Riguardo ai fatti di Torino del 31 gennaio scorso, se non si vuole restare prigionieri della contrapposizione manifestanti violenti / poliziotti assassini, con netta prevalenza mediatica della prima figura, bisogna porsi la domanda: in Italia, oggi, c’è una situazione rivoluzionaria? Non si risponde a questa domanda se si afferma che il ventiduenne di buona famiglia, che va a Torino a manifestare per Askatasuna e, trovandosi in mezzo agli scontri, picchia l’incauto poliziotto rimasto isolato dai suoi commilitoni poco prima impegnati in una violenta carica, incarna la rabbia di una generazione che non vede alternative allo statu quo e alla quale bisogna dare una risposta. Bisogna prendere atto invece senza paternalismi che, al di là della rabbia, lo scontro c’è stato e ha prodotto conseguenze non puramente mediatiche ma nettamente politiche. Si consideri il conflitto in corso tra la magistratura e l’esecutivo che con la riforma Nordio tenta di sottometterla. Ebbene, il Gip di Torino, nonostante l’ingiunzione del capo del governo di spedire in carcere il ventiduenne di cui sopra con l’imputazione di tentato omicidio, valuta autonomamente gli atti e gli dà solo gli arresti domiciliari. È evidente che con questa decisione, in sé puramente di legge, la contingente contrapposizione tra poteri dello Stato innescata dalla riforma Nordio oggettivamente si sposta sul terreno rivoluzionario. Infatti, contro l’odiata riforma, a tenere il campo non sono più (solo) le firme, i dibattiti e gli articoli di giornale ma la spinta rivoluzionaria, per quanto tutti, in omaggio al politicamente corretto, la possano esorcizzare. Ma senza quegli scontri, senza quei gesti eclatanti, la manifestazione di Torino sarebbe stata da un pezzo archiviata come una delle tante che i pacifici democratici svolgono tra la sovrana indifferenza dei poteri costituiti. Certo, contro i “disordini” torinesi l’esecutivo ha reagito, ma ha dovuto inerpicarsi in norme repressive che altri poteri di garanzia hanno dovuto subito stoppare. Insomma, contraddizioni su contraddizioni. Strilli pure dunque il governo contro il pericolo delle nuove BR, ma la risposta alla domanda che abbiamo posto all’inizio non può che essere positiva: oggi, in Italia, c’è una situazione rivoluzionaria, ma non perché ci sono in giro gruppi armati (gli amanti delle armi stanno tutti a destra, come dimostra il caso Del Mastro-Pozzuolo o quello mostruoso che sta venendo alla luce del cecchino neofascista in trasferta a Sarajevo negli anni Novanta) ma perché l’agire rivoluzionario, con la sua asprezza che si può anche deprecare, rinvigorisce le battaglie democratiche. Il problema però è che il conflitto avviene sul terreno rivoluzionario ma lo gestiscono i riformisti, i democratici, i pacifici che stanno dentro un gioco politico-parlamentare che li vede soccombenti in partenza, dal momento che già la semplice opposizione “democratica” vale loro l’accusa di complicità con i “violenti”, contro i quali sono costretti a riempirsi la bocca di ingiurie e contumelie per dimostrare una purezza democratica di cui per prima la destra fa strame con le oblique finalità che persegue con il suo perfido modo di governare. I rivoluzionari, allora, tanto più se giovani, devono capire che è proprio da fessi farsi succhiare la loro energia rivoluzionaria, lasciando che siano i “pacifici” a condurre un gioco perso in partenza. I rivoluzionari, di qualsiasi parrocchia essi siano, anche se hanno solo ventidue anni, devono invece porsi il problema di come i frutti della loro energia rivoluzionaria possano restare nelle loro mani in termini di conquista del potere. Non piace il potere? Si ama il gesto di una eterna “intifada”, immortalato dalla onnipresente e forse agognata videocamera? Non c’è dubbio, tutto ciò è molto adrenalinico. Ma se è tutto qui, perché continuare a baloccarsi con questi giochi del secolo passato e non andare a spaccare legna nel bosco? Per contro, si afferma non senza ragione che bisogna rallegrarsi quando, com’è successo con il movimento contro lo sterminio del popolo palestinese, accade il fenomeno rarissimo della “ricomposizione”, come si dice in un certo gergo, ossia “il convergere spontaneo di tante resistenze in un unico fronte”, ma per farsene cosa di questa “ricomposizione spontanea” se non si solidifica in un organismo permanente? Il bel gesto isolato è una posa stucchevole, ma lo spontaneismo con approdo “pacifico” è patetico. Se una volta si diceva che “il movimento è tutto, il fine è nulla”, adesso, proprio perché si ha a cuore il fine di una società “altra”, bisogna dire che “il movimento è nulla, l’organizzazione è tutto”. I rivoluzionari oggi hanno il dovere di organizzarsi politicamente. Altrimenti, i frutti dell’albero della rivoluzione li raccolgono gli altri per andarli a svendere a poco prezzo.
Errori e prospettive dell’egemonia socialista in Venezuela
In riferimento a quanto accaduto il 3 gennaio in Venezuela, se non si vuole restare prigionieri del moralismo dei marxisti puri e dell’ipocrisia dei liberaldemocratici pelosi, la domanda che ci si deve porre è quale errore e che tipo di errore c’è stato nel cocente e umiliante rapimento del presidente Maduro. Partendo dal principio che la responsabilità è comunque politica, si è trattato di un errore politico o di un errore strategico? Con la flotta yankee a qualche centinaio di kilometri dalle coste venezuelane, con droni o piccole imbarcazioni motosiluranti si sarebbe potuto infliggere un colpo a quelle mastodontiche macchine da guerra. È vero che così ci si sarebbe esposti alla loro temibile rappresaglia, ma l’umiliazione per la grande potenza sarebbe stata non da poco e avrebbe potuto incidere sul fronte interno, dove i MAGA ma anche il corrotto Partito democratico si sarebbero sollevati contro l’avventurismo di Trump e della sua cerchia. Se questo attacco non c’è stato e si è scelto di attendere che fosse l’aggressore a fare la prima mossa sul piano militare, evidentemente l’obiettivo politico prefissato dall’intera dirigenza politica venezuelana era quello della trattativa politico-diplomatica, calcolando che fosse anche questo il vero scopo del vistoso schieramento di forze disposto da Trump e che la via pacifica avrebbe suscitato un più largo consenso internazionale intorno al Venezuela, rispetto a un eventuale sortita di guerra asimmetrica. Alla luce dei fatti, fra cui bisogna comprendere un’inattesa contro-sortita di guerra asimmetrica da parte dell’aggressore yankee affidata a una superiore tecnologia bellica benedetta da una totale mancanza di scrupoli liberaldemocratici, l’obiettivo politico si è rivelato illusorio e di conseguenza la strategia militare è risultata inadeguata. Gli aggressori, infatti, ma anche tutto il contesto internazionale, purtroppo compresi con altri intenti gli ottusi marxisti puri, volevano principalmente togliere di mezzo Maduro e la forza che esso rappresenta, ovvero la componente popolare del socialismo venezuelano, le cui due altre componenti sono l’esercito e la borghesia nazional-rivoluzionaria, calcolando che così l’intero quadro politico venezuelano sarebbe stato assorbito nel vassallaggio imperialistico. Il fatto però è che il chavismo, cioè la forma peculiare del socialismo venezuelano, pervade nella stessa misura tutte e tre le componenti sopra richiamate. Infatti, se esso viene meno, l’esercito ricade nel tipico caudillismo sudamericano, la componente popolare dà vita a un altrettanto tipico dispotismo “giacobino”, e la componente borghese nazional-rivoluzionaria scade nel tradimento nazionale, di cui è emblema la figura moralmente repugnante della Machado ridicolizzata dallo stesso Trump. In tutti e tre i casi la società venezuelana esplode e imbocca la via della guerra civile. Ciò significa che il socialismo, nella sua peculiarità venezuelana del chavismo, anche nella attuale, inattesa e disagevole situazione data, è l’unica formula con cui le tre componenti possono sopravvivere e far fronte all’aggressione del bandito yankee, anche se naturalmente dopo il rapimento di Maduro il peso dei suoi fattori interni si è necessariamente redistribuito a favore della borghesia nazional-rivoluzionaria, di cui è divenuta emblema la sagace Delcy Rodriguez. In altri termini, il socialismo venezuelano, ben più degli esperimenti cileni o brasiliani, affidati al gioco della democrazia puramente rappresentativa, non solo si rivela in grado di resistere agli attacchi esterni e alle mene interne della residuale borghesia filo-yankee, ma costituisce l’unica formula con cui si può affermare il tipico valore borghese dell’indipendenza nazionale. Ciò significa che, oggi, il grosso della borghesia venezuelana, se non vuole scadere nell’ignominia della Machado, è costretta a essere socialista nella sua forma chavista. Il che per la componente popolare è un ottimo viatico per riaprire, in una situazione di rapporti di forza internazionali più favorevoli, la partita della democrazia sostanziale già avviata con i consigli municipali, le missioni, ecc., che al momento rimangono intatti sebbene verosimilmente depotenziati. Anche il valore della democrazia ricade dunque nell’ambito del socialismo, ma senza l’unilaterale bigottismo della democrazia rappresentativa di tipo parlamentare, che non si trova affatto abolita ma inserita in un quadro di più ampio potere popolare. Per tutto questo è il caso di dire che oggi in Venezuela il socialismo incarna la figura gramsciana del nuovo Principe, nel senso che tutto ciò che si fa contro di esso nuoce alle forze fondamentali in campo, e tutto ciò che si fa a favore di esso favorisce lo sviluppo di tali forze rigettando ai margini coloro che, mirando a sopprimerlo, mettono a repentaglio la loro sopravvivenza.
I forti e i deboli
Di fronte alle sanguinose smargiassate con cui Trump porta avanti la sua presidenza reazionaria, alcuni hanno fatto sfoggio di sapienza ricordando la storia, raccontata da Tucidide, degli Ateniesi che spiegano ai Meli la logica del rapporto tra forti e deboli: i forti fanno ciò che vogliono, i deboli ciò che devono. Ma se non si vuole trasformare questa massima in un’apologia della realtà così com’è, bisogna porsi alcune domande. La prima domanda consiste nel chiedersi come mai questa legge continua a valere ancora oggi, dopo venticinque secoli di “civiltà”. Dipende forse da una immodificabile natura umana? Questo in fondo è quanto vogliono suggerire coloro che la citano, e in effetti sembra attagliarsi perfettamente alle minacce del bandito yankee: “L’America è forte e il Venezuela è debole. Delcy Rodriguez stia attenta, o finirà peggio di Maduro”. Resta il fatto però che negli ultimi quattro secoli, il pensiero strategico e umanitario sorto all’interno della stessa classe dominante è pervenuto a porre dei limiti a questa presunta immodificabilità, pretendendo in qualche sorta dalla natura dell’uomo che si adeguasse a patti, accordi, regole, volte ad allentare il vincolo naturale della forza. Si dirà che il patto statuale, il diritto internazionale, i progetti di una pace perpetua, sono costruzioni evanescenti che crollano da un momento all’altro, sol che il forte si risvegli e strappi i mille fili con cui i deboli cercano di irreggimentare la sua prepotenza. Ma, a questo punto, stiamo parlando della natura umana o di un assetto sociale di cui nel racconto di Tucidide vediamo porsi i germi di una pianta che crescerà nei secoli avvenire? In fin dei conti, gli Ateniesi erano dei capitalisti che realizzavano i loro profitti costruendo flotte e dominando il mare. Ecco allora che al posto della fumosa nozione di natura umana vediamo apparire la più concreta figura dei modi di produzione. Certo, l’economia ateniese era schiavistica, ma gli Stati Uniti non esordiscono come stato schiavista? È solo con la guerra civile di metà secolo XIX che, sostituendo il guscio confederale con quello federale, si trasformano nel tipo puro capitalistico moderno, celebrato da Marx perché finalmente, con la vittoria del Nord, capitale e lavoro vengono a trovarsi faccia a faccia per lo scontro finale. Qui si fuoriesce dal pensiero strategico-umanitario della classe dominante e subentra il pensiero dialettico come strumento della classe dominata. A questo pensiero si è rimproverato di essere finalistico, profetico, una semplice filosofia della storia. L’attesa, cioè, che i modi di produzione facciano il loro corso e depositino ai piedi dell’umanità unificata la razionalità compiuta della giustizia in cui non c’è più posto per la logica della forza. Qui si impone la seconda domanda: la dialettica della rivoluzione è un’attesa profetica o una regola d’azione? L’esperienza storica degli ultimi due secoli ormai mostra che, senza la spinta organizzativa volta a sollecitarne il procedere, i modi di produzione ristagnano nella loro crisi e ricadono nei loro stadi più primitivi. In questi ultimi trent’anni non sono forse sorte sacche di schiavismo sempre più grandi? E il salario non si è sempre più avvicinato a una mercede schiavistica? E i salariati, invece, non sono apparsi come gli alfieri del nuovo mondo tutte quelle volte in cui si sono organizzati per perseguire il fine sotteso al loro agire, la cui universalità appariva a loro stessi più chiara man mano che acquisivano e coltivavano la loro coscienza di classe? Ecco allora che non è per il difetto di una mitologica natura umana se si è imposta quest’epoca reazionaria. L’entusiasmo rivoluzionario non manca ma senza organizzazione si disperde. E l’organizzazione è la volontà di potere al servizio della tendenza storica. Ognuno di questi fattori, da solo, è un vicolo cieco. Assieme, sono la freccia verso il futuro.
Cile 1973, Venezuela 2026
A differenza del Cile nel 1973, nel Venezuela del 2026 gli yankee hanno dovuto sporcarsi direttamente le mani, mostrando così al mondo di cosa sono capaci. Dopo un simile atto, ci vorrà un lavoro immenso, secolare per ricostruire le basi morali e giuridiche del mondo, ma è chiaro che sino a quando gli Stati Uniti saranno soggetti alla aberrante dittatura capitalistica che li governa, essi non potranno dare alcun contributo a questa ricostruzione. Gli Stati Uniti sono ormai i banditi del mondo e c’è solo da augurarsi che il popolo americano trovi la forza e la lucidità per liberarsi del mostro che da tanto, troppo tempo, sotto le spoglie di una rutilante “democrazia”, lo tiranneggia. Adesso non mancheranno gli sciocchi e i sepolcri imbiancati che paragoneranno l’attacco americano al Venezuela all’invasione russa dell’Ucraina e che magari vanteranno la più efficace azione americana in grado di catturare Maduro, a differenza di quanto non furono capaci di fare i russi con Zelensky. Ma questi sono solo sofismi che non servono a nascondere il fatto ormai incontrovertibile che la realtà chiamata “civiltà occidentale” non esiste più. Agonizzava, e il 3 gennaio 2026 è morta. De minimis, i vertici di Bruxelles hanno già assolto l’atto banditesco, quindi lo approvano, e in Italia la sinistra residua, “preoccupata”, si consulta con il Ministro degli Esteri. In effetti, c’è da essere preoccupati. Gli yankee non sono mica andati a liberare il cooperante Trentini, ma hanno rapito Maduro. E adesso con chi si tratta? Brutta roba accompagnarsi con dei banditi. Il nome Calipari dice qualcosa?
