori della riproduzione, trasformando le popolazioni in aggregati in cui, raggiunta la soglia emergente dell’autovalorizzazione infinita, il nascere e il morire, il piacere e il dolore, la mascolinità e la femminilità, sotto la scorza di una falsa socialità diventano pulsioni in conflitto tra di loro. Si può invocare il diritto all’aborto come rimedio per la minaccia di stupro che nei rapporti quotidiani incombe sulle donne? O l’aborto, nonostante il perfezionamento delle tecniche contraccettive, è comunque l’effetto distorto dello stravolgimento del piacere negato da tutto l’assetto dell’esistenza sociale? Si potrebbe continuare a lungo con domande del genere cui la morale corrente risponde oscillando periodicamente tra proibizionismo e permissivismo. Certamente, proibizionismo e permissivismo, momento apollineo e momento dionisiaco, razionalismo e irrazionalismo, sono ognuna nel suo ambito opposizioni che, a paragone di quelle espresse da altre civiltà, hanno consentito nel loro storico alternarsi il più elevato grado di sviluppo delle forze produttive. Ma il costo di tale “disforia sociale” che nessuna “formazione di compromesso”, com’è stato il cristianesimo delle origini, riesce più a compensare, pone all’ordine del giorno l’affrancamento della struttura da tali opposizioni. La trasvalutazione dei valori annunciata a gran voce da equivoci profeti non può che essere la trasvalutazione collettiva del valore di scambio: all’automatismo dell’autovalorizzazione infinita (merge) deve subentrare il controllo sovrastrutturale dei suoi prodotti (Bildung). Il delitto di aborto è quello commesso contro la specie da chi impedisce di portare a termine la nascita della nuova socialità che da tale sostituzione deve derivare.

Putin il barbaro. Tra Stalin e Gorbaciov

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Nel suo discorso di Pietroburgo di venerdì 17 giugno 2022, Putin ha detto che la Russia non sarà mai autarchica. Essa al contrario vuole affermare il suo capitalismo nazionale in un mondo policentrico. A tal fine, ha bisogno di uno Stato forte e di un’economia sviluppata. Non a caso ha invitato gli oligarchi a investire all’interno. Non vedete, ha detto loro sarcasticamente alludendo alle sanzioni, con quanta facilità potete perdere tutto ciò che avete accumulato all’estero? La prima cosa da evidenziare in questa visione è che Putin, rifiutando l’autarchia dei “mondi a parte”, non ha nessuna intenzione di aderire al canone centrale dell’eurasismo, anzi, vuole essere il promotore di un globalismo in cui però il potere sia contendibile. Questo è il secondo elemento da evidenziare. A lungo il potere mondiale è stato monopolizzato dall’Occidente, cioè dagli Stati Uniti. Guardando al sorgere di nuovi centri economici e politici, ma dando voce anche a un rinnovato sentimento di riscatto delle periferie del mondo, a un rinnovato movimento anti-coloniale, Putin contesta alla radice questo assetto. Il potere mondiale è una risorsa non più in regime di monopolio e la Russia vuole la sua parte. Quando si dice, dunque, Russia oligarchica, si sbaglia obiettivo. Putin semmai è interessato a un mondo oligarchico, un mondo di centri di potere che si affrontano e si contrastano. Questo accento sul potere e sui rapporti di forza richiama lo spietato realismo di Stalin. Così come richiama Stalin la straordinaria conoscenza della macchina dello Stato che consente a Putin di affrontare aspetti grandi e piccoli del suo funzionamento, dagli strumenti finanziari per promuovere il business al modo di amministrare la giustizia che non lo ostacoli (e qui lo si immagina in perfetta sintonia con l’amico Berlusconi) alla produzione dei trattori in regime di sanzioni. Per capire Putin, i media occidentali ricorrono a personaggi russi del passato più o meno remoto, Ivan il Terribile, Pietro il Grande, in generale propongono il paragone generico con la figura dello Zar. In realtà, Putin è un incrocio tra Stalin e Gorbaciov. Di Stalin, come abbiamo detto, ha il culto del potere e dei rapporti di forza, unito alla padronanza del funzionamento dell’apparato statale. Di Gorbaciov ha la capacità di mettersi nei panni dell’occidentale, di più, come Gorbaciov ha un sentire occidentale, e inoltre ha la sua visionarietà. Ma mentre Gorbaciov avanzava con il ramoscello d’ulivo del dialogo e la coda di paglia di un apparato ideologico morente, Putin avanza con la spada sguainata della forza e con le tavole della legge di una rinnovata tradizione. Gorbaciov non aveva più tempo e i suoi richiami a Lenin suonavano vuoti e senza vita. Putin ha tempo e la sua alleanza con l’Ortodossia ha un’eco che va al di là di quel mondo. Tacitamente, quanti cristiani occidentali non necessariamente fondamentalisti non si riconoscono nella guerra santa di Kirill al nichilismo della modernità capitalistica? Così, se Gorbaciov finì per apparire un debole ispirato dai circoli occidentali, Putin si propone come colui che, essendo egli stesso in parte occidentale, è in grado di colpire l’Occidente nei suoi punti critici e di trascenderlo. La prova della sintesi tra Stalin e Gorbaciov che Putin rappresenta, sta nel modo in cui egli ha trasformato l’arma atomica da minaccia assoluta a elemento tattico. Stalin ne fu paralizzato e nei pochi anni che gli restarono si divise tra l’inseguimento strumentale della pace e l’accettazione della corsa agli armamenti. Gorbaciov scelse l’opzione pacifista, in parte per cercare di convertire il proprio apparato economico verso le produzioni civili, in parte per sfidare l’Occidente al disarmo. Ma l’Occidente irrise alla sua visione “dialogica” e non ebbe pietà della sua contingente debolezza. La guerra fredda fu persa e per la Russia fu la catastrofe. Non solo per la Russia, a dire il vero. Qui si aprirebbe tutto il capitolo del movimento proletario internazionale che nell’URSS aveva il suo perno e che man mano che si sgretolava faceva riemergere le rocce barbariche dei centri di potere in lotta tra loro. Ed è un capitolo tutt’altro che secondario, anzi, è il venir meno di quell’elemento di razionalità mondiale che, alla fine, fa di Putin, incrocio tra Stalin e Gorbaciov ma privo dell’elemento comunista, un personaggio barbarico che si confronta con altrettanti barbari in uno spazio mondiale tornato a essere pienamente stato di natura in cui homo homini lupus.

Abbaiare

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Con sprezzo del ridicolo si continua a definire “maggioranza di governo” il raggruppamento di partiti che formalmente sorregge l’esecutivo Draghi, mentre quelli di Fratelli d’Italia sarebbero l’opposizione. Di fronte a questi giochini parlamentari, appare più verosimile il miracolo del pane e del vino che diventano, non solo nella sublime credenza religiosa ma anche nell’effettiva realtà fisico-chimica, corpo e sangue di Cristo. In realtà, la “maggioranza di governo” è un carcere dove restringere le forze politiche che volentieri si sottrarrebbero ai vincoli di una passata stagione storica, ma siccome sono forze politiche deboli, deboli nel riferimento sociale, nell’elaborazione programmatica, negli ideali, si sono fatte facilmente catturare da chi ancora controlla gli apparati, e tentano sortite velleitarie, come il patetico progetto di viaggio a Mosca di Matteo Salvini, o le volenterose minacce a vuoto di far cadere il governo da parte di Giuseppe Conte, incapace sinora di cacciare dal suo partito quell’autentica quinta colonna nemica che è il giovin notabile Luigi Di Maio. La vera maggioranza di governo risulta essere invece l’accoppiata Partito Democratico-Fratelli d’Italia che tiene dritta la barra sulle alleanze storiche che – bellezza dei nomi! – ai “democratici” assicurano il governo di oggi, ai “conservatori-europei” quello di domani. Non bisogna farsi impressionare dagli ululati “laici di sinistra” che si levano alle sparate “integraliste di estrema destra” di Giorgia Meloni, che parli il romanesco o lo spagnolo. I Fratelli d’Italia hanno imbroccato la corrente giusta e adesso intendono passare all’incasso politico a ricompensa, nelle molteplici metamorfosi di cui sono stati protagonisti, dei tanti decenni di servizi più o meno bassi resi all’atlantismo. A Giorgia Meloni si rimprovera il vecchio legame ideologico con il fascismo storico e la più recente ripulsa del laicismo dei diritti e dell’accoglienza. Sono tutte fronde per non affrontare la sostanza, ovvero il legame tra il neofascismo e l’atlantismo. Se Giorgia Meloni andrà all’esecutivo, sapremo che un certo mondo è stato elevato al rango di coloro da cui quel mondo riceveva impulsi e suggestioni. I comitati di vittime delle stragi che da anni cercano le verità storiche potranno definitivamente sciogliersi e la pacificazione invocata, parlando d’altro, da un improvvido Presidente della Camera sarà cosa fatta. Ma anche i piani più perfetti hanno sempre qualche punto debole. C’è tutto un mondo economico riassunto dalle mosse oligofreniche di un Salvini che non si rassegna a fare il gregge da tosare per mantenere i sogni di gloria di un’élite padrona in patria per mandato estero. E questo mondo, mentre a Kiev infuriando la guerra si svolgeva il summit dei capi dell’Unione Europea con il performer Zelensky, a San Pietroburgo dialogava con gli esponenti del capitalismo nazionale di Stato russo. Il contrasto tra Lega e Fratelli d’Italia non è solo elettorale o di leadership. La Lega è il corpo economico dell’Italia cui Salvini, che non è però un fenomeno, ha cercato di dare un cervello. Nel centro-destra, dunque, il contrasto è tra forze reali che spingono in direzioni opposte e la cui sintesi non è più a portata di mano come con il berlusconismo. I tempi del consenso facile per l’atlantismo sembrano finiti, ed esso ora dovrà imporsi più come dominio che come egemonia. Draghi è un assaggio e Meloni freme di completare l’opera. Quel mondo che Salvini stenta a rappresentare sino a che punto, spinto dai suoi interessi, si metterà di traverso? Oltre a produrre capitale sarà capace di proporre una visione del mondo adeguata ai tempi nuovi che la guerra in Ucraina lascia intuire tempestosi? Grande assente in tutto questo è la sinistra. La sua vitalità è sempre dipesa dall’antagonismo tra massimalismo e riformismo, che dava voce al lavoro nel suo conflitto con il capitale. Oggi la sinistra è tutta riformista e per questo non è in grado di dare nessun contributo all’Italia di domani. Perciò nell’immediato l’alternativa è tra la prigione occulta dell’attuale pseudo-maggioranza di governo e la soft-dittatura atlantista che i Fratelli d’Italia “abbaiano” sotto il portone di Palazzo Chigi. Coraggio!

L’Europa prossima ventura

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Non si può non notare l’acquiescenza con cui la Germania accoglie i continui rimbrotti del sedicente ambasciatore ucraino a Berlino, in realtà ministro della guerra all’estero di un governo nazionalista che ancora qualche giorno prima dell’inizio dell’invasione russa ha rifiutato la proposta neutralista di Scholz che avrebbe risparmiato lutti e distruzioni al suo popolo e il marasma in Europa e nel mondo. Ma non c’è da meravigliarsi né dell’oltranzismo di questo governo che, sotto la fronda frusta della libertà, sobilla lo “spirto guerriero” del mondo intero né dell’acquiescenza tedesca. La Germania è stata chiamata troppo repentinamente a uscire dallo stato vegetativo in cui si era adagiata per decenni, compensando con una iper-dose di capitalismo la vergogna di una sconfitta in guerra che comprendeva al suo interno l’ignominia dei lager, e ha dovuto prendere atto del crollo sia della sublimazione nella BCE del terrore dell’inflazione, sia della delega alla Nato dell’uso della forza in campo internazionale. Si è presa così l’applauso per avere stanziato cento miliardi di euro di armamenti chiedendosi smarrita se quel riconoscimento la riguardasse in prima persona, e spaventata ha poi cominciato a calcolare i danni nell’economia reale, vedi i disoccupati che deriverebbero dalla chiusura di certe raffinerie di petrolio russo nella ex-DDR. Non solo il finto ambasciatore ucraino, ma anche l’ineffabile Draghi ha potuto così maramaldeggiare chiedendo ostentatamente a Scholz che problemi avesse con il petrolio russo. Nessun problema, Signor Primo Ministro, ovvero lo stesso problema che Vostra Eccellenza ha con la raffineria Lukoil di Priolo, dove cinquemila lavoratori del già disgraziatissimo Mezzogiorno d’Italia, di cui Lei evidentemente s’infischia, rischiano a breve di restare senza salario (do you understand, salario?) se non cesseranno i sacrifici umani richiesti dalla Nazione, scriviamola maiuscola come piace ai Fratelli d’Italia, che si sta forgiando nelle fertili pianure ucraine. Ma si sa, la classe operaia italiana è da tempo una pura espressione sociologica, e ciò che conta è che nella Nato, custode delle antiche e levatrice delle nuove creature nazional-patriottiche, chiedono di entrare non solo l’Ucraina, ma anche la Finlandia e la Svezia. Non è la prima volta che l’Europa perde la testa e non sarà l’ultima. E all’origine c’è sempre un nazionalismo che si riaccende e appicca l’incendio. Questa volta è l’Ucraina che, come ha detto appassionatamente una sua patriota, la graziosa giovane di non più di venticinque anni che partecipa regolarmente alla trasmissione televisiva “Cartabianca”, reclama «il diritto di affermare la nostra identità, la nostra cultura, la nostra lingua, perché il russo è una lingua straniera». Gentile Signorina, perché non prende in considerazione la soluzione del bilinguismo? In Svizzera, dove pure non sono tutte rose e fiori, le persone mediamente parlano tre lingue, senza contare i dialetti, e se a Zurigo cucinano le salsicce a Ginevra non è proibito gustare la fonduta. Ma, certo, lo sappiamo, come dicono i realisti più realisti del re, gli Ucraini non vogliono più tornare sotto i Russi, così vuole la volontà popolare. Di grazia, la volontà popolare o l’ideologia nazionalista con cui negli anni è stata forgiata questa volontà popolare che ora sorregge la resistenza eroica degli attuali nazionalisti al comando? Ma, certo, lo sappiamo, la Svizzera ormai è l’immagine di un’Europa del passato che non ha fatto in tempo a diventare misura comune di tutto il continente, smarritosi nella diatriba se puntare alla Federazione o alla Confederazione. Il tempo è scaduto e alla vecchia Europa teatro delle ossessioni franco-germaniche, che ha messo su quell’elefantiasi burocratica dell’Unione Europea, sta per succedere una nuova Europa alla cui testa, rinsaldando antichi legami, intendono mettersi proprio la Polonia e l’Ucraina, ambiziose di soppiantare le ansimanti Francia e Germania così strumentalmente fissate con i formalismi dello Stato di diritto. In questa ennesima, incombente rivoluzione nazionalistica che l’Europa regala al mondo, l’aspetto da rilevare è che la spaccatura con la Russia e la saldatura con l’America che essa comporta, mette una pietra tombale su ogni progetto istituzionale di unità del continente, poiché per decenni esso sarà percorso dalla dissipazione materiale, di cui il caos delle fonti energetiche è già un eloquente segnale, e dalla discordia spirituale che ad essa prelude e si accompagna – una vera e propria fuga dal compito storico di enucleare un modello universale di ricomposizione degli squilibri che proprio in Europa con il capitalismo hanno avuto storicamente avvio diffondendosi poi in tutto il mondo. Quanto all’Italia, essa, con il suo solito opportunismo, è al riparo da questi tormenti. Nell’immediato, si è ben mimetizzata nel nazional-revanscismo di questa nuova Europa ribadendo la più assoluta fedeltà all’America e alla Nato, e poi, alla ricerca di gas e petrolio alternativi, con prontezza levantina si è volta all’altra sponda del Mediterraneo dove ne combina di così gravi che anche il Papa si rifiuta di prendere parte a eventi in cui qualcuno di questi campioni di commerci umani ha pure l’ardire di presentarsi per far rifulgere la propria rispettabilità. Ma, anche con il Papa venuto dalla fine del mondo, siamo sempre alle baruffe tra guelfi e ghibellini, poiché l’Italia, per quanto da centocinquant’anni e passa gonfi il petto della sua ritrovata unità, non ha mai più sollevato il capo dal fiero pasto economico-corporativo succeduto alla breve stagione creativa dei Comuni, anzi, con il fascismo ha inventato una formula che, ripulita dei suoi aspetti più crudi, torna sempre utile quando la democrazia si inceppa. Dunque, Draghi for ever. E così sia.

Il mosaico esploso

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La realtà in questo momento è un mosaico esploso. Inutile cercarci un filo logico, semmai nella realtà ci fosse una logica, direbbe il realscettico che lasciamo volentieri alla sua scontata saggezza. I valori che difende il giudice costituzionale americano Alito sono gli stessi per i quali il patriarca ortodosso russo Kirill sostiene la guerra di Putin. Entrambi sono anti-abortisti. Non è uno scontro ma un incontro di civiltà se non fosse che di mezzo c’è la varietà delle sovrastrutture. La nobiltà del diritto contro la barbarie della guerra. Ma la guerra, sotto forma di “guerra giusta”, diretta o per procura, è lo strumento con cui l’Occidente secolarizzato, che rivendica l’aborto e la gestazione per altri, alias utero in affitto, come propri tratti distintivi, si impone al mondo esigendo che si uniformi agli alti standard dello Stato di diritto. Ma non è una “guerra giusta” anche quella di Putin? Non è una “guerra giusta” quella che si prefigge di anticipare una possibile aggressione? Il terreno si fa malfido. Torniamo all’incontro di civiltà. Per molti è un convergere di inciviltà, un ritorno vertiginoso all’oppressione delle donne. Come negarlo? Ma quanti di costoro sono disposti ad ammettere che altrettanto barbaro e incivile è prendere in affitto un utero come se fosse un appartamento dove poter passare i nove mesi d’attesa della nascita di un bebè? Si dirà, perché stigmatizzare un commercio che fa felice chi così si procura la progenie e fa guadagnare la donna che vende la propria funzione riproduttiva? Non è forse utile e addirittura lecito tutto ciò che diminuisce la sofferenza umana? E in questo caso diminuisce la sofferenza di chi non può procreare altrimenti e di chi può trarsi fuori dall’indigenza e così magari poter pagare gli studi ai propri figli assicurandogli di poter ascendere socialmente. Ma la diminuzione di sofferenza, qualsiasi essa sia, fisica, mentale o sociale, la si deve calcolare solo per l’individuo o anche per la collettività? Ammettiamo che un certo numero di individui ottenga reciprocamente una diminuzione di sofferenza ordinando un figlio a pagamento e vendendo per tale prestazione la propria capacità riproduttiva. Salvo nel raro caso del dono, questo circuito non comincia e finisce in un valore d’uso, ma attivando un tempo di produzione che coincide con quello riproduttivo genera una massa di valori di scambio che, come recita la dottrina, si erge come cosa esterna ed estranea agli stessi individui che la producono. Questa ricchezza sociale alienata, come tutte le ricchezze di tal genere, comporta una divisione del lavoro e uno scambio ineguale che ha come effetto di sistema una massa di sfruttati e una minoranza di sfruttatori indipendentemente dalle intenzioni morali degli individui all’origine di tale alienazione. La loro ricerca di felicità non è dunque all’origine del bene comune, come sostiene dal Settecento a oggi il bravo borghese che magnifica i vizi privati generatori di pubbliche virtù, ma determina un’infelicità collettiva poiché crea un sistema di rapporti sociali basati sul dominio e lo sfruttamento insiti nella produzione e appropriazione di plusvalore. Senza accorgersene, tali individui sono passati dalla bioetica all’economia politica, dalla rivendicazione morale dei propri diritti individuali all’edificazione ontologica della propria servitù collettiva. Si dirà, ma qual è l’istanza che può stabilire l’infelicità di una collettività solo perché è determinata dalle leggi del plusvalore? Chi può dire che gli ucraini presi nel loro insieme sono infelici perché i ricchi dell’Occidente affittano l’utero delle loro donne così contribuendo in maniera consistente alla formazione del loro prodotto interno lordo? Può la critica dell’economia politica fondare un giudizio di valore? No, non può. E per fortuna della critica dell’economia politica Putin, ben consigliato da Dugin, non si basa su di essa per sottrarre l’Ucraina all’influenza dell’Occidente. Ma la critica dell’economia politica può chiarire la base oggettiva del nazionalismo che dilania l’Ucraina, svelare la manipolazione che si cela dietro l’eterna promessa borghese dell’ascesa sociale, portare alla luce il contrasto tra diritti dell’individuo ed esigenze della collettività. Sta poi alla saggezza del popolo apprezzare le verità della critica, sottrarsi alle trappole del plusvalore, attuare i diritti dell’individuo salvaguardando l’intero sociale. Ma chi è il popolo? La massa indistinta? La sua classe dirigente? I suoi sapienti? Gramsci sosteneva che “tutti gli uomini sono filosofi” e assegnava alla politica, cioè alla lotta di classe guidata dal partito della nuova egemonia non più capitalistica, il fine di determinare le condizioni affinché tale potenzialità potesse esplicarsi. Uno degli effetti del mosaico esploso è l’illusione che tali condizioni si realizzino nella partecipazione sic et simpliciter allo “spazio pubblico”. Una pre-condizione è diventata il fine ultimo. Tutti allora ad azzuffarsi per dire la propria. E c’è pure chi tenta la furbata. Si prenda il partito in ascesa dei Fratelli d’Italia che, dopo aver messo Gramsci nel proprio Pantheon, riformula il suo motto in “tutti gli uomini di valore sono fratelli”, dove il valore che doveva essere il risultato diventa invece il prerequisito. Ma si sa, i fratelli di Giorgia hanno ascendenze elitarie che all’epoca si inverarono nell’energia popolare dei fasci di combattimento. Eia! La Meloni fa le facce buffe se le si chiede dei suoi antenati del ventennio mussoliniano. E ha ragione. Loro non c’entrano niente con quel fascismo. Bisognerebbe chiederle del neofascismo e di tutte le sue collusioni con mafia, gladio e massoneria, al netto dell’immaginetta di Borsellino che certo non può bastare a rendere presentabile una storia. Ma, a proposito ancora di mosaico esploso, questo discorso fa parte dell’indicibile di un mondo che grazie a quelle collusioni ancora oggi è al potere e al cui comando Giorgia e i suoi valorosi fratelli, fedeli alleati ma indomiti patrioti, brigano per subentrare.